Isola di Garda
| Isola del Garda Isola Borghese | |
|---|---|
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| Geografia fisica | |
| Localizzazione | Lago di Garda |
| Coordinate | 45°35′37″N 10°35′17″E |
| Superficie | 0,06376 km² |
| Altitudine massima | 97,28 m s.l.m. |
| Geografia politica | |
| Stato | |
| Regione | |
| Provincia | |
| Comune | San Felice del Benaco |
| Demografia | |
| Abitanti | 10 (2001) |
| Densità | 143 ab./km² |
| Cartografia | |
| voci di isole d'Italia presenti su Wikipedia | |
| Villa Borghese Cavazza | |
|---|---|
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| Localizzazione | |
| Stato | |
| Regione | Lombardia |
| Località | San Felice del Benaco |
| Informazioni generali | |
| Condizioni | in uso |
| Costruzione | 1894-1901 |
| Stile | Neogotico-veneziano |
| Uso | civile |
| Realizzazione | |
| Architetto | Luigi Rovelli |
| Proprietario | Famiglia Cavazza |
| Committente | Gaetano de Ferrari |
L'isola di Garda è la più grande isola del lago omonimo, rientrante amministrativamente nel territorio comunale di San Felice del Benaco.[1]
In origine ospitava un dormitorio francescano poi convertito in monastero, mentre dal 1817 è diventata una residenza privata, in un primo momento della famiglia Lechi di Brescia, poi, a partire dal 1870, del duca Gaetano de Ferrari di Genova e dei suoi eredi, che l'hanno aperta ai turisti nel 2002.
Toponomastica
Ha avuto diversi nomi nel corso dei secoli prima di assumere quello di Isola di Garda, forse derivato dalla sua appartenenza alla Contea di Garda:[2]
- Isola Craniae
- Isola Garda (dal nome del lago)
- Isola dei Frati, Isola Lechi (o Lecchi), Isola Scotti, Isola de Ferrari, Isola de Ferrari - Borghese, Isola Borghese (dai nomi dei suoi abitanti)
Territorio
Geografia fisica
Distante poco più di 200 metri da Capo San Fermo, promontorio che divide il golfo di Salò dalla baia dello Smeraldo,[3] ha forma allungata, misura all'incirca un chilometro di lunghezza ed è larga in media 61 metri, con punte massime di 98 metri.[2] Si suppone che in passato fosse unita ai colli Salodiani, al promontorio di San Fermo e a quello di San Biagio.[4]
A sud dell'isola si trova una catena di scogli e bassi fondali, alla fine dei quali emerge l'isolotto di San Biagio, conosciuto anche come Isola dei conigli;[5] in prossimità affiora anche lo Scoglio dell'Altare.[6]
Flora e fauna
L'isola ospita alberi di cedro, limoni, cachi, peri, melograni, aranci, pompelmi, fichi d'India, giuggiole e capperi, essenze mediterranee quali pioppi, lauri, platani e abeti, piante tropicali come agavi, cycas e palme delle Canarie, e ulivi secolari di oltre 600 anni. Vi fioriscono inoltre rose, iris, lavanda, valeriana, cineraria, bouganville e margherite.[7]
Storia
Prima dei Romani: una frontiera tra Veneti e Cenomani
Prima ancora che arrivino i Romani, l’area gardesana è una zona di contatto fra mondi diversi. A oriente, fra lago di Garda, Adige e Colli Euganei, si sviluppa il cuore del territorio dei Veneti antichi, con i loro abitati, le necropoli, i santuari che faranno da base alla successiva Venetia romana. A occidente, fra Brescia, la pianura e la riva bresciana del lago, si insediano dal IV secolo a.C. i Celti Cenomani, che i testi classici descrivono come “vicini” dei Veneti, con costumi e abitudini in parte simili.
