Guglielmo Pepe
Guglielmo Pepe (Squillace, 13 febbraio 1783 – Torino, 8 agosto 1855) è stato un generale, patriota e storico italiano che servì nell'Esercito delle Due Sicilie. Era fratello di Florestano Pepe.
Figura complessa del Risorgimento, iniziò a combattere a 16 anni contro i sanfedisti durante la Repubblica Napoletana del 1799. Proseguì nelle guerre napoleoniche, soprattutto al fianco del re di Napoli Gioacchino Murat. Dopo la Restaurazione entrò nell'esercito borbonico e durante i moti del 1820-1821 strappò a re Ferdinando I la costituzione. Quando però l'Austria, complice Ferdinando I, volle riportare il Regno delle Due Sicilie all'assolutismo, Pepe si schierò con la Costituzione, fu sconfitto nella battaglia di Rieti-Antrodoco e condannato a morte in contumacia. Durante l'esilio scrisse diversi libri di argomento politico-militare in cui auspicava e prevedeva l'unità d'Italia.
Allo scoppio della prima guerra d'indipendenza nel 1848, fu richiamato da re Ferdinando II che lo mise a capo del corpo di spedizione contro l'Austria. Pentitosi della risoluzione, il Re ordinò al contingente di ritornare in patria. Quasi tutti obbedirono. Pepe invece rimase al fronte e fu nominato da Daniele Manin comandante delle forze venete che si erano ribellate all'Austria. A capo della difesa di Venezia resistette fino allo stremo, facendo della città lagunare l'ultima ad arrendersi agli austriaci.
Biografia
La famiglia e la gioventù (fino al 1808)
Guglielmo nacque a Squillace, nel Regno di Napoli borbonico, il 15 febbraio 1783, da Gregorio Pepe (1740-1824) e Irene Assanti. Gregorio era un aristocratico, massone e possidente terriero originario di Messina[1]. Egli fu particolarmente attento all'educazione dei suoi ventidue figli, istruiti prima a Catanzaro e poi a Napoli. Guglielmo fu uno degli ultimi a nascere della famiglia e da bambino, a sette anni, entrò nel Collegio reale di Catanzaro. Con il passare degli anni, però, maturò la passione per la vita militare, volendo imitare l'esempio del fratello Florestano. Il padre, che lo voleva indirizzare ad altra carriera, gli aveva invece rifiutato di acquistargli i gradi di ufficiale, come era d'uso all'epoca, e nel 1797 Guglielmo scappò due volte dal collegio. Il padre si decise allora ad accontentarlo e lo iscrisse alla Reale accademia militare di Napoli, oggi conosciuta come Scuola militare "Nunziatella". In accademia, Guglielmo studiò con profitto ed ebbe tra i suoi insegnanti Pietro Colletta, allora tenente di artiglieria e futuro storico[2][3].
In quegli anni, intanto, si svolgeva la prima Campagna napoleonica d'Italia con la quale Bonaparte prendeva possesso di buona parte della penisola. Ripresa la guerra nel 1798 con la seconda coalizione, Napoli, dopo la fuga di Ferdinando IV in Sicilia, fu conquistata il 23 gennaio 1799 da Jean Championnet, che lo stesso giorno proclamò la Repubblica Napoletana. Guglielmo Pepe, a 16 anni, abbandonò l'accademia e si arruolò nell'esercito della Repubblica. Fu sergente nella Guardia nazionale, per passare poi nella Legione lucana, nella quale contrastò l'azione dei ribelli controrivoluzionari nei pressi di Benevento. Fu infine nella legione del generale Giuseppe Schipani, nella quale si distinse nell'ultima battaglia della Repubblica, quella del Ponte della Maddalena a Napoli, grazie alla quale i sanfedisti del cardinale Fabrizio Ruffo riconquistarono l'11 luglio 1799 la capitale borbonica. Nello scontro del 13 giugno Pepe riportò due ferite: una per una sciabolata alla testa, l'altra per un colpo di baionetta al braccio destro. Fu poi catturato a Portici e incarcerato[2][4].
