Storia di Magasa

Peso di stadera romana rinvenuto a Magasa nel 1960 circa

La storia di Magasa, piccolo comune della Val Vestino oggi in provincia di Brescia, è segnata dalla posizione dell'abitato in una valle chiusa e a lungo priva di collegamenti agevoli, e dalla sua condizione di terra di confine: dominio dei conti Lodron e soggetta al principe vescovo di Trento per oltre sei secoli, austriaca fino al 1918, trentina fino al 1934 e da allora lombarda.

Preistoria ed età antica

Il territorio risulta frequentato già in epoca preistorica[1]; secondo Federico Odorici l'insediamento originario sarebbe riconducibile agli Stoni e ai Galli Cenomani[2].

Un'ascia in bronzo ad alette terminali di tipo Povo, databile alla prima età del Ferro (IX-V secolo a.C.), rinvenuta casualmente in una località del monte Denai nel 2017 e oggi conservata presso il Museo archeologico della Valle Sabbia di Gavardo, testimonia l'antica frequentazione di queste montagne da parte di popolazioni appartenenti alle culture di Luco-Meluno e Breno-Dos dell'Arca, che le fonti storiche attribuiscono alla stirpe retica o euganea. I popoli principali di questo gruppo saranno i Camuni della Val Camonica, i Trumplini della Val Trompia e gli Stoni, che sembra dominassero il Trentino sud-occidentale compreso tra il lago d'Idro, la Valle Sabbia, la Val Vestino, le valli delle Giudicarie, il basso Sarca e la parte nord del monte Baldo.

Secondo i ricercatori, dossi e rilievi mantenevano in quei tempi una funzione di controllo del territorio, mentre il rinvenimento di oggetti sporadici provenienti dalle valli montane dell'entroterra attesta la continuazione degli interessi economici tra le alte terre del lago di Garda, la pianura e le valli del Trentino. Sui rilievi del Garda occidentale alcuni siti continuano in quel periodo ad avere una vocazione insediativa, come il Colle San Martino di Gavardo e Castelpena in comune di Roè Volciano, con valenze anche rituali, così come i siti di Monte Covolo di Villanuova sul Clisi e della Rocca di Manerba[3]. Il manufatto è stato fotografato ed è in corso di inventariazione nonché di analisi metallografica[3].

Con la piccola frazione di Cadria, Magasa fu poi interessata dalla presenza romana e longobarda[4][5]: al periodo romano è riferito il peso di stadera rinvenuto in paese attorno al 1960.

Il toponimo è attestato per la prima volta in due documenti del 1356, relativi entrambi a controversie sui diritti di pascolo e di transito con le comunità della valle del Chiese[6][7].

Il dominio dei Lodron

Le origini del feudo

Nei secoli passati Magasa e le altre sei comunità rurali della Valvestino furono dominio dei Lodrone, detti anche semplicemente, alla trentina, Lodron. Quest'antica, ricca e potente famiglia nobiliare, originaria della valle del Chiese e probabilmente dell'omonimo villaggio, soggetta alla potestà del principe vescovo di Trento, dettò legge su questo territorio montagnoso ininterrottamente per oltre seicento anni, dal 1100 circa fino agli inizi dell'Ottocento.

Insediati stabilmente nei palazzi del Caffaro e Bavaria di Lodrone, nei castelli di San Giovanni di Bondone, Santa Barbara di Lodrone e Castel Romano di Pieve di Bono, i conti mantennero un legame molto stretto con la valle, il feudo più antico fra tutti quelli posseduti, tanto che negli atti amministrativi e notarili erano soliti chiamarsi «Signori della Val Vestino».

Il primo documento che comprova l'appartenenza della valle alla consorteria di Lodrone risale al 4 giugno del 1189, quando a Storo, nella chiesa di San Floriano, sette rappresentanti delle più note famiglie storesi strinsero fra loro un patto per la divisione consensuale del castello di Lodrone e delle proprietà che Calapino, cavaliere di Lodrone e vassallo della potente famiglia guelfa degli Appiano di Bolzano, possedeva nella Valvestino.

Nei secoli successivi si susseguirono da parte degli «avvocati» del principe vescovo di Trento varie investiture di conferma alla casata lodroniana per il feudo valvestinese: l'ultima risale al 1396. Secondo gli storici il vero fondatore della potenza della dinastia fu Paride (1380-1439), detto il Grande, abile e feroce guerriero al soldo di Venezia, i cui due figli Giorgio (1400-1461) e Pietro (†1485), pure condottieri al servizio della Serenissima, nel 1452 furono creati conti del Sacro Romano Impero. In quel periodo la Contea di Lodrone comprendeva anche il territorio di Riccomassimo, Darzo e Bondone. Il conte Giorgio Lodron, fondatore del ramo di Castel Lodrone, fu nel 1456 il promotore della tentata riconquista armata del villaggio di Droane, appartenente al comune di Tignale.

Il compromesso arbitrale del 1405 sui confini del monte Tombea

Nel XV secolo è documentata per la prima volta la lite scaturita fra le comunità di Val Vestino, esclusa quella di Bollone, e quella di Storo per lo sfruttamento, il possesso e l'utilizzo dei pascoli d'alpeggio di malga Tombea. Il documento, una pergamena in latino conservata presso l'archivio storico del comune di Storo[8], fu copiato, tradotto e pubblicato dal ricercatore Franco Bianchini nel 2009[9] e riportato nelle sue parti essenziali da Michele Bella nel 2020[10].

Al centro della discordia vi era la delimitazione del confine montano, riconducibile con molta probabilità alla zona della conca pascoliva con la sua preziosa pozza d'abbeverata compresa tra il Dosso delle Saette e Cima Tombea, detta la Piana degli Stor, e più a ovest alla prateria verso la Valle delle Fontane e la Bocca di Cablone. In quei tempi, a quanto sembra, non era stato mai definito legalmente a chi appartenesse quel territorio: nessun cippo era stato collocato e la conoscenza dei luoghi era basata sull'usanza e sulla tradizione orale dei contadini sedimentatasi nel tempo. Le praterie delle comunità valvestinesi erano allora assai ridotte e le sole malghe Corva, Alvezza, Bait, Selvabella e Piombino non bastavano a soddisfare i bisogni degli allevatori: queste «erbe» d'alta quota erano fondamentali per la sopravvivenza delle comunità rurali locali, che vi conducevano le proprie mandrie dai primi di luglio a circa il 10 agosto. Non si conoscono le cifre esatte dei capi di bestiame di quel secolo, ma una stima del 1946 rende noto che i malghesi potevano disporre per la sola monticazione del monte di circa 180 capi di mucche da latte e manze; terminato il periodo della malga, il prativo veniva occupato dal bestiame minuto, capre e pecore, presente nell'alpeggio della Valle di Campei.

La controversia iniziò venerdì 21 agosto 1405 nella contrada Villa di Condino, sulla piazza Pagne, presso la casa comunale, alla presenza dei due procuratori delle comunità in causa e di numerosi testimoni. Il notaio Pietro del fu notaio Franceschino di Isera, cittadino di Trento e abitante nella villa di Stenico, con la collaborazione del notaio Paolo, stilò un documento su pergamena, identificando innanzitutto i presenti e valutando i loro mandati e i documenti prodotti dalle parti[9].

La comunità di Storo era rappresentata da Benvenuto detto «Greco», figlio del fu Bertolino della villa di Storo, «legittimo ed abilitato sindico-procuratore e gestore degli interessi degli uomini e persone nonché della comunità ed universalità di detta villa di Storo»; quella della Val Vestino da Giovannino del fu Domenico della terra di Turano, procuratore «degli uomini e persone nonché della comunità ed universalità delle ville di Magasa, Armo, Persone, Turano e Moerna». La questione era prettamente confinaria: i due dichiararono pubblicamente di voler giungere alla concordia e alla risoluzione della lite «a lungo vertente» a proposito del monte Tombea, situato fra i confini delle due parti, «poiché a mattina ed a settentrione confinano gli uomini e le persone della Valle di Vestino, ed a mezzogiorno ed a sera confinano gli uomini e persone della detta terra di Storo».

Entrambi i procuratori portarono a sostegno delle loro affermazioni testimoni che, basandosi sulle antiche tradizioni e consuetudini, sostenevano che il territorio spettasse da tempo immemorabile all'una o all'altra comunità, ma nessun documento scritto fu prodotto che permettesse di dimostrare con certezza la proprietà. Benvenuto detto «Greco» dichiarò che il monte spettava di diritto agli uomini di Storo, e che essi e i loro predecessori vi avevano pascolato «già da 10, 20, 30, 50, 80 e 100 anni ed oltre, da non esservi alcuna memoria in contrario […] come territorio di loro libera proprietà, senza alcuna molestia, disturbo o contraddizione» da parte dei valvestinesi. Giovannino del fu Domenico ribatté negando tale ricostruzione e asserendo che il monte Tombea, nella sua totalità e con tutte le sue adiacenze, spettava esclusivamente agli uomini delle comunità di Magasa, Armo, Persone, Turano e Moerna.