Il Garda non è un confine morto, ma una cerniera: mercanti, coloni, artigiani e guerrieri si spostano da una sponda all’altra; nelle necropoli cenomani della pianura bresciana compaiono oggetti e forme ceramiche che richiamano modelli venetici, mentre le rotte lacustri mettono in comunicazione diretta le rive veronesi con quelle bresciane. In questo quadro, il tratto di lago di fronte a San Felice – con la Rocca di Manerba a ovest, l’Isola del Garda al centro e la costa veronese a est – va letto come uno dei punti in cui queste due componenti, venetica e cenomane, si guardano si parlano e si fondono: non “Veneti da una parte e Cenomani dall’altra” separati per sempre, ma un fronte in cui popolazioni, culti, merci e anche legami familiari e matrimoni misti circolano lungo le stesse vie d’acqua.
Quando, in età romana, tutta la regione verrà assorbita nella “regio X Venetia et Histria”, questa storia di contatti farà sì che anche il Bresciano e la riva occidentale del lago vengano percepiti e visti come parte di un più ampio spazio veneto.
Età romana: necropoli e “insula Cranie”
Le tracce più antiche concrete sull’Isola del Garda sono romane, e sono tutt’altro che marginali. Tra Ottocento e primo Novecento furono recuperate sull’isola circa 130 lapidi gallico-romane, insieme a resti di piccoli templi votivi: un materiale talmente abbondante da essere trasferito in blocco al Museo Romano di Brescia (oggi complesso di Santa Giulia).
Non siamo davanti al classico caso del “cippo isolato”: un numero del genere di epigrafi e monumenti funerari rimanda verosimilmente a una necropoli o a un’area sacra strutturata, collegata a un insediamento stabile sulla sponda o direttamente sull’isola. Alcune fonti moderne ricordano che in età romana l’isola era indicata come Insula Cranie, toponimo che molti collegano – non senza un po’ di fantasia, ma con una certa logica – al mondo dei sepolcri, ai crania, ai teschi, alle tombe.
Dal punto di vista del popolamento, l’Isola del Garda va letta dentro la rete gardesana che, fra I e IV secolo, coinvolge i grandi poli residenziali e “di villeggiatura” dell’arco lacustre: Sirmione, Punta San Vigilio, le ville della Valtenesi. Il fatto che l’isola si trovi proprio di fronte al promontorio di Scovolo – dove gli scavi hanno restituito i resti di una villa tardo-repubblicana / imperiale – suggerisce un sistema integrato di approdi, residenze e luoghi di culto distribuiti fra costa e isole, non una semplice roccia isolata nel lago.
Secondo la ricostruzione avanzata da parte della storiografia più recente, la fascia collinare della Valtenesi – compresa l’Isola del Garda – costituiva in età imperiale un pago di confine dipendente dal municipium di Verona. Questa situazione spiega bene perché, nei secoli successivi, ritroviamo la giurisdizione ecclesiastica veronese estesa sulla Valtenesi e sui suoi insediamenti, e perché l’area funzioni a lungo come cerniera tra l’orizzonte veneto-veronese e quello bresciano.
Con la crisi tardoantica, il quadro cambia: gran parte delle strutture insediative romane entra in declino, e le fonti tardo-medievali ricordano che l’isola, “dopo la caduta dell’Impero”, viene per un periodo utilizzata come rifugio di pirati che assaltano i battelli di passaggio. Il lago, da spazio di villeggiatura aristocratica, torna ad essere un corridoio insicuro, dove avere un’isola rocciosa al centro può diventare un vantaggio molto concreto.
Alto medioevo: tra Verona, San Zeno, i poteri regi e il castrum insulare
La prima menzione altomedievale sicura è l’ormai celebre decreto dell’879 attribuito a Carlomanno di Baviera, re d’Italia, che avrebbe donato l’isola al monastero benedettino di San Zeno di Verona. La critica moderna sospetta che il testo, nella forma attuale, sia almeno in parte rielaborato in età successiva; ma il fatto che la donazione sia costruita proprio a favore di San Zeno dice qualcosa di importante: nella memoria giuridica locale, l’Isola del Garda rientra nell’orbita patrimoniale veronese più che in quella bresciana, allineata con altri beni della riva occidentale che gravitano sul grande monastero veronese.
