Simonetto Belprato

Simonetto Belprato
Signore di Campo di Giove
Stemma
Stemma
In carica1483 – 1492
PredecessoreVito Nicola di Procida
SuccessoreReale demanio
Signore di Cansano
In carica1483 – 1492
PredecessoreVito Nicola di Procida
SuccessoreReale demanio
Signore di Oria
In carica1483 – 1492
Predecessore?
SuccessoreReale demanio
TrattamentoSignore
Altri titoli
NascitaValencia, primi di gennaio 1434
MorteMilano, 17 gennaio 1492
DinastiaBelprato
FigliMichele
ReligioneCattolicesimo
Simonetto Belprato
NascitaValencia, 1434
MorteMilano, 1492
Dati militari
Paese servito Regno d'Aragona
Forza armataEsercito reale
GradoCapitano generale
Altre caricheAmbasciatore presso Milano
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Simonetto Belprat[1], italianizzato e noto come Simonetto Belprato (Valencia, primi di gennaio 1434 – Milano, 17 gennaio 1492), è stato un nobile, militare e diplomatico spagnolo naturalizzato italiano, castellano e signore di Campo di Giove, Cansano e Oria, governatore, capitano e giustiziere di Brindisi, prefetto del Castel Nuovo di Napoli e capitano generale dell'esercito reale[2].

Biografia

Casone Belprato di Campo di Giove, dove vivranno i discendenti di Simonetto Belprato

Membro più celebre della famiglia nobile Belprato, dalle origini mercantili nella Catalogna spagnola, nacque a Valencia nei primi di gennaio 1434 e, divenuto diciannovenne nel 1453, giunse e si stabilì nel Regno di Napoli al seguito del re Alfonso V d'Aragona, che subito lo incaricò prefetto del Castel Nuovo[3].

Consigliere alla corte del successore Ferrante d'Aragona, il nuovo sovrano pensò di avvalersene nelle difficili trattative con la banca dei Partini e nel 1460 lo mandò quindi in qualità di commissario della tesoreria reale a Venezia[4]. Lo scopo del re era di impegnare la propria corona per ottenere un prestito di denaro dalla banca veneta per sostenere le spese militari per la campagna contro il rivale al trono Giovanni d'Angiò-Valois, ma a causa di precedenti debiti da lui non saldati la trattativa non ebbe buon fine[4]. Tuttavia Simonetto Belprato andò a Milano, dove riuscì con l'aiuto del duca Francesco Sforza ad accordarsi per la transazione con il banchiere fiorentino Matteo Gondi[4]. Soddisfatto, nel 1462 il sovrano lo mandò nella stessa veste nell'isola di Lipari, fatto che rafforzò l'ottimo rapporto in entrambi, tanto che Simonetto Belprato nel 1467 mise a sua disposizione le proprie navi che aveva acquistato negli anni, ricevendo così, per riconoscenza, la nomina a tesoriere dell'armata di mare nel 1471[4].

Nel 1478 il re Ferrante lo spedì, in qualità di ambasciatore, con una flotta navale a Genova per sedare la supremazia del ministro ducale Cicco Simonetta, che stava vessando da tempo con gli sforzeschi i genovesi[4]. Nonostante le apparenze, il suo intervento mirava a rafforzare la posizione e il fidanzamento del giovane duca Gian Galeazzo Maria Sforza con sua nipote Isabella d'Aragona e per riuscire nell'intento strinse accordi con Sforza Maria Sforza e Ludovico il Moro[4]. Riuscì così a ricondurre la città di Savona sotto il dominio genovese e a porvi a capo delle truppe il capitano Roberto Sanseverino che portò a termine gli scontri nel 1478[4]. Due anni dopo, nel 1480, Simonetto Belprato aiutò a condurre dalla Sardegna a Napoli le imbarcazioni di Bernardo Villamari, conte di Bosa, per contrastare la flotta turca già approdata ad Otranto per l'assedio[4].