Vista la divergenza, la soluzione parve a tutti i presenti l'arbitramento, contratto con cui le parti litiganti devolvevano la risoluzione della contesa al giudizio di persone scelte liberamente. I due «sindaci» nominarono così alcuni pacificatori, detti anche arbitri, definitori o probiviri: Benvenuto scelse Giacomo figlio del fu Giovannino di Agrone, Giovanni detto «Pìzolo», il notaio Giacomo di Comighello e il notaio Giovanni del fu notaio Domenico di Condino; Giovannino scelse Picino del fu ser Silvestro detto «Toso» di Por, Franceschino fu ser Giovannino di Agrone, Giovanni fu ser Manfredino di Fontanedo e Giovanni figlio di Pizino detto «Regia» di Sàssolo.

Gli arbitri furono investiti dell'autorità di ascoltare le parti, decidere, definire, giudicare, sentenziare e promulgare, e di imporre alle parti di non ricorrere in alcuna sede di giudizio contro quanto deliberato. Fu stabilito che in caso di inosservanza dell'accordo si applicasse un'ammenda di 200 ducati, da versare per metà alla camera fiscale del principe vescovo di Trento e per metà al nobile Pietro Lodron, «signore generale di dette terre di Magasa, Armo, Persone, Moerna e Turano della Valle di Vestino»[11]. Le parti si impegnarono inoltre a rifondere tutti i danni causati e le spese sostenute, garantendo la somma con un'ipoteca su tutti i beni personali e su quelli delle rispettive comunità. Al termine i due procuratori giurarono con tocco di mano sulle sacre scritture di osservare le deliberazioni e chiesero al notaio di stilare un pubblico documento da consegnare a ciascuna delle parti. Fungevano da giudici d'appello il nobile Pietro del fu Paride di Lodrone e l'«onorabile signor Matteo, notaio e cittadino di Trento ed assessore del nobile Erasmo di Thun in Val di Non, vicario generale nelle Giudicarie» per conto del principe vescovo Giorgio.

La divisione del 1511 dei pascoli e dei boschi

Lo studio compiuto da don Mario Trebeschi, ex parroco di Limone del Garda, su una sgualcita e a tratti illeggibile pergamena conservata presso l'archivio parrocchiale di Magasa, ha portato a conoscenza dell'intensivo sfruttamento dei pascoli d'alpeggio, dei boschi e delle acque torrentizie in Val Vestino, spesso causa di interminabili e astiose liti fra le sei comunità, in special modo nelle zone contese dei monti Tombea e Camiolo. Ognuna di esse rivendicava, più o meno fortemente, antichi diritti di possesso o transito, con il risultato che il normale uso veniva compromesso da continui sconfinamenti di mandrie e tagli abusivi di legname. Agli inizi del Cinquecento, per evitare guai peggiori, si giunse in due fasi successive, con l'arbitrato autorevole dei conti Lodron, a una spartizione di questi luoghi tra le varie ville o «communelli». I conti giocarono un ruolo attivo nella vicenda, persuadendo energicamente le comunità alla definitiva risoluzione del problema con la sottoscrizione di un accordo il più equilibrato possibile[12].

Il 5 luglio 1502 il notaio Delaido Cadenelli della Valle di Scalve redigeva a Turano, sotto il portico adibito a cucina della casa di un tale Giovanni, un atto di composizione tra Armo e Magasa per lo sfruttamento consensuale della confinante valle di Cablone. Erano presenti i deputati di Armo, Bartolomeo figlio di Faustino e Stefenello figlio di Lorenzo, e per Magasa Antoniolo figlio di Giovanni Zeni e Viano figlio di Giovanni Bertolina; fungevano da giudici d'appello i conti Francesco, Bernardino e Paride.

Il 31 ottobre 1511, nella canonica della chiesa di San Giovanni Battista di Turano, Bartolomeo figlio del defunto Stefanino Bertanini di Villavetro, notaio pubblico per autorità imperiale, stipulava il documento della più grande divisione terriera mai avvenuta in valle: oltre un terzo del suo territorio ne era interessato. Un primo accordo era già stato stipulato il 5 settembre del 1509 dal notaio Girolamo Morani, ma in seguito ad alcune variazioni si era preferito, su invito dei conti Bernardino e Paride, revisionare completamente il tutto e procedere a una nuova spartizione. Alla presenza del conte Bartolomeo, figlio del defunto Bernardino, furono radunati come testimoni il parroco Bernardino figlio del defunto Tommaso Bertolini, Francesco figlio di Bernardino Piccini, entrambi di Gargnano, il bergamasco Bettino figlio del defunto Luca de Medici di San Pellegrino e tre procuratori per ogni comune, a eccezione di quello di Bollone, che non faceva parte della contesa; per Magasa presenziavano Zeno figlio del defunto Giovanni Zeni, Pietro Andrei e Viano Bertolini.

A Magasa veniva attribuita la proprietà del monte Tombea fino ai prati di Fondo, comprendendo l'area di pertinenza della malga Alvezza e l'esclusiva di tutti i diritti di transito, oltre a una parte di territorio boscoso sulla Cima Gusaur e sul dosso delle Apene a Camiolo; in compenso il comune pagava 400 lire planet alle altre comunità come ricompensa dei danni patiti per la privazione dei suddetti passaggi montani. Alcune clausole stabilivano espressamente che il ponte di Nangone dovesse essere di uso comune e che lungo il greto del torrente Toscolano si potesse pascolare liberamente il bestiame e usarne l'acqua per alimentare i meccanismi idraulici degli opifici; al contrario il pascolo e il taglio abusivo di piante venivano puniti con una multa di 10 soldi per ogni infrazione. Riletto il capitolato, tutti i contraenti dichiaravano di avere piena conoscenza delle parti di beni ricevute, di riconoscere l'imparzialità della divisione e di osservare gli statuti, gli ordini, le provvisioni e i decreti dei conti Lodron; i rappresentanti di Armo, Magasa, Moerna, Persone e Turano giuravano quindi davanti al conte Bartolomeo Lodron, toccando i santi vangeli, di non contravvenire alla divisione[12].

Guerre e scorrerie del Cinquecento

Situata al confine con la Repubblica di Venezia, nel 1513 Magasa venne saccheggiata da mercenari al servizio della Serenissima al comando di Scipione Ugoni. Nel 1526 vi transitarono i lanzichenecchi del condottiero Georg von Frundsberg, diretto a Roma con un'armata di circa 14.000 uomini, e nel 1528 il duca Enrico V di Brunswick-Lüneburg con i propri soldati.

Statuti e carte di regola

Nel 1589, a Trento, nel palazzo Lodron di via Calepina, i conti Gerolamo, Ludovico e Paride confermavano gli statuti comunali o «carte da regola» della comunità di Magasa, mentre lo statuto di valle veniva approvato nel 1693 a Villa Lagarina dal conte Carlo Ferdinando Lodron (1663-1730), preposito capitolare dell'arcidiocesi di Trento e figura eminente della dinastia. Costui, il 27 agosto 1730, pochi mesi prima della morte, si recava a Cadria con le autorità locali e della Contea di Lodrone per la determinazione dei confini e dei beni appartenenti al feudo.

Dal Seicento in poi gli interessi dei discendenti degli antichi Lodron si spostarono in Val Lagarina, a Trento e specialmente in Austria e Germania. Nell'ottobre 1750 il conte Nicolò (1711-1791), reggente anziano della giurisdizione, lasciava il palazzo di Innsbruck per visitare per la prima volta la valle e la Contea di Lodrone.

La fine della giurisdizione lodroniana

Il 3 marzo 1793, a Villa Lagarina, il conte Domenico Antonio (1728-1806) rinnovava ai comuni valvestinesi per quarant'anni la locazione del dazio, con sede in Turano presso la casa Marzadri. Con l'occupazione napoleonica dell'Italia del 1797 gli ultimi residui feudali furono aboliti; il Congresso di Vienna del 1815 li ristabilì, ma i conti rinunciarono definitivamente alla propria giurisdizione il 19 giugno 1826, a favore della subentrata amministrazione austriaca.

La società di antico regime

Mobilità ed emigrazione dei valvestinesi tra XIII e XVIII secolo

Truckee, primi anni del 1900: un piccolo Anthony Zeni con la madre Maria Stefani

L'emigrazione valvestinese nei territori del Principato vescovile di Trento è documentata in atti notarili già a partire dal XIII secolo, nei quali i valligiani compaiono come testimoni in compravendite, successioni ereditarie o deliberazioni delle comunità che li ospitavano. Il nome del primo valligiano è attestato in una pergamena del 1202: lunedì 18 novembre, ad Arco, in un terreno di proprietà dei sacerdoti della pieve di Santa Maria, un certo diacono Laçari «de Vestino» presenzia come testimone alla vendita di «un fitto annuo di due gallette di frumento corrisposto da Otebono figlio di Marsilio arciere»[13]. Sempre ad Arco, il 21 novembre del 1257, un altro valvestinese, «Odorici de Valvestino», testimonia alla stesura delle ultime volontà di Zavata, figlio del fu Antonio da Caneve[13]. Una compravendita del 17 aprile 1277 avvenuta a Civezzano rivela anche in quel luogo una presenza di emigranti di valle: una certa «domina Bonafemina», moglie del defunto notaio Martino «de Vestino», comprò per 4 lire veronesi un casale agricolo sito a Vallorchia[14].

