Ecbasis captivi
L'Ecbasis cuiusdam captivi per tropologiam (anche solo: Ecbasis captivi o Ecbasis, "La fuga di un qualche prigioniero tramite l'allegoria") è un componimento anonimo latino di 1229 esametri leonini scoperto nel 1834 in due manoscritti da Jakob Grimm. La datazione è incerta e generalmente il testo viene collocato alla metà del XI secolo. Le particolarità del testo consistono da un lato nella complessità della trama, che si compone di più sezioni narrative incastonate l’una nell’altra, dall’altro nella natura estremamente composita del dettato testuale, che si mostra come un mosaico di fonti di varie epoche e vario genere.
La tradizione manoscritta
Il componimento è tramandato da due manoscritti, entrambi copiati nell’abbazia di Saint-Eucharius di Treviri e oggi conservati alla Koninklijke Bibliotheek di Bruxelles, già Bibliothèque Royale de Belgique. Il più antico, il ms Bruxelles, KBR 10615-729, risale alla metà del XII secolo ed è una miscellanea di circa 100 testi. Il secondo, Bruxelles, KBR 9799-809, si compone di due unità codicologiche: la prima, in cui è contenuta l’Ecbasis, risale al XII secolo, mentre la seconda è databile al XV.
Il rapporto tra i due manoscritti è stato interpretato variamente nel corso degli studi, ed esistono valide motivazioni sia per sostenere la derivazione del codice più recente da quello più antico[1] sia per ipotizzare la filiazione di entrambi da un manoscritto non pervenutoci e probabilmente interpolato o con elementi di contaminazione[2].
Datazione
La data di composizione dell’Ecbasis captivi è oggetto di discussione a partire dalla scoperta dei codici. La tradizione manoscritta fornisce un primo orientamento, ma certamente sono i riferimenti interni al testo che potenzialmente permettono di meglio circoscrivere il contesto storico. In particolare in quattro diversi luoghi (vv. 132, 254, 685, 1148) l’Ecbasis riporta il nome di due sovrani, Enrico e Corrado, i quali vanno considerati come contemporaneamente reggenti l’impero. Queste condizioni permettono di individuare principalmente due possibili periodi di composizione: quello durante il governo di Enrico I (918-936) e Corrado I (911-918), oppure durante il governo di Enrico III (1039-1056) e Corrado II (1024-1039).
L’edizione critica di Jakob Grimm (1838) per prima, sulla base di queste evidenze, riconosce e porta all’attenzione l’alternativa tra il X e l’XI secolo, esprimendo la preferenza per una datazione alta, che verrà sostanzialmente seguita dalla maggior parte degli studiosi fino ai primi decenni del Novecento (Voigt 1875, Strecker 1935 e altri). Da una parte con la sua edizione critica del 1941 Erdmann ha segnato una svolta negli studi per il fatto di collocare il testo nel pieno XI secolo (tra il 1043 e il 1056). Il suo studio si fonda su alcuni elementi soprattutto lessicali e relativi all’uso linguistico che secondo il critico sono ascrivibili più al XI che al X secolo. D’altra parte Gianfranco Vinay ha contestato sempre sul terreno strettamente filologico e linguistico questa posizione a breve distanza d’anni, nel 1949, ed è tornato ad attribuire l’Ecbasis al X secolo, in contesto socio-politico feudale che meglio si attaglia all’interpretazione di satira politica che lo studioso dà al testo.
