Felsina

Felsina
Situla della Certosa, 600-550 a.C. circa, necropoli della Certosa
Nome originale Felzna o Felsna (etrusco, ricostruito)
Cronologia
Fondazione VIII secolo a.C.
Amministrazione
Territorio controllato Vasto territorio esteso dal Po a nord alle valli appenniniche a sud, e dalla valle dell'Enza (a ovest) alla valle del Santerno (a est), controllato culturalmente e in parte politicamente[1]
Territorio e popolazione
Superficie massima circa 200 ha (stime fra 170 e 300)
Nome abitanti felsinei
Lingua etrusco
Localizzazione
Stato attuale Italia (bandiera) Italia
Località Bologna
Cartografia
La posizione di Felsina (Bologna) nell'Etruria padana

Fèlsina fu la principale città etrusca dell'Etruria padana, che corrisponde all'odierna Bologna.[2] Il nome Felsina è la latinizzazione del nome etrusco della città, probabilmente Felzna o Felsna (Velzna o Velsna).[3][4]

Origine del nome

Ricostruzione di una capanna villanoviana ai Giardini Margherita

Il nome "Felsina" (pronuncia: Fèlsina) è menzionato da Plinio il Vecchio (Naturalis historia, III, 115):

(latino)
«Intus coloniae Bononia, Felsina vocitata tum cum princeps Etruriae esset...»
(italiano)
«Dentro [c'è] la colonia di Bologna, chiamata Felsina quando era la principale dell'Etruria...»

Nella definizione pliniana di princeps Etruriae Giovanni Colonna ha riconosciuto un significato storico e cronologico più che politico-istituzionale: il termine andrebbe inteso come sinonimo di metropolis, "città madre", attribuendo a Felsina un ruolo decisivo nella genesi e nella formazione dello stesso ethnos etrusco, analogo a quello di Cortona nella tradizione dei Pelasgi, con una valenza che travalica la sola Etruria padana.[4][5]

Nonostante non siano state ritrovate iscrizioni etrusche che attestino il nome della città, esso si desume da gentilizi riferibili al nome della città.[6] Il significato originario del probabile nome etrusco Felzna (Velzna) o Felsna (Velsna) non è certo, forse "terra fertile" o similare.

Questo toponimo è probabilmente alla base dei nomi di altre località dell'area etrusca, come Volsinii (in etrusco Velzna, identificata con l'odierna Orvieto o con Bolsena). Ancora oggi, nel comune di Castelnuovo Berardenga, in provincia di Siena, esiste una località chiamata "Felsina".[7]

Esiste anche una leggenda che più semplicemente riconduce il nome Felsina all'omonima figlia del re etrusco Fero, uno fra i tanti supposti fondatori della città. Un'altra leggenda parla di Felsino, discendente dell'etrusco Ocno[8] (detto anche Bianore, lo stesso leggendario fondatore di Pianoro, Parma e Mantova, di cui parla anche Virgilio), che diede il nome alla città, successivamente cambiato dal figlio Bono in Bononia.[9]

L'aggettivo «felsineo» è successivamente entrato a far parte della lingua italiana quale sinonimo di bolognese.[10][11]

Storia

La fase villanoviana

Ossuario biconico villanoviano coperto da scodella, dal sepolcreto Savena, tomba 80. Museo Civico Archeologico, Bologna

Durante l'Età del ferro si affermò nella pianura padana la cultura villanoviana, considerata la fase più antica della civiltà etrusca.[2][12][13][14][15][16] Il nome della cultura deriva da quello di Villanova, frazione di Castenaso, dove Giovanni Gozzadini compì i primi ritrovamenti archeologici. Sulla base delle datazioni radiometriche più recenti, l'inizio dell'età del Ferro nel Bolognese viene oggi fissato attorno al 950-925 a.C., in parallelo con i grandi centri dell'Etruria tirrenica; la ricerca ha inoltre ridimensionato il presunto vuoto demografico del Bronzo finale, documentando una frequentazione dell'area bolognese già nel corso del X secolo a.C.[17]

La scansione cronologica delle fasi villanoviane e orientalizzanti è convenzionale e varia a seconda degli studi; quella qui adottata segue la periodizzazione proposta per Bologna da Giuseppe Sassatelli.[18]

Cronologia di Felsina/Bologna secondo Sassatelli 2024
FaseDatazione
Villanoviano I925-820 a.C.
Villanoviano II820-770 a.C.
Villanoviano III770-720 a.C.
Orientalizzante720-580 a.C.
Fase arcaicadal 580 a.C.