Dal 1482 operò come ambasciatore a Milano, ma trovò un ambiente teso per via dell'imminente discesa in Italia del re Carlo VIII di Francia e per la crescente congiura dei baroni contro il sovrano di Napoli, appoggiata dallo Stato Pontificio[4]. Riappacificatisi Ferrante e papa Innocenzo VIII per intercessione di Ludovico il Moro, nel 1486 Simonetto Belprato consegnò a questi la collana dell'Ordine dell'Ermellino e confiscò le terre di Francesco Coppola, fautore del complotto[4]. L'anno seguente soprintese ai capitoli nuziali di Gian Galeazzo Maria Sforza ed Isabella d'Aragona, che risultarono non semplici per via delle pretese dotali di Ludovico il Moro nei confronti del re di Napoli[4]. Stipulato l'accordo, nel 1488 accompagnò nella città partenopea gli ambasciatori milanesi per la ratifica dei patti nuziali, presenziando alla loro approvazione a Milano nell'anno successivo[4]. Riapertasi nel frattempo la questione genovese, ora in rivolta contro il governo del cardinale Paolo Fregoso, sostituito con il doge Agostino Adorno, Simonetto Belprato, in congiunta con il sovrano napoletano e il duca milanese, supervisionò le trattative che affidarono la città agli sforzeschi e le tensioni che si spensero nel 1491[4].

Durante la lunga permanenza a Milano, per l'aiuto prestato per la causa otrantina, il re Ferrante lo aveva nominato governatore, capitano e giustiziere di Brindisi, nei riguardi della dogana del distretto, e nel 1483 castellano di Oria, della quale ne assumerà poi la signoria[5]. Subito dopo, gli assegnò i feudi abruzzesi di Campo di Giove e Cansano, che erano appartenuti a Vito Nicola di Procida[6]. Ciò tuttavia non bastò a rinsaldare in lui la fiducia persa nei confronti del sovrano a causa delle difficoltose trattative che aveva vissuto in prima persona[4].

Simonetto Belprato morì a Milano il 17 gennaio 1492, venendo commemorato con funerali assai costosi e sontuosi che, come raccontò il diplomatico ferrarese Giacomo Trotti, illuminarono per giorni l'intera città con numerose torce[4]. Dopo la sua morte, per via della prematura scomparsa del suo unico figlio Michele, i suoi feudi tornarono al reale demanio e nel 1494 furono assegnati dal sovrano al nipote diretto Giovanni Vincenzo I Belprato[7].

Discendenza

Dal matrimonio con una dama dal nome non pervenuto, Simonetto Belprato aveva avuto un unico figlio chiamato Michele, il quale gli era morto prematuramente[8]. Di conseguenza i suoi feudi di Campo di Giove, Cansano e Oria furono assegnati dal re del Regno di Napoli Ferrante d'Aragona al nipote diretto Giovanni Vincenzo I Belprato, che avrà una propria discendenza dalla moglie Laura Grappina[9].

Note

  1. ↑ Riportato in talune fonti con il nome di Simonotto.
  2. ↑ Aldimari (1691), p. 213; Candida Gonzaga (1875), p. 61; DBI; De Lellis (1654), pp. 44-46; De Pietri (1634), p. 215; Marra (1641), pp. 194-195; Orsini (1970), pp. 103-110.
  3. ↑ Aldimari (1691), p. 213; Candida Gonzaga (1875), p. 61; DBI; De Lellis (1654), pp. 44-45; Marra (1641), p. 194.
  4. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 DBI.
  5. ↑ Aldimari (1691), p. 213; Candida Gonzaga (1875), p. 61; DBI; De Lellis (1654), p. 46; Marra (1641), p. 195.
  6. ↑ Aldimari (1691), p. 213; De Lellis (1654), p. 46; Marra (1641), p. 195; Orsini (1970), pp. 103-110.
  7. ↑ DBI; De Lellis (1654), p. 46; Marra (1641), p. 195; Orsini (1970), pp. 103-110.
  8. ↑ De Lellis (1654), p. 46; Orsini (1970), pp. 103-110.
  9. ↑ DBI; De Lellis (1654), pp. 46-47; Marra (1641), pp. 194-195; Orsini (1970), pp. 103-110.

Bibliografia

  • Biagio Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, così napoletane, come forastiere, Napoli, Giacomo Raillard, 1691, ISBN non esistente.
  • Berardo Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d'Italia, vol. 6, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1875, ISBN non esistente.
  • Carlo De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli, vol. 1, Napoli, Onofrio Savio, 1654, ISBN non esistente.
  • Francesco De Pietri, Dell'historia napoletana, vol. 2, Napoli, Giovanni Domenico Montanaro, 1634, ISBN non esistente.
  • Ferrante della Marra, Discorsi delle famiglie estinte, forastiere, o non comprese ne' Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra, Napoli, Ottavio Beltrano, 1641, ISBN non esistente.
  • Virgilio Orsini, Campo di Giove dai primitivi alla seggiovia, Sulmona, Tipografia Labor, 1970, ISBN non esistente.

Voci correlate

Collegamenti esterni