Tragedia dei beni comuni

In economia, per tragedia dei beni comuni, o collettivi, si intende una situazione in cui diversi individui utilizzano in maniera eccessiva un bene comune per interessi propri e nella quale i diritti di proprietà non sono chiari. In questo caso l'utilizzo della risorsa è superiore a quello che si verrebbe a ottenere in una situazione di proprietà privata. Viene spesso indicato come il problema del free rider. Le inefficienze indotte da questa situazione hanno portato a coniarne il termine, introdotto nel 1968 da Garrett James Hardin in un suo famoso articolo dall'omonimo titolo, pubblicato su nº 162 di quello stesso anno dalla rivista Science.

L'affermazione che l'utilizzo incontrollato di un bene comune debba portare inevitabilmente ad uno sfruttamento eccessivo o esaurimento della risorsa è stata contestata da Elinor Ostrom, che sostenne come in determinate condizioni le comunità abbiano trovato dei sistemi per gestire in maniera sostenibile l'utilizzo delle risorse comuni. L'espressione inoltre non riconosce la distinzione tra risorse a libero accesso, dove chiunque è libero di sfruttare la risorsa, e risorse comuni, in cui esiste una qualche forma di proprietà condivisa e dove l'accesso è riservato ai membri di un determinato gruppo.

Caratteristiche

Quando si parla della tragedia dei beni comuni si immagina una situazione con le seguenti caratteristiche:[1]:

  • Il bene produce un flusso di risorse finite, che si rigenera con il tempo.
  • Il bene è rivale nel consumo, ossia l'utilizzo del bene da parte di un individuo ne riduce la disponibilità per gli altri individui.
  • Il bene è non escludibile, ossia è difficile impedirne l'utilizzo da parte di altri individui.
  • Gli individui sono razionali, cercano di massimizzare il proprio profitto in una prospettiva di breve periodo, e hanno livelli di informazione, tassi di sconto, cespiti e visioni simili.

Esempi precedenti

Nel 1833 l'economista inglese William Forster Lloyd pubblicò un opuscolo nel quale fece l'esempio dei pastori che condividevano un appezzamento di terreno comune su cui ciascuno di essi aveva il diritto di lasciare pascolare le proprie mucche. Nei villaggi inglesi, come anche nei paesi di montagna dell'Europa continentale, capitava che i pastori portassero a brucare le loro pecore nelle aree comuni, anche se le pecore mangiano molta più erba rispetto alle mucche. L'autore suggerì che la situazione potesse giungere ad uno sfruttamento eccessivo del pascolo, perché ogni pastore è nella condizione di ricevere un beneficio scaricando il relativo danno sulla risorsa comune, e se ognuno di essi prendesse questa decisione individualmente razionale la risorsa comune potrebbe essere esaurita o addirittura distrutta, a scapito di tutti.[2]

Il passaggio chiave è il seguente[2]:

(inglese)
«If a person puts more cattle into his own field, the amount of the subsistence which they consume is all deducted from that which was at the command, of his original stock; and if, before, there was no more than a sufficiency of pasture, he reaps no benefit from the additional cattle, what is gained in one way being lost in another. But if he puts more cattle on a common, the food which they consume forms a deduction which is shared between all the cattle, as well that of others as his own, in proportion to their number, and only a small part of it is taken from his own cattle. In an inclosed pasture, there is a point of saturation, if I may so call it, (by which, I mean a barrier depending on considerations of interest,) beyond which no prudent man will add to his stock. In a common, also, there is in like manner a point of saturation. But the position of the point in the two cases is obviously different. Were a number of adjoining pastures, already fully stocked, to be at once thrown open, and converted into one vast common, the position of the point of saturation would immediately be changed.»
(italiano)
«Se una persona conduce al pascolo più capi di bestiame nel proprio campo, la quantità di erba che viene consumata è sottratta da quella inizialmente a disposizione; inoltre, se precedentemente l'erba presente nel pascolo era appena sufficiente, allora il pastore non trarrà alcun beneficio dal condurre un maggior numero di capi di bestiame, dato che ciò che viene guadagnato in un modo viene perso in un altro. Ma se mette più capi di bestiame in un pascolo comune, l'erba consumata forma una perdita che è indirettamente condivisa tra tutto il bestiame, sia quello altrui che il proprio, in proporzione al loro numero, ma solo una piccola parte di questa perdita colpisce il proprio bestiame. In un pascolo chiuso, vi è un punto di saturazione, se così posso chiamarlo, una sorta di impedimento funzionale, oltre al quale nessun pastore prudente aggiungerà altro bestiame. Anche in un pascolo comune c'è alla stessa maniera un punto di saturazione. Ma la posizione di questo punto nei due casi è ovviamente differente. Se un numero di pascoli confinanti, già completamente pieni, fossero in una volta aperti e convertiti in un unico campo, la posizione del punto di saturazione cambierebbe immediatamente.»

