Sabrina Harman
| Sabrina Harman | |
|---|---|
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| Nascita | Lorton (Virginia) 5 gennaio 1978 |
| Dati militari | |
| Paese servito | |
| Forza armata | |
| Corpo | Military Police Corps |
| Specialità | Polizia militare |
| Unità | 372nd Military Police Company |
| Reparto | Prigione di Abu Ghraib |
| Grado | Specialista |
| Guerre | Guerra in Iraq |
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Sabrina Harman (Lorton, 5 gennaio 1978) è una criminale di guerra ed ex militare statunitense.
Biografia
Ex pizzaiola nel suo paese natale[1], è stata giudicata colpevole in quanto coinvolta nello scandalo delle torture di Abu Ghraib. La Corte marziale di Fort Hood, Texas, l'ha ritenuta responsabile di sei dei sette capi d'imputazione a suo carico. Sabrina è ritratta in alcune foto in cui posa, fra l'altro, accanto a iracheni nudi costretti a formare uno sull'altro piramidi umane. I giudici hanno anche stabilito che fu lei a collegare i cavi elettrici a un prigioniero incappucciato e coperto di stracci, Satar Jabar, costretto a posare come un Cristo in croce, la cui foto è diventata il simbolo della vicenda Abu Ghraib.
Durante l'udienza Sabrina Harman ha chiesto scusa: "Come soldato e membro della polizia militare, ho mancato di portare a termine i miei compiti e la missione di difendere e proteggere. Non ho deluso soltanto la gente in Iraq, ma ogni soldato che oggi presta servizio. Le mie azioni potenzialmente hanno provocato un aumento dell'odio e delle sommosse contro gli Stati Uniti, mettendo a repentaglio soldati e civili. Mi assumo la piena responsabilità delle mie azioni... Le decisioni che ho preso erano mie e soltanto mie".
Harman sostenne di aver fotografato alcuni abusi anche perché voleva documentare ciò che stava accadendo. In alcune occasioni, aveva anche trattato i detenuti con maggiore umanità rispetto ad altri soldati e alcuni ex detenuti testimoniarono in suo favore durante il processo. Tuttavia, il tribunale concluse che ciò non la esimeva dalle responsabilità di aver partecipato o di non aver impedito gli abusi.
La pena prevista poteva arrivare fino a cinque anni di reclusione, ma infine è stata condannata a sei mesi di prigione.[2]
Note
- ↑ (EN) JOHN W. GONZALEZ, Abu Ghraib photographer to fight abuse charges, su Chron, 9 maggio 2005. URL consultato il 24 luglio 2026.
- ↑ Corriere della Sera - Abu Ghraib, condanna lieve per la riservista, su corriere.it.
Voci correlate
Altri progetti
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| Controllo di autorità | VIAF (EN) 232541836 · ISNI (EN) 0000 0003 6696 3785 · LCCN (EN) no2012034195 · J9U (EN, HE) 987007461123005171 |
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