Anche la posizione di Heinz Thomas (1964) è più volte segnalata come spartiacque degli studi, e questo per via dell’apertura di una terza ipotesi di datazione, quella più tarda. La sua indagine si focalizza soprattutto sull’analisi dei caratteri di alcuni personaggi secondari, arrivando a collocare la composizione del testo all’ultimo decennio del XI o agli inizi del XII. Generalmente la critica si distribuisce, forte di svariate ragioni, su tutte le tre ipotesi in modo non uniforme: la preferenza è per l’attribuzione del testo alla metà del XI secolo.
| Possibili sovrani | Datazione Ecbasis | Posizionamento della critica |
| Enrico I (918-936)
Corrado I (911-918) |
X (prima metà) | Grimm (1838); Voigt (1875); Strecker (1935); Vinay (1949); Mordeglia (2014) |
| Enrico III (1039-1056)
Corrado II (1024-1039) |
XI (1043-1056) | Grimm (1838); Erdmann (1941); Hoffmann (1958); Trillitzsch (1964); Ziolkowski (1993) |
| Enrico IV (1053-1106)
Corrado (incoronato 1087) |
XI (fine)-XII (inizio) | Thomas (1964); Munier (1998) |
Autore e localizzazione
A più riprese si è tentato, come con ogni opera anonima, di attribuire all’Ecbasis un autore. Grimm[3] ipotizza, sulla base soprattutto del prologo del testo, in cui l’autore tratteggia velocemente un profilo autobiografico, che si possa identificare con il monaco Malchus, di cui Girolamo racconta le peripezie e che è biograficamente accostabile all’autore per via del motivo letterario del monaco in fuga dal proprio monastero. Questa ipotesi non ha avuto seguito e non è sostenibile scientificamente. Voigt (1875) chiama l’autore “il monaco di Sant’Apro”, con riferimento al monastero di Saint-Evre di Toul, mentre Michel nel 1957 propone l’attribuzione dell’Ecbasis a Umberto da Silva Candida, cardinale che operò a lungo nella zona di Moyenmoutier e che fu vescovo di Toul. Quest’ultima ipotesi di identificazione è stata rigettata dai lavori di Lehmann, Zeydel (1964) e altri, mentre la città di Toul viene effettivamente considerata dalla critica la località di provenienza dell'autore, anche per i vari riferimenti ad essa presenti nel testo[4]. Munier (1998) sostiene che il percorso formativo dell’autore debba collocarsi nel contesto della scuola di Toul, ma che per il periodo concomitante alla scrittura dell’Ecbasis (tra il 1095 e il 1100, secondo Munier) abbia piuttosto soggiornato all’abbazia di Saint-Maximin di Treviri, che è anche l’effettivo luogo di produzione dei manoscritti nei quali il testo viene tramandato.
Trama
L'opera è divisa in più parti: un prologo (vv. 1-68), una favola esterna (vv. 69-391), una favola interna (vv. 392-1097) e di nuovo la chiusura sulla favola esterna (vv. 1098-1229).
vv. 1-68: prologo
Nel prologo, fortemente intessuto di citazioni di letteratura antica, l’autore presenta se stesso e il motivo della sua scrittura, che principalmente è volta a redimere una gioventù sprecata in pensieri vuoti. Ai vv. 36-48 l’autore scrive quasi un accessus ad auctores[5] alla sua propria opera, che dichiaratamente si scosta dai canoni storiografici di attendibilità e verificabilità dei fatti a favore di una fantasia che offre numerosi utili insegnamenti (utilia multa v. 41). Più avanti l’autore si sofferma sulla propria esperienza di insofferenza verso la condizione di clausura monacale e accidia che lo ha sollecitato alla scrittura, e che restituisce insieme una chiave di interpretazione della seguente favola del vitello come di una vicenda al contempo di ribellione e di conversione[6].
vv. 69-391: favola esterna
La storia esterna racconta di un vitello che fugge dalla stalla in cui veniva tenuto legato e si addentra in una foresta, finalmente libero. Cercando un riparo entra in una caverna in cui vive un lupo, affamato perché da tre mesi non mangia carne (l’elemento del digiuno era fondamentale per la concezione monastica della quaresima cristiana) e che dichiara di volerlo divorare. La custodia della preda viene affidata a una lontra, messaggera del lupo insieme a un riccio. L’interpretazione di un sogno fatto dal lupo da parte della lontra e del riccio indicherebbe di astenersi dal mangiare il vitello, ma il lupo non desiste dal suo piano e immagina il vitello come sua vittima pasquale. Il pastore si accorge della mancanza del vitello, e il cane che va a cercarlo allerta tutto il bestiame della stalla. Tutti gli animali si uniscono per il recupero del piccolo e vanno all’assedio della caverna del lupo. Tra tutti i suoi terribili nemici il lupo dichiara che l’unica che teme è la volpe, e il riccio e la lontra ne chiedono la ragione, motivo per cui viene raccontata la favola interna.
