Centrale SIP (Chivasso)
| Centrale termoelettrica di Chivasso | |
|---|---|
| Informazioni generali | |
| Stato | |
| Località | Chivasso |
| Coordinate | 45.187103°N 7.900573°E |
| Situazione | operativa |
| Proprietario | A2A |
| Gestore | A2A |
| Anno di costruzione | 1951-1954 |
| Inizio produzione commerciale | 1953 |
| Produzione elettrica | |
| Potenza netta | 1 237 MW |
| Generatori | 2 sezioni a ciclo combinato (CH1 e CH2) |
| Ulteriori dettagli | |
| Architetto | Gino Levi-Montalcini, Mario Passanti, Paolo Ceresa |
| Sito internet | |
| Mappa di localizzazione | |
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| Dati aggiornati al 26 luglio 2026 | |
La Centrale SIP, oggi centrale termoelettrica di Chivasso, è una centrale termoelettrica situata a Chivasso, nei pressi del fiume Po e del Canale Cavour, progettata dagli architetti Gino Levi-Montalcini, Mario Passanti e Paolo Ceresa tra il 1950 e il 1954 per la SIP.[1][2][3]
Storia
L'edificio sorse su un'area di circa venti ettari in risposta al sempre maggiore fabbisogno energetico della città di Torino, venendo programmato alla fine degli anni Quaranta dagli ingegneri della SIP in collaborazione con l'azienda americana Gilbert.[2][4] La costruzione ebbe inizio nel 1950; la messa in servizio del primo gruppo generatore da 70 000 kW, alimentato a metano, carbone e olio, risale al 1953.[2][5]
Nel 1951, con volumetria e impianto volumetrico della parte industriale già decisi, venne indetto un concorso per la progettazione dell'edificio, che venne vinto da un gruppo di architetti composto da Levi-Montalcini, Passanti e Ceresa, i quali, inizialmente incaricati della sola parte estetica degli impianti, finirono per estendere il proprio intervento anche alla distribuzione, alle finiture e alla colorazione dell'intero complesso. Inoltre, la progettazione della parte residenziale interna al complesso (il cosiddetto Borgo SIP) e dei caselli d'entrata venne affidata a Ferruccio Grassi.[2][6]
L'edificio venne infine inaugurato nel 1954, ricevendo attenzioni dalla critica di settore, tra cui Gio Ponti, che all'interno della sua rivista Domus citò l'opera come esempio di uso innovativo del colore nell'architettura industriale.[7][1][6]
Negli anni l'impianto subì diverse modifiche: i gruppi, successivamente dismessi, divennero cinque nel 1975; le ciminiere furono demolite e, con loro, anche il Borgo SIP e uno dei due caselli d'ingresso.[3][6][5]
Descrizione
L'opera accosta i volumi eleganti dei locali macchine e della palazzina per uffici alle strutture per la movimentazione del carbone e delle emissioni,[2][4] con il corpo destinato a magazzino per i materiali leggeri e officine scisso rispetto a quello principale, per ricavare tra i due un passaggio coperto di scarico con una pensilina a sbalzo per lo stazionamento dei veicoli.[2]
I prospetti dell'edificio, per proteggerli dall'inquinamento industriale, vennero in parte ricoperti da un mosaico vetroso e richiesero la ricerca di soluzioni tecniche specifiche:[2][8]
- Fronte uffici (ovest), il quale venne protetto da un sistema di alette metalliche frangisole a bilico, regolabili dall'interno tramite manovella; il parapetto presenta elementi in vetrocemento con davanzali progettati per alloggiare i radiatori e consentire il passaggio per la pulizia delle vetrate.
- Sala di governo (nord), che presenta finestrate posizionate tra i pilastri, composte da elementi inclinati protetti da travature orizzontali provviste di bocche per il lavaggio a lancia e accessibili mediante una scala alla marinara integrata nella muratura.