Si noti che l'esempio di Lloyd è applicabile al caso di terre comuni il cui uso non sia normato (ad esempio sulle Alpi il fenomeno non avvenne in quanto normato meticolosamente a livello comunale), sebbene di solito il diritto allo sfruttamento del demanio inglese e gallese fosse al contrario strettamente regolato e riservato ai relativi "cittadini". Per esempio ad un cittadino che usava eccessivamente le terre comuni, magari esagerando col pascolo, la terra veniva "razionata", cioè si imponeva un limite al numero massimo di capi che ogni cittadino poteva pascolare. Queste regolamentazioni erano una risposta anche alle pressioni demografiche ed economiche, perché piuttosto che lasciare rovinare la terra se ne limitava più duramente l'uso, ma questa parte importante delle pratiche storiche è assente nei modelli economici di Lloyd e Hardin.[3]

Nel 1954 l'economista H. Scott Gordon propose una teoria economica per spiegare il funzionamento dell'industria della pesca che anticipa alcune delle conclusioni chiavi della tragedia dei beni comuni. Egli evidenziò come, mentre nel caso di una risorsa di proprietà privata l'intensità di estrazione dipende dalla produttività marginale, nel caso di una risorsa comune come un tratto di mare pescoso l'intensità di estrazione dipende dalla produttività media. In presenza di condizioni plausibili come una produttività marginale decrescente questo provoca una estrazione della risorsa superiore a quella del caso di una risorsa sotto controllo privato.[4] L'economista Anthony Scott prese spunto dall'articolo di Gordon e suggerì che le sue conclusioni fossero valide solamente nel lungo periodo, mentre nell'arco di una singola stagione non ci fossero differenze tra un tratto di mare di esclusivo utilizzo di un pescatore e uno condiviso con più utilizzatori.[5]

L'articolo di Garret Hardin

Nel 1968 l'ecologo e microbiologo Garrett Hardin esplorò questo dilemma sociale in The Tragedy of the Commons, pubblicato sulla rivista Science.[6] Hardin discusse su problemi che non possono essere risolti con mezzi tecnici, distinti da quelli con soluzioni che richiedono "un cambiamento solo nelle tecniche delle scienze naturali, chiedendo poco o nulla in termini di cambiamento di valori umani o idee di moralità".

Il problema della crescita demografica fu uno degli spunti di Hardin per il suo articolo.

Nel suo articolo, Hardin si concentrò sulla questione della crescita della popolazione umana e l'uso delle risorse naturali della Terra. Questi temi erano di grande attualità nel dibattito pubblico del tempo: risale allo stesso anno il popolare libro The Population Bomb di Paul R. Ehrlich che trattava le stesse questioni. Seguendo tale filone, Hardin rilanciò la tesi che un eccesso di crescita della popolazione avrebbe esercitato un inevitabile esaurimento delle risorse naturali.[7]

Hardin aveva assistito al periodo delle tempeste di sabbia negli Stati Uniti centrali degli anni 1930, note come dust bowl, causato da pratiche agricole che avevano contribuito all'erosione del suolo. Per questo motivo, negli anni 1950, sulla scia delle politiche agricole proposte dal governo federale per impedire il ripetersi del fenomeno, aveva promosso l'idea che l'uso delle risorse comuni dovessero essere gestite in maniera collettiva. Un altro aspetto che fu centrale nelle idee di Hardin per tutta la sua carriera fu l'adesione al neo-malthusianismo e alla promozione di politiche eugeneticiste. Fu membro della American Eugenics Society, di cui negli anni 1970 assunse anche ruoli direttivi. Il tema della gestione delle risorse comuni e la convinzione che fosse necessario controllare l'aumento della popolazione, anche tramite mezzi coercitivi, furono essenziali nell'ispirare le tesi del suo articolo.[8]