vv. 392-1097: favola interna
Il lupo racconta la favola del leone, re di tutti gli animali, che si trova malato nella sua caverna. Temendo la morte emana un editto per il quale tutti i suoi sudditi devono recarsi presso di lui in visita e offrirgli dei rimedi. Il lupo, antenato del lupo della favola esterna, nominato camerarius (sovrintendente, questore), ha il compito di verificare che tutti gli animali adempiano al loro dovere di sudditi, cosa che non avviene nel caso della volpe, sua nemica. Viene per lei preparata la forca, ma essa viene informata dal leopardo, e per sventare il supplizio si reca dal re. Riesce a evitare l’ira del re grazie alla sua capacità retorica: non è arrivata per tempo perché ha intrapreso un lungo e articolato viaggio (che di fatto si configura come un pellegrinaggio in Terra Santa) proprio alla ricerca del rimedio per la malattia del re, che consiste, attraverso un complesso rituale, nel rivestire il re della pelle del lupo, il quale viene scorticato vivo. Attraverso una straordinaria eloquenza la volpe persuade tutta la folla dei sudditi a concederle il loro favore, mentre il re guarisce grazie al rimedio della volpe, che viene premiata con la reggenza al trono. Nel corso della favola interna si aprono poi una serie di altre narrazioni per via del canto di inni o di recitazioni da parte di altri personaggi in occasione di un banchetto di festeggiamento. Il racconto del lupo si chiude con la composizione di un epitaffio per il suo antenato da parte della volpe, che ha ricevuto un feudo come ricompensa, e la corte del re che si allontana.
vv. 1098-1229: favola esterna
Durante il racconto del lupo l’assedio proseguiva, e il lupo presto viene abbandonato sia dalla lontra sia dal riccio. Mosso dalle parole della volpe esce dalla caverna e si mostra agli animali, che lo impalano. Nel frattempo il vitello è fuggito, e sulla via di casa racconta alla madre quel che gli è successo, anche se con reticenza. Di nuovo prende la parola il poeta, che si ripromette di non scrivere più versi.
Fonti
L’Ecbasis è un componimento complesso, caratterizzato dalla presenza di molte reminiscenze e citazioni di autori classici, tardo-antichi[7] e contemporanei all’autore, con una modalità compositiva definita dalla critica come Mosaikstil (“stile a mosaico”)[8]. Modalità di creazione poetica che vede la composizione di un testo a partire da elementi di altri autori e che si differenza dalla tecnica del centone (“Centotechnik”) per la molteplicità delle fonti da cui si attinge, per la maggiore libertà di utilizzo dell’elemento importato, per l’intervento inventivo del poeta.
