Vis viva

Vis viva (termine latino che significa «forza viva», o «in movimento») è un termine utilizzato nella storia della fisica per descrivere una quantità di energia simile a quella cinetica in una delle prime formulazioni del suo principio di conservazione (introdotto da Christiaan Huygens),[1] secondo cui l'energia totale di un sistema isolato rimane costante.[2]

Esempio di vis viva in una sfera che cade da una certa altezza.

Fu teorizzata nel 1686 da Gottfried Leibniz, che la chiamò «viva»,[3] in contrapposizione alla vis mortua («forza morta») con cui si designava l'inerzia.[4] Questa a suo avviso riduceva la natura dei corpi a una questione di mera estensione nello spazio, come nel meccanicismo cartesiano, mentre per Leibniz i corpi sono essenzialmente dei centri vitali di energia (monadi), come testimonia la loro resistenza ai tentativi di modificarne lo stato naturale.[5]

Non essendo inerte, la materia possiede un'attività,[6] che non consiste pertanto in una semplice misura matematica, qual era la quantità di moto, bensì andava ritenuta espressione di una sua forza interiore, che non si perdeva neppure a seguito di urti anelastici, a differenza di quanto pensavano i fisici newtoniani sulla necessità che Dio dovesse inviare nuove forze all'universo per evitare si immobilizzasse.[5]

«Secondo la mia opinione, la stessa forza e lo stesso vigore restano sempre nel mondo, e si limitano a passare da una parte della materia all'altra, conformemente alle leggi della natura.»

Richiamandosi al criterio di conservazione Leibnitz sembrava così prefigurare i principi del dinamismo moderno e della trasformazione dell'energia.[5][8]

La controversia sulla vis viva

L'articolo di Leibniz del 1686, apparso sulla rivista Nouvelles de la république des lettres, intitolato Breve dimostrazione di un errore memorabile di Descartes e di altri concernente la legge naturale secondo la quale essi affermano che la stessa quantità di moto è sempre conservata da Dio, una legge che essi usano in maniera erronea nei problemi meccanici.[8]

Leibniz intendeva rielaborare il concetto di forza (vis) non alla stregua della teoria biologica di una forza vitale negli organismi, ma nel senso di una forza attiva (vis activa) intrinseca alle monadi, le infinite sostanze su cui si fondava la sua metafisica. Tale forza, chiamata anche conatus,[6] o col termine aristotelico entelechia, non può semplicemente «scaturire dalla spinta esterna dei corpi».[9]

«Per dare un saggio delle mie concezioni mi è sufficiente spiegare che la nozione di forza o virtù, che i Tedeschi chiamano Kraft e i Francesi force, e per esporre la quale io ho elaborato una scienza particolare della dinamica, chiarisce di molto la comprensione del concetto di sostanza. In effetti la forza differisce dal concetto di mera potenza così familiare alla Scolastica in quanto questa potenzialità o facoltà non è altro che una possibilità pronta ad agire, la quale necessita, però, di un'eccitazione o di uno stimolo esterni per poter passare all'atto.
Ma la forza attiva contiene un certo atto o entelechia e si trova a mezza strada tra la facoltà dell'agire e l'azione stessa; essa implica lo sforzo, e così passa di per se stessa all'operazione; nè ha bisogno di alcun ausilio ma semplicemente della rimozione dell'impedimento.»

A differenza di Cartesio, che identificava questa forza semplicemente con la resistenza opposta da un corpo alla variazione della sua velocità (vis inertia, affine alla cosiddetta energia potenziale), Leibniz riteneva che la forza di un corpo fosse dovuta alla sua energia interiore (vis viva).

Ne risultava una diversa misurazione: per i cartesiani, essa corrispondeva alla quantità di moto necessaria a spostarlo, espressa dal prodotto della sua massa per la velocità (), mentre per Leibniz la misura corretta era il prodotto della massa per il quadrato della velocità, cioè .

Collisione elastica tra un corpo di massa dotato di velocità , con un corpo di massa che acquista velocità (con stessa direzione e verso).

