Signoria di Volterra
| Signoria di Volterra | |
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| Dati amministrativi | |
| Lingue ufficiali | Latino |
| Lingue parlate | Volgare italiano |
| Capitale | Volterra |
| Politica | |
| Forma di governo | Signoria cittadina |
| Signori di Volterra | Belforti |
| Nascita | 8 settembre 1340 con Ottaviano Belforti |
| Causa | Colpo di mano di Ottaviano Belforti contro la fazione degli Allegretti |
| Fine | 1361 con Bocchino Belforti |
| Causa | Trattato con Firenze del 30 settembre e condanna capitale di Bocchino Belforti |
| Territorio e popolazione | |
| Bacino geografico | Toscana centro-settentrionale |
| Territorio originale | Comune di Volterra |
| Popolazione | 18-20.000 mila abitanti nel Prima metà 1300 |
| Economia | |
| Valuta | Grosso Volterrano |
| Risorse | Rame (zona di Montecatini Val di Cecina); Sale (zona delle Saline di Volterra) |
| Produzioni | Alabastro |
| Commerci con | Stati italiani |
| Esportazioni | Sale; Alabastro; Rame |
| Religione e società | |
| Religioni preminenti | Cattolicesimo |
| Religione di Stato | Cattolicesimo |
| Classi sociali | Patrizi, Aristocrazia, Clero, Cittadini, Popolo |
| Evoluzione storica | |
| Preceduto da | Libero comune di Volterra |
| Succeduto da | |
La Signoria di Volterra fu il regime signorile instaurato dalla famiglia Belforti sul comune di Volterra fra l'8 settembre 1340 e l'ottobre 1361. Fondato da Ottaviano Belforti con un colpo di mano militare e proseguito dopo la sua morte dai figli, primo fra tutti Paolo detto Bocchino, durò ventuno anni e si concluse con l'intervento di Firenze, la condanna capitale di Bocchino e il bando della famiglia.[1] Il regime non soppresse le istituzioni comunali: Ottaviano esercitò il potere per mezzo di cariche cittadine attribuitegli in via permanente e del controllo capillare degli uffici, un caso che la storiografia recente inquadra fra gli esperimenti trecenteschi di governo personale condotti dentro le strutture del comune.[2]
Le premesse
I Belforti erano una famiglia volterrana di cavalieri cresciuta all'ombra dei vescovi, dei quali furono vassalli, creditori e amministratori dei beni della mensa fin dai primi decenni del XIII secolo, e per questa via entrarono nel ceto dirigente del Comune.[3] Nel dicembre 1301 il legame fra Belforte di Ranieri, padre di Ottaviano, e papa Bonifacio VIII fruttò alla famiglia la prima dignità episcopale con Ranieri Belforti, fratello di Ottaviano, vescovo fino alla morte nel 1320.[4][N 1]
La riforma popolare del marzo 1320 escluse dalle magistrature del Popolo le casate dichiarate magnatizie, e nell'elenco comparivano per primi i Belforti, insieme agli Allegretti.[5] Alla morte di Ranieri il Capitolo elesse vescovo Ranuccio Allegretti, figlio del giudice Barone, scartando il candidato dei Belforti, il pievano Benedetto, figlio di Ottaviano: fra le due consorterie si aprì una lunga contesa, alimentata dalla disputa sull'eredità di Ranieri e in particolare sul castello di Berignone, che assunse i caratteri della faida, in un alternarsi di ritorsioni e paci.[6][N 2]
Il colpo di mano e la prima fase (1340-1342)
L'8 settembre 1340 Ottaviano Belforti prese la città con un'azione militare condotta anche con milizie esterne, represse duramente i sostenitori degli Allegretti e strinse d'assedio Berignone, la rocca in cui il vescovo Ranuccio si era rifugiato; la reazione ecclesiastica non tardò, e per delega il vescovo di Siena Donosdeo Malavolti colpì la città con l'interdetto e scomunicò Ottaviano e i suoi.[7] Lo stesso 8 settembre furono nominati sei statutari dotati di pieni poteri di riforma; da quella riforma Ottaviano uscì con il titolo, per lui permanente, di Capitano generale di custodia della città e del distretto, attestato dal 18 ottobre, che prendeva di fatto il posto del Capitano del popolo: una carica di vertice dell'ordinamento comunale trasformata in strumento del potere personale, mentre gli organi cittadini restavano in vita.[8]
