Dis Pater

Cippo votivo con la dedica Diti Patri et Proserpin(ae) sacrum («consacrato a Dite padre e a Proserpina»), dalla Germania romana (Museo romano-germanico, Colonia).

Dite (in latino Dis, genitivo Ditis), invocato di norma come Dis Pater («padre Dite»), è un dio romano dell'oltretomba, signore dei morti e sposo di Proserpina. Estraneo alla religione romana più antica, fu accolto ufficialmente a Roma solo nel 249 a.C., quando i libri sibillini ordinarono di celebrare in suo onore e di Proserpina i primi ludi Tarentini, antenati dei ludi secolari[1]. Il suo stesso nome non è che la traduzione latina di Pluto dal greco antico Πλοῦτος?, Ploûtos ("ricco"), dio delle ricchezze minerarie e del sottosuolo in generale, a sua volta confluito in Plutone (dal greco antico Πλούτων?, Ploutōn), del quale Dite assunse per intero genealogia, mito e caratteri, senza che vi si mescolasse alcun tratto propriamente italico[2].

Nella poesia latina Dis pater designa correntemente lo spietato sovrano degli inferi della tradizione greca, e il nome abbreviato Dis passò per metonimia a indicare il regno stesso dei morti: un uso che sopravvive nella «città di Dite» dell'Inferno dantesco[3].

Il nome

Gli antichi spiegavano Dis come contrazione dell'aggettivo dives («ricco»): Cicerone osserva che «tutta la forza e la natura della terra è consacrata al padre Dite, che è il "ricco" (dives), come presso i Greci Plutone, perché tutte le cose ricadono nella terra e dalla terra traggono origine»[4]. Quintiliano rovescia scherzosamente l'etimologia in chiave antifrastica: il dio sarebbe detto Dis «perché tutt'altro che ricco»[5][3]. La linguistica moderna conferma la derivazione da dives, a sua volta formato probabilmente su divus («divino») con il valore originario di «simile agli dèi, protetto dagli dèi»: dalla contrazione del paradigma (dives, genitivo ditis) nacque la forma dis, usata come nome del sovrano dell'oltretomba a partire da Cicerone, mentre l'accostamento del titolo pater potrebbe essere dovuto all'analogia con Di(e)spiter, antica forma del nome di Giove[6].

I grammatici prescrivevano la forma Dis pater e non Ditis pater, che è tuttavia attestata in numerosi autori, da Petronio a Tertulliano[3]. Una glossa di Varrone mostra come il nome potesse essere sentito quale aspetto ctonio del sommo dio: Giove «è chiamato anche Dispater nella sua parte più bassa, dove è congiunto alla terra, dove tutte le cose come nascono così muoiono»[7][8].

Origine e caratteri

Come ha mostrato Georg Wissowa, prima della celebrazione del 249 a.C. Dite e Proserpina erano del tutto estranei alla religione romana: Dis è la pura traduzione del nome greco Πλούτων, così come Proserpina — nonostante l'etimologia varroniana da proserpere — è un adattamento fonetico di Persephónē, che i Romani stessi sentivano come straniero, tanto da doverlo «tradurre» identificando la dea con l'indigena Libera. Perfino Orco, il nome corrente del dio della morte nella poesia e nella lingua d'uso, non è una creazione italica ma la ripresa di un epiteto greco del dio infero[2]. I Romani accolsero le due figure di culto così com'erano, senza identificarle con divinità proprie né fonderle con esse; l'unico adattamento alle concezioni indigene fu la cadenza centenaria della festa, legata al concetto italico di saeculum[9].

Nella religione romana arcaica, infatti, la funzione di accogliere i defunti non spettava a un sovrano personale dell'oltretomba sul modello greco, ma alla coppia formata dalla dea della terra Tellus e dai Mani: rispetto a essa Dite rappresenta una sovrapposizione relativamente recente[10].

In quanto Plutone latinizzato, Dite ne ereditò la genealogia: è figlio di Saturno e di Opi, fratello di Giove e di Nettuno, e nella spartizione del mondo fra i tre fratelli gli toccò in sorte il regno sotterraneo[11][3]. Accanto a lui regna Proserpina, rapita — secondo il mito siciliano di Persefone, giunto a Roma dalla Magna Grecia — presso Enna, nel cuore dell'isola[3]. I poeti lo dipingono come il re implacabile delle ombre: rector Erebi, «signore dello Stige e della morte», rex tremendus, avaro e inesorabile, la cui dimora è il palazzo vuoto e silenzioso cantato da Virgilio: «andavano oscuri nella notte solitaria attraverso l'ombra, per le vuote case di Dite e i regni inconsistenti»[12][3]. Fin da Ennio gli è inoltre equiparato Orco: «Plutone, che in latino è Dis pater, altri chiamano Orco»[13][14].