Per dimostrare la validità della sua teoria, Leibniz ideò alcuni esempi che confutavano la legge di conservazione della quantità di moto cartesiana. Considerò due sfere, una più pesante con massa che proceda a un grado di velocità , ed una più leggera con massa , con velocità perché ferma.[11]

Secondo la visione cartesiana, dopo una collisione della prima sfera contro la seconda (in un sistema privo di attrito), la quantità di moto si trasferirebbe interamente dalla prima alla seconda:

Poiché in realtà dai dati empirici emerge che la velocità della seconda sfera non diventa 4 bensì 2, la legge di conservazione proposta da Cartesio (unitamente alle sue regole per prevedere gli urti, che oggi sappiamo essere sbagliate) non è corretta.[11] Calcolando invece la vis viva come si ottiene:

In questo caso, la vis viva rimane la stessa pur essendo diversa la quantità di moto, sicché Leibniz ne dedusse che fosse quella la vera quantità a conservarsi negli urti, un risultato più intuitivo dal punto di vista della causa e dell'effetto.[5]

«Già ci sono stati alcuni uomini saggi, che hanno trovato con esperienze o ragionamenti particolari, che la quantità di moto non può conservarsi sempre. Ma si faceva fatica ad accettare le loro ragioni, perché si sospettava che fossero false; poiché si era deviati dall'opinione che la quantità di moto è la stessa cosa che la "forza"; o che, quanto meno, le "forze" sono come le quantità di moto, in ragione composta delle masse e delle velocità; e perciò [nella "forza"] un aumento della velocità compensa precisamente una diminuzione della massa. E allora non si poteva comprendere come mai una parte della "forza" potesse andare perduta, senza averla impiegata per qualcosa, o essere guadagnata, senza che sia venuta da qualcosa. [...]

Tutto ciò risulta più ragionevole quando si pensa che il moto è una cosa passeggera, che a rigore non esiste mai, poiché le sue parti [istantanee] non stanno mai insieme. Ma è l'energia (che è la causa del moto) che esiste veramente.»

La negazione della sostanzialità del movimento, come di uno spazio assoluto, è inoltre ciò che differenza la vis viva di Leibniz dalla teoria medievale dell'impetus.[5] Per lui essa consisteva nell'essenza più profonda e attiva della materia, che andava oltre la mera questione meccanica. Non la considerava un semplice numero quantificabile, ma un'attività reale che costituiva il motore fondamentale dell'universo, mentre il movimento era solo un aspetto relativo e apparente, su cui si era arenato il dualismo cartesiano tra materia (res extensa) e spirito (res cogitans).

«Per dimostrare che la natura dei corpi non consiste affatto nell'estensione, mi sono servito di un argomento, spiegato nel Journal des Sçavans del 18 giugno 1691, il cui fondamento è che non si riesce a render ragione, mediante la sola estensione, dell'inerzia naturale dei corpi, e cioè di quanto fa sì che la materia resista al movimento.[5]»

Un altro tra i numerosi esempi di Leibniz volti a confutare le tesi cartesiane riguarda quello classico della caduta dei gravi, che coinvolge la relazione tra la velocità e l'altezza raggiunta da un corpo.[8] L'esperimento prevede che un corpo A di massa venga lasciato cadere da un'altezza , ed un corpo B di massa venga lasciato cadere da un'altezza .[8] Secondo la legge di caduta dei gravi (), l'altezza da cui cade ogni corpo è proporzionale al quadrato della sua velocità finale. Nella concezione di Leibniz, un corpo di massa 1 che cada da un'altezza 4 acquisisce la stessa vis viva di un corpo di massa 4 che cada da un'altezza 1, perché

equivale a .

La vis viva totale acquisita è la stessa in entrambi i casi. In questo modo, la vis viva si collegava direttamente all'idea di lavoro e di energia potenziale, concetti che sarebbero stati formalizzati in seguito.[12]

Un ulteriore argomento portato da Leibniz è che se la quantità di moto si conservasse sempre, allora sarebbe possibile trasferirla indefinitamente tra i corpi, creando l'illusione di un moto perpetuo. È la vis viva invece a conservarsi in modo più corretto (in assenza di attrito). Il calore e l'attrito possono disperdere la vis viva, convertendola in movimenti interni non percepibili, rendendo impossibile il moto perpetuo. In questo modo, la vis viva forniva un fondamento più solido per le dinamiche energetiche all'interno dei sistemi fisici, aprendo la strada al moderno principio di conservazione dell'energia.[5]

Ulteriori sviluppi

Un estratto dall'articolo di Daniel Bernoulli, con la definizione di vis viva con moltiplicatore 1⁄2.[14]

La controversia si protrasse quasi fino alla metà del Settecento. Dalla parte di Leibniz si chierarono Daniel Bernoulli, Willem 's Gravesande, Christian Wolff, Georg Bernhard Bulfinger e Johann Samuel König, mentre la posizione cartesiana fu sostenuta da Cattellan, Mazière, Colin Maclaurin, James Stirling, Samuel Clarke e Jean Jacques Dortous de Mairan.[5]

