Haroeris
| ḥr-wr "Haroeris" in geroglifici |
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Haroeris (forma greca del nome in lingua egizia Ḥr.w-wr, trascritto anche Her-wer e Horwer, "Horo il Vecchio" o "Horo il Grande", tradotto anche come Horus il Vecchio o Horus il Grande) è la forma originaria del dio Horus, distinta da Harsiesi, il giovane Horo figlio di Iside e Osiride.[2][3][4] Nella religione egizia il nome di Horus fu usato per diverse divinità raffigurate come falchi o con tratti di falco, riunite per sincretismo; Haroeris era una delle forme chiaramente distinte.[2] Tra le altre forme del dio vi era Horo il Fanciullo.[5][6]
Nome e identità
Il nome egizio Ḥr.w-wr compare anche nella scrittura demotica, nella forma Ḥr-wr.[3] Nel nome Her-wer il secondo elemento può significare sia "grande" sia "anziano", da cui le traduzioni "Horo il Grande" e "Horo il Vecchio".[4]
Haroeris e Harsiesi erano due forme diverse di Horus.[6] Haroeris non va quindi identificato con il giovane Horo figlio di Iside e Osiride, anche se i miti e gli attributi delle due figure potevano mescolarsi.[4]
Teologia e mitologia
Genealogia
Nella tradizione religiosa di Eliopoli Haroeris era considerato uno dei cinque figli di Geb e Nut; la sua nascita era collocata nel secondo dei cinque giorni epagomeni, immediatamente dopo quella di Osiride.[4] Era quindi fratello di Osiride, Seth, Iside e Nefti; Harsiesi apparteneva invece alla generazione successiva, poiché era figlio di Iside e Osiride.[4]
A Qus la genealogia era diversa: il tempio di Haroeris era dedicato alla nascita del dio e sua madre era la dea Heket.[7] Qus era uno dei cinque luoghi legati alla nascita dei cinque figli di Geb e Nut, uno per ciascun giorno epagomeno.[7]
Aspetto celeste e Occhio di Horo

Come dio celeste, Haroeris aveva nel Sole e nella Luna i suoi due occhi.[4] In alcune tradizioni Haroeris era identificato con il dio solare; in altre era considerato suo figlio e accostato a Shu.[4] Compare anche nel mito della "dea lontana": Haroeris riporta da una terra remota l'occhio del dio solare, identificato in alcune versioni con Tefnut.[4]
Nel Tempio di Kom Ombo un rilievo raffigura Tolomeo VIII mentre offre ad Haroeris un segno geroglifico egizio chiamato iit, che rappresenta il coltello o la spada del dio; al centro del segno è raffigurato l'occhio udjat.[1] Il testo che accompagna l'offerta descrive l'occhio come un'arma contro i nemici e ricorda che Haroeris usa il coltello iit contro gli avversari di suo padre Ra.[9]
A Kom Ombo Haroeris è chiamato anche Shu, figlio di Ra, nel racconto del ritorno della "dea lontana".[10] Nello stesso racconto Tefnut, al suo ritorno, è chiamata Tasenetnofret, "la buona sorella", ed è la compagna di Haroeris.[10]
Figli di Horo

In una tradizione Haroeris è il padre dei Figli di Horo.[4] La formula 157 dei Testi dei sarcofagi, ripresa nel capitolo 112 del Libro dei morti, indica Imset, Hapi, Duamutef e Qebehsenuf come figli di Horo il Vecchio e di Iside.[12] Qui il padre dei quattro dei funerari è quindi Haroeris, non Harsiesi, il giovane Horo figlio di Iside e Osiride.[4]
Canopo fittizio in calcare, Terzo periodo intermedio, 1076-722 a.C.; Museo Egizio di Torino (Cat. 3307/01).[13]
Canopo fittizio in calcare, Terzo periodo intermedio, 1076-722 a.C.; Museo Egizio di Torino (Cat. 3307/02).[14]
Canopo fittizio in calcare, Terzo periodo intermedio, 1076-722 a.C.; Museo Egizio di Torino (Cat. 3307/03).[15]
Canopo fittizio in calcare, Terzo periodo intermedio, 1076-722 a.C.; Museo Egizio di Torino (Cat. 3307/04).[16]
Centri di culto
Letopoli
Uno dei principali centri del culto di Haroeris era Letopoli, l'antica Khem, nel II nomo della Basso Egitto.[17][10] A Khem, la Letopoli dei Greci, sorgeva un tempio dedicato a Horo "che è alla testa di Khem".[17] Nei testi di Kom Ombo Haroeris è chiamato anche nb-iit, "signore di Letopoli"; iit è infatti anche un nome egizio di Letopoli.[18]
Sia a Letopoli sia a Kom Ombo il culto di Haroeris collegava l'occhio al coltello iit.[10] A Letopoli l'occhio ferito e poi guarito era legato anche alla punizione dei nemici e alla lotta del dio contro i suoi avversari.[10] Dopo aver perduto gli occhi, Haroeris è chiamato con la forma egizia Mekhenty-n-irty.[10]
Qus
A Qus, l'antica Gesy, Haroeris era la principale divinità locale; della città faraonica restano visibili soltanto le rovine del suo tempio.[7] I resti visibili risalgono all'epoca tolemaica e all'epoca romana, tra circa il 150 a.C. e il 50 d.C.; il culto di Haroeris a Qus risale almeno al 1500 a.C.[7] In epoca greca la città fu chiamata Apollinopoli Minore.[7]
Kom Ombo