Il culto

L'introduzione del 249 a.C.

Nel 249 a.C., mentre la prima guerra punica sembrava prendere una piega funesta e prodigi spaventosi — in particolare la distruzione di un tratto delle mura urbane a opera di un fulmine — agitavano gli animi, il Senato fece consultare dai decemviri i libri sibillini. Questi ordinarono di celebrare a Dite e a Proserpina, nel Campo Marzio, ludi Tarentini per tre notti consecutive, sacrificando vittime nere (hostiae furvae), un toro per il dio e una vacca per la dea, e di far voto di ripetere la festa allo scadere di ogni centesimo anno[15][1]. Una ripetizione ebbe effettivamente luogo, con lieve ritardo, nel 146 a.C.[16][1]

Il carattere greco della celebrazione è fuori di dubbio: essa avvenne per ordine dei libri sibillini, fonte primaria dell'elemento greco nel culto romano, e comprendeva lettisterni, proprio come ad Atene si apparecchiavano un letto e una mensa per Plutone. Quanto alla provenienza, il nome stesso del luogo di culto, il Tarentum, indica con tale forza Taranto come punto di origine che, pur in assenza di testimonianze dirette, è lì che si tende a cercare la patria dei ludi Tarentini[9].

La tradizione annalistica attribuiva invece alla festa un'origine assai più antica: secondo un racconto risalente con ogni probabilità a Valerio Anziate, un sabino di nome Valesius, antenato della gens Valeria, avrebbe guarito i figli malati di febbre con acqua attinta e riscaldata nel luogo dove, scavando, avrebbe poi rinvenuto un altare sotterraneo di Dite e Proserpina, e in ringraziamento avrebbe istituito i giochi; il primo console Publio Valerio Publicola e altri Valerii li avrebbero in seguito ripetuti[17][18]. Queste presunte celebrazioni anteriori al 249 a.C. sono però considerate un'invenzione degli annalisti, costruita per dare ai giochi un albero genealogico legato alla gens Valeria[9].

L'altare del Tarentum

Il luogo della festa, nella parte settentrionale del Campo Marzio presso il Tevere, portava il nome di Tarentum: vi si trovava un altare interrato venti piedi sotto la superficie, che veniva riportato alla luce soltanto in occasione della celebrazione[19][20]. Resti dell'installazione sono stati riportati alla luce dagli scavi ottocenteschi[20], condotti nel 1886-1887 sotto l'attuale corso Vittorio Emanuele II[21].

L'altare del Tarentum sembra essere stato l'unico luogo di culto che Dite e Proserpina abbiano mai posseduto a Roma: il tempio di Dite (aedes Ditis patris) che i cataloghi regionari tardoantichi registrano presso il Circo Massimo è con ogni probabilità il tempio di Summano, dio dei fulmini notturni che l'uso linguistico più tardo aveva ormai identificato con Dite[22].

La riforma augustea

Ai ludi secolari celebrati da Augusto nel 17 a.C. la festa ricevette una forma interamente nuova, che la staccò completamente dal culto di Dite e di Proserpina, pur conservando le tre notti di cerimonie e, soprattutto, il luogo[20]. Nel medesimo Tarentum fu onorata, fra le altre divinità, la Terra mater, che vi ricevette l'olocausto di una scrofa gravida secondo «rito greco»[23]: al posto della coppia infera subentrò così la Madre Terra, e nel Carmen saeculare composto da Orazio per quella celebrazione le antiche divinità greche del Tarentum non sono più nominate[24].

La devotio

Il nome di Dite compare, accanto a Veiove e ai Mani, nell'invocazione iniziale della formula di devotio delle città nemiche tramandata da Macrobio[25]. Si tratta però di una redazione recente: la formula è riferita alla distruzione di Cartagine e non può quindi risalire oltre la seconda metà del II secolo a.C., mentre l'antico carmen di devotio pronunciato dal console Publio Decio Mure, riportato da Livio, non conosce affatto Dite e consacra i nemici «agli dèi Mani e a Tellus»[26][27]. Proprio la presenza di Dite, accolto a Roma solo a metà del III secolo a.C., è per William Warde Fowler l'indizio della relativa modernità della formula macrobiana[28].

Riti e dediche

La tavoletta di defixio con cui Rodine viene «consegnata» a Dite padre (I secolo a.C., Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano).

In quanto dio infero, Dite riceveva vittime di colore nero, e un esito favorevole del sacrificio in suo onore era considerato presagio funesto: Svetonio ricorda che l'imperatore Otone ottenne una litatio perfetta sacrificando a Dite, «mentre in un sacrificio del genere sarebbe stato desiderabile il contrario»[29][27]. Gli era sacro il cipresso, albero funerario per eccellenza[30][31].