Alcuni studiosi proprio sulla base della modalità compositiva del testo hanno tacciato l’autore di plagio, accusandolo di essere senza ispirazione né talento[9]. Non si può, però, parlare di plagio in un’epoca in cui l’imitazione e il recupero degli antichi sono elementi fondanti la legittimazione dell’opera, il suo impreziosimento e approfondimento di significato. Il principio dell’imitazione permette inoltre al lettore di misurare la bravura dello scrittore nella trasposizione di testo o parte di testo all’interno di un nuovo contesto. Per questa operazione, che nell’Ecbasis è di una certa finezza, l’autore
Per un componimento come l’Ecbasis cuiusdam captivi per tropologiam è fondamentale l’individuazione delle fonti a cui fa riferimento, sia per l’approfondimento della comprensione della trama del testo, sia per la corretta ricostruzione del contesto storico-culturale e sociale di formazione dell’autore, sia per l’inserimento del componimento in quel tessuto, tipico dell’impostazione intellettuale medievale, fatto di rimandi, citazioni e allusioni ad altri testi e autori antichi che sollecitano l’ampliarsi delle prospettive interpretative, nonché un loro più preciso orientamento. Si può concordare con Munier, editore critico del testo:
Riferimenti biblici
I riferimenti biblici sono numerosi, sia nel recupero del preciso dettato testuale sia nella ricostruzione dell’episodio biblico. Vengono variamente ripresi o allusi alcuni episodi dell’Antico Testamento piuttosto noti: Mosè di fronte al roveto ardente (Es 3,1-15), Giona inghiottito dalla balena (Giona 2), il re Davide che fa uccidere l’uomo ricco che ha sottratto la pecora al povero (2 Sam 12). Attraverso i personaggi, poi, vengono alluse o ricordate per analogia le figure bibliche di Esaù (con i cani da caccia), della regina Ester di fronte al re Assuero (Est 4,11 . 5,2 . 8,4). L’uso del salterio è frequente e funzionale alla narrazione, ma non ancora piegato, come poi avviene nella successiva epica animale (e.g. Ysengrimus), alla necessità di legittimazione di istanze o azioni dei personaggi, anche quando esse non sono comunemente riconoscibili come “morali”[10].
Vengono allusi anche vari episodi del Nuovo Testamento, tra i quali, in ordine sparso: l’Annunciazione (vv. 825-27), l’editto per il censimento in tutto l’impero, la Natività, il massacro degli innocenti, la moltiplicazione dei pani, il miracolo dell’albero dei fichi, il figlio prodigo, la parabola del grano e della zizzania, la guarigione del cieco, Zaccheo, la Passione di Gesù, ripresa più estesamente (vv. 838s; 899s), il giorno di Pentecoste, il martirio di Stefano, la messa in comune dei beni tra i primi cristiani, la conversione di Saulo, la presenza di Maria ai piedi della croce. In veste diversa e con varie sfaccettature viene impiegata a più riprese la Passione di Gesù, elemento che permette una interpretazione del poemetto come legato al periodo pasquale.
Il dettato biblico affiora continuamente nella versione della Vulgata, nel caso delle citazioni dei salmi o dei libri sapienziali soprattutto a livello lessicale[11].
Legame con la letteratura latina classica e tardoantica
Il legame con la letteratura classica nell’Ecbasis è molto forte, anche se non è stato oggetto di molti studi specifici[12] e in particolare sono numericamente maggioritarie le riprese di Orazio[13], che pare essere di ispirazione anche per l’intento sotteso al componimento di miscere utile dulci (“mescolare l’utile al piacevole”). Viene ripreso, sia puntualmente sia tramite allusioni o “reminiscenze” anche Virgilio, per le Bucoliche e le Georgiche ma soprattutto per l’Eneide in relazione ai momenti più epici e di pathos[14]. Di questi due autori, massicciamente ripresi e significativi, è verosimile che l’autore avesse a disposizione o comunque letto l’opera completa, mentre di altri autori, pure citati o allusi (tra cui: alcuni versi di Terenzio, Persio, Giovenale, Lucano), è più probabile che leggesse attraverso florilegi e raccolte[15].
Vengono ripresi anche parecchi autori tardo-antichi, con la presenza importante di Prudenzio, Sedulio, Giovenco. Questi e altri autori cristiani contribuiscono alla costruzione della fitta simbologia pasquale e allegorica del poema, sollecitando verso un’interpretazione come poemetto religioso[16].
A proposito delle riprese virgiliane Caterina Mordeglia sottolinea come
In ogni caso, a detta della studiosa, se il “declassamento parodico” delle fonti fa parte delle caratteristiche del genere centonario e se dunque un certo distacco ironico dal testo classico rientra nelle conseguenze attese da questa modalità, non si può però dare come ricercato dall’autore anche il ribaltamento satirico-polemico della fonte[17]:
Motivi medievali
L’Ecbasis captivi è compiutamente inserita e dunque fa riferimento al bagaglio di immagini e motivi tradizionali condivisi dalla letteratura dell’Alto Medioevo, anche se poi la loro rielaborazione creativa li configura in una struttura del tutto originale.
