Gravisca
| Gravisca | |
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| Civiltà | etrusca e greca, poi romana |
| Utilizzo | abitato portuale e santuario emporico |
| Epoca | fine VII secolo a.C. - V secolo d.C. |
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Comune | Tarquinia |
| Scavi | |
| Date scavi | 1969-1979; 1994-2007 |
| Archeologo | Mario Torelli |
| Mappa di localizzazione | |
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Gravisca (in latino Graviscae) fu il porto della città etrusca di Tarquinia e la sede di uno dei santuari emporici meglio conosciuti del Mediterraneo arcaico: un luogo di culto aperto a mercanti e naviganti greci, dove per tre secoli si incontrarono, sotto il controllo delle autorità tarquiniesi, uomini, merci, lingue e divinità dell'Egeo e dell'Etruria. Dopo la conquista romana del territorio tarquiniese vi fu dedotta, nel 181 a.C., una colonia marittima di cittadini romani, che visse fino alla tarda antichità. L'area archeologica si trova sulla costa del comune di Tarquinia, in provincia di Viterbo, presso il Lido di Tarquinia.[1]
Il porto e l'abitato
Il sito occupa un tratto di costa bassa dove ancora oggi sono visibili le saline: in antico vi si apriva una laguna, ricca di acque dolci, che offriva alle imbarcazioni un approdo naturale riparato, a metà strada fra il mare aperto e l'entroterra tarquiniese.[1] Alla fine del VII secolo a.C. l'approdo cominciò ad accogliere frequentatori greci di provenienza focea; pressoché in contemporanea, poco più a nord, nacque l'abitato etrusco di Gravisca, che fu sempre parte integrante del territorio di Tarquinia, come dichiara esplicitamente Livio a proposito della successiva colonia romana, dedotta «in territorio etrusco, tolto un tempo ai Tarquiniesi».[1] Il porto costituiva lo sbocco marittimo della metropoli, collegata all'entroterra dalla valle del Marta, e rimase attivo per tutta l'età etrusca e romana; in età moderna l'approdo sarebbe rinato circa trecento metri più a nord-ovest, con il Porto Clementino.[1]
Il santuario emporico
I culti più antichi si svolgevano all'aperto; ben presto fu costruito un sacello dedicato ad Afrodite, attorno al quale l'area sacra crebbe attraverso tre fasi architettoniche successive, opera di maestranze greco-orientali attive sotto il controllo delle autorità locali, garanti degli scambi internazionali che nel santuario trovavano tutela religiosa.[1] Nella prima fase (580-550 a.C.) il sacello di Afrodite, dotato di adyton e con ingresso rivolto a ovest, verso il mare, ha restituito fra i votivi una statuetta bronzea della dea nello schema della promachos; nella seconda (550-530 a.C.) fedeli samii introdussero il culto di Hera, l'edificio fu trasformato in un megaron dotato di temenos, pozzo e portico, e l'offerta di un lebete attico contenente corallo fa pensare che già in questa fase vi fosse venerato anche Adone, il paredro orientale di Afrodite; nella terza (530-480 a.C.), dopo un incendio, sorsero i sacelli gemelli di Afrodite ed Hera, le antiche aree di cenere sacrificale furono monumentalizzate con due altari secondo modalità che trovano confronto nei santuari della Magna Grecia, e la costruzione dell'Heraion, insieme al celebre cippo dedicato in greco ad Apollo dal mercante Sostrato di Egina, indizia l'arrivo di Egineti accanto agli Ioni.[2] Attorno al naiskos di Afrodite sono documentate attività di lavorazione del rame e del ferro: un connubio fra la dea e la metallurgia che richiama tanto l'unione mitica di Afrodite con Efesto quanto la vocazione metallurgica che in ambito etrusco caratterizza la sfera del dio Sethlans.[2] Le iscrizioni votive, in gran parte greche e solo in minima parte etrusche, delineano una comunità di intermediari commerciali di rango modesto, legati a gruppi gentilizi della Ionia e di Egina e affiancati da artigiani locali stabilmente residenti.[2]
Fra il 480 e il 470 a.C. l'arrivo dei culti di Hera e Demetra portò alla costruzione di un nuovo edificio: le divinità femminili venerate nel santuario formavano così una costellazione coerente, legata alla protezione della navigazione, della fecondità e dei passaggi, entro la quale trovava posto anche il giovane Adone, il cui culto, di origine vicino-orientale, è a Gravisca fra i più antichi documentati in Occidente.[2] Alla fine del V secolo, mutato il quadro dei commerci mediterranei, il santuario, ormai a frequentazione esclusivamente etrusca, fu riorganizzato attorno a Turan, Uni e Vei, gli equivalenti etruschi rispettivamente di Afrodite, Hera e Demetra: i culti assunsero un carattere salutare e popolare, documentato dall'abbondanza di votivi anatomici, e tale rimasero fino alla fine della vita del santuario.[3]
La colonia romana
La distruzione a opera dei Romani, nel quadro della conquista del territorio tarquiniese agli inizi del III secolo a.C., sigillò un grande deposito votivo nell'area settentrionale del santuario.[1] Nel 181 a.C. fu dedotta la colonia maritima civium Romanorum: una fondazione di dimensioni assai limitate, con funzione di presidio della costa a spese dell'antico territorio tarquiniese, che completava verso nord il sistema di colonie marittime già impiantate da Roma sul litorale già ceretano (Alsium, Fregenae, Pyrgi, Castrum Novum).[4] Livio ne registra la deduzione:
«La colonia di Gravisca fu dedotta in quell'anno in territorio etrusco, tolto un tempo ai Tarquiniesi.»