È la stessa traiettoria che si osserva per il promontorio di Scovolo e per altre proprietà della Valtenesi: territori formalmente compresi nella sfera bresciana, ma assorbiti progressivamente nei patrimoni monastici veronesi e poi affidati a famiglie feudali che si muovono fra Verona, il mondo imperiale e le comunità lacustri. Intorno al 1180 l’isola risulta probabilmente compresa nel feudo concesso da Federico Barbarossa agli antenati di Biemino da Manerba, signore della rocca omonima, figura che incarna bene questa frontiera: fedele all’imperatore, radicata a Manerba ma strettamente legata ai circuiti veronesi.
In questo quadro politico si colloca la fase “castrense” dell’Isola del Garda. Le fonti tardo-medievali e rinascimentali, rilette dagli studiosi moderni, insistono sul fatto che prima dell’arrivo stabile dei frati, l’isola si presentasse come una vera e propria cittadella fortificata. Autori come Grattarolo, Silvan Cattaneo e soprattutto il francescano Gonzaga descrivono rovine di case, resti di chiese, “altissime torri” e sepolcreti sconvolti, al punto che il Gonzaga parla esplicitamente di una «bellissima cittadella» distrutta fino alle fondamenta.
La ricostruzione architettonica rimane in parte ipotetica, perché sull’isola non sono mai stati condotti scavi sistematici paragonabili a quelli di Sirmione o di Scovolo. Tuttavia la combinazione fra descrizioni antiche, resti murari osservati ancora nel Cinquecento (torri, campanili, cortine) e la morfologia del sito consente di immaginare un piccolo castello-porto: un recinto fortificato impostato sullo sperone orientale, con una cinta muraria esterna, alcune torri (3-4 torri di cui due ad oggi parzialmente esistenti e riconoscibili) a controllo del perimetro e un accesso principale collegato al molo meridionale; sul lato opposto, verso ovest, una torre isolata in corrispondenza della zona di San Lorenzo, a guardia del canale verso la costa e in contatto visivo con la Rocca di Manerba e il promontorio di Scovolo. Questo tipo di impianto è perfettamente coerente con altre fortificazioni gardesane tardoantiche e altomedievali, dove il castello è allo stesso tempo rifugio, punto di dogana e base per eventuali azioni offensive.
San Francesco, il romitorio e la fine del Castello (XIII–XV secolo)
Nel 1221 la storia dell’isola prende una piega nuova. Le fonti agiografiche e la tradizione francescana concordano nel ricordare un passaggio di san Francesco d’Assisi sul Garda, durante i suoi viaggi nell’Italia settentrionale; la tappa sull’isola non è attestata da documenti coevi, ma la narrazione – già ben consolidata nel tardo medioevo – è abbastanza coerente: Francesco avrebbe convinto Biemino da Manerba, signore della rocca sul golfo, a donare all’Ordine la parte più scoscesa e rocciosa della riva settentrionale dell’isola, dove venne impiantato un piccolo romitorio.
Si trattava, con ogni probabilità, di un nucleo edilizio molto semplice: una chiesetta, poche celle addossate alla roccia, qualche ambiente di servizio. Il modello è quello, ben noto, degli eremi francescani “di lago” e “di monte”, in cui contano più l’isolamento e il silenzio che la monumentalità. Nel 1227 il romitorio avrebbe ospitato anche sant’Antonio di Padova e, secondo una tradizione più tarda e non verificabile, nel 1304 vi avrebbe sostato Dante Alighieri, che alcuni autori collegano all’isola in un passo del XX canto dell’Inferno.