Nella cittadina di Riva del Garda si stabilì una piccola ma operosa comunità di emigrati. Il 23 febbraio 1371, sotto il porticato del Comune, «Tonolo condam Iohannis de Vestino», riunito in pubblico consiglio con altri cittadini di Riva su mandato del podestà Giovanni di Calavena per conto di Cansignorio della Scala, partecipa all'elezione dei procuratori della comunità; il 12 febbraio 1417 «Antonii sartoris de Vestino condam Melchiorii» è convocato per l'elezione dei procuratori della comunità rivana nella vertenza con gli uomini di Tenno[15]. Tra il 1400 e il 1500 una forte emigrazione di manodopera costituita da mastri muratori, falegnami e lapicidi proveniente dai laghi lombardi interessò Verona e la sua provincia, e in special modo la Valpolicella: una parte di questi emigranti era originaria della Val Vestino e alcuni operarono nell'edificazione di casa Capetti a Prognol di Marano di Valpolicella[16].

Via di Sopra a Magasa; in fondo a destra la Cà dei Pitùr (Casa dei Pittori), probabile domicilio della famiglia d'artisti

A Venezia compare un certo Antonio di Domenico, pittore attivo tra il 1590 e il 1615. Attestato tra i pittori della Fraglia di Venezia, imparò i primi rudimenti dell'arte pittorica dal padre Domenico detto «Magasa», con il quale si trasferì dapprima nella Riviera di Salò e successivamente nella città lagunare. Poche sono le notizie biografiche e sconosciuta la produzione artistica, anche se è lecito supporre che abbia partecipato ai vari cantieri decorativi dell'edilizia civile veneziana; ignoto è pure il cognome, dato che nei documenti del tempo viene indicato come «figlio di Domenico Magasa», così da evidenziare l'origine della famiglia[17]. È ancora oggi visibile la presunta abitazione della famiglia, in via di Sopra, soprannominata «Casa dei pittori».

Nella valle del Chiese, a Storo, altri valvestinesi compaiono come testimoni in tre occasioni: il 5 settembre 1356, quando Pietro fu Bacchino da Moerna, a nome delle comunità di Val Vestino, Bollone e Magasa, si accorda con Giovanni fu «Gualengo» e Frugerio fu «Casdole», consoli della comunità di Storo, in merito ai diritti di pascolo sulla cima del monte Tombea[7]; il 3 aprile 1486, quando Giovanni di Pietro da Moerna e i fratelli Antonio e Zeno Zeni di Magasa sono presenti sulla pubblica piazza mentre gli storesi, riuniti in pubblica regola, costituiscono i loro procuratori presso il principe vescovo di Trento in relazione a decime su terreni incolti; e l'8 dicembre del 1491, quando Antonio di PietroBono e Pietro Porta, entrambi di Moerna, presenziano all'elezione dei procuratori di quella comunità presso il vescovo trentino Uldarico Frundsberg, in seguito all'assassinio del cappellano Giacomo[18]. Nel villaggio di Agrone di Pieve di Bono si trova nel giugno del 1536 un certo Cristoforo da Turano che presenzia a una compravendita tra un privato e il Comune, mentre il 25 marzo 1591 Domenico Zuaboni di Armo funge da testimone alla «regola» di quella comunità. Nel villaggio di Praso un atto notarile del 30 maggio 1663 informa che Caterina Maia, sorella del defunto curato don Giovanni, cedette al beneficiato don Pietro Ferrari da Poia diversi beni appartenuti in passato a una donna originaria di Magasa o moglie di un emigrante magasino, tra cui la metà di un terreno ortivo in località detta «Orto della Magasa» e una «Casa della Magasa che era di Vivaldo»[19].

Un'emigrazione stagionale come carbonai in Val di Fiemme è attestata il 29 maggio 1522, quando a Cavalese Bartolomeo Delvai, «scario», concede in locazione per un anno a Giovanni Zeni di Val Vestino il taglio del legname nei boschi di Scaleso; a Tremosine ne resta traccia nel microtoponimo di Aiàl del Magasì, «spiazzo del Magasino», luogo preposto alla produzione del carbone; nel 1569 a Mestriago, in Val di Sole, è documentato Valdino fu Giovanni de Vianellis di Magasa[20]. Il 13 marzo 1586 a Tiarno di Sotto, in Val di Ledro, il carbonaio Antonio fu Viano di Armo, dimorante nel comune, presenzia come testimone alla stesura del regolamento comunale riguardante lo sfruttamento dei boschi[21]. L'attività di carbonaio, praticata dai valvestinesi con una perizia riconosciuta, fu il principale veicolo di questa mobilità: i primi documenti relativi alla professione risalgono al XVII secolo, quando uomini della valle richiedevano alle autorità della Serenissima i permessi sanitari per recarsi a Firenze e a Venezia. Essi esercitarono il mestiere non solo in Italia ma anche nei territori dell'Impero austro-ungarico, in special modo in Bosnia, e negli Stati Uniti di fine Ottocento a Syracuse-Solvay[22].

A Trento, il 28 dicembre 1557, il maestro Bernardo fu Giovanni «Tornari» di Magasa stipula con il «dominus» Giovanni Maria fu Antonio Consolati il contratto d'affitto perpetuo di una porzione di casa sita nella Contrada del Macello Grande, al costo di una libbra di pepe e 9 carantani annui[23]. Tra il 1590 e il 1592, a Creto di Pieve di Bono-Prezzo, alla fiera di Santa Giustina di bestiame e prodotti caseari, la più grande delle Giudicarie, «forestieri» della Val Vestino operano sul mercato secondo quanto riportato dal registro del dazio vescovile[24]. A Pieve di Ledro, il 13 agosto 1603, nella casa del notaio Giovan Domenico Boninsegna di Prè, Giacomo fu Giovanni Bono di Armo, dimorante a Bezzecca, testimonia una quietanza di pagamento derivante da un'eredità[21].

Nel 1678, da Magasa, una famiglia Andreis emigra nel villaggio di Mignone di Costa di Gargnano; i suoi componenti erano soprannominati Magasì e Tadena, e nei secoli successivi i 140 discendenti risulteranno quasi tutti emigrati a Desenzano, Lumezzane, Tignale, Botticino, Milano e in Svizzera. Un testamento del 17 novembre 1785 di Giacomo Stefani fu Giovanni, detto Legher, di Magasa, rende infine noto che il fratello Giovanni «già nella sua gioventù abbandonò la Patria, e n'è da quella da 45 e più anni assente, senza che sia noto il luogo della sua dimora, vita, o morte»: solo dopo «diligenti perquisizioni» si poté appurare che dimorasse nell'isola di Corfù, possedimento della Repubblica di Venezia, arruolato nella milizia veneta[25].

L'osteria comunale

Per una piccola, isolata e antichissima comunità rurale di cinquecento anime come quella di Magasa, l'osteria comunale, detta anche «caneva», «hostaria» o «bettola», rappresentava un servizio pubblico di primaria importanza. Oltre a essere per i residenti un luogo di frequentazione, di aggregazione sociale, di svago e talvolta di trasgressione — non di rado vi si praticavano giochi proibiti e, di tanto in tanto, ci scappava anche qualche bestemmia o rissa — nonché luogo di ricovero e di ristoro per gli occasionali «forestieri» di passaggio, essa svolgeva anche il compito di smercio e di conseguente controllo dei prezzi dei generi di prima necessità, come il pane e il vino, evitando così spese onerose ai già poveri abitanti.

L'esercizio, di proprietà del Comune, era condotto in affitto da un oste normalmente chiamato «canevaro», e in tutto il territorio comunale era stabilito dalla pubblica vicinia che vi fosse una sola «caneva», al fine di garantire una discreta rendita finanziaria all'esercente e alla stessa comunità. I clienti non mancavano e gli affari procedevano egregiamente, e di ciò si rese conto anche il coadiutore del principe vescovo di Trento, Leopoldo Ernesto dei conti di Firmian, che nel luglio del 1750, in occasione di una sua visita pastorale ai comuni della Val Vestino, negli Atti Visitali scriveva fra l'altro: «Gli adulti sono più amanti delle bettole che memori della loro eterna salute». A Magasa raccolse le lagnanze di don Francesco Badinelli di Toscolano, curato del paese da circa due anni ed eletto dalla popolazione, riguardo all'assiduità dei suoi parrocchiani nel frequentare l'osteria pubblica, così come le feste e le combriccole sotto il portico del cimitero.

Le prime normative che regolavano la conduzione delle osterie comunali valvestinesi risalgono al 10 settembre del 1693 e sono contenute in tre capitoli degli statuti della Valvestino, confermati a Villa Lagarina dal conte Carlo Ferdinando Lodron. Era obbligo tassativo degli osti tenere chiusi i locali durante la celebrazione dei «divini uffici», ossia durante i vespri, le sante messe, l'insegnamento della dottrina cristiana e altre funzioni liturgiche. Era inoltre proibito «gioccare a qualsisia giocco, far lotti, vendere a ciarlatani e simili altri sviamenti, far caccie co' cani, tenere aperte botteghe e bettole, tener ridotti e far strepito e bagordi», e si raccomandava in particolare che «niun oste o bottegharo ardisca permettere il giuocco di mora, carte o altro nella di lui casa».