Con Napoleone e la Legione italica

Durante il periodo di prigionia Pepe conobbe il giacobino Vincenzio Russo, che contribuì alla sua formazione rivoluzionaria. Per la sua giovane età Guglielmo evitò, tuttavia, la pena di morte e fu esiliato a Marsiglia, da dove, all'inizio del 1800 partì per Digione. Qui, al seguito di Napoleone, entrò con il grado di sottotenente nella Legione Italica comandata dal generale Giuseppe Lechi, con la quale partecipò alla Campagna d'Italia dello stesso anno: passò con l'esercito francese il San Bernardo e partecipò alla battaglia di Varallo del 28 maggio 1800. In questo scontro la Legione Italica sconfisse un reparto di 600 austriaci comandati dall'esule francese Louis Victor Mériadec de Rohan[5]. Con il Trattato di Lunéville del 1801 ebbe fine la guerra della seconda coalizione[2][6].
Contro i Borbone e il brigantaggio
Sciolta la Legione Italica, Pepe fu inviato a Pavia, in un deposito militare, da dove riuscì a farsi spostare in Toscana e ad aderire ad una Lega lì costituitasi. Scioltasi anch'essa, chiese al generale Gioacchino Murat, vittorioso ad Abukir, di entrare nel contingente francese che aveva occupato l'Egitto. Rientrato Murat in Francia, Pepe decise di sollevare la popolazione napoletana contro i Borbone e si unì, allo scopo, al nobile repubblicano Vincenzo Pignatelli, ma nulla si concretizzò. A seguito delle insistenze del padre tornò a Squillace, ma ben presto partì per arruolarsi nell'esercito della Repubblica Italiana, senonché durante il viaggio via mare una tempesta nel Tirreno lo riportò a Napoli. In breve tempo, qui, ordì assieme ad altri una cospirazione rivoluzionaria per sollevare la Calabria contro i Borbone. Ma nel giugno 1803 la congiura fu scoperta e Pepe arrestato e condannato all'ergastolo. Fu dapprima tradotto nella dura prigione della "cisterna" di Palermo, e poi in quella di Favignana. Qui Pepe ebbe l'occasione di applicarsi agli studi di geografia, astronomia, storia, dei classici (Omero e Plutarco) e dei filosofi (Voltaire e Rousseau)[2][6].
Ma, con la guerra della terza coalizione, Napoli fu riconquistata dai francesi e quando Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, divenne re di Napoli, il 27 giugno 1806 Pepe fu liberato dopo soli tre anni di carcere e arruolato nell'esercito napoletano con il grado di maggiore, presto passato a tenente colonnello. Nell'ambito dell'insurrezione calabrese gli fu chiesto di combattere le forze legittimiste che a Cosenza quasi lo uccisero. Fu poi catturato dai borbonici a Nicastro, dai quali riuscì a scappare e a rifugiarsi nell'accampamento del maresciallo francese Andrea Massena. Partecipò fra il dicembre 1806 e il gennaio 1807 all'assedio di Amantea, al termine del quale, decise di abbandonare quella lotta fra italiani ottenendo nel novembre 1807 il trasferimento a Corfù, dove fu impegnato nel miglioramento delle fortificazioni, al comando del maresciallo francese Louis Berthier[2][6].
