Tellus

Tellus distesa con i quattro fanciulli che personificano le stagioni, ai piedi di Aion entro la ruota dello zodiaco. Mosaico da una villa romana presso Sentinum, III secolo, Gliptoteca di Monaco.[1]
Il cosiddetto «rilievo di Tellus» dell'Ara Pacis: la figura centrale, seduta fra due Aurae con due bambini in grembo e circondata da simboli di abbondanza vegetale e animale, è tradizionalmente identificata con Tellus.

Tellus, invocata anche come Tellus mater e, a partire dalla tarda età repubblicana, come Terra mater («Madre Terra»), è un'antica divinità romana della Terra, intesa non come elemento cosmico contrapposto al cielo, ma come suolo natio nella sua duplice natura di campo che nutre i vivi e di sepolcro che accoglie i morti[2]. Varrone la annovera fra le venti divinità principali di Roma (di selecti) e la invoca, accanto a Giove, in apertura del De re rustica come prima fra le divinità protettrici dell'agricoltura: «Giove è chiamato padre, Tellus è la madre»[3]. Nel culto e nella letteratura è strettamente associata a Cerere, con la quale condivide feste e sacrifici legati alla fertilità dei campi[4].

Il suo equivalente greco è Gea, con cui fu progressivamente identificata; presso gli Etruschi le corrispondeva la dea Cel[2]. Secondo una tesi avanzata da Michael Lipka, la Terra mater onorata da Augusto ai ludi secolari del 17 a.C. costituirebbe un trasferimento diretto della greca Gē mētēr nella pratica religiosa romana, distinto dall'antica Tellus, il cui tempio sorgeva entro il pomerio ed era officiato dai sacerdoti dello Stato[5].

Etimologia

Il latino tellūs («suolo, terra») è ricondotto dal linguista Michiel de Vaan alla radice protoindoeuropea *telh₂- («portare, sostenere»), da cui derivano anche l'antico irlandese talam («terra») e il sanscrito tala- («superficie, fondo»): la Terra sarebbe stata dunque concepita in origine come «portatrice» o «sostenitrice» di ciò che vive sulla sua superficie[6].

Il grammatico Servio, commentando l'Eneide, distingue l'uso dei due termini: terra designa propriamente l'elemento, mentre Tellus è la dea, il cui nome può essere impiegato per indicare la sua sfera di competenza, così come Vulcano sta per il fuoco, Cerere per le messi e Liber per il vino[7]. Nello stesso senso Cicerone afferma che «la terra stessa è dea, e come tale è considerata: che cos'altro è infatti Tellus?»[8].

Come ha mostrato Georg Wissowa, il nome cultuale originario è esclusivamente Tellus, senza ulteriori epiteti: il tempio urbano è sempre chiamato aedes Telluris e la forma Tellus mater compare solo nella formula rielaborata della devotio delle città nemiche tramandata da Macrobio. La designazione Terra mater si afferma invece con rapidità crescente dalla fine della Repubblica: le sue attestazioni più antiche sono un'iscrizione urbana e gli atti dei ludi secolari augustei, nei quali l'epiclesi mater è divenuta parte integrante del nome della dea[2]. In Varrone, del resto, mater non appartiene ancora al nome ma è predicato onorifico, parallelo al pater attribuito a Giove[2][3].

Caratteri della dea

Tellus e Cerere

Il legame fra Tellus e Cerere è antichissimo e attraversa tutto il culto agrario romano. Ovidio, descrivendo nei Fasti la festa della semina, chiama le due dee «madri delle messi» (frugum matres) e ne precisa la ripartizione di competenze: «Cerere e Terra assolvono un compito comune: l'una fornisce alle messi la causa, l'altra il luogo»[9]. Tellus è dunque il suolo che accoglie il seme, Cerere la forza che lo fa crescere e maturare[4].