Talvolta erano gli stessi osti i primi a non sottostare agli ordinamenti, offrendo ospitalità, ristoro e giocando d'azzardo con i minori di venticinque anni d'età, i cosiddetti «figli di famiglia». Gli statuti prevedevano allora per «gli osti gioccatori», se colti in fallo, una pena pecuniaria di 5 lire planet, e disponevano che «niun oste della Valle possa dar da mangiare alli figli di famiglia, fuorché nel caso di necessità, più che per la somma di troni uno, altrimenti tutto quello che di più gli averanno dato s'intendi assolutamente perso». Con la proibizione del gioco era intenzione dei legislatori controllare l'ordine pubblico, poiché il giocatore era considerato un potenziale bestemmiatore, pericoloso per la collettività intera.

Il monopolio terminò solo verso la metà dell'Ottocento: risulta infatti che nel 1849 fossero in funzione in paese due esercizi privati e, in seguito, ben quattro «rivendite di vino, caffè e liquori» con undici esercenti al lavoro.

Credenze e stregoneria

A causa del suo stato selvaggio e del suo isolamento, nei secoli passati la Val Vestino era ritenuta dalla credenza popolare locale, di cultura contadina, ma anche da quella forestiera, una dimora di streghe, orchi, stregoni e diavoli, presunti responsabili delle terribili grandinate, intemperie e malefici che periodicamente si abbattevano sui paesi e sui poveri abitanti. Sorsero così nei secoli numerose leggende che, tramandate oralmente, furono raccolte in loco dal maestro Vito Zeni e pubblicate nel 1985[26]. A Magasa se ne conserva traccia in un toponimo a Cima Rest, lungo la mulattiera che scende a Cadria, la «fontana de la Stria», dove secondo i racconti arcaici si dissetava la strega; sulla cresta compresa tra la Bocca di Valle e la Bocca di Cablone esiste un pertugio denominato Büs de la Stria, mentre un altro luogo stregato è il Büs de le Strie, presso Costa-Mignone, un pozzo di 15 metri particolarmente temuto nel passato dagli abitanti, convinti che fosse abitato dalle streghe e risucchiasse i curiosi. Nella valle del torrente Personcino vi è un covolo detto dell'Orco, in quanto ritenuto dimora di questo essere mitologico. Nel 1913 il glottologo Carlo Battisti riportò nella sua ricerca sul dialetto della Val Vestino che gli abitanti di Magasa venivano soprannominati «Trombù», tromboni, e quelli di Persone «striù», stregoni[27].

La rivista «Lares» riportò in una ricerca del 1938, basandosi presumibilmente sugli studi in loco di Battisti, che «ancora nella metà del XIX secolo in alcuni paesi delle nostre montagne (Val Vestino) durava ancora la credenza che intorno ad alcuni alberi distinti per la loro grandezza e vetustà, si tenessero durante la notte raduni di streghe e stregoni, ed alcuni di quegli alberi furono abbattuti onde rendere praticabile ed abitabile quel luogo»[28].

I protagonisti della stregoneria non esistevano solamente nell'immaginario collettivo, ma erano persone reali, uomini e donne, che spesso venivano denunciati dai popolani alle autorità come fautori di riti e pratiche magiche. Le accuse cadevano di norma sulle fattucchiere, sui guaritori o su chi era affetto da malattie psichiche, ma taluni, per vendicarsi di torti subiti, indicavano questo o quell'altro individuo. Gli accusati venivano poi sottoposti al giudizio dei tribunali dell'inquisizione, ma anche a quelli ordinari, soliti utilizzare la tortura per fare confessare il presunto colpevole; il processo terminava per lo più con la condanna a morte al rogo, mentre per i reati più lievi erano previste pene pecuniarie o detentive.

Dal punto di vista storico non sono presenti negli archivi documenti riguardanti processi di stregoneria che abbiano coinvolto gente di valle anteriormente al XVIII secolo, diversamente da quanto riscontrabile nella valle del Chiese o a Nogaredo, allora territorio del Principato vescovile di Trento, dove nel 1647 furono condannate alla decapitazione otto donne del luogo, oppure nella Val Camonica veneta, con i noti processi celebrati tra il 1518 e il 1521 che si conclusero con 70 condanne a morte. L'ultima condanna a morte nel Principato vescovile di Trento risale al 18 marzo 1717, con l'esecuzione, mediante taglio della testa e rogo del corpo, della strega Domenica Pedrotti detta Zambella a Villa Lagarina, feudo della famiglia Lodron di Castellano e Castelnuovo retto da Carlo Venceslao Lodron[29]. In Trentino fu solamente a Settecento inoltrato, con l'affermarsi dell'illuminismo e di una nuova cultura giuridica dovuta alle riforme di Maria Teresa d'Austria e di Giuseppe II, che si pose termine ai processi per stregoneria.

I legati pii: il sale e i Sacri Tridui

Alla devozione e alla previdenza collettiva di antico regime risalgono due istituti tuttora attivi nella comunità. Il Legato Dispensa Sale fu fondato in un anno imprecisato da benefattori magasini che, in punto di morte, misero a disposizione della collettività i propri averi — beni immobili da affittare o somme da investire — per finanziare l'acquisto del sale, bene allora prezioso e di difficile reperimento, da distribuirsi gratuitamente a ogni residente; in cambio gli abitanti erano tenuti a onorarne la memoria con preghiere e messe di suffragio. La distribuzione, di un chilogrammo per ogni residente maggiorenne di Magasa e Cadria, si tiene ancora nel mese di febbraio.

I Sacri Tridui consistono in tre giorni del mese di gennaio dedicati alla commemorazione dei defunti della comunità. Secondo lo storico bresciano Paolo Guerrini l'origine di questa tradizione nel Bresciano risale al 1727, quando i frati francescani osservanti del convento di San Giuseppe di Brescia celebrarono tre giorni a suffragio delle numerose vittime della guerra di successione spagnola nelle battaglie di Chiari (1701) e di Calcinato (1706)[30]. A Magasa furono introdotti in un anno imprecisato collocabile tra il 1744 e il 1755 dal sacerdote magasino don Giovanni Bertola (1722-1794), per circa vent'anni parroco di Capriano del Colle, e dal professor Pietro Angelo Stefani, direttore del seminario lodroniano di Salò[31].

Il mulino comunitario

L'attività molitoria presso il corso del torrente Magasino, in località Somalàf, sotto l'abitato, ebbe inizio attorno al 1200 e diede origine al toponimo di Molì, che sostituì progressivamente quello più antico di Somalàf. Il mulino disponeva di una macina per il granoturco e di una per il frumento, con una capacità produttiva compresa fra i 2 e i 6 quintali di farina nelle ventiquattr'ore. La mappa del catasto austriaco d'inizio Ottocento rileva anche un mulino a Cadria, distrutto dall'alluvione del torrente Setta nel primo decennio del secolo. L'attività cessò attorno al 1970 con l'ultimo mugnaio, Angelo Mazza Scarpèt, che vendette l'edificio a un acquirente della Riviera gardesana.

L'introduzione del fagiolo

Il fagiolo della Val Vestino, varietà locale della specie Phaseolus coccineus dai semi variamente colorati, fu introdotto in valle probabilmente nel XVII secolo da commercianti provenienti dalla pianura lombarda, dove era coltivato nei campi irrigui già dal Cinquecento. Non esistono tuttavia testimonianze documentarie della sua coltura in epoca anteriore all'Ottocento: neppure i documenti relativi all'occupazione francese della valle del 1796, che elencano i prodotti agricoli sequestrati alla popolazione, ne fanno menzione[32]. L'isolamento geografico e il particolare microclima hanno permesso alla varietà di conservarsi senza ibridazioni.

L'omicidio del curato Ascanio Glisenti (1759)

Via Dosso

Per Magasa e in generale per tutti i paesi della Val Vestino il Settecento fu un secolo difficile, non solo per il continuo alternarsi di guerre e conseguenti invasioni di truppe nemiche, ma anche per le frequenti carestie, le infezioni epidemiche e soprattutto per la diffusa criminalità, dovuta alla debolezza dei governi locali, veneziano e vescovile, incapaci di far rispettare le leggi. Questo stato di generale insicurezza sociale spinse gli abitanti a fortificare l'abitato: alle entrate furono posti cancelli in legno e in ferro, chiamati restei, sorvegliati da armati, mentre in ogni casa furono aperte delle feritoie a imbuto, dette spiarole, al fine di poter sorvegliare in sicurezza il transito di persone sospette ed eventualmente sparare contro i malintenzionati rimanendo protetti oltre il muro.

Archivio parrocchiale di Magasa: l'atto di morte di don Ascanio Glisenti

Il fatto criminale avvenne nella notte fra il 24 e il 25 settembre del 1759, quando il parroco di Magasa, don Ascanio Glisenti di Vestone, fu decapitato a scopo di rapina dal mugnaio locale, originario della Repubblica di Venezia e dalle generalità sconosciute. L'omicidio suscitò una sincera commozione e un grande scalpore sia in paese sia nei territori vicini: a memoria d'uomo, nella comunità non si ricordava un crimine così efferato e rivolto per giunta contro un sacerdote. La testimonianza dell'accaduto fu raccolta da padre Cipriano Gnesotti, religioso presso il convento dei Cappuccini di Condino ed eminente appassionato della storia delle Giudicarie[33].

Don Ascanio Glisenti fu sepolto nella chiesa curata di Sant'Antonio abate di Magasa il 28 settembre dal rettore di Val Vestino don Lorenzo Giovanni Viani di Turano, mentre il mugnaio, processato a Lodrone nello stesso anno, fu a sua volta decapitato, previo taglio della mano destra.

