Giovanni Durando

Giovanni Durando
NascitaMondovì, 23 giugno 1804
MorteFirenze, 27 maggio 1869
Dati militari
Paese servitoSpagna (bandiera) Regno di Spagna
Stato Pontificio (bandiera) Stato Pontificio
 Regno di Sardegna
Italia (bandiera) Regno d'Italia
Forza armata Esercito spagnolo
Stato Pontificio (bandiera) Esercito pontificio
Esercito piemontese
Italia (bandiera) Regio esercito
ArmaFanteria
FeriteAl braccio destro nel 1833
Ad una mano nel 1866
GuerreGuerre liberali portoghesi
Prima guerra carlista
Prima guerra d’indipendenza
Guerra di Crimea
Seconda guerra d’indipendenza
Terza guerra d’indipendenza
CampagneRepressione del Brigantaggio
BattaglieAssedio di Porto (1832-1833)
Battaglia di Asseiceira (1834)
Battaglia di El Bruc (1836)
Assedio di Cantavieja (1836)
Battaglia dell’Alcora (1838)
Battaglia di Chiva (1838)
Assedio di Morella (1840)
Battaglia di Cornuda
Battaglia di Monte Berico
Battaglia di Mortara
Battaglia di Novara (1849)
Battaglia di Solferino e San Martino
Battaglia di Custoza (1866)
Comandante diEsercito pontificio
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Giovanni Durando

Senatore del Regno d'Italia
Durata mandato29 febbraio 1860 –
27 maggio 1869
Legislaturadalla VII
Sito istituzionale

Deputato del Regno di Sardegna
LegislaturaI, II
Sito istituzionale

Dati generali
Professionegenerale

Giovanni Durando (Mondovì, 23 giugno 1804 – Firenze, 27 maggio 1869) è stato un patriota, generale e politico italiano.

Fu dapprima capo dell'Esercito dello Stato della Chiesa durante la prima guerra d’indipenenza, entrò poi nella Regia Armata Sarda e quindi nel Regio Esercito italiano, dove arrivò al grado di generale di corpo d’armata.

La sua lunga attività bellica iniziò in Portogallo nel 1832, proseguì in Spagna nel 1835 e in Italia nel 1848, dove si concluse nel 1866. Fu varie volte ferito e combatté nelle tre battaglie decisive del Risorgimento: quella di Novara del 1849, quella di Solferino e San Martino del 1859 e quella di Custoza del 1866; rispettivamente della prima, seconda e terza guerra d’indipendenza.

Lo storico Piero Pieri lo definisce “il difensore di Vicenza, il vinto di Mortara, il combattente della Madonna della Scoperta, sempre valoroso e sempre poco o mediocremente fortunato”[1].

Biografia

Famiglia e giovinezza (fino al 1832)

Giovanni Durando nacque a Mondovì il 22 giugno 1804 da Giuseppe e da Margherita Vinaj, nell’impero napoleonico. Era fratello maggiore di Giacomo, con cui condivise molte esperienze giovanili, fra cui l’educazione e i primi studi presso la Congregazione della missione a Savona. Dopo la Restaurazione post-napoleonica, nell'aprile del 1822, entrò nelle Guardie di re Carlo Felice di Savoia come cadetto, e nel gennaio 1826 fu promosso sottotenente[2]. Con questo grado, il 4 marzo 1827, passò nei Cacciatori di Savoia[3] e poi nella Brigata “Cuneo”, dove, il 3 marzo 1831 ottenne il grado di luogotenente[2][3].

Aderiva, intanto, assieme al fratello Giacomo e ad altri ufficiali, all’associazione segreta di ispirazione massonica dei Cavalieri della libertà, che voleva obbligare re Carlo Felice, ormai morente, a emanare una costituzione liberale. Il complotto, che si inseriva nel contesto dei Moti del 1830-1831, fu scoperto nella primavera del 1831 e Durando dovette espatriare. Riparò dapprima in Francia e poi raggiunse il fratello Giacomo in Belgio, dove era scoppiata la rivoluzione per l’indipendenza dai Paesi Bassi. Qui il 16 gennaio 1832 venne arruolato con il grado di luogotenente nella legione straniera, ma rimase in Belgio per soli 3 mesi poiché il Paese aveva ormai ottenuto l’indipendenza[2][3].

In Portogallo (1832-1835)

Dal carattere avventuroso e amante della vita militare, Durando partì subito dopo per il Portogallo dove si combattevano le Guerre liberali che, per questioni dinastiche, vedevano schierati i liberali contro gli assolutisti miguelisti. I primi erano sostenuti dalla Gran Bretagna, dalla Francia e in un secondo tempo dalla Spagna, i secondi dallo Stato pontificio e in un primo momento dalla Spagna. Diversi furono i volontari che da tutta Europa affluirono per dare manforte ai liberali. Fra questi vi era anche Durando che il 1° gennaio 1833 fu arruolato nel 2° Reggimento di fanteria “della Regina”, con il grado di capitano, sotto gli ordini del maggiore spagnolo di origini genovesi Gaetano Borso di Carminati (1799-1841)[2].

Durando prese parte alla difesa di Porto durante l’assedio degli uomini di Michele del Portogallo, i miguelisti, che nel luglio 1833 sferrarono un assalto alle mura della città. Durando era al comando di un avamposto e, durante lo scontro per difendere quella posizione, venne ferito al braccio destro. La sua azione contribuì alla vittoria di Don Pedro che rese possibile il successo della causa liberale in Portogallo. Nell’agosto dello stesso anno, Durando partecipò alla difesa di Lisbona, periodo nel quale fu promosso maggiore. Il 16 maggio 1834 prese parte alla cruenta battaglia di Asseiceira (presso Tomar) che vide la definitiva sconfitta degli assolutisti. Nello scontro Durando fu ancora ferito e per i suoi meriti fu insignito della Croce dell’Ordine della Torre e della spada portoghese. Curò le ferite a Leiria, dove rimase per un mese[2][3].

In Spagna (1835-1841)

Nella vicina Spagna, intanto, era esplosa un'altra crisi dinastica che, nel 1833, era sfociata nella prima guerra carlista. Dopo la morte di Ferdinando VII, la Spagna si era infatti divisa in due fazioni: da una parte i cosiddetti carlisti, sostenitori di Don Carlos che si era autoproclamato re, appoggiati dai monarchici legittimisti, dai cattolici tradizionalisti e dai reazionari antiliberali. Dall'altro lato c'erano gli Isabelinos, cioè i liberali, i massoni, i cattolici costituzionalisti e le frange più progressiste della società spagnola, che speravano di ottenere dalla reggente Maria Cristina di Borbone, che regnava per la piccola figlia Isabella, alcune riforme in cambio del loro appoggio.

Con il grado di maggiore ottenuto in Portogallo, Durando, il 22 ottobre 1835 prese il comando in Spagna di un battaglione del Corpo dei Cacciatori di Oporto guidato dallo stesso Borso di Carminati con cui aveva combattuto in Portogallo e che in Spagna appoggiava gli Isabelinos (o Cristini). Durando combatté in Catalogna e si distinse nella battaglia di El Bruc del 15 marzo 1836, dopo la quale, nonostante la sconfitta dei liberali, per avere con tre sole compagnie resistito all’assalto nemico, fu insignito della Croce dell’Ordine di San Ferdinando di Spagna. In seguito partecipò alla presa della città di Cantavieja del 31 ottobre 1836, che gli fece guadagnare la Commenda dell’Ordine di Isabella la Cattolica[2][3].

Nella provincia di Valencia

Durando combatté in Spagna sotto il comando del generale liberale Baldomero Espartero.