Con il progressivo mutare di Roma da comunità agricola a metropoli, il culto di Tellus perse vitalità a vantaggio di quello di Cerere, identificata con la greca Demetra: già in età augustea la festa di Cerere, la Cerealia, si era sviluppata in ludi di otto giorni, mentre la dea più antica sopravviveva soprattutto in riti arcaici come la devotio e nelle formule funerarie[10]. Un esempio di questa sostituzione è offerto dal sacrificio della porca praecidanea, la scrofa immolata prima della mietitura: in origine spettante, con ogni probabilità, alla sola Tellus in connessione con il culto dei Mani, in età storica era offerto congiuntamente a Tellus e a Cerere, e nel formulario riportato da Catone la destinataria è ormai la sola Cerere[11][12].

Signora dei defunti

Stele dedicatoria a Terra mater in adempimento di un voto, I secolo d.C. (Walters Art Museum, Baltimora).

Nella concezione romana arcaica la terra non soltanto nutre i vivi, ma accoglie i morti, sepolti o cremati, e l'intera schiera dei Mani: il sepolcro è al tempo stesso luogo di culto di Terra mater e dei Mani, come mostra la frequente iscrizione funeraria urbana dedicata congiuntamente «agli dèi Mani e alla Terra madre» (dis manibus et Terrae matri)[13]. Per la stessa ragione la dea ricorre negli epitaffi metrici di età imperiale, come nel verso «Terra mater rerum quod dedit ipsa teget» («la Terra, madre delle cose, coprirà ciò che essa stessa ha dato»)[10][2].

La funzione di divinità che accoglie i defunti, che la religione greca attribuiva a un sovrano personale dell'oltretomba, era dunque assolta in origine, a Roma, da Tellus insieme ai Mani. Dis Pater, l'equivalente romano di Plutone, è al confronto un arrivo recente: il suo culto fu accolto ufficialmente solo nel 249 a.C., con l'istituzione dei giochi del Tarentum, e venne così ad affiancarsi, nella sfera dei morti, all'antica coppia di Tellus e dei Mani[14][15]. Le tracce della competenza funeraria originaria della dea sopravvivono nei riti arcaici — la porca praecidanea offerta in connessione con il culto dei morti, la devotio — e nelle formule sepolcrali[11].

Il matrimonio

La stretta connessione fra campo seminato e grembo materno spiega il ruolo di Tellus nella sfera del matrimonio. Virgilio la nomina per prima, accanto a Giunone pronuba, nell'unione di Didone ed Enea («prima et Tellus et pronuba Iuno / dant signum»), e il commento serviano al passo attesta che, secondo alcuni, Tellus presiedeva alle nozze e veniva invocata negli auspici nuziali[16][13].

Il culto

Il tempio

Tellus era invocata in occasione dei terremoti, manifestazioni dirette della sua potenza[13], e fu proprio un terremoto a dare origine al suo santuario romano. Il tempio fu votato nel 268 a.C. dal console Publio Sempronio Sofo quando, durante una battaglia della guerra contro i Piceni, la terra tremò sotto i due eserciti[17][18]. Sorgeva sulle Carinae, l'altura alle pendici dell'Esquilino che domina il Foro, divenuta in età tardo-repubblicana un quartiere elegante, dove abitarono Pompeo e la famiglia di Cicerone[19][20]. Secondo la tradizione, l'area era quella su cui sorgeva la casa di Spurio Cassio Vecellino, demolita dopo la sua condanna a morte (485 a.C.) per aspirazione alla tirannide[21][18]. L'anniversario della dedicazione (dies natalis) cadeva il 13 dicembre, quando i calendari registrano il sacrificio «Telluri et Cereri in Carinis» e un lettisternio in onore di Cerere[18].

Doveva trattarsi di un edificio di notevoli dimensioni, poiché vi si potevano tenere sedute del Senato: vi si svolse, il 17 marzo del 44 a.C., la memorabile seduta successiva all'uccisione di Cesare[22][18]. Una parete del tempio recava una raffigurazione dell'Italia, carta geografica o immagine allegorica, menzionata da Varrone in apertura del De re rustica[23][20]; nel tempio si custodiva inoltre un misterioso oggetto, altare o sacello detto magmentarium, ricordato da Cicerone, il quale lamenta anche che la vicinanza della propria casa inducesse alcuni a ritenerlo tenuto alla manutenzione dell'edificio[24]. Sull'area del tempio sorgeva fra l'altro una statua di Quinto Cicerone, fatta erigere dal fratello Marco[25].