Il presidio dei confini nel 1799

Nel febbraio del 1799 il Magistrato Consolare di Trento incaricò il capitano Giuseppe de Betta di portarsi con una compagnia di 120 bersaglieri tirolesi a Magasa e Cadria, a presidio dei confini meridionali del Principato vescovile di Trento minacciati dall'invasione napoleonica[34].

L'età austriaca

La società e l'economia nell'Ottocento

Negli anni compresi tra il 1835 e il 1855 don Francesco Lunelli, insegnante di fisica all'Imperial Regio ginnasio liceale di Trento, compì un'indagine che permise una migliore conoscenza del Trentino attraverso lo studio delle tradizioni popolari e dei dialetti delle varie valli. Fu nell'Ottocento che nacquero all'estero e cominciarono a diffondersi anche in Italia gli studi etnografici; l'indagine del Regno Italico aveva praticamente sfiorato il Trentino senza penetrare in profondità nel suo tessuto, e il merito maggiore di Lunelli fu quello di riallacciarsi alle inchieste demologiche napoleoniche degli anni 1810-1811 raccogliendo i dati mancanti. Di Magasa e della valle scriveva fra l'altro:

«Val Vestina. Tal contrada è abbellita da sei villaggi che da occidente verso settentrione si succedono con questo ordine: Bolone, Moerna, Persone, Armo, Magasa e Turano che n'è la parrocchia. Il maggiore è Magasa che conta 485 abitanti e tutta la regione 1.430 […] tanta ivi essere la salubrità dell'aria che i Valvestini credono di morir anzi tempo se muoiono sessagenari. Essi sono grandi di statura, ben fatti […] Parlano un dialetto poco diverso da quei del Chiese.»

Quella di Lunelli fu la prima inchiesta etnografica condotta nel Trentino e in Val Vestino, ricca di dati e di particolari originali, un lavoro notevole per l'epoca vista la mancanza di mezzi finanziari e di documentazione metodologica[35].

Nei decenni antecedenti il 1840 il geografo e cartografo Attilio Zuccagni-Orlandini fu tra i primi ricercatori ad avventurarsi in valle, salendo da Bondone lungo la mulattiera del monte Cingolo Rosso, da lui definita «disastrosa», per completare il proprio studio del territorio trentino anche dal punto di vista statistico. Nella sua Corografia descrisse la valle come «di figura quasi circolare, coronata dai monti Stino, Cingolorosso, Alpo, Gazza o Tombea, Puria e Vesta», il cui bacino «contiene piccoli piani, poggetti e colline, bagnate alle falde dai rivi Personcino, Armarolo e Magasino»[36]. Confermava inoltre il primato demografico di Magasa, con 485 abitanti sui 1.430 della vallata, e osservava che «in generale le abitazioni sono d'aspetto assai decente e fabbricate con molta intelligenza d'arte»[36].

Quanto all'economia, Zuccagni-Orlandini annotava che gli abitanti coltivavano parte delle terre a grano ma in maggiore estensione a fieno, si dedicavano alla pastorizia allevando pecore, capre e soprattutto vacche, e impiegavano il tempo rimanente nella produzione di carbone, recandosi d'estate anche nelle valli limitrofe di Ledro, di Bono e del Bresciano. Raccoglievano granaglie per circa sei mesi dell'anno ed erano del tutto privi di vigne e di gelsi; vendevano fuori dal territorio grandi quantità di carbone, burro, formaggio, vitelli, capretti, vacche e miele, trovando smercio principalmente a Gargnano, Toscolano, Maderno e Salò, dove poi si procuravano i generi mancanti. Fra i prodotti naturali segnalava una specie di piccole trote pescate nell'Armarolo, dette «miniate» per le macchie aureo-argentine, e osservava che i valvestinesi, come quelli della Val di Ledro, traevano dalla caccia agli uccelli «e lucro e passatempo», spingendosi a venderli fino a Brescia[37].

La vendita dei marmi della chiesa cinquecentesca (1833)

Nel 1831 si provvide alla ristrutturazione della chiesa curaziale del comune di Ballino, oggi frazione di Fiavé, dedicata a Santa Lucia. I lavori prevedevano il rifacimento del coro e della sacrestia, ma, dati i costi esosi e le scarse risorse in cassa, nulla si fece oltre all'edificazione dell'altare della navata laterale dedicata alla Madonna. I marmi necessari al suo abbellimento furono acquistati a Magasa presso la chiesa curaziale di Sant'Antonio abate e provenivano dalla sottostante primitiva chiesa cinquecentesca, ormai abbandonata al culto da oltre un secolo.

I ventidue pezzi di marmo lasciarono Magasa alla fine di ottobre a dorso di muli verso il porto di Gargnano, furono caricati sul battello fino a quello di Riva del Garda e qui nuovamente messi a basto di muli, per essere inerpicati sui monti fino a Ballino. Il contratto di acquisto fu redatto il 29 ottobre a Magasa dal «fabbriciere» della parrocchia, Giovan Andrea Venturini, esattore ed ex vicario della comunità, e dal sindaco di Ballino, Giuseppe Fruner, e prevedeva il pagamento di 36 fiorini imperiali a saldo delle lastre e del trasporto fino al porto di Gargnano[38].

L'alluvione del 1850

Il 27 maggio e il 18 giugno 1850 furono giornate di piogge torrenziali e insistenti in tutta Italia; nel Bresciano tutti i torrenti uscirono dall'alveo, invasero campi e strade, rovinarono case e stalle, ma fu in agosto che una forte perturbazione atmosferica si abbatté nuovamente sul nord Italia causando danni ulteriori. Le cronache di Carlo Cocchetti riportano che la sera del 14 agosto un violento nubifragio colpì anche la Valle Trompia, con piogge copiose e ininterrotte per l'intera notte[39].

Anche la Val Vestino fu duramente colpita: la comunicazione stradale con la Riviera di Salò fu devastata e i ponti in legno del Pegòl, della Stretta, del mulino di Turano, della Fucina o di Nangù e dell'Hanèc, tutti nel territorio comunale di Turano, furono distrutti o severamente danneggiati. Il giovane podestà di Magasa, il dottor Giuliano Venturini, con lettera del 21 ottobre 1850 chiese al Capitano Distrettuale di Tione di intervenire al più presto, osservando che i ponti mantenevano «non solo la comunicazione di questo Comune con gli altri paesi della Valle di Vestino, ma eziandio colla Riviera limitrofa di Salò, con cui questi abitanti praticano il loro commercio».

Il capocomune di Turano rispondeva però il 21 novembre di non essere tenuto a concorrere nella ricostruzione dei ponti sul Toscolano, perché nessun atto antico lo prevedeva, e citava uno statuto di valle secondo cui «tutte le Terre di questa Valle di Vestino sono tenute, ed obbligate ad accomodare, e mantenere le strade, ed i ponti sopra i fiumi, ognuna cioè quelle o quelli che si ritrovano nel proprio tenere». Il Capitano ordinò allora «un comizio de' due comuni locali, onde stabilire quanto è di comune utilità», affinché la spesa non gravasse su uno solo di essi. Nei mesi successivi la strada fu riattata alla meglio e i ponti ricostruiti in legno, ma rimasero in stato precario fino a fine Ottocento, quando si procedette a un rifacimento in pietra dei manufatti e della viabilità.

La caccia ai disertori napoletani (1862)

Un episodio dell'inverno del 1862 si inserisce nel contesto nazionale del diffuso fenomeno della diserzione di giovani meridionali chiamati al servizio militare obbligatorio nel nord Italia, manifestatosi come risposta politica di dissenso al nuovo governo del Regno[40][41]. Il 9 gennaio la notizia della diserzione di alcuni soldati di origine napoletana di stanza a Salò, ex appartenenti alla disciolta armata borbonica, mise in allarme la Guardia Nazionale, innescando la caccia ai fuggitivi e ai loro complici lungo la linea di confine nella valle del Toscolano.

Il giornale «Il Faro» di Livorno riferì l'11 gennaio che tre pattuglie perlustrarono i monti e le strade del confine, ma ebbero «la malaugurata delusione» di apprendere che i disertori avevano poco prima varcato la frontiera, guidati da Antonio Salvadori di Bollone, suddito austriaco, arrestato come cooperatore alla fuga insieme a un certo Mazza di Magasa, anch'egli suddito austriaco[42]. Tra i disertori era diffusa la convinzione che, oltrepassato il confine con l'Austria, fosse possibile raggiungere il porto di Trieste, imbarcarsi per il sud Italia e unirsi al brigantaggio[43]; per i più la fuga si dimostrò di breve durata, e gli arrestati in Trentino venivano reclusi nella fortezza di Verona e riconsegnati alle autorità militari italiane[44].

La campagna garibaldina del 1866

Nel luglio 1866 si accamparono a Magasa i garibaldini del 2º Reggimento Volontari Italiani, comandato dal tenente colonnello Pietro Spinazzi, nel corso della terza guerra d'indipendenza. Il reggimento partecipò successivamente all'assedio del Forte d'Ampola e alla battaglia di Pieve di Ledro[45]. Al termine del conflitto Magasa restò tra i comuni assegnati all'Impero austro-ungarico.