Le dediche votive a Dite, come quelle a Proserpina, sono relativamente rare, benché sia attestato un sacerdos Ditis patris; assai più spesso il dio compare negli epitaffi, specie metrici, e nelle defixiones, le tavolette plumbee di maledizione, dove il suo nome si mescola talora alla concezione romana dei Mani: in una celebre tavoletta urbana una donna, Rodine, viene «raccomandata» a Dite padre perché resti per sempre in odio al proprio nemico[32][8][27].

La diffusione del nome fece sì che la tradizione più tarda lo introducesse anche in ambiti che in origine appartenevano alle sole divinità infere romane: così il mundus, la fossa rituale che veniva aperta tre giorni l'anno, è detto da Macrobio consacrato a Dite e a Proserpina, quasi porta spalancata dell'oltretomba (deorum tristium atque inferum ianua)[33][27][34]. In Italia si chiamavano ianuae o spiracula Ditis («porte» o «spiragli di Dite») i luoghi da cui esalavano vapori mefitici, ritenuti accessi al mondo dei morti: primo fra tutti il lago d'Averno presso Cuma, la «porta dell'atro Dite» dell'Eneide, e la valle del lago di Ampsanctus al confine fra Campania e Apulia, dove le vittime sacrificali morivano per le sole esalazioni[35][31].

Una leggenda riferita da Varrone collegava infine Dite a Saturno: al piede del Campidoglio un sacello di Dite sorgeva accanto all'antichissima ara di Saturno (sacellum Ditis arae Saturni cohaerens), e i Pelasgi, obbedendo a un oracolo di Dodona, avrebbero un tempo offerto a Dite teste umane e a Saturno vittime umane, finché Ercole non insegnò a sostituire alle teste gli oscilla, figurine antropomorfe, e alle vittime lumi accesi: un racconto eziologico nato per spiegare l'uso degli oscilla e dei ceri nei Saturnali[36][37]. La tradizione stessa, peraltro, non riferisce l'episodio a Roma, ma agli Aborigeni del territorio sabino di Cutilia[20].

Identificazioni e assimilazioni

Divenuto il nome corrente del dio della morte, Dis pater servì a designare ogni divinità infera, romana o straniera: gli furono identificati Summano, Veiove — che il mitografo vaticano chiama «Vedius, cioè il dio cattivo, e Veiovis, cioè il Giove cattivo, detto anche Orco» — e Februus, l'oscuro dio delle purificazioni di febbraio[38][14]. Servio riconosce Dite nel dio del monte Soratte, Soranus: durante un suo sacrificio dei lupi avrebbero rapito le carni dal fuoco, e i pastori che li inseguirono, colpiti da una pestilenza, ricevettero l'ordine oracolare di vivere di rapina «come lupi»; da allora furono detti Hirpi Sorani, «lupi di Sorano», cioè — spiega Servio — «quasi lupi di Dite padre»[39][14]. Anche il dio etrusco della morte Mantus fu inteso come il Dite degli Etruschi («in lingua etrusca chiamano Mantus Dite padre»)[40][38], mentre Tertulliano ricorda che negli spettacoli anfiteatrali una maschera di «Dite padre», armata di martello — dietro la quale si riconosce l'etrusco Charun — accompagnava fuori dall'arena i cadaveri dei gladiatori[41][38]. Tacito riferisce infine che alcuni riconoscevano Dite nel dio venerato a Sinope, il futuro Serapide[42][38].

Su una serie di monumenti tardi di provenienza per lo più extraitalica — a Roma soltanto nel dipinto funerario dell'ipogeo di Vibia presso le catacombe di Pretestato, dove il dio troneggia accanto alla defunta rapita «alla maniera di Proserpina» — al fianco di Dite compare, al posto della sposa tradizionale, una dea Aeracura o Aera Cura, interpretata come adattamento popolare della greca Hera Kyria, la «Signora Era» infera[43][8].

Il Dis Pater dei Galli

Statuetta bronzea di divinità identificata come Giove-Dispater (Museo archeologico di Strasburgo).

Cesare, passando in rassegna gli dèi dei Galli con i nomi delle divinità romane corrispondenti secondo il metodo dell'interpretatio romana, scrive che «i Galli affermano di discendere tutti da Dite padre, e dicono che ciò è tramandato dai druidi: per questa ragione misurano ogni durata non col numero dei giorni ma con quello delle notti»[44][38]. Quale dio gallico si celi dietro il nome romano è questione dibattuta: fra i candidati proposti dagli studiosi moderni figura Sucellos, il dio dal maglio di carattere ctonio[45].