I governi di Firenze e Siena, intervenuti come pacificatori, imposero dall'estate 1341 al signore e al vescovo esule tregue effimere, rinnovate a più riprese.[9] Sul piano interno, l'8 gennaio 1341 Ottaviano impose una gabella alle professioni e ai mestieri cittadini, accompagnata da un censimento di artefici e botteghe che rivela uno stile di governo nuovo e più intrusivo.[10] Il copialettere signorile documenta inoltre una fitta rete di relazioni con le magistrature toscane, con la corte angioina, con il papato e con signori padani e romagnoli.[11]
L'intermezzo del Duca d'Atene (1342-1343)
Dal 25 dicembre 1342 al 29 luglio 1343 la signoria passò formalmente a Gualtieri di Brienne, Duca d'Atene, da poco proclamato signore a vita di Firenze, cui Volterra si sottomise con atto promosso dallo stesso Ottaviano.[12] Il Belforti conservò una posizione di primo piano: entrò nel consiglio del Duca insieme al vescovo Ranuccio e il 22 gennaio 1343 fu nominato Capitano di custodia, stavolta con carattere ereditario, mentre le funzioni di vicario erano esercitate dal fiorentino Geri de' Pazzi.[13] Del breve dominio ducale resta una traccia in pietra: la torre del cassero di Porta a Selci, iniziata per volere di Gualtieri e completata poi da Ottaviano; passato ai Belforti e infine agli ufficiali fiorentini, il fortilizio finì per incarnare agli occhi dei Volterrani il volto militare dell'oppressione.[14]
Il ritorno di Ottaviano (1343-1348)
Il 29 luglio 1343, caduto il Duca, un'assemblea generale della cittadinanza riunita in cattedrale conferì a Ottaviano una balia straordinaria; su questa base di consenso il signore assunse anche il titolo di Gonfaloniere di giustizia.[14][N 3] La riforma statutaria dell'agosto 1343 diede al regime pieno riconoscimento normativo: alla domus Belforti furono affidati il cassero cittadino e le rocche di monteverdi, Castelnuovo e Montevoltraio, cui si aggiunsero il 13 marzo 1345 Montecastelli e Montecatini; i servizi della famiglia furono ricompensati con una provvisione di 500 fiorini d'oro al mese, che dal settembre 1343 arrivò a inghiottire per intero i proventi della Dogana del Sale; i decreti di Ottaviano furono dichiarati validi in perpetuo e il parlamento gli riconobbe poteri arbitrari.[15]
Il predominio familiare fu consolidato con la partecipazione fissa dei Belforti ai maggiori uffici tramite borse elettorali separate, con il dono a Ottaviano del castello di Caselle (1345), con la facoltà di annullare condanne e bandi, con il monopolio del porto d'armi in città (17 marzo 1346) e con la milizia cavalleresca conferita personalmente dal signore agli uomini del casato nel febbraio 1346.[16] Il 9 febbraio 1344 Ottaviano e i suoi furono assolti dalla scomunica, mentre l'assedio di Berignone aveva avuto termine e il vescovo Ranuccio era stato temporaneamente riammesso in città: la faida con gli Allegretti era chiusa.[17] La politica matrimoniale proiettò intanto la famiglia su scala regionale: Bocchino sposò Bandecca dei Rossi di Firenze, Piero una Salimbeni di Siena, Roberto una Cavalcanti da Libbiano.[18]
La successione del 1348
Il 1348 fu l'anno dello spartiacque. Morto il vescovo Ranuccio Allegretti, Ottaviano ottenne la cattedra per il figlio Filippo, nominato da papa Clemente VI con bolla del 10 luglio 1348; poco dopo, fra il 23 maggio e il 6 agosto, morì lo stesso Ottaviano, con ogni probabilità vittima della peste nera.[19][N 4] Il potere non passò a un singolo: con balia del 4 agosto 1348 le funzioni signorili furono assunte da un triumvirato scelto in vita da Ottaviano ed espressione di tutti i rami della famiglia, formato dal figlio Roberto, dal fratello Bernardo e dal cugino Franco di Dino, mentre l'ufficio di Capitano di custodia restò vacante; Bocchino, che di fatto guidò il regime insieme ai fratelli Roberto e Filippo, non fu mai investito di alcuna carica dai consigli cittadini, né il padre lo aveva indicato come successore.[20]