L’anno successivo, il 10 maggio 1837, Durando ottenne un altro encomio quando, a seguito della sconfitta liberale di Catí (presso Valencia), conservò il sangue freddo e consentì alle sue truppe di portarsi in salvo. Ciò gli procurò la promozione sul campo a tenente colonnello. In questa stessa zona, nel marzo del 1838, le truppe di Borso di Carminati dovettero subire un'altra sconfitta dalle truppe carliste di Ramón Cabrera (1806-1877) che a L'Alcora attaccò di notte l’accampamento dei Cacciatori di Oporto. Ma la guerra volgeva ormai al meglio per i liberali e, nella stessa zona del precedente episodio, il 2 aprile 1838, si combatté la battaglia di Chiva, nella quale Durando si distinse ancora contribuendo al successo dei volontari; per cui fu promosso colonnello e decorato con la Croce di cavaliere dell’Ordine di Carlo III. Aveva appena 34 anni[2][3].

La sua carriera in Spagna, tuttavia, non era terminata: il 19 dicembre 1839 fu promosso infatti generale e fu posto a capo di una brigata che nel maggio 1840, al comando del generale Baldomero Espartero, partecipò vittoriosamente alla conquista della città di Morella, uno delle ultime roccaforti dell’esercito carlista. Gli uomini della sua brigata, la “Durando” (in cui erano confluiti i Cacciatori di Oporto), furono fra i primi ad entrare, nella notte fra il 28 e il 29, nella città espugnata. Sconfitti gli assolutisti carlisti, però, i liberali andarono incontro a problemi interni che videro Espartero prendere il potere nel 1841 a scapito di Maria Cristina di Borbone che fu costretta a riparare in Francia. In questo contesto Durando fu coinvolto in una sommossa stroncata sul nascere e dovette abbandonare la Spagna[2][3].

Il ritorno in Piemonte e la Campagna del 1848 (1842-1848)

Nel 1847 Durando ottenne il comando dell’esercito pontificio.

Dopo la Spagna Durando tornò in Portogallo e visse per un periodo in Francia. Dopodiché, nel 1843, tornò in Piemonte dove si ritirò a vita privata. Ma gli eventi che preannunciavano la Primavera dei popoli lo portarono di nuovo alla ribalta quando papa Pio IX volle quel generale che si era coperto di gloria in Spagna a capo dell’esercito pontificio. Chiamato a Roma nel 1847, Durando accettò[2][3].

A causa delle Cinque giornate di Milano e della sommossa antiaustriaca che portò a Venezia alla costituzione della Repubblica di San Marco, dal 23 marzo 1848 gli austriaci dovettero ritirarsi nelle Fortezze del Quadrilatero che nel Lombardo-Veneto costituivano il nucleo difensivo dell'esercito asburgico. Ad est, ad ovest e a sud di questo quadrilatero cominciarono a raggrupparsi le forze dei volontari e degli stati italiani che man mano decidevano di entrare in guerra contro l'Austria[4]. Scoppiava la Prima guerra d’indipendenza.

Le forze in campo

Mobilitato il 1º marzo 1848, al momento dell'insurrezione di Milano l'esercito del Regno di Sardegna contava i 4/5 dei suoi effettivi, e cioè 65000 uomini[5]. A capo dell'esercito piemontese c’era il re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia[6].Prima di passare il Ticino, il fiume che marcava il confine tra il Regno di Sardegna e il Lombardo-Veneto, Carlo Alberto decise che la bandiera di guerra sarebbe stata il tricolore[7]. Tutti gli altri monarchi della penisola che avevano aderito alla guerra contro l'Austria per accontentare le rispettive popolazioni, inviarono un contingente militare verso il Lombardo-Veneto, ma senza condividere realmente lo spirito rivoluzionario delle Cinque giornate di Milano. Il primo ad arrivare sul posto fu l'esercito pontificio con un contingente di 17-18000 uomini (con circa 900 cavalleggeri e 22 cannoni). Comprendeva una prima divisione regolare (10-11000 uomini di cui 3-4000 volontari) al comando di Durando, e una seconda divisione (circa 7000 uomini) di appartenenti alla Guardia Civica Mobile e di volontari diretta dal repubblicano Andrea Ferrari. Il corpo d'armata entrò nel Lombardo-Veneto dalla Legazione pontificia di Ferrara[8].

Il Granducato di Toscana inviò un corpo di circa 6000 uomini[9]. Il Corpo di 11000 uomini del Regno delle Due Sicilie comandato da Guglielmo Pepe arrivò sul teatro di guerra solo a metà maggio quando, in procinto di attraversare il Po, ricevette l'ordine di tornare indietro per reprimere i moti antiborbonici che erano scoppiati in Sicilia. Pepe e poche unità a lui fedeli ignorarono l'ordine ed entrarono in Veneto contro l'Austria[10]. La coalizione antiaustriaca poteva però contare anche su 4500 volontari lombardi, 1600 volontari napoletani e su 9000 volontari della Repubblica di San Marco[11]. Ma tutte queste formazioni erano scoordinate fra loro ed erano animate da politiche e ideali differenti. Quanto all’esercito austriaco le forze di Josef Radetzky contavano circa 50000 uomini[12], ma un corpo di riserva di altri 20000 soldati si andava raccogliendo al comando del generale Laval Nugent sulla sponda austriaca dell'Isonzo e in Carinzia.

Il proclama alle truppe pontificie

Papa Pio IX entrò in guerra contro l’Austria, ma presto se ne pentì.

Il 27 marzo 1848 Durando dal suo quartier generale di Bologna inviò alle sue truppe un vigoroso proclama:

«Soldati e militi, onorato della fiducia del gran Pontefice che mi affidò il comando delle sue armi, mi sento superbo di poter dirmi vostro generale. Le presenti condizioni d’Europa e d’Italia sono gravi e solenni. In un prossimo futuro saremo forse chiamati ad adempiere grandi doveri, a compiere generosi sacrifici dalla voce della patria e di Pio [IX] suo santo rigeneratore. Noi tutti, lo giuro, sapremo mostrarci degni d’ambedue, degni difensori di quanto vi è di più sacro nei diritti dei popoli dell’umanità, degni di quell’antico sangue latino che rivive oggi e ribolle nei petti italiani. Militi e soldati, la mia spada non nuova alle battaglie vi sarà di guida, se farà d’uopo, sul sentiero dell’onore. Rammentate che, a batterlo con profitto per la grande causa che difendiamo, è mestieri sovra ogni cosa di ordine e di disciplina. Rammentate che essi sono la vera forza, il più onorato vanto di ogni milizia; che nella sua gerarchia è bello, utile, onorevole il saper ben obbedire, quanto il saper ben comandare. Posto alla testa di quanti nello stato compongono il Corpo d’operazione, appartengano essi alla [Guardia] Civica, alla [fanteria di] Linea o ai Volontari, io sarò a tutti fratello d’armi non meno che generale, la vostra gloria sarà la mia gloria, il vostro bene sarà il mio bene, ma dell’osservanza della disciplina sarò caldo e severo mantenitore. Facendo altrimenti non mi mostrerei degno né della fiducia onde mi onorò il gran Pontefice, né di comandare ad uomini quali voi siete. Militi e soldati, l’intero mondo affissa lo sguardo su voi e dice: vediamo all’opera le milizie italiane. Gli spiriti gloriosi di coloro che combatterono a Legnano vi sorridono dal cielo, il Gran Pio vi dona la benedizione dell’Onnipotente, l’Italia confida nella vostra virtù e spera che ognuno di voi adempirà al dovere di cittadino e di soldato italiano. Viva Pio IX! Viva l’indipendenza italiana!»

L'uscita dal conflitto dello Stato Pontificio

La decisione di Pio IX di uscire dal conflitto non impedì a Durando di continuare la guerra.
L’ordine del giorno di Durando del 5 aprile 1848, 6 giorni dopo il rifiuto di Pio IX a continuare la guerra.