Secondo Hardin, se gli individui concentrano il loro interesse su se stessi e non sul rapporto della società e dell'uomo, il numero di figli che una famiglia potrebbe avere non è di interesse pubblico. I genitori che procreerebbero eccessivamente lascerebbero meno discendenti perché non sarebbero in grado di provvedere in modo adeguato per ciascun bambino. Tale feedback negativo si trova nel regno animale.[3] Hardin sostenne che se i figli dei genitori sconsiderati muoiono di fame, se il sovra-concepimento è la propria punizione, allora non ci sarebbe alcun interesse pubblico nel controllare il numero di concepimenti delle famiglie. Hardin ha accusato lo stato sociale per aver consentito la tragedia dei beni comuni; se lo Stato provvede per i bambini e supporta il sovraconcepimento come un diritto umano fondamentale, la catastrofe malthusiana è inevitabile.

Inoltre Hardin evidenziò anche la problematica delle persone che agiscono nel loro interesse razionale sostenendo che, se tutte le persone di un gruppo utilizzano i beni comuni per il proprio guadagno e senza alcun riguardo per gli altri, tutte le risorse potrebbero eventualmente ancora esaurirsi. Hardin argomenta contro l'uso della coscienza come mezzo di controllo per i beni comuni, spiegando che questo favorisce gli individui egoisti (spesso conosciuti come free riders) rispetto a chi è più altruista. Nel contesto di evitare l'eccessivo sfruttamento delle risorse comuni, Hardin conclude ribadendo la massima di Hegel (che è stato citato da Engels), "la libertà è il riconoscimento della necessità". Egli suggerisce che è la libertà completa la tragedia dei beni comuni. Riconoscendo risorse comuni, in primo luogo, e riconoscendo che, in quanto tali richiedono una gestione, Hardin ritiene che gli esseri umani "possono conservare e coltivare altre più preziose libertà."

Uno dei più noti passaggi dell'articolo descrive il problema della tragedia dei beni comuni facendo riferimento alla situazione di un pastore che porta al pascolo il suo bestiame.[7]

(inglese)
«Picture a pasture open to all. It is to be expected that each herdsman will try to keep as many cattle as possible on the commons...

As a rational being, each herdsman seeks to maximize his gain. Explicitly or implicitly, more or less consciously, he asks, “What is the utility to me of adding one more animal to my herd?” This utility has one negative and one positive component.

1) The positive component is a function of the increment of one animal. Since the herdsman receives all the proceeds from the sale of the additional animal, the positive utility is nearly +1.

2) The negative component is a function of the additional overgrazing created by one more animal. Since, however, the effects of overgrazing are shared by all the herdsmen, the negative utility for any particular decisionmaking herdsman is only a fraction of −1.

Adding together the component partial utilities, the rational herdsman concludes that the only sensible course for him to pursue is to add another animal to his herd. And another; and another... But this is the conclusion reached by each and every rational herdsman sharing a commons. Therein is the tragedy. Each man is locked into a system that compels him to increase his herd without limit—in a world that is limited. Ruin is the destination toward which all men rush, each pursuing his own best interest in a society that believes in the freedom of the commons. Freedom in a commons brings ruin to all.»
(italiano)
«Immaginate un pascolo aperto a tutti. È prevedibile che ogni pastore cercherà di tenere il maggior numero possibile di capi di bestiame sui terreni comuni...

In quanto essere razionale, ogni pastore cerca di massimizzare il proprio guadagno. Esplicitamente o implicitamente, più o meno consapevolmente, si chiede: "Qual è la mia utilità nell'aggiungere un altro animale alla mia mandria?" Questa utilità ha una componente negativa e una positiva.

1) La componente positiva è una funzione dell'incremento di un animale. Poiché il pastore riceve tutti i proventi della vendita dell'animale aggiuntivo, l'utilità positiva è quasi +1.

2) La componente negativa è una funzione del sovrapascolamento aggiuntivo creato da un animale in più. Tuttavia, poiché gli effetti del sovrapascolamento sono condivisi da tutti i pastori, l'utilità negativa per qualsiasi pastore che prende una decisione particolare è solo una frazione di −1.