Le Sementivae

Alla fine di gennaio, a semina invernale conclusa, si celebravano le feriae Sementivae (o Sementinae), festa mobile (feriae conceptivae) indetta dai pontefici, che nelle campagne corrispondeva ai Paganalia celebrati dai pagi[4]. Ovidio, che ne colloca la descrizione sotto il 24-26 gennaio, vi rappresenta gli agricoltori che sospendono l'aratro e placano le «madri delle messi», Tellus e Cerere, con offerte di farro e con il sacrificio di una scrofa gravida, affinché proteggano il seme affidato al suolo[9][4].

I Fordicidia

Il 15 aprile Tellus riceveva il sacrificio dei Fordicidia, che William Warde Fowler definì «senza dubbio uno dei più antichi riti sacrificali della religione romana»: si immolavano vacche gravide (fordae), una sul Campidoglio per lo Stato e una in ciascuna delle trenta curie, le più antiche ripartizioni della cittadinanza[26][27]. I vitelli non nati venivano estratti dal grembo materno dagli assistenti della vestale massima e bruciati; le loro ceneri erano conservate dalle Vestali per essere impiegate, pochi giorni dopo, come sostanza purificatrice (suffimen) nella festa dei Parilia del 21 aprile[26]. Lo scopo del rito, come suggeriscono Ovidio e, sulla scia di Varrone, l'antiquario bizantino Giovanni Lido, era assicurare la fertilità del grano che già cresceva nel grembo della madre terra: «ora è gravido il bestiame, gravide di seme sono le terre: a Tellus piena si dà una vittima piena»[26][28].

Ovidio attribuisce l'istituzione della festa a Numa Pompilio: in un periodo di carestia il dio Fauno, apparso in sogno al re, avrebbe prescritto in forma di enigma un sacrificio a Tellus («con la morte di due bovini si plachi Tellus: una sola giovenca dia due vite ai riti»), che Numa avrebbe risolto immolando una vacca gravida[29]. I Fordicidia cadevano nel cuore di aprile, mese in cui si concentrano le feste delle divinità femminili della terra e della vegetazione — oltre a Tellus, Pale, Cerere e Flora — segno, per Fowler, della grande antichità di questi culti[30].

La devotio

La devotio del console Publio Decio Mure, parte del ciclo di Peter Paul Rubens sulle Storie di Decio, 1617-1618.

In quanto signora dei defunti, Tellus è centrale nel rituale della devotio, con cui il comandante romano consacrava agli dèi inferi sé stesso e l'esercito nemico[11]. Nella formula antica, pronunciata secondo Livio dal console Publio Decio Mure nella battaglia contro i Latini del 340 a.C., le legioni nemiche sono consacrate, insieme al console stesso, «agli dèi Mani e a Tellus» (deis manibus Tellurique)[31][13]. Una redazione più tarda, riferita da Macrobio e impiegata per la devotio delle città nemiche, si apre invece con l'invocazione a Dis Pater, Veiove e ai Mani e si chiude con la coppia Tellus mater e Giove, prescrivendo che chi la pronuncia tocchi il suolo quando nomina la dea e levi le mani al cielo quando nomina il dio[32][13]. La presenza di Dis Pater, accolto a Roma solo a metà del III secolo a.C., è per Fowler l'indizio della relativa modernità di questa seconda formula, nella quale il dio infero di origine greca si affianca all'antica dea romana dei morti[14].