Mentre Carlo Alberto combatteva nel Quadrilatero battendo gli austriaci alle battaglie del Ponte di Goito e di Pastrengo e venendo fermato a Santa Lucia, nel Veneto si svolgeva una lotta parallela che rimase quasi completamente separata dalla campagna piemontese[13]. In questo contesto, un grave evento sconvolse i pontifici e il generale Durando: Pio IX, pentitosi di avere dichiarato guerra all’Austria, pronunciava l'allocuzione Non semel al concistoro del 29 aprile 1848, in cui si sconfessava l'azione del suo esercito penetrato in Veneto. Il cambio di posizione fu causato dall'impossibilità politica di combattere una grande potenza cattolica quale era l'Austria[N 1].

Ma le truppe pontificie ed il loro comandante Durando ignorarono la volontà del Papa e proseguirono la Campagna; tuttavia le conseguenze del gesto di Pio IX furono notevoli. La notizia dell'allocuzione arrivò al quartier generale piemontese il 2 maggio, producendovi una grande apprensione. Soprattutto impressionato ne fu Carlo Alberto che scrisse al ministro Thaon di Revel: «L'allocuzione del Papa è un fatto che può avere conseguenze immense. Certamente farà del male alla causa dell'indipendenza italiana»[14].

Nel campo avverso, il generale austriaco Nugent, concentrate le proprie forze a Gorizia, il 17 aprile 1848 aveva passato l'Isonzo e marciava nel Veneto con circa 12-13000 uomini. Di fronte a lui il nemico schierava forze notevolmente inferiori. Lo stesso giorno Nugent aveva iniziato l’assedio di Palmanova proseguendo con il grosso delle forze su Udine che il 22, dopo un bombardamento d'artiglieria, si era arresa. Nugent puntò, quindi, sul Tagliamento[15]. A nord, il 5 maggio, gli austriaci entrarono a Belluno e il 6 una brigata si portò ben oltre il Piave, a Feltre.

La battaglia di Cornuda

Il vincitore della battaglia fu il generale austriaco Laval Nugent von Westmeath.

Intanto a Treviso arrivavano i primi battaglioni pontifici della divisione del colonnello Andrea Ferrari. Persuaso che gli austriaci avrebbero puntato da nord su Bassano del Grappa, Durando portò lì la sua divisione e dispose che Ferrari si posizionasse con le sue forze presso Montebelluna[16]. Nel pomeriggio dell'8 maggio 1848, invece, l'avanguardia austriaca di Nugent, consistente in 1000 uomini si scontrò con gli avamposti di Ferrari, 300 uomini schierati a Onigo, 10 km a nord-ovest di Montebelluna. Ferrari allora arretrò un poco la difesa, sul poggio di Cornuda, ultimo ostacolo naturale al nemico mirante a dilagare in pianura. La mattina del 9 maggio riprese la battaglia: 2200 austriaci con 6 cannoni attaccarono i pontifici che non avevano ancora ricevuto rinforzi, né dal loro quartier generale, né da Durando. Quest'ultimo, indeciso, mandò tuttavia un biglietto mezz'ora dopo mezzogiorno: «Vengo correndo»[17].

In prima linea, mentre i soldati di Nugent si rinforzavano ancora, Ferrari inviò ai suoi un battaglione da Montebelluna e, per guadagnare tempo, ordinò a 50 dragoni di caricare gli austriaci. Il sacrificio fu quasi completo (i caduti furono 40) ma si ottenne una pausa nell'avanzata nemica. Successivamente gli austriaci, giunti altri rinforzi, iniziarono una manovra avvolgente da Feltre verso Cornuda: oramai erano 6000 contro 2000 pontifici che, stanchissimi, correvano il rischio di essere circondati. Per cui alle 5 pomeridiane, dopo che il combattimento si trascinava da 12 ore, Ferrari si decise, visto che nessun rinforzo arrivava da Durando, a ordinare la ritirata. Quest'ultima fu disordinata e continuò fino a Treviso[18].

Nella battaglia di Cornuda sia Ferrari che Durando avevano commesso i loro errori: il primo non aveva impiegato tutti gli uomini a sua disposizione, il secondo aveva erroneamente previsto che la forza principale austriaca avrebbe interessato la valle del Canale di Brenta e quindi Bassano. Dopo avere scritto a Ferrari da Crespano del Grappa «Vengo correndo», Durando era in effetti ancora convinto della sua idea e si era avviato svogliatamente verso Pederobba. Quando poi gli giunse notizia che a Cornuda la lotta era cessata, tornò a Bassano. Solo quando seppe che gli austriaci si dirigevano verso Feltre capì di essersi sbagliato e ordinò a Ferrari di rimanere a Montebelluna, da dove, il giorno dopo, avrebbero contrattaccato[19].

I primi due assalti austriaci a Vicenza

Dopo la battaglia di Cornuda la situazione in Veneto divenne per gli italiani sempre più grave. Durando, in campo aperto, non disponeva che di 4000 uomini e il 18 maggio 1848 si portava con alcune unità a difesa di Treviso, città che Nugent avrebbe voluto occupare. Radetzky insisteva invece affinché le forze provenienti da est raggiungessero subito Verona per congiungersi al grosso dell'armata. Intorno al 17 maggio, adducendo il riacutizzarsi di una vecchia ferita, Nugent lasciava il comando al generale Georg Thurn Valsassina[20].

Thurn, approfittando dello spostamento delle truppe di Durando da Piazzola, compì la sua prima missione attraversando il fiume Brenta e attaccò Vicenza che respinse l'attacco[21]. Il 22 maggio Radetzky, cambiando idea sulla necessità di congiungere le forze, comandò a Thurn di attaccare nuovamente Vicenza. La battaglia si sviluppò tra la notte del 23 e la mattina del 24 e vide gli austriaci attaccare senza successo la città[22]. Dopo gli insuccessi di Cornuda e l’avanzata austriaca nel Veneto, queste due vittorie alzarono notevolmente il morale della truppa, dei vicentini, di Carlo Alberto e di Durando. Più a ovest, inoltre, dopo la battaglia di Curtatone e Montanara, gli austriaci venivano fermanti a Goito[23].

La battaglia di Monte Berico

Il comandante della piazza di Vicenza era Giovanni Durando.
Durando fu accusato della perdita di Vicenza nella battaglia di Monte Berico, ma ottenne una resa onorevole della piazza.

Dopo la sconfitta di Goito, Radetzky, lungi dal ritirarsi a Verona, il 5 giugno 1848 mosse da Mantova su Vicenza, che era diventata il nucleo della resistenza italiana a est del Quadrilatero. Le forze che raccolse per l'azione furono il 1º, il 2º corpo e due brigate del 3º corpo. Egli avanzò da sud, intendendo occupare la zona dei Colli Berici che dominano la città da meridione. Vicenza era difesa da 11 000 uomini di Durando. Di questi 2 500 erano al comando dei colonnelli Enrico Cialdini e Massimo d'Azeglio con il compito di difendere i Colli Berici, benché tutta la zona collinare (che comprendeva la villa "La Rotonda") fosse difesa in totale da 4 000 uomini. L'esercito austriaco con 30 000 uomini e 124 cannoni avanzò a semicerchio su Vicenza da sud fino a est. Il 1º corpo d'armata su di un fronte ampio dai Colli Berici fino e oltre il Bacchiglione; il 2º corpo sulle strade da Padova e Treviso. I comandanti italiani non si mossero, fiduciosi che la città avrebbe potuto resistere diversi giorni[24].