Gli scavi condotti tra gli anni settanta del Novecento e il primo decennio del Duemila hanno mostrato che, nella prima età del Ferro, attorno all'area della futura città si disponevano più villaggi distinti, sette o otto secondo il computo più recente: fra i meglio documentati quelli della Fiera a nord, di via San Donato-Caserma Battistini a nord-est, di via Sante Vincenzi a est (cui erano riferibili le necropoli di San Vitale e Savena) e di Borgo Panigale a ovest, oltre ad abitati più esterni nel territorio, come Ca' dell'Orbo verso Castenaso.[19] Almeno i due villaggi settentrionali, indagati estensivamente, mostrano dimensioni, organizzazione interna e apparati difensivi analoghi, con sistemi di canali, palizzate e terrapieni, tanto da far ipotizzare una regia politica unitaria e coordinata già in questa fase.[20][21] A partire dagli inizi dell'VIII secolo a.C. il popolamento cominciò ad aggregarsi nell'area compresa fra il torrente Aposa a est e il torrente Ravone a ovest, dove si formò il centro protourbano; per circa mezzo secolo il nuovo centro convisse con i villaggi più antichi, il che fa pensare a un processo di unificazione concordato e non traumatico.[22] La natura di questo processo è discussa. Secondo la ricostruzione più recente di Giuseppe Sassatelli, nella fase iniziale (fra il IX e gli inizi dell'VIII secolo a.C.) i sette o otto villaggi distribuiti attorno all'area della futura città, benché ancora separati sul terreno, formavano già una comunità politicamente coesa; la concentrazione fisica del popolamento nello spazio compreso fra l'Aposa e il Ravone sarebbe avvenuta solo in un secondo tempo.[23] Resta invece discusso se all'origine della città vi fu un vero e proprio villaggio-polo, funzionante da centro generatore, che alcuni riconoscono nell'insediamento di Villa Cassarini (ipotesi che Sassatelli ritiene ancora la più probabile, pur registrando la lettura alternativa che vi vede una semplice area sacra), oppure se, come sostiene Jacopo Ortalli, non essendo documentato alcun villaggio delle prime fasi villanoviane entro l'area urbana, si debba parlare non di un sinecismo in senso proprio ma dell'aggregazione programmata e concordata di alcuni grandi villaggi protourbani vicini, rimasti centri distinti.[24]

La piena affermazione del centro unitario si colloca attorno alla metà dell'VIII secolo a.C., quando diversi dei villaggi periferici si avviano a esaurirsi e il popolamento si concentra nello spazio urbano. Allo stesso momento risale la grande opera di perimetrazione e difesa rinvenuta in piazza Azzarita, considerata parte della cinta settentrionale di Felsina: una sequenza di canali, una doppia palizzata con galleria, camminamento e torre e, alle spalle, un ulteriore camminamento, una palizzata e un terrapieno, per una larghezza complessiva di almeno 80 metri. Un'opera di questa imponenza presuppone una manodopera numerosa e una programmazione possibili solo per una comunità politicamente strutturata.[25] I limiti dell'abitato sono individuati nell'Aposa a est, nelle prime propaggini collinari a sud e nella linea delle fortificazioni di piazza Azzarita a nord, mentre resta discusso il confine occidentale: con il Ravone il centro protourbano avrebbe raggiunto un'estensione di circa 200-300 ettari, che ne farebbe uno dei più estesi abitati etruschi, mentre l'ipotesi alternativa del rio Vallescura la ridurrebbe a circa 170 ettari.[26]

