Vohu Manah

Vohu Manah (in avestico 𐬬𐬊𐬵𐬎⸱𐬨𐬀𐬥𐬀𐬵) è il termine usato in lingua avestica per esprimere un concetto zoroastriano, generalmente tradotto come "buon proposito", "buona mente" o "buon pensiero", riferendosi al buono stato d'animo[2] che consente a un individuo di compiere i propri doveri. Il suo equivalente medio persiano, come attestato nei testi in scrittura pahlavi della tradizione zoroastriana, è 𐭥𐭤𐭥𐭬𐭭, ossia Wahman, che è un prestito dell'espressione in lingua avestica e ha lo stesso significato, e che continua nel persiano moderno come بهمن (Bahman) e varianti.[3] Manah è affine al termine sanscrito Manas, suggerendo una certa comunanza tra le idee dei Gāthā e quelle del Ṛgveda. L'opposto di Vohu Manah è Akem Manah o Aka Manah, "intento malvagio" o "mente malvagia".
Il termine è composto dalle parole vohu "buono" e manah "mente, pensiero, scopo", affine alle parole vediche vásu e mánas, entrambe con lo stesso significato. Entrambe derivano dal protoindoiranico *Hwásuš e *mánas, a loro volta dal protoindoeuropeo *h₁wésus e *ménos.
Nei Gāthā, i testi più antichi dell'Avestā e considerati composti da Zoroastro, il termine "Vohu Manah" non è usato in modo univoco come nome proprio e spesso ricorre senza il prefisso "Buono" (Vohu-).
Nei testi post-gatici che espongono i principi della cosmogonia zoroastriana, il Vohu Manah è un Ameša Spenta, una delle sette emanazioni di Ahura Mazdā, ciascuna delle quali rappresenta un aspetto della creazione. Nel caso del Vohu Manah, si tratta di una creazione interamente animale, con particolare attenzione al bestiame. Il Vohu Manah è di genere neutro nella grammatica avestica, ma nella tradizione zoroastriana è considerato maschile.
Nel calendario zoroastriano, il secondo giorno di ogni mese e l'undicesimo mese di ogni anno sono dedicati a Vohu Manah. Nel calendario civile iraniano, che eredita i nomi dei mesi dal calendario zoroastriano, l'undicesimo mese è anch'esso chiamato Bahman.
L'imperatore achemenide Artaserse II aveva "Vohu Manah" come seconda parte del suo nome al trono, che "tradotto" in greco appariva come "Mnemon". Nel persiano moderno "Bahman" rimane un nome teoforico.
Note
- ↑ (EN) Ahmad Hasan Dani e János Harmatta, History of Civilizations of Central Asia, Motilal Banarsidass Publ., p. 324, ISBN 978-81-208-1408-0.
- ↑ https://amordadnews.com/14467/
- ↑ https://amordadnews.com/1671/
Bibliografia
- Joanna Narten, Bahman i: In the Avesta, in Encyclopaedia Iranica, vol. 3, New York, Routledge & Kegan Paul, 1989, pp. 487–488.
- Phillipe Gignoux, Bahman ii: In the Pahlavi texts, in Encyclopaedia Iranica, vol. 3, New York, Routledge & Kegan Paul, 1989, pp. 487.
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