Con Gioacchino Murat (1808-1815)


Dopo l'ascesa al trono di Napoli nel 1808 di Gioacchino Murat, Pepe, nel marzo 1809, fu nominato suo aiutante di campo e con lui partecipò un anno dopo alla spedizione per la conquista della Sicilia che era in mani borboniche e protetta dalla flotta britannica. Pepe si distinse catturando soldati e spie inglesi del generale John Stuart su una barca nello stretto di Messina. Ma l'impresa di Murat fallì. Per fare ulteriore pratica e istruirsi sulle più moderne tecniche militari, Pepe ottenne nel 1812 di partire per la Spagna, dove le truppe napoleoniche combattevano i rivoltosi legittimisti. Nell'ambito della seconda fase della guerra d'indipendenza spagnola, quindi, Pepe comandò l'8° Reggimento di linea dell'esercito francese fino al maggio 1813, riuscendo a contrastare efficacemente in vari scontri sia gli spagnoli che i britannici e meritando l'encomio del maresciallo Louis Suchet. In questa occasione Pepe si distinse anche nell'abilità di comando delle truppe e nella capacità di gestire i suoi soldati con giustizia e con le corrette dosi di severità e affetto[2][6].
Al fianco degli austriaci
Nel luglio 1813 Pepe tornò a Napoli, ma sul finire di quell'anno Gioacchino Murat cambiò clamorosamente fronte e passò con i nemici di Napoleone. Nel gennaio 1814 venne infatti firmato un trattato di alleanza fra il Regno di Napoli e l'Impero austriaco. Pepe fu nominato in questo nuovo contesto maresciallo di campo e, essendo venuto a contatto con la Carboneria, cercò di convincere Murat a concedere al popolo napoletano istituzioni democratiche, senza riuscirci. Combatté quindi a capo di una brigata e agli ordini dell'austriaco Heinrich Bellegarde nella Campagna d'Italia del 1813-1814, distinguendosi nelle battaglie di San Maurizio e del Taro. Occasione quest'ultima in cui il suo valore fu notato dal comandante austriaco Laval Nugent che riconobbe le sue qualità di coraggio e perizia militare. Murat gli offrì il titolo di barone, ma Pepe rifiutò a causa dell'autocrazia del Regno di Napoli. Fu poi accusato di cospirazione e imprigionato in Castel Sant'Elmo. Al processo si difese strenuamente, tanto che Murat lo definì "Testa di ferro e selvaggio tribuno"[2][6].
Nella guerra austro-napoletana
Dopo la condanna di Napoleone all'esilio e la sua fuga dall'isola d'Elba, Murat decise di appoggiare il cognato. Si schierò nel 1815 con lui provocando la guerra austro-napoletana e marciando verso il Po contro gli austriaci. Pepe si batté distinguendosi nella battaglia del Panaro e il 15 aprile sul fiume Reno. Partecipò ad alcune azioni presso Senigallia, ma non alla sconfitta di Murat nella battaglia di Tolentino. Successivamente Pepe combatté nella battaglia di Castel di Sangro, durante la quale le truppe napoletane di Andrea Pignatelli furono ancora battute. Nonostante la definitiva sconfitta del Regno, tornato a Napoli, Pepe il 17 maggio 1815 ricevette i gradi di tenente generale (generale di divisione), ma Murat era in procinto di abbandonare la capitale[2][6].
Per la Costituzione (1815-1821)



Fucilato Murat nell'ottobre 1815, tornò sul trono di Napoli Ferdinando IV di Borbone. A seguito delle insistenze del padre e degli amici, Pepe accettò di rimanere nell'esercito, pur non dimenticando i suoi ideali liberali. Alla fine del 1818 fu nominato comandante della divisione militare di Avellino e Foggia che aveva il compito di sconfiggere il brigantaggio nella zona. Pepe pianificò, tuttavia, un'insurrezione antiborbonica e accolse nelle milizie cittadine personalità della Carboneria, alla quale, comunque, non aderì. All'interno dell'esercito borbonico, intanto, maturavano focolai di rivolta e il 1° luglio 1820, a Nola, ci fu il "pronunciamento militare" che diede inizio ai moti del 1820-1821 nel Regno delle Due Sicilie guidati dagli ufficiali Michele Morelli e Giuseppe Silvati. Il comandante austriaco dell'esercito borbonico Laval Nugent ordinò a Pepe di portarsi ad Avellino per sedare la rivolta. Ma Ferdinando IV (che intanto aveva cambiato il nome in Ferdinando I) preferì inviare Michele Carrascosa[2][7].