Preesistono all’Ecbasis alcuni scritti considerabili analoghi per finalità: Froumundo di Tegernsee scrive alcuni poemi come esercizio di stile e metro[18], probabilmente destinati alla scuola; venivano recitati o comunque erano legati al periodo pasquale alcuni componimenti, come il cosiddetto Planctus Cygni[19], recitato nel giorno di Pentecoste[18].
Poemetti e componimenti derivanti dalla favolistica animale o che ne raccolgono l’immaginario, alcune modalità e l’intento didascalico e moralizzatore fioriscono proprio a cavallo tra VIII e IX secolo, nel pieno della rinascenza carolingia. Tra gli autori (anche) di questo genere letterario vi sono Alcuino da York, Teodulfo d’Orleans, Sedulio Scoto, Leone da Vercelli con il suo Metrum Leonis. Altri testi, questi invece non attribuibili a un’autorialità precisa, ma accomunati da protagonisti teriomorfi, con caratteri tipici della letteratura favolistica, dalla breve estensione e dalla forte carica moralizzatrice, sono attestati in alcuni manoscritti compositi, e questo è testimonianza del rinnovato interesse rispetto a componimenti di questa natura. Un esempio sono tre brevi poemetti tramandati dal ms Sankt Gallen, Stiftsbibliothek, 899, databile a cavallo tra il IX e il X secolo. Dei tre titoli interessa soprattutto la Fabula de leone et vulpe[20], che rappresenta una delle prime attestazioni scritte dello stesso schema favolistico che poi costituirà la Innenfabel ("favola interna") dell’Ecbasis.
Con Ziolkoswki si può dire che:
Inoltre sempre Ziolkowski sottolinea come l’autore sia capace di esplorare anche gli altri generi letterari tipicamente medievali in cui gli animali hanno un ruolo di rilievo: a titolo di esempio si rilevano rimandi alle rappresentazioni degli animali dei bestiari e del Physiologus[21].
Legame con la religiosità benedettina
Lungo tutto il componimento presentano una certa rilevanza – sia numericamente sia dal punto di vista dell’interpretazione del testo – i riferimenti alla Regola di Benedetto e alla prassi liturgica dei monasteri, soprattutto negli accenni alle celebrazioni pasquali o negli usi e costumi che vengono rappresentati.
Varie imposizioni della Regola monastica di san Benedetto sono trasgredite o forzate fino al loro punto di rottura: così il digiuno quaresimale di astensione dalle carni viene interpretato dal lupo (e poi anche dalla corte del leone) come libertà di godere ed eccedere in abbondanza e in varietà di frutta, verdura, pesce[22]. Altri elementi sono introdotti come momento di prassi della quotidianità dei personaggi, come la recita, in più momenti della giornata, del salterio e delle preghiere monastiche. Spesso sono prassi quotidiane che vengono esagerate senza apparente necessità, come nel caso in cui la volpe e il leopardo scelgono di recitare tutto il salterio in una sola giornata (vv. 420-423), mentre nell’uso monastico è distribuito nell’arco di una settimana.
Assumono un rilievo particolare gli elementi riguardanti la Quaresima e la Pasqua, che evidentemente non costituiscono solamente la cornice temporale in cui si svolgono le vicende. Fin dalla favola esterna sono presenti numerosi riferimenti a momenti specifici della liturgia della Veglia pasquale: il digiuno (seppure esso sia frainteso dai protagonisti e diventi così un elemento nettamente parodico); lo scambio del bacio della pace tra il vitello e il lupo prima, tra la volpe e il leone poi; le posizioni assunte nella preghiera; le letture; l’immagine dell’agnello pasquale; l’eucarestia[23]. Questi riferimenti, di volta in volta più o meno espliciti, attraversano tutte le diverse vicende dei protagonisti, in modo da suggerire che vadano considerati come elementi chiave nell’interpretazione del componimento.