La compresenza dei figli di Ottaviano ai vertici del potere civile ed ecclesiastico sospese per un decennio l'antico conflitto fra vescovo e Comune: vertenze antichissime, come quella sul possesso di Montecastelli, trovarono composizione (1352), e nel 1355 città e vescovo resero insieme omaggio a Pisa all'imperatore Carlo IV, ricevuto poi a Volterra con tutti gli onori, nonostante il rischio di urtare l'alleanza guelfa.[21]
La crisi e la caduta (1360-1361)
La morte di Filippo nel 1358 privò il regime del suo braccio ecclesiastico e diplomatico. Negli anni 1360-1361 l'equilibrio interno al casato si ruppe davanti al progetto di signoria personale coltivato da Bocchino, "cupido d'aumentare sua tirannia" secondo Matteo Villani: la contesa con i cugini per la rocca di Montevoltraio, presa con la forza, divise prima la consorteria e poi il gruppo dirigente della città, spaccato fra sostenitori e avversari dei Belforti.[22] Le potenze regionali entrarono in campo: Firenze si propose come mediatrice, Siena appoggiò con ambiguità gli avversari del regime, Pisa tentò di salvare Bocchino, che le offrì la città dietro pagamento.[23][N 5]
Il regime crollò rapidamente. Il 30 settembre 1361 Firenze e Volterra conclusero un trattato decennale che consegnava alla repubblica fiorentina il controllo diretto del cassero di Porta a Selci: fu il primo passo dell'assorbimento di Volterra nello Stato territoriale fiorentino in formazione; il 10 ottobre il fiorentino Migliore Guadagni, nelle funzioni di Capitano di Volterra, emise la sentenza di condanna capitale contro Bocchino, decapitato lo stesso giorno, con capi d'accusa che oltre ai reati contestati investivano, in termini politici, l'intera esperienza signorile e la casata nel suo complesso.[24] I Belforti furono banditi dalla città; riammessi poco dopo, andarono progressivamente decadendo, fino a spegnersi a Volterra in condizioni di povertà.[25] Il Comune, formalmente autonomo, soggiacque gradualmente ma definitivamente a Firenze, che ne orientò le magistrature e vi estese i propri strumenti di governo, fino al catasto applicato a Volterra nel 1429.[26]
Note
Note esplicative
- ↑ Claudia Tripodi protrae l'episcopato di Ranieri "fino al 1321, anno della sua morte": Tripodi 2011, p. 186. La cronologia qui seguita è quella di Fabbri 2011, p. 168: morte nel 1320, nomina del successore da parte del Capitolo alla fine di novembre dello stesso anno e bolla pontificia di conferma l'8 febbraio 1321.
- ↑ La tradizione erudita, ripresa ancora dalla voce di Ezio Solaini nell'Enciclopedia Italiana (1930), presentava Belforti e Allegretti come capi rispettivamente della parte guelfa e di quella ghibellina. Gli studi recenti hanno mostrato che il conflitto nacque da dinamiche locali e non è riconducibile agli schieramenti sovralocali: l'adesione ghibellina degli Allegretti non è documentata, e gli stessi Belforti, guelfi e vicini a Firenze, non evitarono rapporti con signori ghibellini. Cfr. Caprilli 2026, pp. 139-140 e, per il giudizio di Matteo Villani sui Belforti "guelfi di nazione" ma di "animo ghibellino", Fabbri 2011, p. 164.
- ↑ Una attestazione documentaria anticipa la titolarità del gonfalonierato al luglio 1342, prima quindi dell'intermezzo ducale, durante il quale la carica scompare: Caprilli 2026, p. 133 e nota 68.
- ↑ L'episcopato di Filippo è talora datato dal 1349: Tripodi 2011, p. 186. La bolla di nomina è del 10 luglio 1348 e il suo copialettere si apre nello stesso anno; l'episcopato durò fino alla morte, nel 1358.
- ↑ La cifra di 32.000 fiorini, tramandata dalla tradizione erudita e ancora nella voce di Solaini del 1930, non compare nella ricostruzione di Fabbri 2011, p. 183, che parla di una "somma cospicua".
Note bibliografiche
- ↑ Fabbri 2011, p. 162.
- ↑ Caprilli 2026, pp. 123-124, 139-140.