«loco è nel mezzo là dove 'l trentino
pastore e quel di Brescia e 'l veronese
segnar poria, s'e' fesse quel cammino»
(Inferno, Canto XX, 67-69)
Mentre il piccolo insediamento dei frati prende forma sulla costa rocciosa, la parte alta dell’isola presenta ancora un volto decisamente laico e militare. Sullo sperone nord-orientale, protetto da tre lati di scogliera a picco, le fonti tardo-medievali e le raffigurazioni del Quattro–Cinquecento collocano infatti il castello: un complesso fortificato con più torri e una cortina muraria, pensato per controllare il passaggio fra il golfo di Manerba e quello di Salò e, più in generale, le rotte lungo la sponda occidentale del lago. È in quest’area che la documentazione ricorda la “terra di San Lorenzo”, il piccolo insediamento che dà il nome alla chiesa principale dell’isola e all’area castrense che la circonda.
Già nella metà del Duecento la regione è attraversata dalle grandi tensioni che accompagnano l’ascesa di Ezzelino III da Romano: il fronte ghibellino veneto, a lui legato, si affaccia anche sul Garda e nel 1258 il borgo di Salò, schierato con i ghibellini, viene fortificato anziché devastato. La Valtenesi e i castelli insulari restano però ai margini delle sue spedizioni dirette: il loro ruolo di “nucleo caldo” del partito filo-veronese emergerà con forza solo qualche decennio più tardi, nello scontro fra Brescia guelfa e il blocco veronese–mantovano.
Alla fine del XIII secolo il castello entra infatti di forza nelle cronache. Tra il 1277 e il 1279, in pieno scontro fra il Comune di Brescia – schierato su posizioni guelfe – e il fronte veronese-mantovano guidato dagli Scaligeri e dai Bonacolsi, di parte ghibellina. Le cronache ricordano che i Mantovani, alleati dei Veronesi, si impadroniscono degli oppida dell’Isola e di Guidizzolo, minacciando altri presìdi sul lago. La storiografia successiva aggiunge al quadro anche Scovolo e la rocca di Manerba: un grappolo di castelli che, sulla riva bresciana, rappresentano il nucleo più compatto e militante del partito filo-veronese.
Quando nel settembre 1279 si giunge alla pace di Montichiari, i capi veronesi e mantovani devono restituire a Brescia i castelli occupati. La reazione del Comune contro Manerba, Scovolo e l’Isola è durissima: le fonti parlano di saccheggio e di una vera e propria distruzione delle fortificazioni. Gli Statuti cittadini arrivano a vietare esplicitamente la ricostruzione delle torri e delle case di questi castelli, misura eccezionale che mira a cancellare dal paesaggio – non solo sul piano militare ma anche su quello simbolico – i principali presìdi della parte veronese sul Garda occidentale.
Il castello dell’Isola, quindi, esce di scena come fortezza funzionante proprio in questi anni: non tanto con un unico colpo di maglio, quanto attraverso un processo di spoliazione e abbandono che le fonti quattrocentesche registrano ormai in forma di memoria. Nel 1460 una lettera di Nicola Botano ricorda sull’isola “un munitissimo e popolato castello i cui abitanti si sarebbero poi trasferiti a Salò”: segno che, a meno di due secoli dal sacco, la fortezza è già entrata nella leggenda, ma se ne percepisce ancora il peso nella storia locale.
Nei secoli successivi lo specchio d’acqua intorno all’isola torna protagonista su un altro livello, quello delle grandi guerre fra Venezia e Milano per il controllo della Lombardia e del Garda. Tra 1438 e 1440, durante l’assedio visconteo di Brescia, la Serenissima trasferisce sul lago – con la celebre impresa del Galeas per montes – una flotta di galere, galeotte e fuste, risalendo l’Adige e trascinando le navi via terra fino a Torbole. Da lì l’armata veneziana tenta più volte di forzare il dispositivo milanese che controlla il castello di Salò e i passi della Riviera: prima appoggiando dal lago l’attacco al castello, poi ancorando nel golfo di Maderno, dove nel 1439 viene sorpresa e gravemente danneggiata da un’improvvisa sortita delle galere viscontee. L’apice è la battaglia navale del 10 aprile 1440, tra Riva e il Ponale, in cui la flotta ducale viene quasi interamente distrutta e i Veneziani riconquistano il dominio del Benaco, aprendo una via di rifornimento a Brescia. Un decennio più tardi, nel 1448, durante una nuova fase di guerra fra Venezia e Milano, sul Garda viene nuovamente allestita una flotta per garantire i collegamenti con la città assediata, a conferma del ruolo strategico del lago e della Riviera in questo confronto.