Sommando le utilità parziali delle componenti, il pastore razionale conclude che l'unica scelta sensata da perseguire è quella di aggiungere un altro animale al suo gregge. E poi un altro, e un altro ancora... Ma questa è la conclusione a cui giunge ogni pastore razionale che condivide un bene comune. È qui che sta la tragedia. Ogni uomo è intrappolato in un sistema che lo costringe ad aumentare il proprio gregge senza limiti, in un mondo che è invece limitato. La rovina è la destinazione verso cui tutti gli uomini corrono, ciascuno perseguendo il proprio interesse in una società che crede nella libertà dei beni comuni. La libertà nei beni comuni porta alla rovina di tutti.»

Sebbene Hardin nel suo articolo menzionasse esplicitamente il lavoro di William Forster Lloyd di più di un secolo prima, non era a conoscenza degli articoli scritti da Gordon e Scott sul sovrasfruttamento delle risorse ittiche. Fu solo dopo la pubblicazione del suo articolo che gli furono fatti presenti gli studi di Gordon sul tema.[6][7][8]

L'impatto dell'articolo di Hardin fu in buona parte nell'aver coniato una frase efficace, "la tragedia dei beni comuni", che attirò l'attenzione sulla questione della gestione delle risorse comuni. D'altra parte, il contesto generale del suo lavoro, legato alla sovrappopolazione e sulla necessità di stabilire controlli sulla crescita demografica, venne sostanzialmente ignorato.[7]

Rappresentazione matematica

Si può sviluppare un modello matematico della tragedia dei beni comuni riprendendo il modello proposto da H. Scott Gordon nel caso dell'industria ittica.[4] Si considerino i seguenti elementi:

  • L'input o l'intensità di estrazione della risorsa, ad esempio il numero di battelli da inviare a pesca, rappresentata come .
  • La quantità di risorsa estratta, ad esempio la massa di pescato ricavato dalla pesca, rappresentata come .
  • La funzione di estrazione della risorsa, , che caratterizza la quantità di risorsa che può essere estratta data l'intensità di estrazione. È ragionevole assumere che tale funzione abbia rendimenti marginali decrescenti, ossia . Ad esempio, più battelli ci sono in un dato tratto di mare, minore sarà la quantità di risorsa aggiuntiva che si otterrà aggiungendo un altro battello.
  • Il costo di estrazione per ogni unità di . Tale costo si può assumere fisso, ad esempio il costo per inviare un battello a pesca.

Ipotizzando un tratto di mare di proprietà privata, in cui un inviduo abbia l'accesso esclusivo alle sue risorse, la decisione di quanti battelli inviare a pesca dipende dal rendimento marginale . Dati i rendimenti marginali decrescenti, il proprietario invierà battelli fino a quando , ossia fino a quando la quantità di risorsa aggiuntiva estratta dall'ultimo battello sarà maggiore uguale al costo di invio del battello stesso. Seguendo questa regola, nel caso di tratti di mare più pescosi, saranno in genere inviati più battelli, mentre in tratti di mare meno pescosi ne saranno inviati meno.

Nel caso di un bene comune, come è generalmente un tratto di mare, non si può escludere l'accesso alla risorsa. Nel caso della pesca ci sono quindi diversi agenti che devono decidere se inviare in una certa zona un battello o no. Differentemente dalla situazione di proprietà privata, tale decisione è basata non sul rendimento marginale, ma sul rendimento medio, , e nuovi partecipanti invieranno battelli fino a quando .

A causa dei rendimenti marginali decrescenti, anche il rendimento medio diminuisce con l'aumentare dei battelli, ma più lentamente rispetto al rendimento marginale. Dato che , nel caso del bene comune l'estrazione della risorsa (il numero di battelli) sarà maggiore che nel caso della proprietà privata. In questo caso infatti, la riduzione del rendimento marginale non è sostenuta da un individuo solo, ma distribuita su tutti i partecipanti.