Il confine di Stato, le dogane e il contrabbando

Il contrabbando delle merci per evitare i dazi di importazione fu un problema secolare per gli Stati confinanti con la Val Vestino. Già nel 1615 il provveditore veneto di Salò, Marco Barbarigo, riferiva che «non si ha potuto usare tanta diligenza che non se sia passato sempre qualcuno per quei sentieri scavezzando i monti per la Val di Vestino», allertando il Consiglio dei Dieci sulla permeabilità dei confini montani, pericolosa nel caso di passaggio di banditi, contrabbandieri o persone che violavano le misure di quarantena[46].

Un casello di dogana esisteva già dal 1859, a seguito della cessione della Lombardia al Regno d'Italia, sul Dosso di Vincerì, dove sorge l'attuale diga del lago di Valvestino: il 30 dicembre di quell'anno Vittorio Emanuele II istituì nelle province lombarde gli uffici di dogana a Gargnano, Salò, Limone, Anfo, Ponte Caffaro, Bagolino e Hano (Capovalle). La circolare del 20 febbraio 1860 stabiliva inoltre nella provincia di Brescia una nuova sezione della Guardia di finanza con comando a Salò[47]. Nel 1874, con il riordino delle dogane, il casello fu spostato più a nord in località Patoàla e denominato Casello di Gargnano, con due sezioni a Bocca di Paolone e a Hano; le caserme sul monte Vesta e a Bocca Paolone furono costruite nel 1882, completando insieme a quelle di Coccaveglie, del Passo dello Spino e della Costa di Gargnano la cinturazione della valle.

I trattati commerciali con l'Austria-Ungheria del 1878 e del 1887 introdussero agevolazioni per alcuni prodotti pastorali importati dalla Val Vestino, purché accompagnati dal certificato d'origine: la dogana della Patoàla e le sezioni di Bocca di Paolone e Comione dovevano ammettere con una riduzione del 50 per cento sul dazio 25 quintali di formaggio, 65 di burro e 30 di carne fresca. Nel 1892 queste esenzioni furono criticate in sede parlamentare come una «parzialità di trattamento» a favore di determinate province[48]. L'Annuario Genovese del 1897 precisava che il burro della valle importato per la dogana di Casello era ammesso al dazio di 6,25 lire il quintale se fresco e 8,75 se salato, fino a 65 quintali annui[49].

Il contrabbando restava tuttavia diffuso. Una relazione dell'amministrazione delle gabelle del 1886 affermava che esso era favorito dall'aggravamento delle tasse di produzione, dei dazi di confine e del prezzo dei tabacchi, e che i pochi agenti dislocati sull'estesa frontiera non erano in grado di contenere «la fiumana di contrabbando irrompente con sfrontata audacia»[50]; furono così istituite nuove brigate di finanza, tra cui a Idro e a Gargnano. Lo storico toscolanese Claudio Fossati scriveva nel 1894 che il contrabbando dei valvestinesi era l'unico stimolo a violare le leggi, in quanto fomentato dalle ingiuste tariffe doganali, dai facili guadagni e dalla povertà degli abitanti[51]. Nello stesso anno sono documentati diversi sequestri operati dai militi del Casello di Gargnano e della sezione di Bocca di Paolone, con premi in denaro ai finanzieri[52].

Donato Fossati raccolse la testimonianza di Giacomo Zucchetti detto «Astrologo» di Gaino, ex milite della Regia Guardia di Finanza in servizio nella zona di confine tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, secondo cui i contrabbandieri, due volte la settimana e in poche ore, superata la montagna di Vesta e discesi a Bollone, ritornavano carichi di tabacco, zucchero e specialmente alcol, che rivendevano ai produttori di acqua di cedro della Riviera di Salò[53]. Per importare merci dal basso lago di Garda i contrabbandieri di valle si avvalevano invece dell'approdo isolato della «Casa degli Spiriti» a Toscolano Maderno, salendo poi per il ripido sentiero di Cecina.

L'emigrazione oltreoceano

1900: Antonio Zeni Tonel, in alto a sinistra, emigrante negli Stati Uniti

La mancanza di lavoro in loco fu la causa, tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, di un intenso fenomeno di emigrazione, dapprima temporanea e poi permanente, diretta soprattutto verso gli Stati Uniti d'America: nel periodo compreso tra il 1870 e il 1925 si contarono circa duecento partenze.

Dall'indagine storica di don Lorenzo Guetti, fondatore del cooperativismo trentino, risulta che i primi valvestinesi, in maggioranza magasini, emigrarono in un anno imprecisato compreso tra il 1870 e il 1880[54]. Il primo emigrante documentato tramite lista di sbarco fu il giovane turanese Domenico Corsetti (1869-?), che nel 1880, a soli undici anni, sbarcò nel centro immigrazione di Castle Garden (oggi Castle Clinton) a New York, restandovi tredici anni consecutivi. Il primo magasino a presentarsi nella baia di New York, sbarcando il 28 aprile del 1882 dalla nave France proveniente dal porto di Le Havre, fu Gabriele Giovanni Mazza, che si stabilì come contadino nella cittadina industriale di North Adams, nel Massachusetts[55].

Contemporaneamente iniziò anche l'emigrazione verso il Sud America, che tuttavia non raccolse molti entusiasmi tra i valligiani, forse scoraggiati dal viaggio in nave di circa trenta giorni: il conteggio si riduce a diciassette persone espatriate tra il 1870 e il 1914[54]. Le prime notizie sulla presenza magasina in Argentina risalgono al 3 settembre del 1887, quando Pietro Salvi detto Tornidùr (1851-1888) e Giovanni Andrea Venturini detto Putei sbarcarono nel porto di Buenos Aires. Giovanni Zeni detto Pessenà (1849-1896), emigrato in Uruguay e sbarcato nei primi mesi del 1883 a Montevideo con la moglie Maria March detta Zanarina († 1926), morì di febbre tifoide nel 1896 nel villaggio di Carmelo, lasciando orfani i due figli nati in loco[55].

Negli Stati Uniti alcuni magasini scelsero di stabilirsi a New York, lavorando nell'edilizia come muratori, manovali e carpentieri, in condizioni di vita che Adolfo Rossi descriveva nel 1894 come degradate e sovraffollate nel quartiere dei Cinque punti[56]. Gli altri si divisero in due direttrici migratorie: la prima privilegiò gli Stati della costa orientale — New York, Massachusetts, Ohio, Pennsylvania, Illinois e Vermont — mentre la seconda si spinse verso la costa occidentale, nel Nevada, in California e più a nord nello Stato di Washington. Le città preferite furono North Adams, Solvay-Syracuse e Wappingers Falls nello Stato di New York, Readsboro nel Vermont e Alliance nell'Ohio, dove già da tempo amici o parenti si erano stabiliti all'interno di laboriose comunità trentine e bresciane[55].

Il mestiere di carbonaio, esercitato in patria da secoli, fu praticato dai valvestinesi anche fuori d'Italia: nei territori dell'Impero austro-ungarico, in special modo in Bosnia, e negli Stati Uniti di fine Ottocento a Syracuse-Solvay[57].

Il mancato collegamento con Storo

Fra il 1897 e il 1898, dopo la grande alluvione del 1892 che aveva compromesso la viabilità di valle, il governo austriaco, la provincia di Trento e i comuni valvestinesi diedero il via ai lavori di rifacimento della storica mulattiera che dal casello di confine della Patoàla univa i sei paesi con otto ponti, di cui sei in pietra, proseguendo da Turano fino a Baitoni di Bondone sul lago d'Idro[58].

Agli inizi del Novecento i comuni si impegnarono per migliorare definitivamente il collegamento con Storo, poiché la valle risultava «come tagliata fuori dal rimanente della Provincia di Trento», tanto che per accedervi evitando «sentieri da capre» occorreva attraversare il territorio del Regno d'Italia. Il progetto prevedeva una strada da Storo a Baitoni per 5,6 chilometri, poi altri 10 chilometri fino alla Bocca di Valle con una pendenza media del 10 per cento, e infine 4,5 chilometri fino a Magasa; il comune di Magasa osservava però che sarebbe stata più opportuna la comunicazione lungo la strada di valle verso il Garda[59]. La strada carrozzabile non fu mai costruita e nel 1908 Cesare Battisti, percorrendo a piedi la mulattiera, la definiva nella sua guida «assai disagevole».

Nel 1910 Magasa fu visitata dall'arciduca Eugenio d'Austria.

Una «repubblica dimenticata»

Nell'aprile del 1909 il Bollettino italiano di Legislazione e Statistica Doganale e Commerciale pubblicò un articolo sulla Val Vestino che ebbe eco in Europa e in particolare in Spagna, dove fu ripreso dal Boletín de la R. Sociedad Geográfica de Madrid. Vi si descriveva la valle come una piccola repubblica non riconosciuta dai potenti vicini né inclusa nelle carte dell'Austria o dell'Italia, priva di governatore e di amministrazione di qualsiasi specie, i cui giovani prestavano servizio militare in Austria senza però pagarle alcuna contribuzione, e i cui abitanti erano «italiani di lingua, di razza e di idee»[60]. La descrizione, di carattere giornalistico, non corrisponde all'effettivo ordinamento amministrativo della valle, che era parte a tutti gli effetti del distretto di Condino.