All'interno di quest'area gli scavi ottocenteschi di Antonio Zannoni misero in luce circa 500 strutture interpretate come fondi di capanna, un numero e una lettura oggi in corso di riconsiderazione critica; il popolamento appare comunque capillare, con punti di maggiore e minore densità e ampi spazi aperti destinati alle attività agricole e produttive, inclusa la lavorazione del bronzo, secondo un modello ben attestato anche nei centri dell'Etruria tirrenica.[27] Della vitalità della metallurgia felsinea fra la fine dell'VIII e gli inizi del VII secolo a.C. è testimonianza il cosiddetto ripostiglio di piazza San Francesco, un grande dolio che conteneva quasi 15.000 oggetti di bronzo (per un peso complessivo di circa 1418 chilogrammi) accuratamente riposti e destinati alla rifusione, insieme a numerosi strumenti da lavoro riferibili all'attività di una o più officine.[28][29][30] Discussa è la natura della frequentazione più antica dell'area di Villa Cassarini, sulle prime pendici collinari, dove sorgerà poi l'acropoli: una parte degli studiosi vi riconosce l'abitato che fece da polo aggregatore del processo formativo, un'altra un'area a carattere cultuale.[31] Attorno all'abitato, all'esterno dei suoi limiti, si disponevano le necropoli. I corredi funerari del secondo e terzo quarto dell'VIII secolo a.C., con poche e ricchissime sepolture maschili contraddistinte dalla spada affiancate da deposizioni femminili altrettanto ricche, mostrano una società che si andava rapidamente gerarchizzando attorno a un ristretto gruppo aristocratico.[32]

Nella successiva fase orientalizzante, fra la fine dell'VIII e la metà del VI secolo a.C., l'uso di segnare la tomba con un monumento scolpito restò del tutto eccezionale: le cosiddette "stele protofelsinee", decorate con motivi del repertorio orientalizzante come sfingi, palmette e animali araldici ai lati dell'albero della vita, sono appena sedici a fronte di oltre duemila sepolture, cui si aggiungono monumenti particolari come la grande pietra Malvasia Tortorelli, che in origine superava i due metri di altezza.[33]

La fase felsinea

Sale del Museo Civico Archeologico, Bologna
Specchio 310-290 a.C. circa, da tomba 954 della Necropoli Benacci, Museo civico archeologico di Bologna

A partire dalla metà del VI secolo a.C. si registra una radicale trasformazione in senso "urbano" di Felsina, la quale assunse in questo periodo la forma di una città vera e propria. La competizione greca e cartaginese al primato etrusco sul Tirreno, infatti, comportò in quel periodo un riorientamento di buona parte dei traffici commerciali verso l'interno, verso l'area padana e l'Adriatico. Grazie alla sua posizione centrale Felsina fiorì rapidamente, diventando il punto di raccordo fra due assi commerciali: uno orientato in senso nord-sud, che per la valle del Reno collegava l'area tirrenica alla pianura e all'Adriatico, e uno in senso est-ovest, che seguiva il corso del Po verso l'entroterra padano.[34][35] In questo quadro di riorganizzazione dell'intera Etruria padana, che vide la fondazione di Marzabotto sull'Appennino, di Spina sulla costa adriatica e di Mantova, Felsina mantenne il ruolo di centro di riferimento del sistema.[36] Nonostante le scarse testimonianze archeologiche, dovute alla continuità abitativa della zona nelle epoche successive, sono state ritrovate fondazioni di case in ciottoli a secco, le quali avevano spesso un tetto di tegole e coppi.[37]

In questo periodo Felsina si dotò di una vera e propria acropoli, una monumentale area sacra in posizione elevata (circa 40m più in alto rispetto all'abitato), sita nell'area dell'odierna Villa Cassarini e della Scuola di Ingegneria dell'Università di Bologna. L'acropoli comprendeva almeno un edificio templare, con cippi sagomati di travertino e marmo destinati a reggere le offerte. È proprio qui che sono state rinvenute due statuette di bronzo, usate come ex voto, raffiguranti una Eracle con i pomi delle Esperidi e l'altra Apollo con la lira (oggi conservate al Museo Civico Archeologico).[38]

Lo sviluppo urbano interessò anche la rete viaria e le aree funerarie. Attorno all'abitato, con l'esclusione del lato collinare a sud, si disponevano i vari sepolcreti, la cui successione topografica dalla città verso la campagna corrisponde a grandi linee a una sequenza cronologica, con carattere di continuità attraverso tutte le fasi dell'insediamento.[39] Nel settore occidentale l'intera necropoli era attraversata, lungo l'attuale via Andrea Costa, da una grande via sepolcrale ghiaiata, larga circa 11 metri e fiancheggiata da due fossi di scolo per una sede complessiva di circa 15 metri, documentata dagli scavi ottocenteschi nei sepolcreti Certosa, Aureli, Arnoaldi, De Lucca e Benacci: si trattava della strada che, proseguendo verso sud-ovest, raggiungeva la valle del Reno, principale via di collegamento con l'Etruria tirrenica. Ai suoi lati, già frequentati in epoca villanoviana, si concentravano in età felsinea le tombe segnalate fuori terra da stele scolpite, in una vera e propria sistemazione monumentale destinata a chi entrava in città da ovest.[40] La necropoli che ha restituito le tombe più monumentali e i corredi più ricchi è però quella sul lato orientale dell'abitato, nell'area degli odierni Giardini Margherita: vi si segnalano, oltre a sculture funerarie come leoni in arenaria, una tomba costruita con blocchi squadrati di travertino, forse in origine visibile fuori terra come una sorta di sarcofago monumentale.[41] È soprattutto grazie ai corredi funerari che si può ricostruire l'articolazione della società felsinea, con chiare differenze fra i gruppi aristocratici, caratterizzati da corredi molto ricchi e talora da elementi militari, e le altre tombe più semplici.[42]