Nonostante questo, il 6 luglio 1820, al comando di alcune truppe, Pepe partì per Avellino e, giuntovi, prese il controllo delle forze ribelli, incanalando la rivoluzione nell'alveo di una protesta liberale a favore della costituzione spagnola del 1812, per ottenere la quale trattò con Francesco duca di Calabria, figlio di Ferdinando I. Con questa trattativa Pepe ottenne anche il comando dell'esercito borbonico e la possibilità di fare un trionfale rientro a Napoli a capo delle truppe costituzionali, cosa che avvenne il 9 luglio. Tre giorni prima re Ferdinando, forzato a firmare la costituzione, aveva lasciato la reggenza del Regno al figlio Francesco. Con l'inaugurazione del Parlamento napoletano, il 14 ottobre 1820, Pepe lasciò il comando dell'esercito per ricevere l'incarico di ispettore delle milizie cittadine e dedicarsi alle riforme. Il suo ideale era la guerra di popolo e cercò di rinnovare l'anacronistico, debole e corrotto esercito borbonico scontrandosi con le idee tradizionaliste del ministro della Guerra Michele Carrascosa[2][7].
La repressione dell'Austria

L'Austria, però, non era disposta a tollerare l'allontanamento politico del Regno delle Due Sicilie e, nel febbraio 1821 con il consenso di Ferdinando I, dispose per l'invasione e per l'abbattimento delle istituzioni costituzionali. L'armata austriaca proveniente da Padova era comandata dal generale Johann Frimont, contro la quale si dispiegò l'esercito napoletano che era comandato dal reggente Francesco di Borbone. Pepe propose di attaccare il nemico ancora nello Stato Pontificio, mentre il nuovo ministro della Guerra Pietro Colletta decise per un'azione difensiva. Pepe fu quindi stanziato in Abruzzo con una divisione a guardia del confine della legazione delle Marche e lo stesso Colletta si dispose sulla difensiva con tre divisioni sul fiume Garigliano[2][7].
Le difese abruzzesi, all'arrivo di Pepe, risultarono inadeguate a contrastare l'invasione, mentre, con l'Austria contro e re Ferdinando I che non aveva fatto ritorno a Napoli dal congresso di Lubiana, lo scoraggiamento serpeggiava fra le truppe napoletane che si assottigliavano per le diserzioni. Pepe allora, per risollevare il morale dei soldati, decise di stanare e attaccare il nemico. Tuttavia alcuni generali, a cui aveva affidato delle manovre decisive, disattesero il piano stabilito, né Pepe fu coadiuvato dalle forze di Carrascosa. Fu pertanto sconfitto nella battaglia di Rieti-Antrodoco fra il 7 e il 10 marzo 1821 e dovette ritirarsi prima a L'Aquila e poi a Isernia. Più a sud le diserzioni colpirono anche le divisioni di Carrascosa che ripiegarono. Per sfuggire alla vendetta di Ferdinando I, Pepe si imbarcò a Castellammare di Stabia per la Spagna. Al ritorno del Re a Napoli, fu infatti condannato a morte in contumacia e a pagare le spese di guerra[2][7].
Gli anni dell'esilio (1821-1848)
In Spagna, Portogallo e Inghilterra

Sbarcato a Barcellona, Pepe si trasferì a Madrid, dove fondò un'associazione di costituzionalisti: la società dei Fratelli costituzionali europei che, contando via via molti iscritti, si estese all'Inghilterra e alla Francia. Si trasferì poi in Portogallo e successivamente a Londra, dove seppe di essere stato condannato a morte. In Inghilterra si trovò naturalmente vicino ai liberali, fra cui il linguista John Borthwick Gilchrist e la sua consorte Mary Ann Coventry (1789-1865), con la quale, dopo la morte del marito, strinse un'affettuosa amicizia che li portò, nel 1850, al matrimonio. Negli anni di esilio Pepe produsse un fitto epistolario con diversi liberali, fra cui l'anziano rivoluzionario statunitense Gilbert La Fayette[2][7].