Radetzky spinse all'attacco il 1º corpo con l'intenzione di occupare la zona collinare a sud della città: all'alba del 10 giugno le avanguardie austriache si scontrarono con gli avamposti italiani. Da est il 2º corpo austriaco incontrò una valida resistenza, ma il punto cruciale della battaglia era a sud della città, presso La Rotonda sulla cui dorsale il 1º corpo austriaco riuscì a scalzare i volontari romani che ripiegarono su Villa Valmarana. Gli austriaci si impadronirono anche del ponte della ferrovia sul Bacchiglione e avanzarono su Porta Monte. Verso le 14 i difensori sferrarono un contrattacco, che fallì, nel quale fu gravemente ferito Cialdini. Così, intorno alle 17, la difesa esterna si ritirò presso il santuario, ma già le brigate dei generali Eduard Clam-Gallas e Ludwig von Wohlgemuth cominciavano ad arrivare alle spalle degli italiani, mentre cadeva ferito Massimo d'Azeglio[25].

A questo punto Durando decise di mettere in campo le riserve che riuscirono però solo a consentire la ritirata dei difensori in città. Egli ritenne la battaglia perduta e un suo proclama alle 19 dichiarò necessaria la resa, nonostante molti cittadini fossero contrari. All'una di notte gli austriaci cessarono il bombardamento e, iniziate le trattative, concessero all'ex esercito pontificio di ritirarsi a sud del Po, con l'accordo di non combattere più per tre mesi. Il giorno dopo, 11 giugno, circa 9 000 soldati italiani lasciavano Vicenza. Essi avevano subito 293 morti e 1 665 feriti. Gli austriaci avevano avuto 141 morti, 541 feriti e 140 dispersi[26].

Considerato l’eroismo dei difensori, le critiche sull’esito della battaglia di Monte Berico si concentrarono soprattutto sul comandante della piazza di Vicenza, ovvero su Durando. Egli fu accusato di non aver saputo coordinare le truppe della parte in pianura e di quelle in collina, e di non aver saputo coordinare le truppe sulle varie colline intorno alla città. Egli aveva inoltre mancato l’impiego al momento giusto delle ottime riserve di cui disponeva, ciò che gli avrebbe consentito di resistere all’assalto austriaco, così come era successo alla città nei due analoghi episodi precedenti. Durando, invece, non riuscì a resistere neanche per qualche giorno[27]. C’è tuttavia da considerare che le truppe austriache erano superiori di quelle di Durando di quasi tre volte, che la capitolazione fu onorevole e consentì di salvare uomini e bagagli, e che, una volta conquistate le colline, gli austriaci avevano cominciato il bombardamento dell’area[28].

Fra la prima e la seconda Campagna (1848-1849)

Conclusasi la prima campagna della guerra con la sconfitta piemontese di Custoza e con l’armistizio Salasco del 9 agosto 1848, re Carlo Alberto allontanò dal suo entourage i generali che riteneva fossero stati la causa della vittoria austriaca e cercò di sceglierne altri che riteneva potessero sostituirli. In questo contesto Durando fu ammesso nell’esercito piemontese e gli fu conferito il 31 ottobre 1848 il grado di tenente generale (generale di divisione), fu nominato aiutante di campo del Re e gli fu assegnato il comando della 1ª Divisione. D’altro canto, nel volume Schiarimenti sulla condotta del generale Durando comandante le truppe pontificie nel Veneto scritti da lui medesimo aveva giustificato il suo operato alla battaglia di Monte Berico. Nella vita privata, il 2 febbraio 1849, Durando sposò Cornely Elisabeth of Geffrier, di origine inglese, con cui ebbe un figlio maschio, Alessandro, morto in tenera età, e tre figlie[2][28].

La Campagna del 1849

Re Carlo Alberto di Savoia allontanò diversi generali che avevano combattuto nel 1848, ma trattenne Durando.

Alla riapertura delle ostilità, il 20 marzo 1849, l’esercito piemontese, al comando del generale polacco Wojciech Chrzanowski, era composto da 8 divisioni. A causa del comportamento inadeguato della Divisione lombarda di Gerolamo Ramorino, il grosso dell’esercito austriaco riuscì senza sforzi a passare il Ticino presso Pavia e diresse a nord verso Novara. Dopo ore di incertezza, verso le 3 di mattina del 21 marzo, Chrzanowski decise di opporre alla direttrice d'attacco nemica su Mortara 2 divisioni presso il centro abitato: la 1ª di Durando e quella di riserva del duca di Savoia Vittorio Emanuele. Altre 3 muovevano da Vigevano per minacciare il fianco destro dell'avanzata austriaca: la 2ª Divisione di Michele Bes, la 3ª di Ettore Perrone di San Martino e la 4ª di Ferdinando di Savoia, duca di Genova[29]. I due gruppi di divisioni entrarono a contatto con gli austriaci quasi contemporaneamente, ma se alla battaglia della Sforzesca il generale Bes riuscì a fermare il nemico, alla battaglia di Mortara la divisione di Durando e quella del Duca di Savoia furono sconfitte.

il 21 marzo 1849 il generale Chrzanowski era ottimista e aveva disposto per di assalire il nemico la mattina successiva. Alle 16:00 del 21 marzo, quindi, le due divisioni piemontesi destinate a Mortara si apprestano a trascorrere la notte sulla difensiva. Si trattava della 1ª Divisione e della Divisione di riserva, comandate rispettivamente da Durando e dal Duca di Savoia. La divisione di Durando, formata dalle brigate ”Aosta” e “Regina”, costituiva l’ala sinistra dello schieramento ed era disposta a est di Mortara, quella del Duca di Savoia, l’ala destra, a sud-est e a ovest di Mortara. Ma i collegamenti fra le unità piemontesi erano piuttosto precari per le caratteristiche del terreno, e il loro schieramento era esteso su ben 14 chilometri. Non c’era inoltre coordinamento fra le unità alla Sforzesca e quella presso Mortara[30].

La battaglia di Mortara

Nella battaglia di Mortara i piemontesi non riuscirono a fermare l’avanzata austriaca su Novara.
Una carta austriaca della battaglia di Mortara. Subito a est del centro abitato è schierata la divisione di Durando.

Alcuni reparti austriaci, intanto, la mattina dello stesso 21 si erano concentrati, pressoché indisturbati, sullo stradone che da Pavia conduceva a Mortara, provenienti da sud. Tali truppe consistevano nel 2° Corpo d’armata, comandato dal generale Konstantin d'Aspre, al quale seguivano il 3° Corpo (di Christian von Appel) e quello di riserva. Si trattava dell’armata che avrebbe dovuto portare l’offensiva principale verso l’importante nodo stradale di Mortara, sulla via di Novara. Alle 16:30 gli austriaci attaccarono, proprio dove avrebbe dovuto stanziare la 1ª Divisione di Durando secondo le disposizioni di Chrzanowski trasmesse attraverso Alessandro La Marmora. Quest'ultimo però non aveva un ruolo definito ed era per giunta un generale di brigata, inferiore quindi a Durando, né disponeva di ordini scritti. Ciò aveva autorizzato Durando, che aveva udito i cannoni tuonare alla Sforzesca, di posizionarsi in una zona intermedia fra quella originaria e quella ordinatagli da La Marmora[30].

La battaglia iniziò verso le 16:30, quando, dal 2° Corpo austriaco, si staccò la divisione dell’arciduca Alberto che, nonostante la voce che i piemontesi fossero in forze, attaccò gli avamposti nemici che in zona contavano invece un solo battaglione della Brigata “Regina”. Dopo uno scontro di artiglierie, verso le 18:00, ovvero all’imbrunire, l’arciduca Alberto ordinò ad un battaglione del Lombardo-Veneto, affiancato da 2 reggimenti, di attaccare. Il solo battaglione piemontese resistette, ma poi dovette ripiegare, né ci fu il tentativo di un efficace contrattacco piemontese. D'Aspre ordinò pertanto l’assalto con l’intera divisione dell’arciduca Alberto (formata da 2 brigate) al centro dello schieramento della 1ª Divisione di Durando, ovvero sulla Brigata “Regina”. Una seconda divisione, quella di Johann von Schaffgotsch, si preparava a sostenere l’attacco[31][32].