Finalità dell'opera e interpretazioni
Dell’Ecbasis cuisdam captivi per tropologiam sono state date, rispetto alla finalità e al contesto di scrittura, varie interpretazioni. D'altronde l’interesse scientifico rispetto a questo componimento in parte risiede proprio nella sua irriducibile ambivalenza.
Ci sono state, nel corso degli studi, ricerche finalizzate a una interpretazione letterale, che hanno tentato l’individuazione puntuale di ogni personaggio con una figura storicamente esistita[24]. Al contrario, l’interpretazione allegorica del testo (peraltro sollecitata dallo stesso titolo “per tropologiam”), scelta da altri studiosi[25], procede non dall’indagine dei singoli dettagli quanto piuttosto nella considerazione globale del significato del testo, con l’identificazione di alcuni degli animali talvolta con il demonio (spesso il lupo), talvolta con un monaco (il vitello), o con la comunità dei monaci (la mandria degli animali tutta) e spiegano variamente le relazioni tra di essi come contrapposizione tra la ricerca di un bene celeste e le tentazioni del mondo terreno.
Tutte queste interpretazioni per Ziolkowski[26] falliscono nell’interpretazione del testo, prima di tutto perché non si soffermano sul rapporto tra la favola interna e quella esterna, e in secondo luogo in quanto non considerano il componimento nella sua intertestualità, dal momento che leggono l’annessione dei molti poeti pagani e cristiani alla stregua di un abbellimento e non come elemento strutturale.
Pare comunque condivisa da molta critica l’idea che essa sia un’opera di edificazione, offerta dal maestro per la formazione dei giovani monaci, spesso ancora attratti dai piaceri del mondo e in fuga dalla clausura come il piccolo protagonista del componimento dalla sua stalla. Vanno tenuti in considerazione, però, i molti elementi che non riguardano la vita religiosa, ma fanno riferimento piuttosto a quella cortigiana del mondo feudale, con la messa alla berlina, attraverso una rappresentazione caricaturale di personaggi e situazioni, di usi e costumi della nobiltà. Munier[27] cerca una soluzione alla compresenza di questi elementi, in parte contrapposti, ipotizzando che l’Ecbasis possa essere un testo pedagogico destinato a una scuola monastica aperta anche a giovani rampolli della nobiltà feudale, e dovesse fornire con ironia precetti e consigli utili per la buona educazione e la vita in società o in monastero dei giovani. L’Ecbasis è considerato dunque un prodotto della scuola della Lotaringia dell’XI secolo, seppur esso non presenti l’usuale forma di un testo scolastico[28]. L’interpretazione come prodotto di scuola permette anche di considerare l’elemento dell’intertestualità come funzionale:
Parte della critica ha maggiormente calcato la mano sul rapporto che si stabilisce con altri testi letterari, che spesso si configura come ironico-parodico, anche se non ancora apertamente polemico o satirico. Rispetto ai riferimenti alla nobiltà feudale e alla vita di corte o alla vita monastica ci si è chiesto invece se il testo non possa rappresentare un piccolo esempio di satira politica o di costume[29].
Ziolkoswki ricorda poi la necessità di conciliare le continue citazioni dal mondo classico e medievale con quelle bibliche e dalla regola di san Benedetto[30], non dimenticando anche la pervasiva presenza di riferimenti ai periodi liturgici quaresimale e soprattutto pasquale. Questi elementi costituiscono un ulteriore livello di lettura del testo che, ben lontano dall’essere superficiale, fortemente lo informa e potrebbe dare adito a un’ulteriore interpretazione: quella dell’Ecbasis come testo di natura allegorico-religiosa destinato alla recitazione o lettura ad alta voce in occasione dei giorni pasquali. Non fanno parte del testo tout court ma della sua presenza fisica sui manoscritti alcuni elementi che inducono a pensare a una recitazione vera e propria a più voci, ovvero le indicazioni, nel margine di colonna, dell’attribuzione delle singole battute ai personaggi. Nel suo saggio, sollecitata dall’interpretazione provocatoria di Vinay del componimento come “prima compiuta commedia del Medioevo”[31], Mordeglia sottolinea come la presenza di tituli personarum in questa epoca e genere letterario rappresenti un elemento di unicità, e possa essere dunque indice della probabilità di una drammatizzazione del testo[32].
