Catubrini

I Catubrini erano una popolazione celtica stanziata nell'alta valle del Piave, l'attuale centro Cadore, probabilmente lì integratasi con preesistenti popolazioni venetiche, attorno alla fine del IV e la prima metà del III secolo a.C.[1]

Confinavano a nord con i Saevates, tribù celtica del Norico stanziata nella val Pusteria (secondo alcuni erano portatori, assieme ai Laianci che abitavano la valle della Drava, della cultura di Fritzens-Sanzeno) e con gli Amblici, stanziati nella Gailtal. A est confinavano con i Carni (dei quali erano probabilmente un ver sacrum) e a sud con i Veneti.

Non esiste documentazione scritta della loro esistenza, se non un'epigrafe sepolcrale del II secolo d.C., ritrovata a Belluno nel 1888, in cui un cives romanus, Marcus Carminius, appare loro patrono nell'ambito della gens Claudia.

La loro presenza in Cadore è testimoniata da numerosi ritrovamenti di armi, tra cui un esemplare ben conservato di elmo celtico a Domegge[2], e numerose lance, spade e scudi nel santuario di Lagole, probabilmente deposti ritualmente.

Questa messe di armi indica, secondo l'archeologa Giovanna Gambacurta, una progressiva latenizzazione dei veneti alpini che, sotto la pressione costante di elementi celtici, finiscono per adottarne il modello politico e militare. Prova di questa integrazione etnica, ed egemonia culturale, è anche l'adozione del toponimo Cadore, inequivocabilmente di origine celtica.

Anche l'onomastica delle iscrizioni lagoliane, almeno per metà celtica[3], diventa così conferma di questa probabile integrazione in loco[4]. Da ricordare, in questo senso, anche le necropoli ritrovate a Pozzale e Lozzo di Cadore.

Il Cadore fu presumibilmente conquistato da Roma tra la fine del II e l'inizio del I a.C. e, dal 15 a.C., fu alle dipendenze del municipio Julium Carnicum[5], l'attuale Zuglio, compreso nella Regio X Venetia et Histria.

Note

  1. ↑ Contatti fra veneti e la cultura materiale celtica, in questa zona, sono sicuramente avvenuti anche precedentemente, come dimostrano i ritrovamenti in loco di fibule e ganci traforati.
  2. ↑ L'elmo, privo di paranuca e paraguance, è stato ritrovato, defunzionalizzato, non lontano dalla forra dove scorreva il Piave. La fattura presenta similitudini con altri esempi oltralpini, ma con caratteristiche proprie locali.
  3. ↑ Vedi ad esempio i patronimici in (i)kos.
  4. ↑ Non deve sorprendere che le iscrizioni siano esclusivamente in lingua venetica, è del tutto naturale che in un sincretismo etnico misto, con gli elementi celtici principalmente militari, sia stato scelto un solo modello di riferimento, probabilmente il più prestigioso.
  5. ↑ Vedi le iscrizioni confinarie sul monte Civetta.

Bibliografia

  • Guido Borghi, Possono i toponimi Fursìl, Fèrsina, Festornìgo, Fodóm risalire all’indoeuropeo preistorico attraverso il sostrato preromano venetico?, Bolzano, Istituto Ladin Micurà de Rü, San Martin de Tor, 2011, OCLC 9359593793.
  • Giovanna Gambacurta, Angela Ruta Serafini, I Celti e il Veneto - Storie di culture a confronto, edizioni Ante Quem.
  • Giovan Battista Pellegrini, Dal venetico al veneto - Studi linguistici preromani e romanzi, Editoriale Programma.
  • Giovan Battista Pellegrini, ll museo archeologico cadorino e il Cadore preromano e romano, Magnifica comunità di Cadore-Regione del Veneto.
  • Anna Marinetti, Aspetti della romanizzazione linguistica nella cisalpina orientale.

Voci correlate