In questo teatro l’Isola del Garda non è solo un punto di passaggio astratto sulle carte. La tradizione locale e la storiografia gardesana ricordano esplicitamente che, in quegli anni, presso l’isola era stanziata la flotta Viscontea, affidata a capitani come Taliano del Friuli e incaricata di intercettare i convogli veneziani diretti a Brescia e di tenere sotto pressione la Riviera. Mentre sull’isola si consolidava il piccolo insediamento francescano, con la scuola di teologia che nel Quattrocento avrà in padre Francesco Licheto una delle figure di punta, sotto le sue rupi trovava ancoraggio la squadra navale viscontea: un accostamento paradossale solo in apparenza, che restituisce bene il doppio volto del luogo, a metà fra romitorio e piattaforma militare.
In mezzo, tra la memoria del castello distrutto dai Bresciani, la presenza crescente dei frati e il passaggio – a poche decine di metri dalla riva – delle galee viscontee e veneziane, si consuma il passaggio dall’Isola “fortezza di frontiera” all’Isola “luogo di ritiro, di studio e di rappresentanza” che conosceremo più tardi con Bernardino da Siena, la riforma osservante e, infine, le grandi stagioni residenziali dell’età moderna.
Dal romitorio al monastero: il cantiere di Bernardino da Siena (XV secolo)
È però il Quattrocento a cambiare radicalmente la fisionomia architettonica del luogo. Nel 1422 giunge sull’isola Bernardino da Siena, vicario generale dell’Ordine francescano: non è un semplice visitatore, è il massimo responsabile della riforma osservante, e vede subito nel piccolo romitorio un potenziale centro di studio e di predicazione. Le fonti francescane gli attribuiscono un ruolo diretto nel progetto di trasformazione del complesso: nuova chiesa, chiostro, ampliamento delle celle, sistemazione dei giardini e degli spazi produttivi.
Non possediamo una pianta dettagliata del convento quattrocentesco, ma l’evoluzione è chiara: l’eremo si struttura in vero e proprio monastero, organizzato – come molti altri insediamenti francescani del Garda – attorno a un chiostro rettangolare, con il refettorio e gli ambienti comuni a piano terra e i dormitori al piano superiore. L’isola diventa un centro riconosciuto della riforma osservante, un luogo di meditazione ma anche di insegnamento.
A partire dal 1470 vi opera padre Francesco Licheto, teologo appartenente alla famiglia bresciana dei Lechi, che vi fonda una scuola di teologia e filosofia: segno che il piccolo monastero gardesano è ormai inserito nelle grandi reti intellettuali dell’Ordine, non solo in quelle devozionali.
Nel corso del Cinquecento il convento continua a funzionare, ma le difficoltà economiche, la concorrenza di altri centri e le turbolenze religiose portano a un lento declino. Nel 1565 la chiesa ospita la sepoltura del condottiero Alessandro Fregoso, figlio dell’ex doge di Genova Giano Fregoso, che aveva acquisito il controllo del complesso: l’isola entra così anche nel circuito delle grandi famiglie nobiliari liguri, attratte dal clima e dall’isolamento del Garda.
Fra 1685 e 1697 il convento ospita ormai quasi solo i novizi in ritiro: la comunità si riduce, il ruolo politico diminuisce, ma la struttura continua a segnare il paesaggio, con il suo profilo di chiesa e chiostro affacciati sull’acqua. Eccezione 1690 circa, sull'Isola soggiornò Cosimo Medici, principe di Toscana, che divenne poi Cosimo III.