Pepe fu anche intento nel redigere e pubblicare volumi sulle sue esperienze belliche. Già nel 1821 uscì A narrative of the political and military events, which took place at Naples, in 1820 and 1821, tradotta l'anno seguente in italiano e pubblicata a Parigi con il titolo Relazione delle circostanze relative agli avvenimenti politici e militari in Napoli nel 1820 e 1821. Seguirono traduzioni in francese, spagnolo e tedesco. Il libro fu molto apprezzato da Ugo Foscolo, ma non dal generale Carrascosa che, in esilio a Londra come Pepe, lo sfidò a duello. Nello scontro Carrascosa ebbe la peggio e fu ferito a una spalla, ma poi i due si riappacificarono, anche se successivamente ruppero ogni rapporto per la pubblicazione delle memorie di Carrascosa[2][7].
Alla ricerca di sostegno per la rivoluzione in Italia

Interessato anche alle vicende di altri paesi, durante il Triennio liberale spagnolo del 1820-1823, Pepe sostenne le istituzioni liberali di Madrid e le incoraggiò a resistere. La Santa Alleanza, però, con il congresso di Verona decise di intervenire militarmente e l'armata del duca d'Angoulême pose fine alla breve esperienza liberale in Spagna. Instancabile, Pepe in quegli anni contattò la famiglia dei Maurocordato, che aveva avuto un ruolo decisivo nell'indipendenza della Grecia dall'Impero ottomano, chiedendo aiuti per organizzare una sommossa in Calabria. Ma il progetto non andò in porto. Per nulla scoraggiato, Pepe inseguì i suoi ideali continuando a viaggiare e nei Paesi Bassi, nel 1825, partecipò a Bruxelles ad un incontro clandestino di liberali europei[2][7].
Nel 1830, dopo la Rivoluzione di luglio, Pepe si recò in Francia dal suo amico Lafayette, che non aveva mai incontrato di persona, ma con il quale aveva intrattenuto nove anni di corrispondenza. Da questo momento intraprese una serie di iniziative volte a procurarsi finanziamenti e aiuti per organizzare spedizioni militari e far scoppiare la rivoluzione nel Regno delle Due Sicilie. Pertanto, assieme ai liberali francesi, contattò diversi esponenti del partito britannico dei Whigs, formato da borghesi liberali notoriamente aperti ad altre classi sociali e religiose. L'occasione parve giungere in occasione dei moti del 1830-1831 a Modena e Bologna. Nel febbraio 1831 organizzò infatti uno sbarco armato che doveva avvenire nel Granducato di Toscana o nello Stato Pontificio, ma a Marsiglia fu minacciato e persuaso da inviati borbonici a desistere. Optò allora per partire da Tolone. A marzo però ebbe notizia che i moti erano stati repressi dagli austriaci, e dovette quindi rinunciare all'impresa[2][7].
Abbandonate per il momento le imprese belliche, Pepe, dal 1832 al 1848 visse a Parigi, città cosmopolita, che accoglieva liberali esiliati da diverse parti d'Europa. Fra gli italiani frequentò i federalisti Vincenzo Gioberti e Terenzio Mamiani, i giacobini Filippo Buonarroti e Giuseppe Poerio, il repubblicano Giuseppe Ferrari, l'irredentista Niccolò Tommaseo, i liberali Giuseppe Massari e Alessandro Poerio, e il cospiratore milanese Federico Confalonieri[2].