Soluzioni

Come soluzione alla tragedia dei beni comuni, vengono tipicamente proposte tre categorie di soluzioni: la privatizzazione della risorsa, la sua regolamentazione da parte del governo, e la gestione comunitaria.[7]

Privatizzazione

A partire da Hardin stesso, la privatizzazione di una risorsa ad accesso aperto è stata vista come un modo per scongiurare il suo esaurimento.[6] Prendendo esempio dal caso della proprietà terriera, l'economista Harold Demsetz nel 1967 suggerì che assegnare diritti di proprietà a un singolo individuo potesse portare a un uso più efficiente di una risorsa rispetto a un caso di gestione comunitaria, dove secondo Demsetz sarebbe più difficile coordinarsi su uno sfruttamento ottimale del bene comune.[9] Anche gli economisti Terry Anderson and Gary Liebcap proposero l'istituzione di mercati delle risorse naturali basati su diritti di proprietà ben definiti, tutelati e trasferibili.[10] L'assegnazione di diritti di proprietà alle risorse naturali è appoggiata in particolare dai fautori del cosiddetto ambientalismo di libero mercato e da studiosi di area libertaria o conservatrice.[11][12][13][14]

Un leopardo in un ranch per fauna selvatica in Sudafrica.

Il caso dei ranch privati sudafricani incentrati sulla conservazione di specie selvatiche è un esempio di successo di come l'assegnazione di diritti di proprietà abbia evitato il sovrasfruttamento di una risorsa naturale. A partire dal XIX secolo infatti in Sudafrica la fauna selvatica era stata decimata prima dai coloni e poi dai proprietari agricoli che la vedevano come un potenziale pericolo per i propri allevamenti e in competizione per acqua e pascoli. A partire dagli anni 1950 e specialmente dopo l'approvazione nel Game Theft Act del 1991, che garantiva a un proprietario terriero la proprietà della fauna selvatica lì stanziatasi, vennero stabiliti diversi ranch privati indirizzati alla conservazione o all'uso ricreativo, turistico o commerciale della fauna selvatica. Si stima che negli anni 2000 in Sudafrica esistessero più di 10 000 ranch adibiti a questo scopo.[15][16] Tali ranch sono diffusi anche in altri paesi dell'Africa meridionale, come Namibia, Zimbabwe, Botswana e Zambia.[17]

La presenza di questi ranch viene generalmente riconosciuta come positiva per la protezione della fauna selvatica e dei loro habitat naturali, soprattutto a fronte delle limitate risorse governative adibite a questo scopo.[15][16][18] Esistono tuttavia delle problematiche relative a queste attività, che generalmente sono spinte da motivi commerciali invece che da motivi di preservazione delle specie animali in pericolo: priorità viene data alla conservazione di specie più richieste per l'ecoturismo o per scopi venatori, le specie predatorie vengono uccise, e le pratiche di gestione dei ranch a volte non seguono i principi di conservazione degli habitat e della biodiversità.[15][18]

In altri ambiti, l'impatto dell'introduzione della privatizzazione è meno chiaro. L'introduzione di diritti di proprietà fondiaria individuali sui terreni forestali non ha sempre lo stesso effetto sul tasso di deforestazione, che può aumentare, diminuire, o rimanere stabile.[19][20][21][22][23][24] Fondamentale è il contesto locale: quando la proprietà fondiaria rimpiazza un regime ad accesso aperto e quando i diritti di proprietà vengono resi più sicuri, si osserva una diminuzione della deforestazione, anche grazie alla possibilità di praticare un'agricoltura intensiva.[19][21][24] Quando la proprietà fondiaria rimpiazza un regime di gestione comunitaria, o quando il proprietario non appartiene alla comunità locale, la deforestazione aumenta.[19][20]

Nonostante alcuni esempi di successo, la privatizzazione come soluzione della tragedia dei beni comuni è soggetta a diverse critiche.[25] Una di queste riguarda la inapplicabilità di tale soluzione sul piano pratico. Ad esempio, la semplice assegnazione di diritti di proprietà su una risorsa non risolve la questione delle esternalità, dove le azioni di un agente hanno un impatto su un altro agente. Esempio di esternalità negativa è l'uso di fertilizzanti o pesticidi che contaminano le acque dei proprietari terrieri vicini. La possibilità che il problema delle esternalità possa essere risolto tramite una transazione privata tra le parti, ossia i cosiddetti pagamenti coasiani, richiede l'assenza di costi di transazione: al contrario, molte informazioni - chi è responsabile dell'esternalità, chi ne subisce le conseguenze, a quanto ammonta il danno - non sono immediatamente note e spesso il grande numero di persone coinvolte rende difficile arrivare in maniera spontanea a questo tipo di soluzioni.[25]