Guerra, artiglierie e crisi: XVIII secolo e soppressione napoleonica
Il Settecento porta sull’isola un’altra stratificazione, questa volta decisamente più rumorosa. Durante la guerra di Successione spagnola (1701–1714), il Garda occidentale diventa una delle linee di contatto fra l’esercito francese e quello imperiale. Nel 1704–1705 le truppe prussiane, inquadrate nell’esercito imperiale, trasformano l’Isola del Garda in un piccolo fortino lacustre, stazionando sull’isola una compagnia di circa 250 uomini e 4 pezzi di artiglieria: una batteria destinata a controllare il golfo di Salò e le rotte che risalgono verso Riva.
In questo quadro il convento francescano convive, non sempre serenamente, con presìdi militari che usano cortili e spazi aperti come piazzole per i cannoni, magazzini e alloggi di fortuna. L’architettura religioso-monastica si carica di funzioni belliche temporanee, in un’anticipazione di quello che accadrà, in scala molto più ampia, nell’Ottocento.
La vera cesura arriva però con Napoleone. Nel 1797–1798, in seguito alla caduta della Repubblica di Venezia e alla riorganizzazione politico-ecclesiastica della Lombardia, il monastero viene soppresso; l’isola passa al demanio e la comunità francescana viene definitivamente dispersa. Architettonicamente questo significa l’inizio di una fase di abbandono e trasformazione: alcuni edifici vengono spogliati, altri adattati a uso agricolo; il complesso perde progressivamente la sua coerenza originaria.
L’età Lechi: la prima villa e il porticciolo (XIX secolo)
L'Isola fu dal demanio ceduta alla famiglia Conter di Salò, che a sua volta la vendette ai fratelli Benedetti di Portese. Nel 1806 i Benedetti la vendettero ad un Fiorentini di Milano dal quale nel 1817 l’isola viene acquistata dal conte Luigi Lechi di Brescia, figura di spicco dell’aristocrazia lombarda post-napoleonica. È lui a inaugurare la stagione “residenziale” dell’Isola del Garda: sulle rovine del convento francescano fa costruire una villa moderna e dispone importanti opere di riassetto, fra cui il porticciolo (1830), affidato all’architetto bresciano Rodolfo Vantini, protagonista del neoclassicismo locale.
La villa Lechi, pur senza l’impatto scenografico dell’edificio attuale, rappresenta una prima trasformazione radicale: chiostri e corpi conventuali vengono in parte inglobati, in parte demoliti; la logica della clausura lascia il posto a quella della residenza di campagna, con saloni per la musica e terrazze affacciate sull’acqua. In questa fase l’isola diventa un piccolo salotto culturale: vi soggiorna a lungo la cantante d’opera Adelaide Malanotte, legata al conte, e la proprietà entra nei circuiti dell’élite colta lombarda.
Nel 1837 il conte Luigi cede l’isola al fratello Teodoro, ex generale dell’esercito napoleonico, che aggiunge ulteriori terrazze sul fronte della casa, accentuando il rapporto scenografico fra edificio e lago.
Nel 1860 lo Stato espropria l’isola con l’idea di costruirvi una fortezza: è il riflesso, in scala lacustre, delle grandi tensioni del Risorgimento. Il progetto non verrà mai completato; l’isola viene messa all’asta e, dopo un passaggio al barone Scotti, finisce nelle mani del duca genovese Gaetano de Ferrari e della moglie, l’arciduchessa russa Maria Annenkova.
La villa neogotico-veneziana di Rovelli (fine XIX – inizi XX secolo)
Con i de Ferrari si entra nell’ultima grande fase architettonica dell’isola. Tra 1880 e 1900 la coppia investe ingenti risorse nella sistemazione del parco: vengono costruiti poderosi muri di contenimento verso il lago, importata terra fertile, impiantate essenze esotiche e mediterranee che sfruttano il microclima mite del Garda.