Le stele felsinee

Stele funeraria felsinea, Museo Civico Archeologico, Bologna

L'elemento più caratteristico delle necropoli di questa fase sono le stele felsinee, segnacoli tombali in arenaria dalla peculiare forma a ferro di cavallo, esclusiva di Bologna, decorati a bassorilievo su una o su entrambe le facce. La loro produzione, uscita probabilmente da poche botteghe di scalpellini, si concentra in un arco di tempo ristretto, dalla prima metà del V agli inizi del IV secolo a.C., e costituisce di fatto l'unico grande complesso di immagini pubbliche della Bologna etrusca e dell'intera Etruria padana.[43] Il corpus fu catalogato da Pericle Ducati nel 1911: le "pietre felsinee" da lui censite, compresi i frammenti, sono 201, di cui 177 stele di forma canonica, 11 cippi e 3 sculture; ad esse si sono aggiunti i rinvenimenti successivi dell'area del Polisportivo (1925), del sepolcreto Arnoaldi (1950-1951) e di San Michele in Bosco.[44]

Le stele si addensavano lungo la grande via sepolcrale che attraversava la necropoli occidentale, disposte in funzione di chi percorreva la strada: la percentuale di tombe con segnacolo scolpito decresce con regolarità man mano che ci si allontana dalla città, dal 42% del sepolcreto Arnoaldi, il più vicino all'abitato, al 10% della Certosa, il più lontano.[45] La grande maggioranza degli esemplari è di dimensioni contenute, ma tre stele raggiungono un'altezza eccezionale di circa 2,70-2,80 metri e si riferiscono a personaggi che avevano ricoperto le supreme cariche cittadine: due iscrizioni menzionano esplicitamente lo zilacato, mentre la cosiddetta "stele della nave", segnacolo di un Vel Kaikna, raffigura una nave che è stata a lungo interpretata come riferimento a un comando navale esercitato dal defunto sull'Adriatico; letture più recenti tendono però a riconoscervi una metafora del viaggio per mare verso l'aldilà, in analogia con la Tomba della Nave di Tarquinia.[46] Le quattordici stele iscritte, con il nome del defunto sempre espresso da prenome e gentilizio, restituiscono famiglie di antica radice padana accanto ad altre di origine tirrenica, come i Kaikna, e confermano che questi segnacoli appartenevano al ristretto gruppo dirigente della città.[47]

Il repertorio figurativo comprende il viaggio del defunto verso l'aldilà su carro o a cavallo, scene di banchetto, giochi atletici, demoni e animali fantastici, oltre a un gruppo di scene di combattimento fra cavalieri e guerrieri appiedati. Queste ultime furono interpretate a partire da Gozzadini, e poi sistematicamente da Ducati, come "celtomachie", cioè come rappresentazioni della resistenza degli Etruschi di Felsina contro i Galli invasori, lettura a lungo accolta dalla manualistica.[48] Il riesame complessivo del gruppo condotto da Giuseppe Sassatelli ha però messo in dubbio questa esegesi: le scene presentano schemi e armamenti troppo vari per consentire l'identificazione etnica di uno dei contendenti, occupano di norma registri secondari rispetto al viaggio del defunto e mancano spesso di reale foga guerresca. Lo studioso propone di riconoscervi giochi funebri in armi, una sorta di ludi gladiatori legati al cerimoniale funerario, nei quali figure come il guerriero nudo della stele n. 168 potrebbero rappresentare prigionieri o elementi esterni alla comunità cittadina.[49]