Il Tarentum e i ludi secolari

Nel 249 a.C., anno di grave pericolo per Roma durante la prima guerra punica, un oracolo sibillino ordinò di inaugurare un nuovo saeculum con un rituale greco: nell'area del Campo Marzio detta Tarentum, presso il Tevere, fu dedicato un altare sotterraneo alle divinità infere Dis Pater e Proserpina, alle quali per tre notti consecutive furono offerte vittime nere[15]. Ai ludi secolari celebrati da Augusto nel 17 a.C. la coppia infera non compare più fra i destinatari dei sacrifici: nel medesimo Tarentum fu onorata invece, fra le altre divinità, Terra mater, che vi ricevette, secondo «rito greco» (Graeco ritu), l'olocausto di una scrofa gravida[33]. Anche in questo caso, dunque, la Madre Terra subentrò nel luogo di culto del dio infero. Secondo Lipka, questa Terra mater del Tarentum, venerata fuori dal pomerio e con rituale greco, va distinta dall'antica Tellus del tempio urbano e rappresenta l'ingresso diretto della Gē mētēr greca nel culto di Stato romano[5]. È significativo che Orazio, nel Carmen saeculare composto per quella celebrazione, sostituisca alla Terra mater del rituale la coppia tradizionale di Tellus e Cerere, mentre le divinità greche del Tarentum non vi sono più nominate: «Tellus, feconda di messi e di greggi, doni a Cerere una corona di spighe»[34][35][36].

In Italia e nelle province

Le dediche votive urbane a Tellus o a Terra mater sono sorprendentemente poche — non molto più di una mezza dozzina — e, con un'unica eccezione, adottano tutte la formula Terrae matri[35]. Il culto è invece ben documentato nelle province: in Africa la dea compare come Tellus Genetrix, dispensatrice dell'abbondanza granaria della regione, mentre nei distretti minerari della Pannonia e della Mesia Superiore numerose iscrizioni votive a Terra mater furono poste dai vilici imperiali preposti alle fonderie; l'imperatore Settimio Severo restaurò un tempio della dea nel distretto argentifero dell'attuale Rudnik, in Mesia Superiore[35][37].

I Romani riconobbero volentieri la propria Madre Terra nelle dee di culti stranieri: Macrobio la identifica con l'egizia Iside e con la siriaca Atargatis, e Tacito, descrivendo la dea Nerthus venerata dalle tribù germaniche del Baltico, la definisce senz'altro «Terram matrem», la Terra Madre che «interviene nelle vicende umane»[38][39].

Iconografia

Rovescio di un denario di Adriano con la legenda TELLVS STABIL(ita).

Tellus è raffigurata di norma come una figura femminile matura e solenne, distesa o semisdraiata al suolo, con gli attributi dell'abbondanza: la cornucopia, frutti, spighe e animali domestici[1]. La sua immagine più celebre è la figura centrale del rilievo orientale dell'Ara Pacis di Augusto, seduta fra le personificazioni delle brezze di terra e di mare, con due bambini in grembo e attorniata da messi, frutti e animali: l'identificazione con Tellus, già proposta dai primi studiosi del monumento, resta la più diffusa, benché discussa[1]. Tipi affini compaiono sulla corazza della statua di Augusto da Prima Porta e, in età più tarda, sul mosaico di Sentinum oggi a Monaco di Baviera, dove i fanciulli che affiancano la dea distesa sono chiaramente caratterizzati come le quattro stagioni[1].

Lo stesso schema ricorre sulle monete e sui medaglioni imperiali: sotto Adriano e Commodo la dea appare distesa, con il braccio destro appoggiato a un globo stellato e accompagnata dalle quattro stagioni, con la legenda TELLVS STABIL(ita), «la Terra resa stabile»[1]. Il tipo, già presente sui denari di Adriano con la dea recante vomere e rastrello o distesa con globo e cesta di frutti, ricompare con la legenda TELLVS STABILITA sulle emissioni di Faustina minore[40].

Tellumo e Tellurus

Accanto alla dea le fonti menzionano, raramente, una controparte maschile. Agostino d'Ippona, attingendo a Varrone, ricorda che al medesimo ambito della terra erano assegnati, oltre a Tellus, il dio Tellumo e le figure di Altor e Rusor, e ironizza sulla moltiplicazione delle divinità preposte ai campi[41]. Un Tellurus è nominato dal solo Marziano Capella, nell'elenco delle divinità della quinta regione del cielo[42][43].

