Etruria padana

L'Etruria padana è il nome convenzionale con il quale gli studiosi designano il territorio dell'Italia settentrionale stabilmente occupato dagli Etruschi, il cui nucleo originario, attestato sin dalla prima età del Ferro, coincide con l'Emilia-Romagna centro-orientale, e che in seguito si estese, a partire dalla metà del VI secolo a.C., anche ad aree della Lombardia e del Veneto meridionali.[1][2]

Storia

Cartina con i maggiori centri etruschi ed "espansione" della civiltà etrusca nel corso dei secoli (750-500 a.C.)

Il nucleo villanoviano (IX-VIII secolo a.C.)

Gli Etruschi sono attestati archeologicamente nella Pianura Padana sin dalla prima età del Ferro con la cultura villanoviana, la fase più antica della civiltà etrusca.[3][4] In questa fase l'occupazione interessa l'alta pianura emiliana: a partire dal IX secolo a.C. l'insediamento si estende sistematicamente nell'area compresa tra l'Idice e il Reno e, entro la fine del secolo, oltre il Panaro a ovest e il Santerno a est, con villaggi di alcuni ettari e necropoli a incinerazione in caratteristici vasi biconici.[5]

Sulla base del dato archeologico, la presenza etrusca nell'Italia settentrionale non sarebbe diretta conseguenza di una colonizzazione tardiva dall'Etruria tirrenica, come creduto in passato sulla base di una lettura acritica delle fonti antiche, ma il prodotto di un processo formativo locale, sostanzialmente sincrono a quello dell'Etruria tirrenica.[6][7][8] L'Etruria tirrenica e quella padana «si formano simultaneamente sin dalle fasi iniziali dell’età del Ferro: il villanoviano tirrenico e quello padano presentano un inizio pressoché sincrono e sono espressione di un analogo processo socio-politico», che si manifesta parallelamente nelle due realtà, sia sul versante settentrionale che quello meridionale dell’Appennino.[6] All'apporto demografico locale, ritenuto dominante, si affiancò comunque l'arrivo di gruppi dall'area tirrenica, il cui peso resta oggetto di dibattito.

In questa prima fase l'Etruria padana ruota attorno a due poli distinti: Bologna (Felsina), che entro la fine dell'VIII secolo a.C. assume il controllo politico del territorio compreso fra il Panaro e il Santerno, dominando la pianura fino al Po;[5] e Verucchio, in Romagna, centro di una rete di insediamenti villanoviani estesa da San Marino a Cesena e proiettata sul controllo della valle del Marecchia e dell'Adriatico.[9]

L'espansione tardo-arcaica (VI secolo a.C.)

A partire dalla metà del VI secolo a.C., in concomitanza con l'erosione del predominio etrusco sul Tirreno in seguito alla competizione con Greci e Cartaginesi, l'intera area padana fu riorganizzata e l'apertura sull'Adriatico assunse una nuova centralità nei traffici verso la Grecia e verso l'Europa transalpina.[1][2] È in questo quadro che gli Etruschi estesero la loro presenza al di fuori del nucleo emiliano originario, con la fondazione ex novo di Marzabotto (in etrusco Kainua) nell'Appennino bolognese, di Spina sulla costa adriatica e di Mantova (con l'abitato del Forcello di Bagnolo San Vito) a nord del Po, oltre allo scalo di Adria, presso il territorio dei Veneti, e a una fitta rete di insediamenti rurali e di "città minori" particolarmente documentata in Emilia occidentale.[1][2]

Con il controllo di Adria e le fondazioni di Spina, Marzabotto e del Forcello gli Etruschi stabilirono una rete di traffici che li collegava all'Etruria tirrenica attraverso i passi appenninici, alla Grecia attraverso i porti adriatici e alle terre dei Celti transalpini attraverso l'asse fluviale Po-Mincio e i valichi alpini. Il V secolo a.C. segnò il periodo di massima fioritura dell'Etruria padana.[1]