Il Tempio di Kom Ombo era dedicato ad Haroeris e a Sobek.[20] Il tempio è doppio, con due assi e due santuari, e vi si veneravano due triadi, cioè gruppi di tre divinità: Sobek, Hathor e Khonsu da una parte, Haroeris, Tasenetnofret e Panebtaui dall'altra.[21] Nella seconda triade Tasenetnofret significa "la buona sorella" e Panebtaui "il signore delle Due Terre"; Tasenetnofret era la compagna di Haroeris, mentre Panebtaui era il dio bambino.[21]
Presso il tempio sorgeva inoltre una casa della nascita (mammisi), destinata alle cerimonie della nascita divina.[21] A Kom Ombo, nel racconto del ritorno di Tefnut, la "dea lontana", Haroeris è chiamato Shu.[10] L'offerta iit a Haroeris a Kom Ombo è simile all'offerta della lancia a Horus a Edfu.[18]
Iconografia

Haroeris era raffigurato con corpo umano e testa di falco, con la doppia corona dell'Alto Egitto e del Basso Egitto.[1] Nella scena dell'offerta iit del Tempio di Kom Ombo porta sulla fronte l'ureo, il cobra simbolo della regalità, e tiene lo scettro uas nella mano destra e l'ankh, il segno egizio della vita, nella sinistra.[1][22]
Haroeris era raffigurato anche interamente come falco, anch'esso con doppia corona.[23][24] Una stele del British Museum (EA 276) lo mostra invece seduto su un trono davanti a un altare per le offerte.[25]
Note
- 1 2 3 4 Ali, 2014, p. 20
- 1 2 Sergio Donadoni, Horus, su treccani.it, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1961. URL consultato il 7 agosto 2026.
- 1 2 (EN) Ḥr.w-wr (Lemma ID 550351), su thesaurus-linguae-aegyptiae.de, Thesaurus Linguae Aegyptiae. URL consultato il 7 agosto 2026.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 (EN) Haroeris, su globalegyptianmuseum.org, The Global Egyptian Museum. URL consultato il 7 agosto 2026.
- ↑ (EN) Haroeris, su britishmuseum.org, The British Museum. URL consultato il 7 agosto 2026.
- 1 2 (EN) Gods and goddesses in ancient Egyptian belief, su ucl.ac.uk, University College London. URL consultato il 7 agosto 2026.
- 1 2 3 4 5 (FR) Qous, su ifao.egnet.net, Institut français d'archéologie orientale. URL consultato il 7 agosto 2026.
- ↑ Amuleto raffigurante l'occhio udjat, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 7 agosto 2026.
- ↑ Ali, 2014, p. 23
- 1 2 3 4 5 6 7 Ali, 2014, p. 25
- ↑ (EN) Amulet depicting one of the Four Sons of Horus, Imset, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 7 agosto 2026.
- ↑ Mathieu, 2008, p. 9
- ↑ Falso canopo, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 7 agosto 2026.
- ↑ Falso canopo, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 7 agosto 2026.
- ↑ Falso canopo, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 7 agosto 2026.
- ↑ Falso canopo, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 7 agosto 2026.
- 1 2 (EN) Lower Egyptian nome 2, su ucl.ac.uk, University College London. URL consultato il 7 agosto 2026.
- 1 2 Ali, 2014, p. 26
- 1 2 Kom Ombo, Tempio di Sobek e Haroeris: Fotografie Ottocentesche, 1870-1888, su archiviofotografico.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 7 agosto 2026.
- ↑ (FR) Kôm Ombo, su ifao.egnet.net, Institut français d'archéologie orientale. URL consultato il 7 agosto 2026.
- 1 2 3 (EN) Kom Ombo, su globalegyptianmuseum.org, The Global Egyptian Museum. URL consultato il 7 agosto 2026.
- ↑ (EN) King Sahure Accompanied by a Divine Figure, su metmuseum.org, The Metropolitan Museum of Art. URL consultato il 7 agosto 2026.
- ↑ (EN) Figure (EA11611), su britishmuseum.org, The British Museum. URL consultato il 7 agosto 2026.
- ↑ (EN) Amulet; figure (EA20654), su britishmuseum.org, The British Museum. URL consultato il 7 agosto 2026.
- ↑ (EN) Stela (EA276), su britishmuseum.org, The British Museum. URL consultato il 7 agosto 2026.
Bibliografia
- (DE) Ali Abdelhalim Ali, Ein iit-Darreichen im Tempel von Kom Ombo, in Bulletin de l'Institut français d'archéologie orientale, vol. 113, 2014, pp. 19-32.
- (FR) Bernard Mathieu, Les Enfants d'Horus, théologie et astronomie (PDF), in Égypte nilotique et méditerranéenne, vol. 1, 2008, pp. 7-14.
- Approfondimenti
- Sandro Vannini, Omaggio all'Egitto, Mondadori Electa, 2008, ISBN 978-88-370-6806-6.
- Maurizio Damiano-Appia, Egitto, Fabbri Editori.
- Mario Tosi, Dizionario enciclopedico delle divinità dell'antico Egitto, Ananke, 2004, ISBN 88-7325-064-5.
- Françoise Dunand e Christiane Zivie-Coche, Dei e uomini nell'Egitto antico, L'Erma di Bretschneider, 2003, ISBN 88-8265-225-4.
Voci correlate
Altri progetti
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Collegamenti esterni
- (EN) Ḥr.w-wr (Lemma ID 550351), su thesaurus-linguae-aegyptiae.de.
- (FR) Qous, su ifao.egnet.net.
- (FR) Kom Ombo, su ifao.egnet.net.
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