Un'altra osservazione riguarda l'effettiva capacità di un privato di evitare di consumare eccessivamente una risorsa. Molte risorse naturali esistono sotto forma di riserve, che si rigenerano nel tempo in base a complesse relazioni biologiche. Un privato che deve decidere quanta risorsa estrarre in un determinato periodo può non essere consapevole dell'effetto che le sue azioni hanno sulla riserva complessiva nel medio e lungo periodo. Questa parziale incapacità di prevedere l'impatto delle proprie azioni nel lungo periodo sul livello di una risorsa può portare a un suo sovrasfruttamento anche in assenza dei problemi tipici della tragedia dei beni comuni.[26]

Infine, alcuni autori sottolineano come anche in un regime di proprietà privata siano necessari degli interventi per assegnare e garantire i diritti di proprietà individuali su una risorsa. Tali interventi sono da una parte di responsabilità del governo, che deve definire e assegnare tali diritti, e successivamente deve farli rispettare tramite ad esempio il sistema giudiziario. D'altra parte, ciò richiede un certo livello di cooperazione tra individui nello stabilire tali diritti di proprietà e di riconoscerli. Perciò, anche nel caso di una privatizzazione delle risorse, è necessario un certo livello di intervento governativo e di cooperazione tra individui.[27][28]

Contingenti individuali

Un modo per ovviare alla tragedia dei beni comuni consiste nello stimare una quantità sostenibile di estrazione di una risorsa e poi distribuire i corrispondenti diritti di estrazione ai vari operatori del settore. Tali diritti sono noti come contingenti individuali o contingenti individuali trasferibili, a seconda che i diritti siano scambiabili tra diversi operatori o meno. Tale sistema è utilizzato soprattutto nel settore della pesca.[29]

Gestione comunitaria

Pescherecci a Puerto Peñasco. La comunità locale ha stabilito regole condivise per regolare l'attività peschiera.

In alcune circostanze le comunità di utilizzatori sono riusciti a stabilire una serie di regole condivise per lo sfruttamento controllato di una risorsa comune. Esistono diversi casi di successo, come la comunità di pescatori Seri e di Puerto Peñasco in Messico, le comunità di cacciatori e pescatori Amerindi nella Baia di James, alcune comunità di pescatori giapponesi o del Pacifico. Alcune di queste regole sono consolidate, ma altri sistemi di gestione comunitaria sono più recenti: è il caso delle comunità di pescatori a Alanya, le cooperative di pescatori del New Jersey e le comunità di contadini nel Andhra Pradesh. Persino nel medioevo esistevano regole condivise per lo sfruttamento di risorse comuni come i pascoli: ad esempio, l'utilizzo era consentito solo agli abitanti del villaggio e vigevano limiti sul numero di animali che un pastore poteva portare con sè.[30][31]

Secondo Elinor Ostrom, che assieme a altri studiosi ha documentato questi casi, il successo di questi sistemi di gestione comunitaria dipende dalle seguenti condizioni:[1][30]

  • Bassi tassi di sconto: gli utilizzatori pianificano di servirsi della risorsa per un lungo arco temporale. È il caso di membri di comunità radicate nel territorio.
  • Interessi omogeneei: gli utilizzatori sono un gruppo di persone accomunate da culture, abilità e tecnologie simili.
  • Bassi costi di comunicazione: è facile per gli utilizzatori interagire l'uno con l'altro.
  • Bassi costi per accordi vincolanti e monitorabili: è facile per gli utilizzatori stabilire regole condivise per lo sfruttamento di una risorsa, incluse sanzioni credibili per chi non rispetta gli accordi.