Arte figurativa e rapporti culturali

Le stele a ferro di cavallo rappresentano la prima manifestazione figurativa dell'Italia settentrionale e costituiscono, pur nella loro specificità, un'espressione della civiltà artistica etrusca: prodotti di sicura elaborazione locale, per il materiale (l'arenaria delle colline bolognesi) e per la forma a ferro di cavallo peculiare del territorio felsineo, esse rielaborano temi greci, mediterranei e orientalizzanti secondo un gusto padano tenacemente conservatore.[50] Accanto alla scultura funeraria, la produzione felsinea comprende una bronzistica figurata: il pezzo più celebre è il tintinnabulo della cosiddetta tomba degli Ori del sepolcreto dell'Arsenale Militare, databile alla fine del VII secolo a.C. e recante su entrambe le facce, a sbalzo, scene di donne intente alla filatura e alla tessitura; l'opera è stata attribuita a un maestro di formazione tirrenica attivo a Bologna, che si sarebbe poi spostato in area venetica portandovi la tecnica dello sbalzo, all'origine dell'arte delle situle.[51] Alla fase felsinea appartengono inoltre alcune situle bronzee figurate rinvenute a Bologna, tra le maggiori opere dell'arte delle situle: la situla della Certosa, riutilizzata come ossuario e recante un fregio con una sfilata di armati, e la situla Arnoaldi, dalla necropoli omonima, decorata a sbalzo su tre registri con scene di gare e di una spedizione militare e prodotta nella prima metà del V secolo a.C.[52]

La posizione geografica di Felsina, allo sbocco delle valli appenniniche e al centro delle rotte che collegavano l'Etruria tirrenica alla pianura padana, all'Adriatico e all'Europa transalpina, ne fece un nodo di scambi e di mediazione culturale.[53] Gli Etruschi di Bologna trasmisero la scrittura alle popolazioni dell'Italia settentrionale, verso ovest alla cultura di Golasecca e verso est ai Veneti di Este, e attraverso Bologna passarono manufatti, artisti e impulsi culturali: la formazione stessa dell'arte delle situle, fiorita poi soprattutto nell'area veneto-alpina, è stata ricondotta all'afflusso di artigiani di tradizione tirrenica giunti per il tramite felsineo, di cui il tintinnabulo bolognese costituirebbe una delle testimonianze più antiche.[54] A partire dall'Orientalizzante recente i corredi delle necropoli bolognesi documentano un intenso fenomeno di ibridazione (métissage), con l'associazione di produzioni locali e oggetti o influssi di provenienza tirrenica, greca, mediterranea orientale, veneta, golasecchiana e hallstattiana, tanto da fare della città un centro nodale all'interno di una più ampia koiné culturale.[55]

Fase dell'occupazione gallica

Elmo in bronzo dalla tomba 953 della necropoli Benacci, III sec. a.C.

Alla fine del IV secolo a.C. la tribù gallica dei Boi, proveniente dalle regioni d'oltralpe, intraprese una migrazione in Italia, giungendo nel territorio di Felsina, dove si insediò, sovrapponendosi e convivendo con la popolazione locale etrusca. Il dominio dei Boi sulla città e sul suo territorio si protrasse fino al 196 a.C., quando i Romani li sconfissero e li scacciarono; pochi anni dopo, nel 189 a.C., vi dedussero una colonia di diritto latino con la denominazione di Bononia.[56]

La ricostruzione tradizionale, che descrive l'arrivo dei Galli come un'invasione e una sostituzione della popolazione preesistente, è stata messa in discussione dalla ricerca più recente. Gli studi archeologici, antropologici e isotopici condotti su necropoli come quelle di Monte Bibele e Monterenzio hanno restituito popolazioni miste ed eterogenee, la cui cultura materiale integra e rielabora elementi locali, appenninici, etruschi e centroeuropei; le differenze un tempo lette in chiave etnica, come quella fra tombe con e senza armi, appaiono piuttosto di natura sociale. Per lo stesso IV secolo a.C. la visibilità archeologica di un insediamento gallico nel territorio resta peraltro scarsa, con il contesto più significativo nella necropoli di Casalecchio di Reno. Al modello dell'invasione di massa si tende oggi a preferire il riconoscimento di forme diversificate di mobilità, diluite nell'arco di oltre due secoli, che diedero luogo a fenomeni di integrazione e ibridazione culturale con le comunità locali.[57]