Le opere politico-militari

Pepe, tuttavia, dedicò quegli anni soprattutto alla stesura delle sue opere politico-militari. Nel 1833 pubblicò anonimamente Memoria su i mezzi che menano alla italiana indipendenza, in cui affermava che per ottenere l'indipendenza occorreva una lotta armata che partisse dal basso, condotta da un esercito di qualità. E indicava nella Calabria il luogo dove far scoppiare la rivolta e dove attirare l’esercito austriaco[2][7].
Tre anni dopo, sempre pubblicato in forma anonima, fu la volta de L'Italia militare, in cui Pepe sviluppa le tesi del precedente volume e traccia la strada per la gestione dello Stato unitario, il cui strumento principale sarebbe la partecipazione democratica. Nel testo Pepe rifiutava, inoltre, l'idea di Giuseppe Mazzini di conquistare l'indipendenza attraverso la formazione e l'azione di bande armate. Quasi esclusivamente politico fu il successivo saggio del 1839 L'Italie politique et ses rapports avec la France et l'Angleterre. Nel volume Pepe sostiene l'importanza di un'Italia unita nel contesto europeo, soprattutto in relazione ai vantaggi che potrebbe ricavarne la Francia con un fronte meridionale al sicuro e la Gran Bretagna con una base nel Mediterraneo contro l'espansione russa. Tracciava inoltre la strada per il tipo di istituzioni più adatte all'Italia: uno stato centralizzato da preferire alla federazione e la Monarchia da preferire alla Repubblica[2][7].
L'anno seguente pubblicò ancora Sull’esercito delle Due Sicilie e sulla guerra italica di sollevazione, nel quale indicava, una volta istaurate istituzioni liberali nel Regno delle Due Sicilie, i mezzi per ottenere un esercito permanente efficace e sollevare il resto del popolo italiano oppresso. Nel 1846 completò, infine, le sue memorie: Memorie del generale Guglielmo Pepe intorno alla sua vita e ai recenti casi d'Italia, nel quale auspicava e prevedeva prossima l'unità d'Italia. Alle sue memorie, quattro anni dopo, nel 1850, aggiunse: L'Italia negli anni 1847, 48 e 49. Continuazione delle Memorie di Guglielmo Pepe, con la descrizione dei fatti della prima guerra d’indipendenza da lui vissuti[2][7].
La prima guerra d'indipendenza (1848-1849)
Comandante della spedizione contro l’Austria

Nel 1830, intanto, era salito al trono di Napoli Ferdinando II che, a seguito della rivoluzione siciliana del 1848, dovette concedere la costituzione e l'amnistia ai condannati per reati politici. Rientrato a Napoli nel marzo 1848, Pepe ottenne il grado di generale e l'incarico di formare il governo al posto di Aurelio Saliceti, considerato da Ferdinando II troppo democratico. Tuttavia il piano politico di Pepe prevedeva un rinnovamento radicale delle istituzioni. Egli voleva dare la possibilità alla Camera dei Deputati di modificare la costituzione, voleva riformare la legge elettorale e sospendere la Camea Alta. Ferdinando II considerò il piano troppo liberale, tolse l'incarico a Pepe e lo nominò, l'8 aprile 1848, comandante della spedizione nel nord Italia, dove si era impegnato a combattere l'Austria al fianco di Carlo Alberto di Savoia. Era infatti scoppiata la prima guerra d'indipendenza[2][7].
Per raggiungere più rapidamente la zona delle operazioni, Pepe aveva ideato un piano che prevedeva il trasporto via mare di parte del contingente che era composto da 2 divisioni di fanteria, 12 squadroni di cavalleria e 2 batterie di artiglieria per un totale di 11000 uomini. Il piano, tuttavia, non venne approvato dallo stato maggiore e dall’indeciso Ferdinando II. Pepe pertanto dovette far procedere la spedizione verso il Po nel territorio dello Stato Pontificio e a scaglioni. Il 4 maggio 1848 si imbarcò su una corvetta a vapore con il generale Giuseppe Statella e quattro giorni dopo raggiunse Ancona, punto di raccolta dei vari reparti della spedizione. Nonostante non fossero arrivate tutte le truppe si impegnò a organizzarle e a entusiasmarle con un vibrante ordine del giorno. Si trasferì poi a Bologna dove fu sollecitato sia da Daniele Manin, a capo della ribellione veneziana, sia dal ministro della Guerra piemontese Antonio Franzini ad intervenire il più presto possibile contro gli austriaci[2][7][8][9].