Questa riorganizzazione è stata tradizionalmente attribuita a una cosiddetta "seconda colonizzazione" da parte dell'Etruria interna (Chiusi e Volterra), distinta da quella, più antica e villanoviana, della prima età del Ferro. Giuseppe Sassatelli ridimensiona però anche questa ipotesi, osservando che nelle città di nuova fondazione, e in particolare a Marzabotto, prevalgono nettamente i gentilizi con il formante -alu, tipico dell'area padana, segno che una quota assai consistente della popolazione era di origine locale e che furono soprattutto gli Etruschi padani i protagonisti di questo processo.[1][2] Altri studiosi, come Luigi Malnati, continuano tuttavia a riconoscere un ruolo più consistente all'apporto di gruppi gentilizi provenienti dall'Etruria settentrionale, almeno per l'Emilia occidentale, sulla base dell'alfabeto di tipo chiusino dei cippi di Rubiera e di paralleli con la tipologia funeraria volterrana e pisana.[5]

Principali insediamenti etruschi

A partire dalla fine del IX secolo a.C., l'insediamento umano nella pianura emiliana, in precedenza organizzato in piccoli nuclei sparsi sul territorio, si accentrò in alcune grandi aree protourbane, in primo luogo Bologna, conosciuta in etrusco come Felsina, la principale città dell'Etruria padana, e Verucchio, fiorente centro nel cuore della Romagna.[1][5]

Secondo una notizia di Tito Livio (V, 33, 9-10), gli Etruschi avrebbero fondato nell'area padana una confederazione di dodici città, in analogia con la dodecapoli dell'Etruria tirrenica. La documentazione archeologica non consente però di riconoscere una vera e propria dodecapoli a nord dell'Appennino, e lo stesso numero di dodici è ritenuto da più studiosi una proiezione schematica della situazione tirrenica più che un dato storico verificabile.[1][2] L'identità delle città che ne avrebbero fatto parte resta dunque incerta e dibattuta: tra quelle proposte figurano Felsina (Bologna), cui le fonti riconoscono un primato (princeps Etruriae in Plinio il Vecchio), Spina, Marzabotto, Mantova e Adria.[1][5] All'interno di questo assetto è verosimile che Felsina abbia conservato il ruolo di capitale politica di una sorta di confederazione in cui ciascun centro svolgeva una funzione specifica.[5]

L'area bolognese è abitata almeno dal IX secolo a.C., come testimoniano le necropoli di età villanoviana e orientalizzante (oltre 4000 tombe).[1] Nella prima metà dell'VIII secolo a.C. il popolamento si coagulò attorno al villaggio di Villa Cassarini-Villa Bosi, dando origine a un unico abitato a carattere protourbano esteso per oltre 200 ettari, attorno al quale si disposero le necropoli.[1] La continuità topografica dell'abitato e la sequenza ininterrotta delle sepolture dal IX agli inizi del IV secolo a.C. confermano l'assenza di cesure etniche tra la fase villanoviana, quella orientalizzante e la successiva "fase felsinea": la città fu sede di una precoce acquisizione della scrittura (inizi VII secolo a.C.) e, nel V secolo a.C., delle caratteristiche stele funerarie "felsinee" a ferro di cavallo.[1][5]

  • Verucchio

Verucchio fu il principale centro villanoviano della Romagna dal IX secolo a.C., sorto su un pianoro elevato a circa 15 km dal mare, in posizione analoga a quella di molte città dell'Etruria tirrenica.[1][9] A vocazione spiccatamente commerciale, controllava la valle del Marecchia e la costa adriatica, con il proprio scalo nei pressi della futura Rimini, e fu un importante centro di lavorazione e smistamento dell'ambra baltica, oltre che sede di una raffinata produzione artigianale di cui sono testimonianza i corredi delle sue tombe, tra cui spicca il trono ligneo della necropoli Lippi.[1][9] Il suo sistema economico e sociale entrò in crisi e si contrasse a partire dalla seconda metà del VII secolo a.C.[9]

  • Marzabotto / Kainua

Kainua è la città etrusca che sorgeva sul Pian di Misano presso l'attuale comune di Marzabotto, nella città metropolitana di Bologna. Fondata ex novo nella seconda metà del VI secolo a.C. lungo la valle del Reno, assunse il suo assetto regolare attorno agli inizi del V secolo a.C., secondo un rito di fondazione di matrice etrusca ricostruibile nel dettaglio grazie alla perfetta conservazione dell'impianto urbano.[1][2] Fu uno snodo commerciale fra l'Etruria tirrenica e la Pianura Padana lungo la direttrice del Reno.