Nella letteratura

Per i poeti latini il nome di Dite è un modo consueto di evocare la morte e il suo regno, secondo immagini interamente greche[27]. Questo uso passò alla tradizione letteraria italiana. Nella Divina Commedia di Dante Alighieri la «città c'ha nome Dite» racchiude, oltre lo Stige, il basso inferno[46], e «Dite» è anche uno dei nomi di Lucifero confitto al centro della terra: «"Ecco Dite", dicendo, "ed ecco il loco / ove convien che di fortezza t'armi"»[47]. Ugo Foscolo, nei Sepolcri, chiama «limitar di Dite» la soglia del regno dei morti, presso la quale l'illusione dei sepolcri trattiene chi non è più: «l'illusïon che spento / pur lo sofferma al limitar di Dite»[48].

Note

  1. 1 2 3 Wissowa 1912, pp. 309-310.
  2. 1 2 Wissowa 1912, pp. 310-311.
  3. 1 2 3 4 5 6 Peter 1884-1890, coll. 1179-1180.
  4. ↑ Cicerone, De natura deorum, II, 66.
  5. ↑ Quintiliano, Institutio oratoria, I, 6, 34.
  6. ↑ de Vaan 2008, pp. 173-174.
  7. ↑ Varrone, De lingua Latina, V, 66.
  8. 1 2 3 Peter 1884-1890, coll. 1185-1186.
  9. 1 2 3 Wissowa 1912, p. 311.
  10. ↑ Fowler 1911, pp. 120-121, 221.
  11. ↑ Ennio, Euhemerus, presso Lattanzio, Divinae institutiones, I, 14; Servio, Ad Aeneidem, I, 139.
  12. ↑ Virgilio, Eneide, VI, 268-269: «ibant obscuri sola sub nocte per umbram / perque domos Ditis vacuas et inania regna».
  13. ↑ Ennio, Euhemerus, presso Lattanzio, Divinae institutiones, I, 14, 5.
  14. 1 2 3 Peter 1884-1890, coll. 1187-1188.
  15. ↑ Varrone, De scaenicis originibus, presso Censorino, De die natali, 17, 8; Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX, II, 4, 5; Zosimo, Storia nuova, II, 1-4.
  16. ↑ Censorino, De die natali, 17, 11.
  17. ↑ Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX, II, 4, 5; Plutarco, Vita di Publicola, 21; Zosimo, Storia nuova, II, 1-3.
  18. ↑ Peter 1884-1890, coll. 1181-1182.
  19. ↑ Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX, II, 4, 5; Festo, De verborum significatu, p. 329 (ed. Lindsay).
  20. 1 2 3 4 Wissowa 1912, p. 310.
  21. ↑ Richardson 1992, pp. 110-111.
  22. ↑ Wissowa 1912, pp. 311-312.
  23. ↑ Lipka 2009, pp. 150-152, 157.
  24. ↑ Fowler 1911, pp. 445-446.
  25. ↑ Macrobio, Saturnalia, III, 9, 10.
  26. ↑ Livio, Ab Urbe condita, VIII, 9, 6-8.
  27. 1 2 3 4 5 Wissowa 1912, p. 312.
  28. ↑ Fowler 1911, p. 221.
  29. ↑ Svetonio, Vita di Otone, 8.
  30. ↑ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XVI, 139.
  31. 1 2 Peter 1884-1890, coll. 1184-1185.
  32. ↑ CIL I 818 = VI 140.
  33. ↑ Macrobio, Saturnalia, I, 16, 16-18.
  34. ↑ Fowler 1899, pp. 211-212.
  35. ↑ Virgilio, Eneide, VI, 126-127; VII, 563-571 con il commento di Servio.
  36. ↑ Macrobio, Saturnalia, I, 7, 28-31; I, 11, 48.
  37. ↑ Peter 1884-1890, coll. 1182-1183.
  38. 1 2 3 4 5 Wissowa 1912, pp. 312-313.
  39. ↑ Servio, Ad Aeneidem, XI, 785.
  40. ↑ Servio, Ad Aeneidem, X, 200.
  41. ↑ Tertulliano, Ad nationes, I, 10; Apologeticum, 15.
  42. ↑ Tacito, Historiae, IV, 83-84.
  43. ↑ Wissowa 1912, p. 313.
  44. ↑ Cesare, De bello Gallico, VI, 18, 1.
  45. ↑ Duval 1993, p. 64.
  46. ↑ Dante Alighieri, Inferno, VIII, 67-68.
  47. ↑ Dante Alighieri, Inferno, XXXIV, 20-21.
  48. ↑ Ugo Foscolo, Dei sepolcri, vv. 24-25.

Bibliografia

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