Comandante a Venezia



Non è chiaro il motivo per cui Pepe non si mosse: forse perché aspettava di completare la raccolta del contingente o perché ebbe ordini in tal senso da Ferdinando II. Fatto sta che dopo l'arresto di alcuni deputati a Napoli, la ribellione e il conseguente colpo di Stato di Ferdinando II del 15 maggio, Pepe ebbe l'ordine di tornare indietro assieme al corpo di spedizione. Molto indeciso sul da farsi, di fronte all'entusiasmo dei patrioti locali, decise di non obbedire agli ordini e di rimanere per combattere gli austriaci. La quasi totalità delle truppe, tuttavia, non accettò e preferì obbedire a Ferdinando II. Seguirono Pepe oltre il Po: una batteria di cannoni comandata da Luigi Mezzacapo, una compagnia di Zappatori e un battaglione di Cacciatori. A queste esigue truppe si unirono alcuni battaglioni di volontari comandati da Cesare Correnti: due di meridionali, uno di bolognesi e uno di milanesi. Queste forze e quelle di Pepe si diressero verso Rovigo, per poi raggiungere il 13 giugno 1848 Venezia, dove era nata la Repubblica di San Marco[2][7].
Giunto a Venezia, Pepe fu subito nominato da Manin comandante dei 20000 che difendevano la città, che intanto veniva accerchiata dagli austriaci. Pepe si dedicò alla fortificazione delle difese, compiendo anche qualche sortita all'esterno come quella del 7 luglio 1848 che non riuscì a riconquistare il forte di Cavanella d'Adige. Intanto, dopo la sconfitta di Custoza, il Regno di Sardegna era stato costretto il 9 agosto a firmare l'armistizio Salasco. Ciò demoralizzò molti difensori di Venezia, alcuni dei quali, circa mille napoletani, tornarono alle loro case. Tuttavia la resistenza continuò a oltranza, così come le sortite fuori le mura, come quella contro il forte di Brondolo o come quella, più famosa, che consentì, anche se per poco tempo, di riconquistare agli austriaci il forte Marghera e Mestre nell'ottobre 1848. La resistenza di Venezia continuò anche dopo la resa definitiva di Carlo Alberto del marzo 1849[2][7].
Constata la scarsa efficacia dell'assedio, gli austriaci iniziarono il bombardamento di Venezia il 28 luglio 1849. Il 1º agosto Sirtori riuscì ad eseguire una scorreria sulla terraferma per procurare bestiame e farina. Ma un'altra che si rese necessaria pochi giorni dopo non ebbe successo. Intanto le notizie che giungevano dalle altre parti d'Italia abbattevano il morale dei difensori, colpiti anche da un'epidemia di colera. Pepe continuò per quanto possibile la resistenza, non senza dissensi con Manin. Si giunse così al 22 agosto 1849, la città era ridotta allo stremo: 2788 veneziani erano morti di colera. Manin fu pertanto costretto a firmare la resa. Due giorni dopo gli austriaci entravano a Venezia, ultima città ad arrendersi. Con questo episodio terminava infatti la prima guerra d'indipendenza[10][11].