- Ingresso uffici, caratterizzato da una porta a bussola in profilati metallici e acciaio inossidabile, la quale era accoppiata a un cancello di sicurezza ribaltabile, esteso alla pensilina in cemento armato.[8]
L'uso del colore
L'elemento che attirò maggiore interesse critico dell'edificio fu come venne impiegato il colore sia negli interni sia negli esterni, considerato come una «battaglia per il colore totale».[9][4]
In particolare, le tubazioni e le varie apparecchiature interne furono verniciate con vivaci tinte che seguivano i codici cromatici funzionali internazionali (azzurro per l'aria, verde per l'acqua, rosso per il vapore, giallo per il metano, marrone per la nafta),[6][1] scelta che, come evidenziò Gio Ponti, introiettava un fattore umano ed estetico nel luogo di lavoro, operando una ridefinizione dell'operaio e delle macchine su cui lavorava attraverso l'architettura.[7][1]
Evoluzione e uso attuale
Al 2026, gestita dal gruppo A2A, la centrale si estende su una superficie complessiva di circa 255 600 m². Nel 2005 venne riconvertita in impianto turbogas a ciclo combinato alimentato a gas naturale, avente una potenza installata di 1 237 MW,[5] articolata in due sezioni principali: la CH1, composta da due turbogas a turbina a vapore, e la CH2, con una sola; il tutto è integrato da un impianto fotovoltaico con potenza di picco pari a 1 288 kWp.[5]
Tra il 2015 e il 2016 l'impianto è stato oggetto di interventi di «flessibilizzazione» per migliorarne la risposta alle esigenze del mercato elettrico; successivamente, nel 2022, le parti calde delle turbine sono state sostituite con l'obiettivo di aumentare l'efficienza energetica e le prestazioni ambientali.[5]
Note
- 1 2 3 4 Giusti e Tamborrino, pp. 164-165.
- 1 2 3 4 5 6 7 Vitale, pp. 54-55.
- 1 2 Centrale SIP, su censimentoarchitetturecontemporanee.cultura.gov.it. URL consultato il 26 luglio 2026 (archiviato dall'url originale il 31 dicembre 2025).
- 1 2 3 Levi Montalcini e Maritano, pp. 113-120.
- 1 2 3 4 5 Centrale termoelettrica di Chivasso, su gruppoa2a.it. URL consultato il 26 luglio 2026 (archiviato dall'url originale l'11 marzo 2026).
- 1 2 3 4 Occelli, pp. 26-29.
- 1 2 Ponti, pp. 1-6.
- 1 2 Levi-Montalcini, pp. 489-491.
- ↑ Rosso, p. 72.
Bibliografia
- Gino Levi-Montalcini, Apparecchiature speciali progettate per la S.I.P. – Centrale Termoelettrica di Chivasso, in Atti e rassegna tecnica della Società degli ingegneri e degli architetti in Torino, n. 12, dicembre 1953.
- Gio Ponti, Perché presentiamo una centrale elettrica, in Domus, n. 294, maggio 1954.
- Emanuele Levi Montalcini e Anna Maritano, Levi Montalcini e Torino, in Domus, n. 824, marzo 2000.
- Daniele Vitale, Gino Levi-Montalcini e l'architettura torinese, in Atti e Rassegna Tecnica della Società degli Ingegneri e degli Architetti in Torino, n. 2, dicembre 2003.
- Michela Rosso, Scritti per una riconsiderazione del lavoro di Gino Levi-Montalcini 1945-1959, in Atti e Rassegna Tecnica della Società degli Ingegneri e degli Architetti in Torino, n. 2, dicembre 2003.
- Maria Adriana Giusti e Rosa Tamborrino, Guida all'architettura del Novecento in Piemonte (1902-2006), Torino, Allemandi & C., 2008, ISBN 9788842216384.
- Chiara Occelli, Lo specchio infranto. La centrale termoelettrica SIP (oggi Edipower) di Chivasso (1951-1954), in 'ANANKE, n. 71, gennaio 2014.