  • Mantova

Mantova era la più settentrionale delle città etrusche dell'area padana, con il ruolo di testa di ponte per gli itinerari diretti verso le popolazioni italiche (Veneti, Reti e Celti di Golasecca) e verso l'Europa transalpina; la sua origine etrusca è ampiamente attestata dalle fonti.[1][2] Poco a sud, alla confluenza tra il Po e il Mincio, l'abitato del Forcello di Bagnolo San Vito (circa 12 ettari), il cui rapporto con Mantova è ancora discusso, fu un intenso centro produttivo e commerciale.[1][2] Secondo la tradizione antica la città sarebbe stata fondata, o rifondata, dall'eroe etrusco Ocno; alla stessa tradizione erudita risale l'aggancio del nome al dio etrusco Mantus e alla figura di Manto, figlia di Tiresia.[2] Nei pressi di Mantova nacque nel 70 a.C. il poeta Virgilio (Mantua me genuit).

  • Adria

Adria era lo scalo etrusco più settentrionale, situato sull'Adriatico in prossimità del territorio dei Veneti; la fondazione dell'Atria etrusca è databile attorno al 530-520 a.C., come risposta alla precoce presenza greca nell'alto Adriatico.[1][2] La città ebbe carattere fortemente multietnico: in età ellenistica la quasi totalità delle iscrizioni adriesi è in etrusco, evidentemente la lingua ufficiale della città, accanto a nomi di origine venetica e ad alcune attestazioni di ascendenza celtica.[10]

  • Spina

Spina, fondata attorno al 530 a.C. nell'antica area deltizia del Po, rappresentò il principale approdo portuale etrusco sull'Adriatico, sede di intensi commerci con il mondo greco e in particolare con Atene. Pur ospitando numerosi individui di altre etnie, soprattutto Greci, fu una città etrusca, come prova la prevalenza assoluta delle iscrizioni in etrusco rinvenute sulle ceramiche.[1][2]

  • Forcello

Il Forcello di Bagnolo San Vito è il principale abitato etrusco-padano di VI-V secolo a.C. finora conosciuto in Lombardia, nonché il più settentrionale dell'area di espansione etrusca a nord del Po in età arcaica. La sua fondazione risale a poco dopo la metà del VI secolo a.C., mentre il definitivo abbandono si colloca agli inizi del IV secolo a.C., in probabile concomitanza con le invasioni galliche dell'Italia settentrionale.[11] Vi sono stati rinvenuti sia manufatti di produzione locale, ad attestare l'origine etrusca degli abitanti, sia materiali di importazione dalle località più diverse: il Forcello rappresentava infatti un importante nodo di scambio fra il mondo mediterraneo e l'Europa centrale.[11]

La fine dell'Etruria padana

Agli inizi del IV secolo a.C. gli equilibri territoriali fra Etruschi e Celti, consolidatisi dopo la battaglia del Ticino, furono sconvolti dall'arrivo di popolazioni galliche provenienti dall'Europa e dalla Transpadana, che calarono sul territorio degli Etruschi e degli Umbri e si spinsero fino a Roma.[1] Secondo la ricostruzione tradizionale, condivisa fra gli altri da Giuseppe Sassatelli, la calata dei Galli ebbe effetti dirompenti sul sistema di città creato dagli Etruschi nella pianura: Marzabotto perse la propria identità urbana, riducendosi a un avamposto di controllo della valle del Reno, mentre a Felsina (che Tito Livio continua a chiamare con questo nome, qualificandola ora come urbs ora come oppidum) si registra un generale impoverimento e la frammentazione dell'organizzazione del territorio, non più "per città" ma "per vici" e "per castella". I Galli intesero così subentrare agli Etruschi nel ruolo di intermediari fra il Mediterraneo e l'Europa continentale, attivando nuove direttrici commerciali più orientali, verso la Romagna, e dando vigore a insediamenti come l'abitato celtico di Monte Bibele (Monterenzio).[1][12] Solo Mantova e Spina sopravvissero allo sconvolgimento: la prima per la posizione strategica, la seconda perché decentrata e circondata da paludi e dune, divenendo punto di raccolta per molti Etruschi padani fuggiti dall'interno.[1]