Hans Reinl e il Campanile Caplone

A sinistra il Campanile Berlinghera, alla sua destra il Torrione omonimo

Il 12 aprile del 1903 l'alpinista austriaco Hans Reinl (1880-1957), ingegnere minerario di origine boema e padre del futuro regista Harald Reinl, fu il primo a scalare in solitaria uno degli speroni rocciosi del monte Caplone, denominandolo Campanile Caplone e attribuendogli il I grado di difficoltà; ne diede poi notizia in una relazione ai club alpini austriaci e tedeschi[61]. La vetta raggiunta consiste probabilmente nel torrione detto Cima Büs de Balì (1736 m) o nel Campanile Berlinghera (1720 m)[62]. Reinl, che apparteneva alla cerchia di alpinisti sportivi gravitante attorno a Paul Preuss e prediligeva le salite in solitaria con pochi ausili, documentò le proprie imprese sulle vette che circondano il lago di Garda in un articolo del bollettino del club alpino di Vienna del 1909.

Il Campanile Berlinghera, di aspetto dolomitico e alto 70 metri, si trova a est di Cima Berlinghera e della vetta del Caplone; fu scalato da Francesco Coppellotti detto «Nino» nel 1908 salendo per un largo camino con passaggi di II e III grado[63].

Cesare Battisti e Tullio Marchetti

Cesare Battisti, spinto dai suoi studi geografici e sociologici ma probabilmente anche da fini informativi a sostegno dell'Italia, visitò la Val Vestino nel 1908, salendo da Bondone la mulattiera fino a Bocca di Valle per poi scendere a Persone, Turano e Moerna. Nella sua Guida delle Giudicarie del 1909, dopo aver raccolto informazioni tra gli anziani del posto, scrisse fra l'altro che «Valvestino è una Valle che fa parte del Trentino e, quindi, dell'Austria. Allorché, nel 1860, si venne alla delimitazione dei confini fra Austria e Italia, la prima lasciò ai paesi della Valvestino il diritto d'opzione; ed essi dichiararono fedeltà al governo austriaco»[64]. Battisti contribuì ulteriormente allo studio sociologico della valle con uno scritto sull'attività dei carbonai e sulla loro migrazione temporanea in Alta Italia e in Europa[65].

La zona, come tutto il Trentino sud-occidentale, suscitò in quegli anni una particolare curiosità investigativa da parte delle autorità militari italiane, e nel 1911 fu nuovamente percorsa, sotto le mentite vesti di un alpinista, dall'ufficiale degli alpini e agente del servizio informazioni Tullio Marchetti. Ai vertici dell'esercito il generale Tancredi Saletta aveva infatti rispolverato il vecchio piano del generale Enrico Cosenz, secondo cui, in caso di conflitto con l'Austria-Ungheria, occorreva agire sul saliente delle valli di Sole, di Non e della Val Vestino, occupandole prima di attaccare sull'Isonzo. Marchetti si coordinò con altri ufficiali attivi nella regione, come il trentino Aristide Manfrin e il capitano dei carabinieri Giacinto Santucci[66], e predispose negli anni una serie di monografie a carattere geografico-militare, corredate di schizzi, trasmesse al Comando del Corpo di Stato Maggiore di Roma. In uno scritto privato degli anni cinquanta definì ironicamente Magasa «una metropoli», vista la sua esigua popolazione.

La prima guerra mondiale

Giovanni Zeni, soldato austriaco in servizio di leva a Bressanone nel 1888 circa

Sulla base delle informative raccolte, nei mesi precedenti l'entrata in guerra dell'Italia lo Stato maggiore del Regio esercito confermò in due riunioni tenute a Verona e a Brescia l'intenzione di «eliminare il saliente della Val Vestino» dalla presenza di truppe austriache.

Cima Gusaur e Cima Manga furono conquistate dai bersaglieri del 7º Reggimento nel primo giorno del conflitto, il 24 maggio 1915, sotto la pioggia. Il reggimento, inquadrato nella 6ª Divisione di fanteria del III Corpo d'Armata e composto dai battaglioni 8º, 10º e 11º bis, aveva l'ordine di raggiungere la prima linea Cima Gusaur-Cadria e poi quella Bocca di Cablone-Cima Tombea-monte Caplone. Il 20 maggio i tre battaglioni avevano raggiunto Liano e Costa di Gargnano, Gardola a Tignale e Passo Puria a Tremosine; il 24 avanzarono da Droane verso Bocca alla Croce sul monte Camiolo, Cima Gusaur e l'abitato di Cadria. Lo stesso giorno, da Cadria, il comandante colonnello Gianni Metello segnalò al Comando del Sottosettore delle Giudicarie che non si trovava traccia di lavori realizzati in valle dal nemico, le cui truppe si erano ritirate al di là della Val di Ledro, e che nella zona, priva di risorse e abitata soltanto da vecchi, donne e fanciulli, si soffriva la fame. Il giorno seguente i bersaglieri raggiunsero il monte Caplone e il monte Tombea senza incontrare resistenza[67].

Al seguito della truppa vi era lo scrittore Mario Mariani, corrispondente di guerra de Il Secolo[68]. Il giornalista Lorenzo Gigli, inviato speciale al seguito dell'avanzata, scrisse che l'occupazione della zona tra il Garda e il lago d'Idro avvenne senza combattere e che le popolazioni accolsero festosamente i soldati italiani; a Magasa, però, i nostri «trovarono tutte le case chiuse» e l'unica persona che si poté vedere fu una vecchia, la quale, richiesta se fosse contenta dell'arrivo degli italiani, rispose «con voce velata dalla paura»: «E se quelli tornassero?»[69].

Il 27 maggio i bersaglieri occuparono più a nord Cima Spessa e Dosso dell'Orso e il 2 giugno il Costone Santa Croce, il monte Tremalzo e la Bocchetta di Val Marza; il 22 ottobre il 10º battaglione entrò in Bezzecca, Pieve di Ledro e Locca. Tra il 7 e il 9 novembre 1916 i battaglioni arretrarono a Storo e di là a Vobarno, per proseguire in treno verso Cervignano del Friuli[67]. Nel luglio 1917 transitò da Magasa, proveniente da Capovalle, anche il re Vittorio Emanuele III, in ispezione alle linee fortificate della valle.

Il massiccio del monte Tombea-Caplone fu fortificato con chilometri di strade, trincee, caverne e postazioni di cannoni e mitragliatrici, divenendo la seconda linea di difesa a protezione della pianura Padana.

Dal primo dopoguerra alla ricostituzione del comune

Il passaggio all'Italia

Al termine della prima guerra mondiale Magasa fu aggregata al Regno d'Italia; il territorio della Val Vestino divenne ufficialmente italiano il 10 settembre 1919 con il trattato di Saint-Germain. Verso il 1934 fu posizionata, per volontà dell'allora segretario comunale di Turano, una targa lapidea all'inizio della Valle del Droanello, in località Lignago, a indicare il vecchio confine tra il Regno d'Italia e l'Austria-Ungheria; la lapide fu ricollocata nel 1962 con la costruzione dell'invaso artificiale, mentre l'edificio della vecchia caserma della Patoàla, dismesso nel 1919, è oggi sommerso dalle acque della diga.

Gli oppositori del fascismo

La consultazione del database «Gli oppositori al fascismo» dell'Archivio del Novecento trentino rivela che nel fascicolo conservato presso il Casellario Politico Provinciale dell'Archivio di Stato di Trento sono contenuti i nomi degli antifascisti della valle. Santo Zeni detto Catòla, di Magasa, classe 1911, contadino, il 24 marzo del 1929 fu schedato come antifascista per avere imbrattato i manifesti del listone fascista e l'immagine di Benito Mussolini con sterco di animale, in concorso con Mario Venturini Gàmbal: arrestati e tradotti alle carceri della pretura di Condino, Venturini fu rilasciato in quanto minorenne, mentre Zeni fu schedato e radiato solo nel 1933. Giovanni Grandi, nato a Persone nel 1895, fabbro, di orientamento socialista, fu diffidato nel 1930 e radiato nel 1933.

Avverso al fascismo fin dal suo manifestarsi fu anche Bortolo Zeni Breghèla detto Matèl (1902-1983), boscaiolo di idee socialiste, che nel 1921 a Vobarno fu aggredito dalle camicie nere, picchiato e costretto a bere l'olio cotto dell'automobile[70].

Giuseppe Monti, nato a Valvestino il 27 agosto del 1922, figura fra i deportati politici bresciani nei campi di concentramento tedeschi. Arrestato in circostanze e data non accertate, fu deportato a Flossenbürg (matricola 43648) il 23 gennaio 1945 con il trasporto n. 118, partito dal campo di raccolta di Bolzano-Gries; classificato come deportato politico, fu trasferito il 3 febbraio nel sottocampo di Porschdorf e il 20 marzo in quello di Leitmeritz, entrambi liberati l'8 maggio 1945[71]. Il nominativo non compare tuttavia negli archivi anagrafici o parrocchiali di Valvestino, e sono ignoti il luogo e la data del decesso.

Gli alpini e la memoria dei caduti

Il gruppo ANA di Magasa fu costituito il 21 novembre 1937 dal sottufficiale della Divisione alpina «Julia» Ermenegildo Venturini, caduto nella ritirata di Russia nel gennaio del 1943; sciolto durante la guerra, fu ricostituito nel 1950. Alla campagna di Russia presero parte anche i magasini Federico Venturini e Narciso Zeni, quest'ultimo proposto per la medaglia d'argento al valor militare, inquadrati nel battaglione alpini «Vestone», nella 55ª compagnia al comando del sergente Mario Rigoni Stern.