L’altra brigata di Durando, l’”Aosta”, era poco distante, ma la divideva dalla “Regina” un canale e in questa fase rimase quasi inoperativa. Tuttavia i piemontesi resistevano e D’Aspre dispose, anche in considerazione del buio che andava calando, di non procedere nell’assalto. La “Regina” aveva invece cominciato a disorganizzarsi. Ne ebbe la sensazione il colonnello austriaco Ludwig von Benedek che, contravvenendo agli ordini, attaccò risolutamente i piemontesi con il suo reggimento, proprio quando il comandante della “Regina” Ardingo Trotti, nella convinzione forse che lo scontro si andasse esaurendo, disponeva un ripiegamento a nord. Benedek continuò invece l’avanzata e conquistò il centro abitato. Manovra rischiosa perché intanto La Marmora ordinava alla brigata “Aosta” di portarsi in soccorso della “Regina”. Il comandante dell’”Aosta”, il generale Alessandro Lovera di Maria, attaccò con successo presso Mortara, ma poi ritenne prudente preservare le sue forze, che avrebbero dovuto manovrare al buio, e ripiegò anch’egli verso Novara[32][33].

La Marmora manovrava le unità di Durando non sapendo che Mortara era già stata presa dagli austriaci e che Durando aveva rinunciato alla lotta. Resosi finalmente conto della situazione, cercò di ritirarsi verso ovest ma gli uomini della sua colonna furono intercettati dagli austriaci a Mortara e furono fatti quasi tutti prigionieri[34].

Le cause della sconfitta e la ritirata su Novara

Nella battaglia di Mortara Durando si distinse per valore, ma la sua guida delle operazioni non risultò all’altezza della situazione.
Difendevano Mortara Durando e il duca di Savoia.

Il colonnello Delfino, che combatté valorosamente e fu fatto prigioniero, nella sua relazione scrisse: “Il malfatto della giornata proviene dalla ritirata della Divisione di riserva e della Brigata Aosta”, attribuendo, quindi, a Vittorio Emanuele e al generale Ardingo Trotti, le cause principali della sconfitta[35]. Le polemiche successive portarono a indicare invece nei soldati della Brigata “Regina” e nel loro disfattismo i motivi della sconfitta, ma da un’analisi più attenta si evince che a cedere della brigata fu un solo battaglione. Durando e La Marmora si distinsero per valore e coraggio, ma la loro guida delle operazioni non risultò all’altezza della situazione. Tuttavia, le cause della sconfitta piemontese vanno attribuite soprattutto al cattivo posizionamento delle due divisioni presso Mortara: la 1ª Divisione troppo vicina e quella di riserva troppo lontana e dispersa, alla mancanza di un servizio di ricognizione, alla mancanza di opere di interruzione delle strade e dei ponti, e al mancato coordinamento dei comandi impegnati[36].

Persa Mortara, su suggerimento di Durando, e contro il parere del duca Vittorio Emanuele che voleva contrattaccare il nemico a Mortara, Chrzanowski dispose la ritirata generale su Novara[36]. Nonostante ciò l'esercito austriaco, che riprese il 23 marzo a muoversi verso Vercelli e Novara, aveva una notevole superiorità numerica: 5 corpi d'armata contro 5 divisioni piemontesi. Queste ultime, raggruppate tutte a protezione di Novara erano così disposte: in prima linea, a sinistra dello schieramento (a sud-est di Novara) la 3ª Divisione (Perrone), al centro la 2ª Divisione (Bes) e alla destra (a sud di Novara) la 1ª Divisione (Durando). In seconda linea: dietro la 3ª Divisione, la 4º (duca di Genova) e dietro la 1º, la divisione di riserva (duca di Savoia). La forza complessiva piemontese ammontava a 45000 fanti, 2500 cavalli, 109 cannoni. Restavano inutilizzate oltre il Po 2 divisioni e mezzo[37]. Le forze austriache che si sarebbero scontrate con questa forza erano formate dal 2º Corpo (D'Aspre), dal 3º Corpo (Appel) e dal Corpo di riserva (Wocher). Parzialmente venne anche coinvolto il 4º Corpo (Thurn) che con il 1º (Wratislaw) era diretto su Vercelli. I 5 corpi di Radetzky contavano complessivamente 70000 uomini, 5000 cavalli e 205 cannoni[38].

La battaglia di Novara

Con la battaglia di Novara il comandante dell’esercito austriaco Josef Radetzky sconfisse definitivamente i piemontesi. Durando riuscì a contenere le perdite della sua divisione.
Le truppe di Durando combatterono contro quelle di Konstantin d'Aspre.

L'avanzata delle truppe austriache del 2º Corpo fu avvistata alle 11 circa dal campanile del borgo della Bicocca, a circa 2 km a sud-est dal centro di Novara. La mattina era fredda e piovigginosa. D'Aspre fece subito attaccare i suoi uomini, ma fu ricacciato indietro con gravi perdite. Dopo mezzogiorno, a un attacco della divisione dell'arciduca Alberto seguì un contrattacco della 3ª Divisione piemontese, a sua volta respinto. Alla Bicocca i piemontesi attaccarono ancora e gli austriaci furono costretti a ripiegare sulla cascina della Cavallotta (3 km a sud-est dal centro di Novara). Alle 14 la lotta ebbe una sosta[39]. La divisione di Durando, intanto, posta al di là del cavo (canale) Prima, entra in contatto con 8 compagnie, 2 cannoni, e mezzo squadrone di Ussari austriaci. Queste forze riuscirono a disorientare non solo Durando, che non fece intervenire la sua divisione, ma anche le limitrofe unità dell’esercito piemontese. Nel frattempo a D'Aspre giungevano rinforzi dalle retrovie del suo 2º Corpo e con questi attaccò due volte portando le sue truppe quasi alla Bicocca. Perrone tentò allora un nuovo contrattacco venendo mortalmente ferito alla testa, ma riuscendo a fermare il nemico. A questo punto intervenne il duca di Genova con la 4ª Divisione e gli austriaci ripiegarono fin quasi alla Cavallotta. Alle 15 il 2º Corpo austriaco si ritirava verso Olengo (4 km a sud-est dal centro di Novara)[40].

Proprio mentre il duca di Genova incalzava il 2º Corpo austriaco in ritirata, Chrzanowski gli ordinò di tornare indietro; prescrivendo inoltre alla 2ª Divisione di mantenere un atteggiamento difensivo. Ciò permise alle truppe austriache di riorganizzarsi. Dopo un'ora di sosta la battaglia riprese alle 16. Questa volta attaccò il 3º Corpo austriaco che dopo un iniziale successo dovette retrocedere. Chrzanowski tentò allora una controffensiva con la 2ª Divisione appoggiata dalla 1ª di Durando, ma vi dovette rinunciare per la minaccia del 4º Corpo austriaco da ovest che era stato richiamato dalla sua avanzata su Vercelli[41]. Dal lato della Bicocca veniva intanto sferrato l'ultimo decisivo attacco austriaco, mentre a ovest il 4º Corpo cominciava a richiamare forze piemontesi, fra cui reparti della 1ª Divisione di Durando e di quella di riserva. Intorno alle 18 l'intera linea piemontese entrò in crisi consentendo al nemico di occupare la Bicocca. L'avanzata austriaca proseguì fino al cimitero presso l'abbazia di San Nazzaro, a 1 km dalle mura di Novara. Qui venne sostenuta l'estrema resistenza piemontese al comando del duca di Genova che consentì alle truppe di Carlo Alberto di ritirarsi con relativo ordine in città[42].