La storiografia più recente ha tuttavia messo in discussione il modello dell'invasione di massa come unica chiave di lettura. Secondo questa prospettiva, sviluppata tra gli altri da Daniele Vitali e da Lorenzo Zamboni, le fonti antiche riflettono stereotipi coloniali greco-romani e non trovano riscontro quantitativo nel dato archeologico, che documenta una mobilità multiscalare e articolata (artigiani itineranti, mercenari, esogamia, spostamenti dilazionati di gruppi piccoli e medi) anziché un'unica ondata migratoria.[13] In questa lettura, l'esito non sarebbe la sostituzione di una popolazione con un'altra, ma la formazione di comunità miste e culturalmente ibride, come mostra la rilettura di siti a lungo considerati "caposaldi" celtici quali Monte Bibele e Monterenzio Vecchio, dove le analisi bioarcheologiche e isotopiche hanno rivelato bassi tassi di mobilità individuale e popolazioni eterogenee, di origine non riconducibile univocamente al mondo celtico.[13]

La presenza etrusca sull'Adriatico proseguì comunque a lungo: un'ampia fascia costiera da Adria a Ravenna rimase densamente popolata e attiva sul piano economico, con una consistente produzione locale di ceramiche, tra cui quella cosiddetta alto-adriatica, fino a saldarsi cronologicamente con i primi episodi della romanizzazione della valle del Po, che presero le mosse proprio da Rimini.[1]