Critiche

Gestione autonoma dei beni comuni

Elinor Ostrom contestò il fatto che una risorsa comune venga in ogni caso sovrasfruttata se non sottoposta a un regime di proprietà provata o gestita da un organismo centrale. In particolare, Ostrom ritenne simplicistico pensare alla tragedia dei beni comuni nel modo in cui Hardin l'aveva presentata, ossia come un fenomeno universale. Al contrario, in determinate circostanze è possibile che un gruppo di utilizzatori possa stabilire autonomamente delle regole condivise per risolvere il problema dello sfruttamento eccessivo di una risorsa.[1][30]

Terminologia

Occorre notare che vi è un'importante confusione nel termine "beni comuni", come ebbe a riconoscere Hardin stesso[32]. Tra i primi che la notarono vi furono Ciriacy-Wantrup e Bishop (1975)[33] che ricordarono l'importante distinzione tra risorse comuni (commons) e risorse a libero accesso (open access). Scrissero infatti:

(inglese)
«economists are not free to use the concept “common property resources” or “commons” under conditions where no institutional arrangements exist. Common property is not “everybody's property” (...). To describe unowned resource (res nullius) as common property (res communes), as many economists have done for years (...) is a selfcontradiction.»
(italiano)
«gli economisti non sono liberi di utilizzare il concetto di "risorse di proprietà comune" o di "beni comuni" per le cui condizioni non esistano accordi istituzionali. La proprietà comune non è "il bene di ciascuno" (...). Descrivere una risorsa di cui nessuno è formalmente proprietario (res nullius) come bene comune (res communes), come molti economisti hanno fatto per molti anni è un'autocontraddizione.»

Aver ignorato la distinzione è stata fonte di molti equivoci, e lo è tuttora, nel dibattito che seguì all'articolo di Hardin.

Esempio di tragedia dei beni comuni può essere la caccia al Polo sud. Il bene comune (il cacciato) è a disposizione di tutti, ma seguire i propri interessi personali, senza incorrere nella possibilità di essere monitorati, porta allo sfruttamento eccessivo della risorsa in modo da causare una situazione diversa dall'ottimo sociale.

Applicazioni

Pesca

Un peschereccio che trascina una rete con migliaia di esemplari di merluzzi. Lo sovrasfruttamento ittico è un tipico caso di tragedia dei beni comuni.

A partire dai lavori di Gordon, di Scott e dello stesso Hardin, quello della pesca è un settore dove il rischio di sovrasfruttamento della risorsa comune viene considerato particolarmente elevato.[4][5][6] Lo scenario della "tragedia dei beni comuni" appare più probabile quando le risorse ittiche sono condivise tra più paesi che entrano in competizione tra loro e dove le dimensioni del problema e degli utilizzatori rendono poco praticabili soluzioni messe a punto con successo a livello locale. È il caso ad esempio delle zone peschiere del Mar Cinese Meridionale o dell'Unione europea.[34][35][36]

Vi sono comunque diverse testimonianze di comunità che hanno adottato autonomamente delle misure per gestire le attività di pesca in maniera sostenibile.[30][37] D'altra parte, in alcuni casi l'intervento di un organismo centrale, invece di facilitare la conservazione delle risorse ittiche, ne ha facilitato l'esaurimento. Addirittura in certe realtà l'azione governativa ha portato all'eliminazione di precedenti accordi informali tra utilizzatori, stipulati proprio con l'intento di limitare lo sfruttamento della risorsa.[37][38]

Caccia

La caccia eccessiva e scarsamente regolamentata fu una delle cause dell'estinzione della quagga.

Le attività venatorie prive di alcun tipo di restrizione hanno portato all'estinzione o alla forte diminuzione di varie specie animali. Alcuni casi di estinzione dovuti alla caccia eccessiva sono quelli della colomba migratrice, dello stambecco portoghese, dell'alca impenne e della quagga.[39][40][41][42]

Sovrapascolo

Sin dall'articolo originale di Hardin il sovrapascolo è stato considerato una delle cause di desertificazione dei terreni.[6][43][44][45]

Uno dei casi più studiati, quello della carestia del Sahel, fu attribuito per vari anni prevalentemente al sovrapascolo. Attualmente tale spiegazione viene considerata semplicistica e si preferisce parlare di una concomitanza di fattori di origine antropica e non atropica.[43][46]