Ma se l’ala sinistra piemontese riusciva a retrocedere con ordine e a riparare nelle mura di Novara, l’ala destra, di cui faceva parte la divisione di Durando che aveva avuto l’ordine di ritirarsi, era minacciata di essere tagliata fuori dal 4° Corpo austriaco. Grazie al lavoro dell’artiglieria piemontese e da uno squadrone del Savoia Cavalleria della divisione di riserva, anche le truppe di Durando, nonostante il buio, il terreno disagevole e la fucileria austriaca, riuscivano a rifugiarsi a Novara. La battaglia di Novara fu l'ultima e la più sanguinosa battaglia della prima guerra d'indipendenza. Da parte piemontese si lamentarono 578 morti, 1405 feriti e 409 fra dispersi e prigionieri. Da parte austriaca 410 morti, 1850 feriti e 963 fra prigionieri e dispersi[43].

Fra la prima e la seconda guerra d’indipendenza (1849-1859)

Delle due divisioni piemontesi inviate in Crimea una era agli ordini di Durando, l’altra di Alessandro La Marmora.

Con la definitiva sconfitta, Carlo Alberto abdicò a favore del figlio Vittorio Emanuele e, nonostante le modeste prove di Durando della prima guerra d’indipendenza, questi ottenne dopo la Pace di Milano del 6 agosto 1849 il comando, il 15 giugno 1850, della divisione militare di Novara; e il 7 agosto 1851 il comando della divisione militare di Cagliari. In questa circostanza combatté il fenomeno delle rivolte antipiemontesi in Sardegna e del brigantaggio e fu costretto a porre sotto assedio la città di Sassari. Il 31 dicembre 1852 gli fu affidato il comando della divisione militare di Alessandria, che mantenne fino al 22 marzo 1855, quando partì per la guerra di Crimea[2][28].

La guerra di Crimea

Quando infatti opportunità politiche spinsero il presidente del Consiglio Camillo Benso di Cavour nel 1855 ad affiancare la Francia e la Gran Bretagna nella guerra di Crimea, una delle due divisioni mobilitate per la spedizione contro i russi fu affidata a Durando. L’altra divisione era comandata da Alessandro La Marmora e il Corpo dal fratello Alfonso. In totale la spedizione comprendeva 18058 uomini, 3496 cavalli e 36 cannoni[44]. Ma Durando non partecipò all’unica battaglia che coinvolse i piemontesi, quella della Cernaia. Sfuggì tuttavia al colera che causò almeno 1300 morti fra gli italiani, tra cui il comandante di divisione Alessandro La Marmora.

Il successo ottenuto da Cavour nella guerra di Crimea e nel successivo congresso di Parigi avvicinò politicamente il Regno di Sardegna alla Francia di Napoleone III. Entrambi i paesi si trovarono, così, a formulare un piano contro l’Austria che nel 1859 porterà alla seconda guerra d’indipendenza. Durante questo periodo l'esercito piemontese subì un processo di ammodernamento[45][46].

La seconda guerra d’indipendenza (1859)

La 1ª Divisione di Durando si batté valorosamente nella battaglia di Solferino e San Martino.

Oltre ai Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi (che costituivano una forza pari ad una brigata), l'esercito piemontese alla vigilia della guerra comprendeva 6 divisioni, di cui una comandata da Giovanni Durando[47], per un totale di 65000 uomini. Il corpo di spedizione francese era comandato da Napoleone III e consisteva in 110000 uomini[48]. Le forze austriache nel Lombardo-Veneto, al comando di Ferenc Gyulay, si possono stimare in altrettanti 110000 uomini, ma con 44000 di rinforzo e altri 64000 che avrebbero raggiunto la prima linea durante la guerra.

Il conflitto, che ebbe inizio il 27 aprile 1859, non vide nei suoi eventi bellici principali la divisione di Durando distinguersi particolarmente, se non nella battaglia finale, quella decisiva di Solferino e San Martino. L'esercito piemontese costituiva l’ala sinistra dello schieramento alleato ed era diretto da Vittorio Emanuele II che, per consentire un'unità di comando, aveva concesso di sottostare alle disposizioni di Napoleone III[49]. Era costituito dalle seguenti divisioni: la 1ª comandata da Durando, la 2ª da Manfredo Fanti, la 3ª da Filiberto Mollard, la 4ª da Enrico Cialdini, la 5ª da Domenico Cucchiari e la divisione di Cavalleria comandata da Callisto Bertone di Sambuy[50]. Le divisioni sabaude coinvolte nella battaglia furono tuttavia quattro: la 1ª, la 2ª, la 3ª e la 5ª per un totale di circa 35 000 uomini. La 4ª era infatti a nord con i Cacciatori delle Alpi.

Sul fronte opposto gli austriaci avevano assegnato Pozzolengo all'8º Corpo del generale Ludwig von Benedek della 2ª Armata austriaca. Benedek disponeva di 5 brigate di fanteria ma, in vista dell'imminente battaglia, il giorno prima gliene era stata assegnata un'altra proveniente da un corpo in difesa del Tirolo meridionale. Durante la battaglia, inoltre, ottenne dal 5º Corpo di Philipp von Stadion altre due brigate, quelle che si batterono con Durando, per un totale di 8; esattamente quante l'armata piemontese riuscì ad impiegarne contro di lui[51].

La divisione del generale Durando contava circa 9000 fanti, 410 cavalleggeri e 18 cannoni. Era composta dalla Brigata "Granatieri di Sardegna" del generale Scozia di Calliano (con il 1º Reggimento Granatieri, il 2º Reggimento Granatieri, e il 3° Battaglione Bersaglieri), dalla Brigata "Savoia" del generale Luigi Francesco Perrier (con il 1º Reggimento di Fanteria, il 2º Reggimento di Fanteria e il 4° Battaglione Bersaglieri), dal Reggimento "Cavalleggeri di Alessandria" del tenente colonnello Solone Reccagni; e dalla 5ª Brigata d'artiglieria del colonnello Efisio Cugia[52].

La battaglia di Solferino e San Martino

La battaglia di Solferino e San Martino del 24 giugno 1859 si combatté su due fronti: quello settentrionale, in cui l’esercito austriaco fu impegnato dalle truppe piemontesi e quello centrale e meridionale in cui combatterono le truppe francesi. A sua volta il fronte piemontese si trovò a combattere su due lati: quello propriamente di San Martino, presso Pozzolengo, e quello della Madonna della Scoperta, presso Lonato. Durando e le sue truppe furono impegnate su quest’ultimo segmento della linea di battaglia che si trovava più a ovest e più vicino alle unità francesi, nonché di fronte al punto di contatto fra l’8° e il 5° Corpo austriaco. I due eserciti contrapposti non conoscevano le reciproche posizioni e quindi furono le unità di ricognizione a entrare in contatto per prime. E quando le forze principali si scontrarono fu chiaro che il tentativo francese di prendere la località strategica di Solferino non poteva prescindere dal pericolo di un aggiramento da nord da parte dell’8° Corpo di Benedek contrastato dalle truppe piemontesi, per cui anche presso la chiesa della Madonna della Scoperta il combattimento fu violento.

A Madonna della Scoperta

L'attacco delle truppe di Durando a Madonna della Scoperta durante la battaglia di Solferino e San Martino.
A Madonna della Scoperta Durando sconfisse le brigate di Philipp von Stadion.