Non è conosciuto il nome della città usato durante la dominazione gallica, mentre il nome fu in seguito modificato in Bononia dai Romani. Secondo alcuni studiosi il nome di epoca romana fu dato dai Romani sulla base del nome gallico dato alla città dai Galli Boi, ancora oggi sconosciuto.[58] Mentre per altri studiosi si potrebbe supporre che Bononia, nome dato dai Romani alla loro colonia (e alle altre città omonime), sia un nome augurale e derivi, in realtà, dal latino bŏnus ‘buono’ come Placentia da placens ‘piacevole’[59]

Esistono pochissime testimonianze archeologiche, tutte funerarie, che testimoniano della fase di dominazione celtica nel IV e III secolo a.C.[58] I ritrovamenti dalle necropoli documentano la compresenza di tradizioni funerarie diverse, con elementi celtici accanto a quelli etruschi:[58] quello dei Boi prevedeva quasi sempre l'inumazione, con casi sporadici di incinerazione attestati solo dopo la fine del IV secolo a.C.[58]. Sempre durante l'occupazione celtica, i corredi funerari rinvenuti permettono di delineare la presenza di un'élite militare il cui alto status è testimoniato dall'influenza di pratiche simposiache e di cura del corpo di derivazione ellenistica[58]. L'incidenza di questa élite, pari a 1:7, è inferiore a quella riscontrabile nella necropoli di Monte Bibele, dove la componente guerriera incideva per un terzo (1:2)[58].

Gli scavi compiuti non sembrano indicare un'alta intensità di insediamento urbano dei Boi[58]: questo, se da un lato contrasta con le notizie storiche che parlano di numerose tribù celtiche (112, secondo Catone, Origines), dall'altro è spiegabile con le specificità di insediamento dei Celti, con aggregazioni diffuse sul territorio (pianura e Appennino, in questo caso) e non particolarmente legate agli insediamenti di tipo urbano delle società mediterranee dell'epoca[58].

Scavi volti a indagare la fase archeologica pre-romana del teatro romano di Bologna testimoniano contatti con la Repubblica romana intorno alla metà del III secolo a.C., una situazione simile a quella riscontrabile per Mutina, altro insediamento etrusco, corrispondente all'attuale Modena.[58]