Risorse idriche

Lo sovrasfruttamento delle acque sotterranee in assenza di una adeguata gestione è considerato un caso di tragedia dei beni comuni. Una volta che viene costruito un pozzo, i costi di estrazione dell'acqua sono modesti, legati perlopiù ai costi energetici del pompaggio. Il risultato è che l'acqua viene estratta dalla falda a ritmi più elevati del suo tasso naturale di riempimento. Ciò può causare un deperimento tale della falda che l'acqua rimanente non è più raggiungibile, o una contaminazione della falda da acqua di mare.[47][48][49]

Industria

Secondo la teoria dei giochi già nel 1968 Garrett Hardin nell'articolo The Tragedy of the Commons dimostrava che la massimizzazione del profitto individuale mette a repentaglio necessariamente il bene pubblico, questo non trova una soluzione tecnica se non con una estensione fondamentalmente morale.[6] Ciò generò fenomeni noti alle cronache di malversazioni aziendali come ad esempio il disease mongering nell'industria farmaceutica. Su questo documento si è sviluppato un ampio dibattito scientifico e una semeiotica destinato a protrarsi negli anni, spesso in ambiti tecnologici e scientifici molto lontani tra loro.[31][50][51][52][53]

Il disease mongering può anche esser visto come il disallineamento tra gli interessi dell'industrie farmaceutiche e quelli della salute pubblica, cui queste dovrebbero contribuire. In casi recenti e gravi l'interesse praticato della azienda farmaceutica ha superato l'interesse pubblico. Citare tutti i casi è difficile ma basti ricordare il caso degli inibitori delle COX-2 (rofecoxib) in particolare e il caso della cisapride. Inoltre, la non assoluta certezza della correttezza dei dati epidemiologici e clinici presentati in letteratura medica, pone seri dubbi sul confine lecito a pratiche di marketing. Una cosa è stimolare studi e ricerche su un farmaco o una malattia ritenuta interessante da un punto di vista aziendale e commerciale, cosa che può esser successo per il minoxidil nella calvizie; cosa ben diversa è manipolare i dati al fine di convincere istituzioni statali deputate al controllo dei Farmaci (FDA ed EMA) o ministeri della salute nazionali, come è accaduto per il rofecoxib e la cisapride.

Note

  1. 1 2 3 Ostrom 2008
  2. 1 2 (EN) William Foster Lloyd, W. F. Lloyd on the Checks to Population, in Population and Development Review, vol. 6, n. 3, 1980, DOI:10.2307/1972412.
  3. 1 2 Cox 1985
  4. 1 2 3 Gordon 1954
  5. 1 2 Scott 1955
  6. 1 2 3 4 5 6 Hardin 1968
  7. 1 2 3 4 5 Frischmann et al. 2019
  8. 1 2 Locher 2013
  9. ↑ (EN) Harold Demsetz, Toward a Theory of Property Rights, in The American Economic Review, vol. 57, n. 2, 1967.
  10. ↑ (EN) Terry L. Anderson e Gary D. Libecap, Environmental Markets: A Property Rights Approach, Cambridge University Press, 2014, DOI:10.1017/CBO9780511845734.
  11. ↑ (EN) Allan Jenkins, Free market environmentalism, su EBSCO.
  12. ↑ (EN) Robert J. Smith, Resolving the Tragedy of the Commons by Creating Private Property Rights in Wildlife, in Cato Journal, vol. 1, n. 2, Cato Institute, 1981.
  13. ↑ Nixon 2012
  14. ↑ (EN) Terry L. Anderson e Donald R. Leal, Free market environmentalism: Hindsight and foresight, in Cornell Journal of Law and Public Policy, vol. 8, n. 1, 1998.
  15. 1 2 3 (EN) J. du P. Bothma, Helen Suich e Anna Spenceley, Extensive Wildlife Production on Private Land in South Africa, in Brian Child, Helen Suich e Anna Spenceley (a cura di), Evolution and Innovation in Wildlife Conservation: Parks and Game Ranches to Transfrontier Conservation Areas, Routledge, 2009, DOI:10.4324/9781849771283, ISBN 9781849771283.
  16. 1 2 (EN) Andrew Taylor, Peter Lindsey e Harriet Davies-Mostert, An assessment of the economic, social and conservation value of the wildlife ranching industry and its potential to support the green economy in South Africa, Johannesburg, The Endangered Wildlife Trust, 2015.
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Bibliografia

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