Alle 3 del mattino una ricognizione della Brigata “Granatieri di Sardegna” e del Reggimento “Cavalleggeri di Alessandria” della divisione di Durando era stata inviata in zona verso est. La caratteristica di queste grosse unità di ricognizione era che la loro forza spingeva i comandanti sul posto a impegnare subito battaglia, senza attendere una valutazione delle forze nemiche. Tuttavia, resosi conto della situazione, Scozia di Calliano non tardò a inviare verso gli austriaci anche il resto della sua brigata. Lo scontro si fece cruento alle 9, e alle 10,30 i granatieri occupavano Madonna della Scoperta. La brigata austriaca del generale Koller del 5° Corpo che aveva difeso la posizione, fu soccorsa però da una seconda brigata, quella del generale Ludwig Freiherr von Gaál (1810-1877), anch’essa del 5° Corpo, e insieme riconquistarono Madonna della Scoperta[53].

Da quel momento, come a San Martino, la lotta si svolse per episodi. A Durando fu ordinato di partire con la sua seconda brigata, la “Savoia” da Lonato alle 7 del mattino e di dirigersi verso Castel Venzago, in direzione di Madonna della Scoperta. Ma, accortosi che a San Martino si combatteva, nel timore di essere indirizzato lì e di dividere, così le sue forze, non si mosse. Solo alle 9, quando lo avvisarono che a Madonna della Scoperta la sua brigata “Granatieri di Sardegna” combatteva tenacemente con gli austriaci, si mosse per eseguire gli ordini. Se non ci fosse stato questo tentennamento e Durando fosse arrivato subito a Madonna della Scoperta con la sua seconda brigata, probabilmente l’azione piemontese sarebbe stata decisiva. Viceversa, la Brigata “Savoia” non arrivò sul posto che a mezzogiorno e combatté contro le forze austriache fino alle 14 assieme alle altre forze della 1ª Divisione e alla Brigata "Piemonte" di Fanti giunta di rinforzo[54][55].

Durando confessò poi a Vittorio Emanuele che i volontari ai suoi ordini erano sì impetuosi combattenti, ma non resistevano abbastanza al fuoco nemico: “Se avessi avuto la mia vecchia 3ª Divisione [con la quale aveva cominciato il conflitto] o se non avessi avuto volontari, avrei potuto tentare un colpo appoggiando il Corpo del maresciallo Baraguay d'Hilliers [che lo affiancava a destra sul fronte di Solferino]”. Ma ormai l’imperatore Francesco Giuseppe aveva ordinato la ritirata. Durando, che assisteva le sue truppe provate, fu raggiunto da Fanti che gli propose di tentare un aggiramento dell’8° Corpo austriaco che si ritirava, puntando su Pozzolengo, ma le truppe di Durando non erano in condizioni di inseguire il nemico, e così quelle di Fanti, poco prima delle 15, raggiunsero il colle della Madonna della Scoperta, trovandolo sgombro[54][56].

Fra la seconda e la terza guerra d’indipendenza (1859-1866)

Quale comandante della regione di Napoli, nel 1860 Durando dovette affrontare il problema del Brigantaggio.

Fra i due conflitti Durando non partecipò alla Campagna piemontese in Italia centrale dell’autunno del 1860, benché all’inizio dell’anno, il 29 febbraio, fosse stato nominato Senatore da Vittorio Emanuele per i meriti ottenuti a Madonna della Scoperta. Lo stesso anno ebbe invece il compito di far entrare nella Toscana che aderiva all’annessione al Regno di Sardegna l’esercito piemontese. L’8 ottobre dello stesso 1860 veniva promosso generale d’armata e il 18 marzo dell’anno successivo, dopo la proclamazione del Regno d’Italia, riceveva l’incarico di comandante militare di Napoli. Guidò, pertanto, la prima fase della lotta al Brigantaggio, lasciando poi, il 5 luglio, il comando a Enrico Cialdini che, al contrario di Durando, aveva promesso di poter risolvere il problema senza ricorrere a rinforzi di truppa. Durando si ritirò quindi a vita privata nei suoi possedimenti natii presso Mondovì, fin quando, nel marzo del 1862, non fu richiamato alla vita militare e gli fu affidato il comando del 2° Dipartimento Militare di Milano. Durante questo incarico, a metà maggio del 1862, dovette intervenire nei fatti di Sarnico per evitare che un gruppo di mazziniani appoggiati da Garibaldi penetrasse in Trentino allo scopo di fare insorgere la popolazione locale contro l’Austria[2][28]. Altri erano, infatti, i progetti del governo italiano che accettò un’intesa con la Prussia per eliminare l’influsso austriaco su quello che rimaneva del Lombardo-Veneto e sulla Germania. L’8 aprile 1866 nasceva l’alleanza italo-prussiana.

La terza guerra d’indipendenza (1866)

Le forze in campo

Nel 1866 Durando comandò le forze del 1° Corpo d’armata.
Il Corpo di Durando faceva parte dell’armata di Alfonso La Marmora.

All’aprirsi delle ostilità contro l’Austria, le 20 divisioni italiane erano riunite in 4 corpi d'armata. 3 corpi di 4 divisioni ciascuno, lungo il fiume Mincio e un grosso corpo d'armata di 8 divisioni in Romagna, lungo il tratto finale del fiume Po. Si trattava di una forza che oscillava dai 190000 a 200000 combattenti di fanteria, 10500 cavalleggeri e 462 cannoni; alla quale bisognava aggiungere 38000 volontari garibaldini. Una forza notevole, quindi, ma in una posizione strategicamente inferiore rispetto a quella degli austriaci che possedevano le fortezze del Quadrilatero dalla parte del Mincio e una zona protetta dal Po, canali, paludi e dall'Adige dalla parte di Ferrara[57].

Dei 10 corpi d'armata dell'Impero austriaco, 3 erano rivolti contro l’Italia. A queste forze bisognava aggiungere quelle dei presidi delle fortezze del Quadrilatero e le forze della difesa del Tirolo, in parte volontarie. Cosicché le forze austriache sul fronte italiano ammontavano a 190000 uomini, anche se in campo l'Austria poneva solo 61000 combattenti, con 152 cannoni e 3000 cavalleggeri, a cui si dovevano aggiungere 11000 uomini della divisione di riserva creata all'ultimo momento attingendo dai presidii delle fortezze[58]. Comandante dell'armata in Italia era l'arciduca Alberto d'Asburgo-Teschen.

Comandante supremo dell’esercito italiano era re Vittorio Emanuele II e suo capo di stato maggiore Alfonso La Marmora, ma l’esercito era diviso in due masse: una atta ad agire dal Mincio e l’altra dal basso Po. Fautore dell'azione dal Po era il generale Enrico Cialdini, che esigeva la massima autonomia e al quale fu affidata l'impresa di attaccare gli austriaci da sud con le 8 divisioni presso Ferrara. Mentre La Marmora, sostenitore dell'azione dal Mincio, comandava, di fatto, solo le altre 12 divisioni[59].

La composizione delle forze italiane era quindi la seguente. Alfonso La Marmora, sul Mincio, dirigeva: il 1º Corpo d'armata di Giovanni Durando, formato dalla 1ª Divisione di Enrico Cerale, dalla 2ª Divisione di Giuseppe Pianell, dalla 3ª Divisione di Filippo Brignone, dalla 5ª Divisione di Giuseppe Sirtori e dalla 1ª Brigata di cavalleria di Alibardi Ghilini; il 2º Corpo di Domenico Cucchiari; e il 3º Corpo di Enrico Morozzo Della Rocca[60]. Enrico Cialdini, sul basso Po, comandava invece autonomamente il 4º Corpo d'armata.

Le truppe di Durando passano il Mincio

Le forze di Durando si scontrarono con quelle dell’arciduca Alberto d'Asburgo-Teschen.

Dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria del 20 giugno 1866, l'arciduca Alberto, temendo che gli italiani puntassero al medio corso dell'Adige da ovest, dispose per il 24 che tutta l'armata si portasse, dall'area di Verona e di Peschiera, a ovest e sud per occupare la zona collinare morenica che inizia da Sommacampagna per estendersi a occidente verso il Mincio. Da lì l'armata avrebbe dovuto attaccare il nemico sul fianco sinistro[61].