Gli ultimi anni (1849-1855)

Dopo 15 mesi di lotta a Venezia, Pepe, Manin, Sirtori, Girolamo Calà Ulloa, Enrico Cosenz, Francesco Carrano (1815-1890) e altri il 28 agosto 1849 si imbarcarono per Corfù. Pepe, terminata la quarantena alla quale erano sottoposti i viaggiatori provenienti da luoghi con focolai di epidemie, ripartì per Genova dove arrivò il 7 ottobre. Da qui, a seguito di pressioni politiche del governo borbonico, dovette ripartire per Torino, dove ebbe un colloquio cordiale con il nuovo re di Sardegna Vittorio Emanuele II. Ripartì ben presto e a novembre si stabilì a Parigi, in un appartamento il cui salotto fu molto frequentato da esuli del Regno delle Due Sicilie, fra cui Saliceti, Luigi Dragonetti, Paolo Emilio Imbriani e Giuseppe Ricciardi[2][7].
Nel dicembre del 1851, in previsione della formazione del Secondo Impero francese, incompatibile con i suoi ideali liberali, Pepe tornò nel Regno di Sardegna, soggiornando prima a Nizza, poi a Genova per due anni, e infine a Torino, dove morì l'8 agosto 1855 e dove fu seppellito. Qualche anno dopo, nel 1858, nella stessa Torino gli fu eretto un monumento, in piazza Maria Teresa, ad opera di Stefano Butti. La vedova, tuttavia, dopo il 1861 volle trasferire la salma a Napoli, dove tuttora riposa nel Cimitero di Poggioreale, presso quella del fratello Florestano[2][7]. Nel 1914, in ricordo del generale, la Regia Marina varò l'esploratore Guglielmo Pepe.
Note
- ↑ L’Arte della Fuga, il futuro ha radici antiche
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 De Majo.
- ↑ Rocca, p. 836.
- ↑ Rocca, pp. 836-837.
- ↑ Napoleone dal San Bernardo alla battaglia di Marengo
- 1 2 3 4 5 6 Rocca, p. 837.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 Rocca, p. 838.
- ↑ Pieri, p. 453.
- ↑ Giglio, p. 158.
- ↑ Giglio, p. 232.
- ↑ Scardigli, pp. 226-227.
Bibliografia
- Francesco Carrano, Vita di Guglielmo Pepe, Torino, Tipografia Nazionale di G. Biancardi, 1857.
- Silvio de Majo, PEPE, Guglielmo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 82, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2015. URL consultato il 22 maggio 2026.
- Agenore Gelli, Guglielmo Pepe per Agenore Gelli, Estratto dalle "Letture di Famiglia", Serie Novissima, Vol. 1, Firenze, Coi Tipi di M. Cellini e Co. alla Galileiana, 1865.
- Vittorio Giglio, Il Risorgimento nelle sue fasi di guerra, I, Milano, Vallardi, 1948.
- Luca Manfredi, L'uomo delle tre rivoluzioni. Vita e pensiero del generale Guglielmo Pepe, Foggia, Bastogi Editrice Italiana, 2009. ISBN 978-88-6273-162-1.
- Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1962.
- C. Rocca, Pepe Guglielmo, in Dizionario del Risorgimento nazionale. Dalle origini a Roma capitale. (Vol. III, Le persone E-Q), Milano, Casa Editrice Dottor Francesco Vallardi, 1930.
- Marco Scardigli, Le grandi battaglie del Risorgimento, Milano, Rizzoli, 2011, ISBN 978-88-17-04611-4.
Voci correlate
Altri progetti
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Collegamenti esterni
- Pépe, Guglielmo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Mario Menghini, PEPE, Guglielmo, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1935.
- Pepe, Guglielmo, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
- Pépe, Guglièlmo, su sapere.it, De Agostini.
- Pepe, Guglielmo, in L'Unificazione, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2011.
- (EN) Guglielmo Pepe, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- Opere di Guglielmo Pepe, su MLOL, Horizons Unlimited.
- (EN) Opere di Guglielmo Pepe / Guglielmo Pepe (altra versione), su Open Library, Internet Archive.
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