Note

La Saliera di Benvenuto Cellini, dove la Madre Terra incontra Nettuno, dalla cui unione si origina il sale.
Tellus Bavaria, bronzo di Hubert Gerhard, Hofgarten (Monaco di Baviera).
  1. 1 2 3 4 5 Wissowa 1924, coll. 342-345.
  2. 1 2 3 4 5 Wissowa 1924, coll. 331-333.
  3. 1 2 Varrone, De re rustica, I, 1, 5; Agostino d'Ippona, De civitate Dei, VII, 2.
  4. 1 2 3 4 Fowler 1899, pp. 294-295.
  5. 1 2 Lipka 2009, pp. 151-152.
  6. ↑ de Vaan 2008, pp. 608-609.
  7. ↑ Servio, Ad Aeneidem, I, 171: «tellurem autem pro terra posuit, cum Tellurem deam dicamus, terram elementum».
  8. ↑ Cicerone, De natura deorum, III, 52.
  9. 1 2 Ovidio, Fasti, I, 671-674.
  10. 1 2 Fowler 1911, pp. 121-122.
  11. 1 2 3 Fowler 1911, p. 121.
  12. ↑ Catone, De agri cultura, 134; cfr. Aulo Gellio, Noctes Atticae, IV, 6, 8.
  13. 1 2 3 4 5 Wissowa 1924, coll. 337-338.
  14. 1 2 Fowler 1911, p. 221.
  15. 1 2 Fowler 1911, pp. 440-441.
  16. ↑ Virgilio, Eneide, IV, 166, con il commento di Servio ad locum.
  17. ↑ Floro, Epitome, I, 14, 2.
  18. 1 2 3 4 Wissowa 1924, coll. 338-339.
  19. ↑ Svetonio, De grammaticis, 15; Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, VIII, 79, 3.
  20. 1 2 Richardson 1992, pp. 378-379.
  21. ↑ Livio, Ab Urbe condita, II, 41, 11; Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, VIII, 79, 3; Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX, VI, 3, 1b; Cicerone, De domo sua, 101.
  22. ↑ Appiano di Alessandria, Guerre civili, II, 126; Cassio Dione, Storia romana, XLIV, 22, 3.
  23. ↑ Varrone, De re rustica, I, 2, 1.
  24. ↑ Cicerone, De haruspicum responsis, 31.
  25. ↑ Cicerone, Epistulae ad Quintum fratrem, III, 1, 14.
  26. 1 2 3 Fowler 1899, pp. 71-72.
  27. ↑ Ovidio, Fasti, IV, 629-640.
  28. ↑ Ovidio, Fasti, IV, 633-634.
  29. ↑ Ovidio, Fasti, IV, 641-666.
  30. ↑ Fowler 1899, p. 67.
  31. ↑ Livio, Ab Urbe condita, VIII, 9, 8; cfr. VIII, 6, 10: «deis manibus matrique Terrae».
  32. ↑ Macrobio, Saturnalia, III, 9, 10-11.
  33. ↑ Lipka 2009, pp. 150-152, 157.
  34. ↑ Orazio, Carmen saeculare, 29-30.
  35. 1 2 3 Wissowa 1924, coll. 339-341.
  36. ↑ Fowler 1911, pp. 445-446.
  37. ↑ Dušanić 1977, pp. 58-60, 78.
  38. ↑ Tacito, Germania, 40; Macrobio, Saturnalia, I, 20, 18; I, 23, 18.
  39. ↑ Wissowa 1924, col. 345.
  40. ↑ Cohen 1859, nn. 495-499 (Adriano) e n. 103 (Faustina).
  41. ↑ Agostino d'Ippona, De civitate Dei, VII, 23.
  42. ↑ Marziano Capella, De nuptiis Philologiae et Mercurii, I, 49.
  43. ↑ Wissowa 1924, col. 331.

Bibliografia

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