Note

  1. ↑ Sassatelli 2009espansione, pp. 27-28.
  2. 1 2 Giuseppe Sassatelli, Gli Etruschi nella pianura padana, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, pp. 161-188, ISBN 9788820348700.
  3. ↑ Giovan Battista Pellegrini, Toponomastica italiana, 5ª ed., Milano, Hoepli, 1990, p. 94.
  4. 1 2 (FR) Giovanni Colonna, Felsina princeps Etruriae, in Comptes rendus des séances de l'Académie des Inscriptions et Belles-Lettres, vol. 143, n. 1, 1999, pp. 285-292.
  5. ↑ Malnati e Sassatelli 2008, p. 429.
  6. ↑ Il repertorio delle fonti letterarie ed epigrafiche antiche relative alla città è raccolto in Martelli 1985, pp. 90-91, che registra la forma etrusca Felsina e l'etnico latino Bononiensis, con rinvio a Plinio (Naturalis historia III, 115) per l'attestazione del nome.
  7. ↑ Guido Persichino, Chianti classico, Guide Giunti, Giunti Editore, Firenze 2003, p. 107.
  8. ↑ Aa.Vv., Bologna, Nuove guide oro, Touring Editore, Milano 2004, p. 27.
  9. ↑ Cherubino Ghirardacci, La Historia di Bologna (etc.), Parte Prima, Bologna, Giovanni Rossi, 1596, p. 1.
  10. ↑ Luca Sancini, Bologna Slang, in la Repubblica, 14 maggio 2013, p. 15.
  11. ↑ Sinonimi e contrari di "bolognese", su treccani.it. URL consultato il 21 marzo 2019.
  12. ↑ Diana Neri, 1.1 Il periodo villanoviano nell'Emilia occidentale, in Gli etruschi tra VIII e VII secolo a.C. nel territorio di Castelfranco Emilia (MO), Firenze, All'Insegna del Giglio, 2012, p. 9, ISBN 978-88-7814-533-7.
    «Il termine "Villanoviano" è entrato nella letteratura archeologica quando, a metà dell'800, il conte Gozzadini mise in luce le prime tombe ad incinerazione nella sua proprietà di Villanova di Castenaso, in località Caselle (BO). La cultura villanoviana coincide con il periodo più antico della civiltà etrusca, in particolare durante i secoli IX e VIII a.C. e i termini di Villanoviano I, II e III, utilizzati dagli archeologi per scandire le fasi evolutive, costituiscono partizioni convenzionali della prima età del Ferro»
  13. ↑ Gilda Bartoloni, La cultura villanoviana. All'inizio della storia etrusca, Roma, Carocci editore, 2012.
  14. ↑ Giovanni Colonna, I caratteri originali della civiltà Etrusca, in Mario Torelli (a cura di), Gli Etruschi, Milano, Bompiani, 2000, pp. 25-41.
  15. ↑ Dominique Briquel, Le origini degli Etruschi: una questione dibattuta fin dall'antichità, in Mario Torelli (a cura di), Gli Etruschi, Milano, Bompiani, 2000, pp. 43-51.
  16. ↑ Gilda Bartoloni, Le origini e la diffusione della cultura villanoviana, in Mario Torelli (a cura di), Gli Etruschi, Milano, Bompiani, 2000, pp. 53-71.
  17. ↑ Vanzini 2023, pp. 16-19.
  18. ↑ Sassatelli 2024, pp. 44-45.
  19. ↑ Vanzini 2023, pp. 9-10; Sassatelli 2024, pp. 12-14.
  20. ↑ Vanzini 2023, pp. XI-XII, 63-66.
  21. ↑ Malnati 2017, pp. 1438-1439.
  22. ↑ Vanzini 2023, pp. 10-12.
  23. ↑ Sassatelli 2024, pp. 11-16.
  24. ↑ Sassatelli 2024, pp. 14-16; Malnati 2017, pp. 1439-1440; Ortalli 2008, pp. 493-506; Ortalli, Tassinari e Curina 2024, pp. 80-82.
  25. ↑ Vanzini 2023, pp. 11, 53; Ortalli 2008, pp. 493-506.
  26. ↑ Vanzini 2023, p. 10; Malnati e Sassatelli 2008, pp. 434-435.
  27. ↑ Vanzini 2023, pp. 8, 11.
  28. ↑ Sassatelli 2012, pp. 165-166.
  29. ↑ Sassatelli e Govi 2013, p. 283.
  30. ↑ La fase protourbana, su Centro "Gina Fasoli", Breve storia di Bologna (archiviato dall'url originale il 20 dicembre 2016).
  31. ↑ Vanzini 2023, pp. 10-11.
  32. ↑ Vanzini 2023, p. 12.
  33. ↑ Sassatelli 1988, pp. 206-209.
  34. ↑ Sassatelli 2024, pp. 89-92.
  35. ↑ Museo Civico Archeologico, Bologna etrusca: fase felsinea
  36. ↑ Sassatelli e Govi 2013, pp. 282-283.
  37. ↑ L'apogeo urbano (VI-V SEC. a. C.), su Centro "Gina Fasoli", Breve storia di Bologna (archiviato dall'url originale il 2 aprile 2017).
  38. ↑ L'acropoli, su Centro "Gina Fasoli", Breve storia di Bologna (archiviato dall'url originale il 2 aprile 2017).
  39. ↑ Sassatelli 1988, pp. 202-212.
  40. ↑ Sassatelli 1988, pp. 204, 212-224.
  41. ↑ Sassatelli 1988, pp. 226-233.
  42. ↑ Sepolture e società (XI-IV sec. a.C.), su Centro "Gina Fasoli", Breve storia di Bologna (archiviato dall'url originale il 2 aprile 2017).
  43. ↑ Sassatelli e Govi 2007, p. 67.
  44. ↑ Sassatelli 1988, pp. 231-234.
  45. ↑ Sassatelli 1988, pp. 220-234.
  46. ↑ Sassatelli 1988, pp. 234, 246-255; Sassatelli 2009.
  47. ↑ Sassatelli 1988, pp. 236-243.
  48. ↑ Sassatelli 1987, pp. 166-168.
  49. ↑ Sassatelli 1987, pp. 170-176; Sassatelli e Govi 2007, p. 84.
  50. ↑ Morigi Govi 1979, pp. 67-68, 73.
  51. ↑ Colonna 1980, pp. 183-184; Sassatelli 2024, pp. 78-79.
  52. ↑ Zaghetto e Buson 2021, pp. 204-205, 218.
  53. ↑ Sassatelli e Govi 2013, pp. 281-283.
  54. ↑ Sassatelli e Govi 2013, p. 282; Colonna 1980, pp. 183-184, 189-190.
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