Servus servorum Dei

Papa Gregorio I

Servus servorum Dei, in italiano "servo dei servi di Dio", è una formula humilitatis ("formula d'umiltà"), ovvero un titolo proprio ed esclusivo del Papa.

Significato

La locuzione può essere tradotta alla lettera (e quindi col genitivo che assolve la funzione di complemento di specificazione), indicando che il Papa è il "servo dei servi del Signore", ossia che il suo compito è essere al servizio dei fedeli; tuttavia può anche essere interpretata come un superlativo assoluto, alla stessa maniera di re dei re, cantico dei cantici e sancta sanctorum: in tal senso è quindi traducibile come "il primo tra i servitori del Signore". Nonostante rientri nelle formulae humilitatis ("formule d'umiltà"), si tratta dunque di una locuzione ambigua, che può sottintendere tanto l'asservimento quanto l'autorevolezza del Pontefice.

Storia

La locuzione "Servo di Dio" è presente nell'Antico Testamento, ove è uno degli appellativi con cui si indicano i profeti; viene ripresa in un un passo del Vangelo secondo Marco, in cui si legge «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti», e ad accogliere i bambini nel Suo nome[1]. Sant'Agostino è forse il primo a utilizzare la locuzione intera riferendosi a sua madre Monica nelle sue Confessioni, ove la definisce "serva servorum tuorum", cioè, "la serva dei tuoi servi", intendendo dire i servi di Dio (Conf. 9,9,22). La locuzione semplice "servo di Dio" viene oggi adoperata per indicare il primo grado del processo di canonizzazione di un individuo del quale siano state riconosciute le virtù e la venerabilità.

La formula servus servorum Dei fu introdotta negli scritti di papa Gregorio I a partire dalla fine del VI secolo, come contromossa all'assunzione nel 587/88 da parte di Giovanni IV Nesteutes, patriarca di Costantinopoli, dell'attributo di "ecumenico", con l'appoggio dell'imperatore bizantino Maurizio; fu mantenuta anche in seguito, nonostante le proteste del papa e degli altri patriarchi. Neppure il decreto del successore Foca (607) a conferma del primato della Sede romana, come riconosciuto dai precedenti concili ecumenici, lo eliminerà. Occorre notare, tuttavia, che inizialmente la formula si riferiva anche a diaconi e dignitari della chiesa cattolica[2].

Intorno al IX secolo la locuzione cominciò a essere usata come attributo esclusivamente papale nei documenti pontifici. Fino a tale periodo, i documenti emanati dal Papa si aprivano con una invocatio, ossia una richiesta d'intercessione a Dio o a Cristo (talvolta sottoforma di preghiera); in un'epoca in cui era necessario affermare l'autorità del Papa, si preferì quindi sostituirla con una intitulatio, formata dal nome pontificale al caso nominativo privo del numerale, seguito dal titolo episcopus ("vescovo") e da una o più formulae humilitatis, tra cui appunto servus servorum dei. La intitulatio sostituiva l'invocatio poiché il solo nome del Papa, la cui supremazia era graficamente corroborata dalle formulae, bastava a ottenere la protezione divina sull'azione giuridica di cui il documento recava memoria. Nell'XI secolo, con la nascita della Cancelleria Apostolica e nel pieno periodo della Lotta per le investiture, l'utilizzo delle formulae fu recepito e canonizzato[3].

Più di altre formulae, la locuzione servus servorum dei era tipica delle bolle papali, ossia documenti di particolare importanza e solennità; meno frequente (ma non assente) è il suo utilizzo nei brevi e in documenti minori. In genere la formula, insieme all'intera intitulatio (o parte di essa) era riportata nel primo rigo del documento, trascritto in litterae elongatae (caratteri allungati, artificiosi ed eleganti), talvolta in inchiostro di colore diverso rispetto al resto del documento.

La locuzione fu ampiamente utilizzata fino al XVI secolo, sopravvivendo anche all'invenzione della stampa e all'adozione di tale tecnologia da parte della cancelleria pontificia; attualmente è adoperata solo per bolle di particolare formalità, come quella con cui papa Giovanni XXIII convocò il Concilio Vaticano II; molti papi contemporanei hanno spesso usato la formula humilitatis per enfatizzare l'umiltà del loro magistero, come Leone XIII che amava definirsi "un umile servo dei servi del Signore[4].

Note

Voci correlate

Collegamenti esterni