La colonia visse per tutta l'età imperiale come modesto scalo costiero. Nel V secolo d.C. Claudio Rutilio Namaziano, risalendo la costa tirrenica nel viaggio di ritorno in Gallia narrato nel De reditu suo, descrive l'abitato ormai ridotto a poche rovine fra le esalazioni della palude:
quas premit aestivae saepe paludis odor;
sed nemorosa viret densis vicinia lucis
pineaque extremis fluctuat umbra fretis.»
«Quindi vediamo le rare rovine di Gravisca,
che il sentore della palude estiva spesso opprime;
ma verdeggia la vicinanza boscosa di folti boschi sacri
e l'ombra dei pini ondeggia sulle ultime onde.»
Gli scavi
Il santuario è stato scoperto e indagato da Mario Torelli a partire dal 1969 nell'area meridionale, con campagne protrattesi fino al 1979 che riportarono alla luce i sacelli greci e le migliaia di dediche dell'emporio; fra il 1994 e il 2007 le ricerche si sono estese all'area settentrionale, dove è stato individuato fra l'altro il grande deposito votivo sigillato all'epoca della conquista romana. I risultati sono in corso di pubblicazione nella serie Gravisca. Scavi nel santuario greco, edita da Edipuglia. Le due stagioni di scavo hanno fatto di Gravisca uno dei contesti emporici arcaici meglio documentati dell'intero Mediterraneo.[1][5]
Note
- 1 2 3 4 5 6 7 Bagnasco Gianni 2013, pp. 604-607.
- 1 2 3 4 Bagnasco Gianni 2013, pp. 605-607.
- ↑ Zifferero 2017, pp. 1270-1271.
- ↑ Liverani 2012, pp. 232-233.
- ↑ Mainardi, Bagnasco Gianni 2011, pp. 248-249.
Bibliografia
- (EN) Giovanna Bagnasco Gianni, Tarquinia, Sacred Areas and Sanctuaries on the Civita Plateau and on the Coast: "Monumental Complex", Ara della Regina, Gravisca, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra-New York, Routledge, 2013, pp. 594-612.
- Paolo Liverani, La romanizzazione, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'Etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, pp. 227-252.
- Maria Mainardi e Giovanna Bagnasco Gianni, Tarquinia, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche, XX, Pisa-Roma-Napoli, Scuola Normale Superiore, 2011, pp. 237-316.
- (EN) Andrea Zifferero, Southern Etruria, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, pp. 1251-1298.
Approfondimenti
- Sabrina Boldrini e Concetta Masseria (a cura di), Gravisca. Le ceramiche attiche a figure rosse, Bari, Edipuglia, 1999, ISBN 88-7228-145-8.
- Lucio Fiorini, Gravisca. Scavi nel santuario greco. Topografia generale e storia del santuario, Bari, Edipuglia, 2005, ISBN 88-7228-440-6.
- Mario Torelli, Il santuario di Hera a Gravisca, in «La Parola del Passato», 26, 1971, pp. 44-67.
- A. Bisciotti, P. Comodi, M. Fastelli et al., Transport amphoras from Gravisca to the Eastern Aegean during the Greek Archaic period (7th-6th c. BC), 2022, DOI 10.5281/zenodo.7388262.
Voci correlate
- Tarquinia (città antica)
- Navigazione etrusca
- Porto Clementino
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 236445311 |
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