Poco prima della morte del duca (1893) i coniugi concepiscono il progetto di una nuova residenza che sostituisca la villa Lechi. L’incarico viene affidato all’architetto genovese Luigi Rovelli, che tra il 1894 e il 1901 realizza il grande palazzo neogotico-veneziano che ancora oggi domina l’isola.
La facciata principale, affacciata a sud verso il lago, richiama – dichiaratamente – il modello del Palazzo Ducale di Venezia: logge sovrapposte, ampie finestre ad arco acuto, trafori lapidei, un gioco calibrato di pieni e vuoti che alleggerisce il volume della costruzione. Sul lato sinistro si eleva una torre merlata, con coronamento a traforo e dettagli floreali, che funge al tempo stesso da segnale verticale nel paesaggio e da omaggio allo skyline dei palazzi veneti di età gotica.
Ai piedi della villa, una sequenza di terrazze digradanti ospita giardini all’italiana con disegni geometrici di siepi, aiuole fiorite, labirinti vegetali; poco più oltre si aprono porzioni di parco “all’inglese”, con alberature libere e scorci prospettici studiati. È una composizione volutamente teatrale: la villa come quinta scenica, il lago come platea, le barche che si avvicinano come spettatori in movimento.
All’interno, saloni decorati, una cappella privata, ambienti di rappresentanza e di soggiorno disegnano il volto di una residenza aristocratica internazionale, pensata per una coppia che si muove fra Genova, la Russia e il Garda.
Dal Novecento a oggi: Borghese, Cavazza e apertura al pubblico
Alla morte di Maria Annenkova, la proprietà passa alla figlia Anna Maria de Ferrari, sposata con il principe romano Scipione Borghese, che fa dell’isola la propria residenza prediletta e continua ad arricchire il parco con specie esotiche e ornamentali.
Nel 1927, alla morte del principe, l’isola passa alla figlia Livia, moglie del conte bolognese Alessandro Cavazza. Durante la Seconda guerra mondiale, nel contesto della Repubblica Sociale Italiana e della presenza tedesca sul Garda, l’isola viene requisita e inserita nel dispositivo di controllo del lago; al termine del conflitto torna però ai Cavazza, che la mantengono come residenza di famiglia.
Dal punto di vista architettonico, il Novecento è meno traumatico dei secoli precedenti: la villa di Rovelli rimane sostanzialmente intatta, così come l’impianto delle terrazze e del parco; i segni del monastero francescano sopravvivono solo in pochi lacerti murari inglobati nelle strutture di servizio e nella memoria dei toponimi (“Isola dei Frati”).
Nel 2002 Alberta Cavazza, figlia di Camillo e di Charlotte, apre per la prima volta l’isola alle visite guidate, trasformando una residenza privata, in uno dei luoghi simbolo del turismo culturale gardesano.
Galleria d'immagini
Panorama.- La villa.
- Mura della proprietà.
Giardino all'italiana.
Porticciolo.
Affresco nella loggia.
Note
- ↑ I luoghi più belli nei dintorni di Gardone Riviera, su borghistorici.it. URL consultato il 21 settembre 2023.
- 1 2 Antonio Fappani (a cura di), Isola di Garda, in Enciclopedia bresciana, vol. 6, Brescia, La Voce del Popolo, 1985, OCLC 163181975, SBN MIL0272997.
- ↑ Isola del Garda, su bresciatourism.it. URL consultato il 19 ottobre 2023.
- ↑ Simeoni, p. 315.
- ↑ Simeoni, p. 314.
- ↑ SCOGLIO dell'altare, su enciclopediabresciana.it. URL consultato il 30 ottobre 2023.
- ↑ Livia Fabietti, Isola del Garda: un'oasi a colori, su lastampa.it, 22 marzo 2013. URL consultato il 19 ottobre 2023.
Bibliografia
- Giovanni Battista Simeoni, Isola di Lecchi, in Guida generale del Lago di Garda illustrata, Verona, G. Civelli, 1879, pp. 314-341.
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