Classe Le Hardi

Classe Le Hardi
Il cacciatorpediniere Le Hardi
Descrizione generale
Tipotorpilleur d'escadre
Numero unità8 (+4 mai completate)
Proprietà Marine nationale
Marine de Vichy
Regia Marina
Kriegsmarine
Entrata in servizio1940
Caratteristiche generali
Dislocamento1.772 t
Lunghezza117,2 m
Larghezza11,1 m
Pescaggio4,2 m
Propulsione2 eliche, 2 gruppi di turbine Rateau-Bretagne 58000HP
Velocità37 nodi (68,52 km/h)
Equipaggio187
Armamento
Artiglieria6 cannoni da 130mm
2 cannoni da 37mm
4 mitragliere da 13,2mm
Siluri7 tubi lanciasiluri da 550 mm
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La classe Le Hardi era una classe di 12 cacciatorpediniere (torpilleurs d'escadre) costruiti per la Marine nationale: si trattava di navi da 1770 tonnellate di dislocamento, armate con cannoni in impianti binati da 130 mm (anche se in seguito erano previsti i 138 mm, forse singoli), 8-9 tubi lanciasiluri da 550 mm e con una maggiore autonomia rispetto alle unità della precedente classe L'Adroit.

Approvati nel 1938, la prima nave (Le Hardi) fu messa in servizio in seguito all'armistizio del 1940; delle altre nove, cinque erano state completate nel maggio 1939 mentre le altre, ancora in fase di costruzione, furono prese in considerazione dalla Germania nazista per un eventuale completamento, cui poi si rinunciò.

All'inizio del 1942 la Marine nationale contava otto navi della classe Le Hardi, che furono affondate a Tolone il 27 novembre 1942 sotto gli ordini dell'ammiragliato del governo di Vichy. Delle ultime quattro navi, L'Intrépide e Le Téméraire erano state varate nel 1941 ma quasi subito lasciate da parte; L'Aventurier fu varato solo nel 1947 per liberare lo scalo che occupava e, dopo molto tergiversare, non fu allestito. Fu infine demolito nel 1960. Il L'Opiniâtre, in ultimo, era stato previsto nel programma navale per il 1939 ma pare che non fu neppure ufficialmente impostato.[1]

Unità

Nome Cantiere Varo Entrata in servizio Destino finale
Le Hardi Ateliers et Chantiers de la Loire, Nantes 4 maggio 1938 1º giugno 1940 Autoaffondato a Tolone il 27 novembre 1942. Recuperato dalla Regia Marina come FR 37.
Fleuret Forges et Chantiers de la Méditerranée, La Seyne 28 luglio 1938 11 giugno 1940 Rinominato Foudroyant nel 1941. Autoaffondato a Tolone il 27 novembre 1942. Recuperato dalla Regia Marina come FR 36.
Épée Forges et Chantiers de la Gironde, Bordeaux 26 ottobre 1938 14 giugno 1940 Rinominato L'Adroit nel 1941. Autoaffondato a Tolone il 27 novembre 1942. Recuperato dalla Regia Marina come FR 33.
Mameluk Ateliers et Chantiers de la Loire, Nantes 18 febbraio 1939 15 giugno 1940 Autoaffondato a Tolone il 27 novembre 1942. Recuperato per demolizione.
Casque Forges et Chantiers de la Méditerranée, La Seyne 2 novembre 1938 1º luglio 1940 Autoaffondato a Tolone il 27 novembre 1942.
Lansquenet Forges et Chantiers de la Gironde, Bordeaux 20 maggio 1939 1º agosto 1940 Autoaffondato a Tolone il 27 novembre 1942. Recuperato dalla Regia Marina come FR 34.
Le Corsaire Forges et Chantiers de la Méditerranée, La Seyne 14 novembre 1939 1º agosto 1940 Rinominato Siroco nel 1941. Autoaffondato a Tolone il 27 novembre 1942. Recuperato dalla Regia Marina come FR 32.
Le Flibustier Forges et Chantiers de la Méditerranée, La Seyne 14 dicembre 1939 1º agosto 1940 Rinominato Bison nel 1941. Autoaffondato a Tolone il 27 novembre 1942.
L'Intrépide Forges et Chantiers de la Méditerranée, La Seyne 16 agosto 1939 26 giugno 1941 Catturato incompleto dai tedeschi (ZF-4). Mai ultimato, demolito dopo la guerra nel 1948.
Le Téméraire Forges et Chantiers de la Méditerranée, La Seyne 28 agosto 1939 7 novembre 1941 Catturato incompleto dai tedeschi (ZF-5). Mai ultimato, demolito nel 1948.
L'Aventurier Forges et Chantiers de la Gironde, Bordeaux 1º agosto 1939 20 aprile 1947 Lavori rallentati durante l'occupazione. Varato solo nel dopoguerra, usato come pontone e demolito nel 1971.
L'Opiniâtre Forges et Chantiers de la Gironde, Bordeaux — — Catturato dai tedeschi sullo scalo (ZF-2). I lavori proseguirono a rilento fino al 1943. Demolito sullo scalo.

Note

  1. ↑ (EN) Le Hardi destroyers (1940), su navypedia.org. URL consultato il 12 febbraio 2019.

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