Da parte italiana si erano avute notizie di movimenti da Verona, ma esse non erano state trasmesse al comando supremo. Tutti erano persuasi, quindi, che gli austriaci si tenessero sulla difensiva, dietro l'Adige. Per il 24 giugno La Marmora dispose per il 1º Corpo di Durando che la 2ª Divisione (Pianell) rimanesse dietro il Mincio a sorvegliare Peschiera, e le altre 3 avanzassero oltre il fiume: la 1ª Divisione (Cerale) a circuire Peschiera dalla riva sinistra del Mincio, e le altre due a conquistare la zona collinare (obiettivo anche degli austriaci) e avvicinarsi a Verona. Al centro il 3º Corpo di Della Rocca avrebbe occupato sia l'orlo collinare orientale (da Sommacampagna a Custoza), sia la sottostante piana di Villafranca. Infine, all'ala destra dell'armata di La Marmora, il 2º Corpo di Cucchiari, doveva passare il Mincio con 2 divisioni in modo da aggirare Mantova da nord e con altre 2 divisioni dispiegarsi da Curtatone a Borgoforte sul Po, 13 km a sud di Mantova. Complessivamente lo schieramento italiano si presentava piuttosto discontinuo, troppo esteso e con scarse riserve[62].

In questo modo, delle 12 divisioni di La Marmora solo 6 si vennero a trovare inizialmente di fronte al nemico che, compatto e meglio diretto, avanzava verso di loro. 50000 soldati italiani contro 70000 dell'arciduca Alberto[63].

La battaglia di Custoza

Nella battaglia di Custoza il corpo d’armata che subì il maggiore peso dell’attacco austriaco fu quello di Durando.
In una prima fase della battaglia le truppe di Durando respinsero l’attacco del 9° Corpo di Ernst Hartung.
Dopo essere stato ferito Durando passò il comando al generale Giuseppe Pianell.

Il 24 giugno 1866, La Marmora alle 3:30 del mattino era partito dal suo quartier generale di Cerlongo per Valeggio. Non si aspettava una giornata di battaglia e procedeva, a cavallo, quasi senza scorta. Alle 6 circa incontrò Durando, al quale raccomandò di sorvegliare attentamente la 1ª Divisione (Cerale) che avrebbe dovuto marciare alla estrema ala sinistra (nord) dello schieramento italiano. Ma sotto Peschiera l'avanguardia della 5ª Divisione (Sirtori) del 1º Corpo di Durando incontrò poco dopo le 6 elementi avversari e continuò ad avanzare fino a Oliosi (oggi frazione di Castelnuovo del Garda) dove si accese un aspro combattimento. Intervenne allora la 1ª Divisione (Cerale) che respinse gli austriaci e avanzò oltre Oliosi. Ma gli austriaci contrattaccarono con forze sempre più numerose. Dopo 4 ore di combattimenti la 1ª Divisione si dovette ritirare, ma Durando, impiegando le sue riserve, fece occupare la collina del Monte Vento (un'altura a ovest separata dal complesso morenico) bloccando l'avanzata austriaca. Alle 6:30 La 5ª Divisione nella sua marcia verso Santa Lucia del Tione (fra Oliosi a nord e Custoza a sud) respinse il nemico continuando ad avanzare. Ma gli austriaci erano sempre più numerosi e agli attacchi seguirono i contrattacchi: le due divisioni italiane, che combattevano scoordinate, disponevano in tutto di 16000 uomini e 24 cannoni, contro i 32000 uomini e i 64 pezzi del 5º Corpo di Gabriel von Rodich (1812-1890) e della divisione di riserva austriaci[64][65].

Al centro dello schieramento italiano, intanto, avanzavano in pianura 2 divisioni del 3º Corpo di Della Rocca, che fuori Villafranca respinsero una brigata di cavalleria austriaca. Alla loro sinistra la 3ª Divisione (Brignone) del Corpo di Durando veniva deviata da La Marmora e occupava le colline di Monte Torre e Monte Croce (a nord-est di Custoza): verso le 9 subiva un violento attacco del 9º Corpo austriaco di Ernst Hartung che veniva respinto con gravi perdite. Iniziò allora una serie di attacchi e contrattacchi. Anche qui, nella parte orientale della zona collinare, le forze austriache aumentarono e dopo 2 ore di lotta accanita, la 3ª Divisione di Brignone venne sopraffatta. Dopo il successo, gli austriaci però ripiegarono lasciando 2 soli battaglioni a Monte Torre e a Monte Croce; e allora una divisione di Della Rocca riconquistò verso le 10:30 le due colline. A quest'ora la battaglia ebbe una sosta: a nord, nella zona di competenza di Durando, gli austriaci erano stati fermati davanti a Monte Vento e al ciglione di Santa Lucia sul Tione, e al centro le posizioni a nord-est di Custoza erano state riconquistate dagli italiani[64][66].

Nella zona del Corpo di Durando, intorno alle 11, il generale Pianell della 2ª Divisione, che aveva avuto l'ordine di rimanere in osservazione di Peschiera, accortosi che le forze austriache cercavano di aggirare Monte Vento da nord e raggiungere Valeggio per avvolgere gli italiani, prese l'iniziativa e con la Brigata “Aosta” attaccò. L'intervento di Pianell fu risolutivo: gli austriaci si arrestarono e ripiegarono a nord su Salionze. Intorno a Monzambano, inoltre, reparti della Brigata “Siena” della stessa 2ª Divisione intrappolarono e catturarono circa 600 soldati nemici. Durando, intanto, riceveva una brutta ferita a una mano e alle 14 lasciava il comando del 1° Corpo a Pianell[67][68]. La battaglia proseguì con lo scoordinamento delle forze italiane che, assalite da forze preponderanti a Custoza, dove erano isolate, persero lo scontro.

Gli ultimi tempi (1866-1869)

Nonostante la sconfitta di Custoza, l’Italia, per accordi diplomatici precedenti allo scoppio del conflitto e grazie alla vittoria ottenuta a nord dall’alleata Prussia, ottenne il Veneto. Dopo la guerra Durando tornò al suo posto a Milano, al comando del 2° Dipartimento Militare, ma problemi di salute lo costrinsero ad abbandonare l’inarico. Nel 1867 fu nominato presidente del Supremo Tribunale militare. Morì a Firenze nella notte tra il 26 ed il 27 maggio 1869, dopo essere stato insignito della più alta onorificenza del Regno d’Italia: il Collare dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata[2][28].

Onorificenze

Giovanni Durando fu insignito di numerose onorificenze. Queste quelle di cui si ha riscontro in fonti autorevoli[69][70]:

Onorificenze sabaude

Altre onorificenze

Cavaliere dell'Ordine di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria
— Madrid, 30 aprile 1838

Note

Esplicative

  1. ↑ Si paventò anche il rischio di un possibile scisma dei cattolici austriaci. Come scrisse lo stesso Pontefice nella allocuzione: «Sapemmo altresì che alcuni nemici della religione cattolica ne presero occasione ad infiammare gli animi dei Germani nel fervore della vendetta dall'unità di questa Santa Sede», cit. in Lucio Villari, Il Risorgimento, vol. 4, Bari, 2007.

Bibliografiche

  1. ↑ Pieri, p. 753.
  2. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 Paola Casana Testore, DURANDO, Giovanni, Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 42, 1993.
  3. 1 2 3 4 5 6 7 8 Giacchi, p. 967.
  4. ↑ Scardigli, p. 126.
  5. ↑ Pieri, p. 198.
  6. ↑ Scardigli, p. 117.
  7. ↑ Scardigli, p. 101.
  8. ↑ Pieri, pp. 374-375.
  9. ↑ Giglio, p. 157.
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Bibliografia

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