Diffusione e fortuna
Il testo si colloca in un periodo storico e culturale di transizione, e proprio di questa transizione è testimonianza. A cavallo del IX e del X secolo la favola, come genere letterario classico, viene ripresa, articolata nelle sue singole parti, nella caratterizzazione dei personaggi e nella trama, scomposta nei suoi originari intenti morali e ricomposta verso direzioni e finalità ben lontane dalle originarie. La favola inizia in quegli anni il percorso che la porterà a fondare la letteratura dell’epica animale, e l’Ecbasis captivi è uno dei testimoni dello sviluppo di schemi narrativi in testi come il Roman de Renart e l’Ysengrimus. In particolare con quest’ultimo l’Ecbasis condivide il personaggio del lupo, anche se con notevoli differenze di prospettiva (in Ysengrimus è protagonista), e la favola del leone malato, che però nei due testi assume collocazioni diverse (nell’Ecbasis è favola interna, mentre in Ysengrimus è la cornice entro cui si inscrive parte del racconto). In conclusione, una diretta influenza dell’Ecbasis captivi su testi successivi non è dimostrabile, in quanto numerosi motivi sono condivisi dal coté letterario e culturale del X-XI secolo[33].
Note
- ↑ Grimm, 1838; Munier, 1998.
- ↑ In questo caso le ipotesi si moltiplicano. Si segnalano: lo stemma Voigt (1875), lo stemma Comerci (1979), la ricostruzione, operata però non sullo studio dell’Ecbasis, ma sul Novus Avianus dell’Astensis poeta, un componimento contenuto negli stessi due manoscritti dell’Ecbasis e in un terzo (ms. Munchen, Staatsbibliothek, Clm 4652), di Zurli, 1991.
- ↑ Grimm 1838
- ↑ Cfr. vv. 71.124.329.465.
- ↑ Ziolkowski 1993, p. 161.
- ↑ Ivi, p. 162.
- ↑ Per un compendio si veda Mordeglia 2014, p. 209.
- ↑ Billerbeck 1976.
- ↑ Voigt 1875; Wilmotte 1918; Mozley 1965.
- ↑ Munier 1998, p. 33.
- ↑ Ivi, p. 31.
- ↑ Se ne ricorda uno dei pochi, di Latour 1972.
- ↑ Sui rapporti con l’opera oraziana si vedano: Billerbeck 1976, Bertini 1998, Tedeschi 2004 e 2005.
- ↑ Il momento dell’assedio della tana del lupo (vv. 338-388), la rievocazione della passione di Cristo con tutti gli animali alla corte del leone (vv. 906-974). Cfr. Mordeglia 2014, p. 217.
- ↑ Mordeglia 2014, p. 210.
- ↑ Ibidem.
- ↑ Su questo cfr. anche Ziolkowski 1993, p. 157.
- 1 2 Ziolkowski 1993, p.195.
- ↑ Incipit: Clangam, filii. La melodia è conservata in alcuni manoscritti.
- ↑ In realtà il testo risulta completo solo considerando anche il ms Biblioteca Apostolica Vaticana, Reg. lat. 421 VIII, in quanto uno dei fogli che lo conteneva nel manoscritto di San Gallo è confluito in questo secondo.
- ↑ Ziolkowski 1993, p. 195.
- ↑ Thurston 1904, p. 35: "Such perversion of the spirit of the Lent fasting was censured and satirized from the early years of the Church".
- ↑ Ziolkowski 1993, p.193-194.
- ↑ Per esempio Zarncke 1890, Hoffmann 1958, Thomas 1976.
- ↑ Cfr. ad esempio: Seiler 1877, Ehrismann 1932, Michel 1957.
- ↑ Ziolkowski 1993, p. 159.