Note

  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 Giuseppe Sassatelli, Gli Etruschi nella pianura padana, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, pp. 161-188, ISBN 9788820348700.
  2. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 (EN) Giuseppe Sassatelli e Elisabetta Govi, Etruria on the Po and the Adriatic Sea, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra, Routledge, 2013, pp. 281-300, ISBN 9780203526965.
  3. ↑ Diana Neri, 1.1 Il periodo villanoviano nell’Emilia occidentale, in Gli etruschi tra VIII e VII secolo a.C. nel territorio di Castelfranco Emilia (MO), Firenze, All'Insegna del Giglio, 2012, p. 9, ISBN 978-88-7814-533-7.
    «Il termine “Villanoviano” è entrato nella letteratura archeologica quando, a metà dell ’800, il conte Gozzadini mise in luce le prime tombe ad incinerazione nella sua proprietà di Villanova di Castenaso, in località Caselle (BO). La cultura villanoviana coincide con il periodo più antico della civiltà etrusca, in particolare durante i secoli IX e VIII a.C. e i termini di Villanoviano I, II e III, utilizzati dagli archeologi per scandire le fasi evolutive, costituiscono partizioni convenzionali della prima età del Ferro»
  4. ↑ Gilda Bartoloni, La cultura villanoviana. All'inizio della storia etrusca, Roma, Carocci editore, 2012.
  5. 1 2 3 4 5 6 7 (EN) Luigi Malnati, Emilia, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra, Routledge, 2013, pp. 1437-1451, ISBN 9780203526965.
  6. 1 2 Silvia Paltineri, Tito Livio e i popoli dell’Italia settentrionale preromana alla luce delle testimonianze archeologiche: dinamiche territoriali, identità e confini, in Preistoria Alpina, n. 49, Trento, MUSE - Museo delle Scienze, 2019, pp. 45-53, ISSN 2035-7699.
    «Tuttavia, da ormai oltre un trentennio risulta chiaro che la presenza etrusca in Val Padana non è un processo di occupazione tardiva, ma un dato strutturale. Le due Etrurie si formano simultaneamente sin dalle fasi iniziali dell’età del Ferro: il villanoviano tirrenico e quello padano presentano un inizio pressoché sincrono e sono espressione di un analogo processo socio-politico, che investe ugualmente due realtà al di qua e al di là dell’Appennino; in entrambi gli areali, infatti, si attivano processi di formazione di entità protourbane: per l’area padana, il caso di Bologna princeps Etruriae - pur con diverse premesse nel popolamento del Bronzo finale, archeologicamente assai meno visibile nel territorio- è per molti versi parallelo a quello delle principali entità protourbane dell’Etruria tirrenica (Sassatelli 2000: 170; Sassatelli 2005: 119-144; Sassatelli 2008). Tito Livio era dunque in errore nel ritenere che fosse avvenuto un vero e proprio processo di colonizzazione dall’Etruria tirrenica a quella padana;»
  7. ↑ Giuseppe Sassatelli, La fase villanoviana e la fase orientalizzante (IX-VI secolo a.C.), in Angela Donati e Giuseppe Sassatelli (a cura di), Storia di Bologna. Bologna nell’antichità, Bologna, Bononia University Press, 2005, pp. 119-155.
  8. ↑ Giuseppe Sassatelli, Gli Etruschi nella Valle del Po, in Giuseppe M. Della Fina (a cura di), Annali della Fondazione per il Museo “Claudio Faina”, La colonizzazione etrusca in Italia, Atti del XV Convegno Internazionale di Studi sulla Storia e l’Archeologia dell’Etruria, Orvieto, 23-25 novembre 2007, n. 15, 2008, pp. 71-114.
  9. 1 2 3 4 (EN) Patrizia von Eles, Romagna, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra, Routledge, 2013, pp. 1454-1469, ISBN 9780203526965.
  10. ↑ Giuseppe Sassatelli, Etruschi, Veneti e Celti. Relazioni culturali e mobilità individuale, in Giuseppe M. Della Fina (a cura di), Annali della Fondazione per il Museo “Claudio Faina”, Mobilità geografica e mercenariato nell'Italia preromana, Atti del XX Convegno Internazionale di Studi sulla Storia e l'Archeologia dell'Etruria, n. 20, 2013, pp. 397-427.
  11. 1 2 Parco Archeologico del Forcello, su www.parcoarcheologicoforcello.it. URL consultato l'11 gennaio 2025.
  12. ↑ Giuseppe Sassatelli, Celti ed Etruschi nell'Etruria Padana e nell'Italia settentrionale, in Daniele Vitali e Stéphane Verger (a cura di), Tra mondo celtico e mondo italico. La necropoli di Monte Bibele, Bologna, 2008, pp. 323-348.
  13. 1 2 Lorenzo Zamboni, I Celti nella valle del Po. Mobilità, visibilità e modelli interpretativi, in Pietro Chiappelloni e Paolo Storchi (a cura di), Piacenza, Etruria. Il Fegato di Piacenza, gli Etruschi e gli altri popoli antichi in Emilia occidentale, Bologna, Ante Quem, 2025, pp. 33-58, ISBN 978-88-7849-207-3.

Bibliografia

  • Raffaele C. De Marinis (a cura di), Gli Etruschi a nord del Po, 1ª ed., Udine, Campanotto, 1986, ISBN 88-456-1031-4.
  • Valerio Massimo Manfredi e Luigi Malnati, Gli Etruschi in Val Padana, Milano, Mondadori, 1991, ISBN 88-04-51296-2.
  • Raffaele C. De Marinis e Marta Rapi (a cura di), L'abitato etrusco del Forcello di Bagnolo S. Vito (Mantova). Le fasi arcaiche, 2ª ed., Firenze, Università degli Studi di Milano-Comune di Bagnolo San Vito, 2007.
  • Giuseppe Sassatelli, Gli Etruschi nella pianura padana, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, pp. 161-188, ISBN 9788820348700.
  • (EN) Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra, Routledge, 2013, ISBN 9780203526965.
  • Silvia Paltineri, Tito Livio e i popoli dell’Italia settentrionale preromana alla luce delle testimonianze archeologiche: dinamiche territoriali, identità e confini, in Preistoria Alpina, n. 49, Trento, MUSE - Museo delle Scienze, 2019, pp. 45-53, ISSN 2035-7699.
  • Pietro Chiappelloni e Paolo Storchi (a cura di), Piacenza, Etruria. Il Fegato di Piacenza, gli Etruschi e gli altri popoli antichi in Emilia occidentale, Bologna, Ante Quem, 2025, ISBN 978-88-7849-207-3.

Voci correlate

Collegamenti esterni