Nella formulazione successiva della meccanica classica, entrambe le grandezze, sia cartesiana che leibnizana, assumeranno comunque la stessa importanza. Un accordo fu infine trovato da d'Alembert, secondo cui il problema emerso dalla controversia sarebbe scaturito unicamente da due punti di vista differenti, perché la vis viva e la quantità di moto sarebbero solo due misure diverse degli effetti dell'azione di una forza su di un corpo.[15] Nemmeno d'Alembert, tuttavia, sarebbe riuscito a risolvere la contesa in modo definitivo.[8][16]

La vis viva è stata di fatto il precursore storico del concetto moderno di energia cinetica, sebbene differisca da questa per un fattore pari a metà () secondo l'indicazione di Belanger, che la definì «potenza viva».[5]

La nozione di una forza dotata di vitalità è del resto identificabile col concetto odierno di energia.[5] La sua introduzione nel dibattito scientifico rivoluzionò i temi della fisica, fino allora basati sulle inerti e «fredde» leggi della meccanica. Appare significativo in tal senso che i principi del dinamismo leibniziano furono sostenuti all'inizio del XIX secolo dai pionieri della termodinamica come Montgolfier e Marc Seguin.[17] L'espressione «forza vivente» venne da allora usata sempre più frequentemente, da Lazare Carnot e Sadi Carnot, ad Helmholtz e Poincaré;[18] da Mayer e Joule, fino a Boltzmann e persino Max Planck, passando per Clausius e Maxwell.[19]

La stessa equazione di Einstein, E=mc², aveva la medesima dimensione della vis viva, ossia massa per velocità al quadrato. Stabilendo inoltre una relazione tra massa ed energia, essa confermava l'affermazione di Leibniz secondo cui la massa, con la sua inerzia e resistenza, derivava dalla forza interna, oggi chiamata energia.[20]

L'equazione vis viva nel contesto gravitazionale

Nel contesto della gravità, l'equazione vis-viva collega la velocità (v) di un oggetto alla sua posizione (r), alla massa del corpo centrale (M), alla costante gravitazionale (G) e al semiasse maggiore (a) dell'orbita, ed è espressa come .

La gravità, nel contesto della formula, è la forza che causa l'attrazione tra i due corpi e che ne determina l'orbita.[21]

Il dibattito sul vitalismo

Sebbene la filosofia di Leibniz sia orientata verso una concezione vitalistica globale, per la sua visione finalistica della natura assimilata ad un unico grande organismo, la sua vis viva si differenziava dal vitalismo biologico, formulato ad esempio in quegli stessi anni da Georg Ernst Stahl, che postulando una forza vitale a sé stante distingueva nettamente tra materia vivente e inorganica.[22]

Mentre quest'ultimo, il vitalismo tradizionale, si contrapponeva frontalmente al meccanicismo, ritenendo che i processi vitali fossero governati da forze autonome irriducibili a spiegazioni fisico-chimiche, per Leibniz la forza non era un principio vitale separato, ma una proprietà fondamentale della materia stessa, secondo una prospettiva definibile piuttosto come pampsichismo. Egli infatti, identificando la vis viva quale vis activa («forza attiva»), cioè la possibilità intrinseca di ogni corpo di compiere lavoro, la associava alla capacità di ogni monade (gli atomi spirituali di cui è composto l'universo) di agire e rappresentarsi l'universo.[22]

Pensieri sulla vera valutazione delle forze vive di Kant (1749)

Tra materia organica e inorganica il sistema leibniziano non postula una differenza di principio, ma solo di grado. Tutte le monadi, dalle più semplici alle più complesse, sono dotate di questa forza attiva, sebbene in modo diverso. In tal modo Leibniz cercò di collegare principi metafisici e meccanici in una visione unificata.

Influssi culturali

Alla questione della vis viva Kant dedicò il suo primo trattato filosofico, intitolato Pensieri sulla vera valutazione delle forze vive, in cui cercava di raggiungere una mediazione tra le opposte posizioni cartesiane e leibniziane.

Furono poi gli scienziati del Romanticismo a riprendere il concetto di vis viva nel contesto dell'idealismo e della Naturphilosophie,[23] per esplorare la possibilità di una «forza vitale» inconscia intrinseca alla materia, riflesso della coscienza spirituale, contrapponendola alla fredda razionalità illuminista. Caratteristica di questa forza vitale era un incessante dinamismo e trasformazione delle forme, che fu approfondita tra gli altri da Baader e Ritter, i quali la misero in relazione con gli esperimenti galvanici sul fluido animale elettrico condotti da Luigi Galvani.[24]

Del resto veniva intesa non solo in senso fisico, ma estesa per analogia anche all'ambito universale ed umano della creatività e dell'aspirazione all'infinito,[25] manifestandosi nell'inquietudine interiore, nel titanismo e nello spirito faustiano dell'epoca, per sublimarsi nelle espressioni dell'amore e dell'arte.[24]