- ↑ Munier 1998, p. 35 s.
- ↑ Ivi, p. 41-44: l’editore ricontestualizza l’Ecbasis tra i prodotti della scuola di quell’epoca, con la menzione della favolistica e della poesia didascalica, che comunque non sono totalmente corrispondenti le caratteristiche del testo.
- ↑ Cfr. ad esempio Vinay 1949.
- ↑ Ziolkoswki 1993, p. 159.
- ↑ Vinay 1949, p. 251.
- ↑ Mordeglia 2020. La studiosa si spinge anche oltre: questi elementi potrebbero essere indice anche di una considerazione del componimento come un vero e proprio testo teatrale.
- ↑ Ziolkowski 1993, p.196. Cfr. anche Ivi, p. 235-239.
Bibliografia
Edizioni critiche
- Bibliotheca Augustana, Ecbasis cuiusdam captivi (testo latino)
- (DE) J. Grimm e A. Schmeller, Ecbasis captivi per tropologiam, Göttingen, 1838.
- (DE) L. Traube, Ecbasis Captivi, MGH, Poetae Latini Aevi Carolini (PLAC) III, Berlin, 1866.
- (DE) Ernst Voigt (a cura di), Ecbasis Captivi, das älteste Thierepos des Mittelalters, K. J. Trübner, 1875. URL consultato il 19 gennaio 2010.
- (DE) K. Strecker, Ecbasis cuiusdam captivi per tropologiam, Hannover, 1935.
- (DE) W. Trillitzsch, Ecbasis cuiusdam captivi per tropologiam, Leipzig, 1964.
- (EN) E.H. Zeydel, Ecbasis Cuiusdam Captivi Per Tropologiam. Escape of a Certain Captivi Told in a Figurative Manner. An Eleventh-Century Latin Beast Epic, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1964.
- (FR) C. Munier, L’évasion d’un prisonnier. Ecbasis cuiusdam captivi. Introduction, traduction, commentaire et tables, Parigi, Brepols, 1998.
Letteratura secondaria
- F. Ermini, Un imitatore d'Orazio nel medio evo, in Medio Evo Latino. Studi e ricerche, n. 40, Modena, University of Rome, 1938.
- H. Hoffmann, Poppo von Trier in der Ecbasis cuiusdam captivi?, in Archiv fur Kulturgeschichte, n. 40, 1958, pp. 298-314.
- H. Latour, Das Lateinische Tierepos, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1972.
- M. Billerbeck, Die Horaz-Zitate in der Ecbasis cuiusdam captivi, in Mittellateinisches Jahrbuch, n. 11, 1976, pp. 34-44.
- L. Zurli, Sulla tradizione ms. dell'Astensis poeta, in Giornale italiano di filologia, 43 (1991), pp. 63-69.
- Jan M. Ziolkowski, Talking animals: medieval Latin beast poetry, 750-1150, University of Pennsylvania, 1993, ISBN 0-8122-3161-9.
- F. Bertini, Orazio nel Medioevo: l’Ecbasis captivi, Interpreti medievali di Fedro, Napoli, 1998, pp. 101-110.
- M. Mordeglia, Reminiscenze e citazioni virgiliane nell’Ecbasis captivi, a cura di M. T. Galli e G. Moretti, Sparsa colligere et integrare lacerata: centoni, pastiches e la tradizione greco-latina del reimpiego testuale, Trento, Università degli Studi di Trento, 2014.
- C. Mordeglia, Animali «recitanti». Segnali di coscienza teatrale nell’alto Medioevo, a cura di C. Mordeglia e P. Gatti, Animali parlanti. Letteratura, teatro, disegni, n. 2, Firenze, SISMEL, 2020, pp. 121-131.
Voci correlate
Collegamenti esterni
- (EN) Ecbasis captivi, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- (FR) Bibliografia su Ecbasis captivi, su Les Archives de littérature du Moyen Âge.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 208774247 · LCCN (EN) n82145070 · GND (DE) 4290941-7 · BNF (FR) cb12483782m (data) |
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