- ↑ Caprilli 2026, p. 128; Fabbri 2011, pp. 166-167; Tripodi 2011, pp. 185-186.
- ↑ Fabbri 2011, pp. 167-168; Caprilli 2026, pp. 128-129.
- ↑ Fabbri 2011, p. 168; Caprilli 2026, p. 129.
- ↑ Fabbri 2011, pp. 168-169; Caprilli 2026, pp. 129-130.
- ↑ Fabbri 2011, p. 170; Caprilli 2026, p. 125.
- ↑ Fabbri 2011, pp. 171-172; Caprilli 2026, pp. 132-133, 139.
- ↑ Caprilli 2026, pp. 125, 129.
- ↑ Fabbri 2011, p. 171.
- ↑ Fabbri 2011, pp. 169-170; Caprilli 2026, pp. 126-128.
- ↑ Fabbri 2011, pp. 172-173; Caprilli 2026, pp. 133-134.
- ↑ Caprilli 2026, pp. 133-134; Fabbri 2011, p. 173.
- 1 2 Fabbri 2011, p. 173.
- ↑ Fabbri 2011, p. 174; Caprilli 2026, pp. 134-135.
- ↑ Fabbri 2011, pp. 174-175; Caprilli 2026, p. 136.
- ↑ Caprilli 2026, p. 135.
- ↑ Fabbri 2011, pp. 175-176.
- ↑ Fabbri 2011, p. 178; Ottavio Banti, BELFORTI, Filippo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 7, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970, pp. 567-568. URL consultato il 18 luglio 2026..
- ↑ Fabbri 2011, pp. 178-180.
- ↑ Fabbri 2011, pp. 180-182.
- ↑ Fabbri 2011, pp. 182-183.
- ↑ Fabbri 2011, p. 183.
- ↑ Fabbri 2011, pp. 162-163.
- ↑ Tripodi 2011, pp. 185-186.
- ↑ Fabbri 2011, p. 183; Tripodi 2011, p. 185.
Bibliografia
- Alessandro Caprilli, Il regime signorile di Ottaviano Belforti a Volterra (1340-1348), in Ricerche Storiche, LVI, n. 1, 2026, pp. 123-140.
- Lorenzo Aulo Cecina, Memorie istoriche della città di Volterra, Pisa, 1758.
- Lorenzo Fabbri, Un esperimento di signoria familiare: i Belforti di Volterra (1340-1361), in Rassegna Volterrana, LXXXVIII, 2011, pp. 161-184.
- Alessandro Furiesi, Silvano Mori e Jacopo Paganelli, Il vescovo Rainuccio Allegretti e la sua visita pastorale (1325-1328). Chiesa, istituzioni e società nella diocesi di Volterra agli inizi del XIV secolo, a cura di Jacopo Paganelli, Volterra, Accademia dei Sepolti, 2019, ISBN 978-88-944289-0-2.
- Jacopo Paganelli, L'epistolario di Filippo Belforti: appunti per una nuova edizione, in Rassegna Volterrana, XCV, 2018, pp. 91-104.
- Jacopo Paganelli, Il sinodo del vescovo Filippo Belforti e la Chiesa di Volterra alla metà del Trecento, Volterra, Accademia dei Sepolti, 2020, ISBN 978-88-944289-2-6.
- Jacopo Paganelli, Dives episcopus. La signoria dei vescovi di Volterra nel Duecento, Roma, Viella, 2021, ISBN 978-88-3313-796-4.
- Claudia Tripodi, Dalla signoria di Volterra al catasto del 1429: la parabola della famiglia Belforti, in Rassegna Volterrana, LXXXVIII, 2011.
- G. Volpe, Volterra: storia di Vescovi signori, di istituti comunali, di rapporti tra Stato e Chiesa nelle città italiane nei secoli 11.-15, Firenze, La Voce, 1923.
- Andrea Zorzi, Le signorie cittadine in Italia (secoli XIII-XV), Milano, Mondadori, 2010.
Voci del Dizionario Biografico degli Italiani
- Ottavio Banti, BELFORTI, Ottaviano, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 7, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970.
- Ottavio Banti, BELFORTI, Ranieri, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 7, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970.
- Ottavio Banti, BELFORTI, Filippo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 7, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970, pp. 567-568.
- BELFORTI, Paolo, detto Bocchino, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 7, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970.