Note

  1. ↑ (EN) Vis viva, su eoht.info.
  2. ↑ Data dalla somma dell'energia cinetica e potenziale. Se ad esempio la gravità viene intesa come la forza che genera l'energia in potenza del sistema, l'energia cinetica è invece associata al moto «vivo» dell'oggetto.
  3. ↑ Immanuel Kant, Pensieri sulla vera valutazione delle forze vive, a cura di Stefano Veneroni, 4 voll., Milano-Udine, Mimesis, 2019.
  4. ↑ Vis mortua e vis viva, in Dizionario delle scienze fisiche, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1996.
  5. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 M. Jammer, Il dinamismo in Leibniz (PDF), in Storia del concetto di forza nella fisica classica e moderna, Milano, Feltrinelli, 1980 [1960].
  6. 1 2 Silvana Procacci, La Materia non è inerte: il principio dell'evoluzione cosmica in Teilhard de Chardin, in "Reportata", 2012.
  7. ↑ Cit. da F. Sebastiani, Le teorie microscopico-caloricistiche dei gas di Laplace, Ampère, Poisson e Prevost, in "Physis", n. 24, p. 201 (1982).
  8. 1 2 3 4 5 Fabio Bevilacqua, Il dibattito sulla "vis viva" tra cartesiani e leibniziani (PDF), su ppp.unipv.it, Università degli Studi di Pavia, 1991.
  9. 1 2 Paolo Grillenzoni, Kant e la scienza, Vita e Pensiero, 1998, pp. 92-93, ISBN 978-88-343-0651-2. URL consultato il 25 febbraio 2026.
  10. ↑ Trad. it. in Gothofredi G. Leibnitii Opera omnia, a cura di L. Dutens, Genevae 1768, tomo II, pars I, pp. 18-20.
  11. 1 2 Luca Zeffiro, Demonstratio (PDF), su Dibattito sulla conservazione della quantità di moto di Cartesio, liceogalileogalilei.it, 2014, p. 4.
  12. 1 2 G.W. Leibniz, Saggio di Dinamica (PDF), su sisfa.org, traduzione di A. Drago e G.A. La Sala, 1692, p. 23.
  13. ↑ (EN) Leibniz, Extract from a Letter from Mr Leibniz in Support of his Contribution to the Journal des Sçavans, § 6, in Paul Lodge (a cura di), Journal Articles on Philosophy, Oxford University Press, 2025, p. 60.
  14. ↑ (EN) D. Bernoulli, De legibus quibusdam mechanicis, in "Commentarii Academiae Scientiarum Imperialis Petropolitanae", vol. 8, 1741, pp. 99–127.
  15. ↑ (EN) Carolyn Iltis, Leibniz and the vis viva controversy (PDF).
  16. ↑ Cfr. anche (EN) Alembert, Jean Le Rond D', su encyclopedia.com.
  17. ↑ (FR) Bernard Pourprix, Le lent déclin du paradigme statique, in Les fondations du principe de la conservation de l’énergie, La fécondité des erreurs, Septentrion, 2003.
  18. ↑ Cfr. di Hermann von Helmholtz, Über die Erhaltung der Kraft (Sulla conservazione della forza), Berlino, Reimer, 1847.
  19. ↑ Fabio Bevilacqua, L'evoluzione del concetto di energia in fisica (PDF), su ppp.unipv.it, Università di Pavia, 1986.
  20. ↑ (EN) Lars Jaeger, Women of Genius in Science, Springer Nature, 2023, p. 42. Cfr. anche (EN) B. Shounak, Vis viva: a precursor to E=mc², su linkedin.com, 2017.
  21. ↑ (EN) Vis-viva Equation, su thespacetechie.com, 2021.
  22. 1 2 Charles T. Wolfe, Vitalismo e metafisica della vita (PDF), in "Scienza & Filosofia", n. 25, 2021, pp. 235-240.
  23. ↑ (EN) Frederick Beiser, The Enlightenment and Idealism, in Karl Ameriks (a cura di), The Cambridge Companion to German Idealism, Cambridge University Press, 2017, pp. 37-38.
  24. 1 2 Letteratura inglese nel romanticismo, su docsity.com, Università degli Studi di Bergamo, 2022, p. 3.
  25. ↑ (EN) Yuk Hui, Recursivity and Contingency, Bloomsbury Publishing USA, 28 gennaio 2019, p. 65, ISBN 979-8-8818-5059-3. URL consultato il 25 febbraio 2026.

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