Il monumento ai caduti fu edificato nel 1947 per decisione dell'assemblea degli alpini e restaurato nel 1966 con la consulenza stilistica di Italo Maroni, architetto di Gabriele D'Annunzio. È costituito da un sacello con due lapidi marmoree recanti i nomi dei caduti di Magasa e di Cadria: quelli della prima guerra mondiale, combattuta nelle file dell'esercito austro-ungarico, e quelli della seconda guerra mondiale. La facciata è formata da due archi congiunti che simboleggiano l'incontro nella steppa, durante la ritirata, dei battaglioni «Vestone» e «Valchiese» della Divisione alpina «Tridentina», che contribuirono allo sfondamento delle linee sovietiche nella battaglia di Nikolaevka.

L'ultimo duello aereo sul lago di Garda (1945)

Nella tarda mattinata di mercoledì 14 marzo 1945 il maggiore Adriano Visconti, comandante del 1º Gruppo caccia "Asso di bastoni", decollò con altri sedici Messerschmitt Bf 109 dall'aeroporto Campo della Promessa di Lonate Pozzolo in direzione del lago d'Idro. Alle 11.15 la formazione intercettò a 6.000 metri di quota, nella zona compresa tra Cadria, Cima Mughera e monte Puria, un gruppo di B-25 Mitchell del 321st Bomber Group che rientrava a Pisa dopo il bombardamento del ponte ferroviario di Vipiteno; gli otto P-47 Thunderbolt di scorta del 350th Fighter Group attaccarono a loro volta i caccia italiani.

Nel corso del breve combattimento un Bf 109 colpito al motore si schiantò a San Vigilio di Concesio, uccidendo il sergente maggiore Giuseppe Chiussi, mentre un altro, pilotato dal sergente Domenico Balduzzo, cadde in località Naveze a Pieve d'Idro. Visconti attaccò frontalmente il Thunderbolt del tenente Charles Clarke Eddy, rivendicandone l'abbattimento, ma fu a sua volta colpito e ferito al volto dalle schegge del proprio parabrezza e costretto a lanciarsi con il paracadute, atterrando nei pressi del cimitero di Costa di Gargnano. Il bilancio della giornata fu negativo: tre piloti italiani morti e uno ferito, tre aerei abbattuti e sei danneggiati, a fronte di un solo P-47 danneggiato[72]. Il velivolo americano rientrò infatti alla base con danni ed era di nuovo operativo il 2 aprile successivo[73].

L'aereo di Visconti cadde a sei chilometri di distanza sulle montagne della Valle del Droanello, tra i territori di Valvestino e Tignale, dando origine a un incendio boschivo; a Magasa, in località Rì, precipitò un serbatoio supplementare non identificato[74]. Alcuni frammenti riconducibili al velivolo furono ritrovati sulle montagne di Tignale, a Cima Carbonere, e identificati nel 2019[75].

La soppressione e la ricostituzione del comune

Durante il regime fascista, nel 1928, il comune autonomo di Magasa fu soppresso e aggregato al comune di Valvestino, il quale passò nel 1934 dalla provincia di Trento, alla quale Magasa era fino ad allora appartenuta, alla provincia di Brescia, in Lombardia. Nel secondo dopoguerra, con la caduta del fascismo, Magasa riconquistò la propria autonomia comunale, sancita nel 1947 e operativa dal 1º gennaio 1948.

Il 6 agosto 1964, con bolla apostolica che dispose la modifica dei confini dell'arcidiocesi di Trento e delle diocesi di Bressanone, Belluno, Brescia e Vicenza, la parrocchia di Magasa passò dall'arcidiocesi di Trento alla diocesi di Brescia.

Note

  1. ↑ Zorzi1950.
  2. ↑ Odorici1856.
  3. 1 2 Baioni2019, p. 17.
  4. ↑ Seifert1950, pp. 303-309.
  5. ↑ VitoZeni1993.
  6. ↑ Zeni2007.
  7. 1 2 Koinè2008.
  8. ↑ A.C. Storo, pergamena n. 21, 1405, 21 agosto: «Lite, compromesso fra la comunità di Storo e quelle di Magasa, Armo, Persone, Moerna e Turano nella Val Vestino causa la lite per i rispettivi confini del monte Tombea». Il testo latino integrale è edito in Bianchini2009, pp. 1-6.
  9. 1 2 Bianchini2009, pp. 1-6.
  10. ↑ Bella2020, p. 20.
  11. ↑ Nella seconda metà del XIV secolo la casata dei Lodron si era divisa in due rami: quello di Castel Lodrone, guidato da Pietro Ottone (1381-1411) di Pederzotto di Lodrone, chiamato anche Pietrozotto in alcuni documenti, detto «il Pernusperto» oppure «il Potente», e quello di Castel Romano. Pietro, uomo d'arme in perenne lotta contro la famiglia dei D'Arco per il possesso delle Giudicarie, sostenne lealmente il vescovo di Trento e il suo vicariato fu ben ripagato: il 7 novembre 1385 il vescovo Alberto di Ortenburg infeudò il castel Lodrone ai fratelli Pietrozotto, Alberto, Albrigino, Iacopo Tomeo e Parisio. L'11 aprile e l'8 giugno 1391 il vescovo Giorgio di Liechtenstein lo investì con il fratello Albrigino del castello di Lodrone e della riscossione di varie decime; il 24 novembre 1399 tutti i feudi di Lodrone, compresi Castel Romano e le sue pertinenze, furono investiti a Pietro dal vescovo Giorgio. Il 2 aprile 1407 figura a fianco di Rodolfo de Belenzani nella rivolta contro lo stesso vescovo, imprigionato nella Torre Vanga. Cfr. Lodron1999, p. 173.
  12. 1 2 Zeni2007, pp. 45-59.
  13. 1 2 Gobbi1985.
  14. ↑ Belloni2004.
  15. ↑ ASRiva, capsa III e IV.
  16. ↑ Brugnoli2005, pp. 133-148.
  17. ↑ Favaro1975.
  18. ↑ IppolitiZatelli2001, pp. 203-204.
  19. ↑ Bianchini2015, p. 128.
  20. ↑ ArchivioTrentino1912, p. 71.
  21. 1 2 Bezzecca, pp. 18-19.
  22. ↑ Zeni2005; Battisti1913.
  23. ↑ OdorizziTomasoni2016.
  24. ↑ Archivio del Principato vescovile di Trento, sezione latina, SLC08N042_01.
  25. ↑ DiarioOrdinario1797, pp. 23-24.
  26. ↑ VitoZeni1996.
  27. ↑ (DE) Battisti1913.
  28. ↑ Lares1938.
  29. ↑ Cristoforetti2008.
  30. ↑ Guerrini1919.
  31. ↑ VitoZeni1987.
  32. ↑ VitoZeni1984.
  33. ↑ Gnesotti1980.
  34. ↑ Pattini1997.
  35. 1 2 Raffaelli1986, pp. 56-57.
  36. 1 2 ZuccagniOrlandini1840, pp. 176-177.
  37. ↑ ZuccagniOrlandini1840, pp. 223-224.
  38. ↑ RiccadonnaFranceschi2009.
  39. ↑ Cocchetti1858.
  40. ↑ ColpoDocchio1863.
  41. ↑ Cardillo2018.
  42. ↑ IlFaro1862.
  43. ↑ Pinto2019.
  44. ↑ Cardillo2019.
  45. ↑ Spinazzi1867; Zeni2006.
  46. ↑ Boccingher2020, p. 230.
  47. ↑ Raccolta1860, p. 627.
  48. ↑ Rassegna1892, p. 153.
  49. ↑ AnnuarioGenovese1897, p. 228.
  50. ↑ Gabelle1888.
  51. ↑ Fossati1894.
  52. ↑ BollettinoGdF1894, pp. 50, 470-471.
  53. ↑ DonatoFossati1944; DeRossi2010.
  54. 1 2 Guetti1888.
  55. 1 2 3 Zeni2005.
  56. ↑ Rossi1894.
  57. ↑ Zeni2005.
  58. ↑ VitoZeni2003, p. 55.
  59. ↑ CameraCommercio1902, pp. 8-9.
  60. ↑ BollettinoDoganale1909; BoletinMadrid1909.
  61. ↑ Petersen1903, p. 292.
  62. ↑ Nella parete sud del monte, nella Valle di Campei, esistono altri tre torrioni alla stessa altezza, privi di nome e di difficile accesso se non per cengia erbosa, possibili obiettivi alternativi di Reinl.
  63. ↑ Camerini2004, p. 256.
  64. ↑ Battisti1909.
  65. ↑ Battisti1913carbonari.
  66. ↑ Vento2010, p. 115.
  67. 1 2 Foglio2015.
  68. ↑ Mariani1915.
  69. ↑ Gigli1982, pp. 53, 60-61.
  70. ↑ VitoZeni1988, pp. 145, 153-154.
  71. ↑ MantelliTranfaglia2009; Tibaldi1994.
  72. ↑ Bianchi2015.
  73. ↑ DAmicoValentini1989; PesceMassimello1997.
  74. ↑ Lievi, p. 14.
  75. ↑ OltreLaLinea2019.

Bibliografia

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Voci correlate