San Felice del Benaco

San Felice del Benaco
comune
San Felice del Benaco – Stemma
San Felice del Benaco – Bandiera
San Felice del Benaco – Veduta
San Felice del Benaco – Veduta
Localizzazione
StatoItalia (bandiera) Italia
Regione Lombardia
Provincia Brescia
Amministrazione
SindacoMarzia Manovali (lista civica) dal 26-5-2025
Territorio
Coordinate45°35′N 10°33′E
Altitudine109 m s.l.m.
Superficie20,22 km²
Abitanti3 467[1] (31-5-2026)
Densità171,46 ab./km²
FrazioniCisano, Portese[2]
Comuni confinantiGarda (VR), Manerba del Garda, Puegnago del Garda, Salò, Torri del Benaco (VR)
Altre informazioni
Cod. postale25010
Prefisso0365
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT017171
Cod. catastaleH838
TargaBS
Cl. sismicazona 2 (sismicità media)[3]
Cl. climaticazona E, 2 265 GG[4]
Nome abitantisanfeliciani
PatronoSanti Felice, Adauto e Flavia
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
San Felice del Benaco
San Felice del Benaco
San Felice del Benaco – Mappa
San Felice del Benaco – Mappa
Posizione del comune di San Felice del Benaco nella provincia di Brescia
Sito istituzionale

San Felice del Benaco (San Filìs in dialetto gardesano) è un comune italiano di 3 467 abitanti[1] della provincia di Brescia in Lombardia.

Il comune venne costituito nel 1928 con l'unione dei comuni di Portese e San Felice di Scovolo.

Geografia fisica

San Felice del Benaco dista circa 35 chilometri a est da Brescia. È sulla costa ovest del Lago di Garda, anticamente conosciuto come Benàcus o Benàco. Confina a sud con Manerba, a nord con Salò ed a ovest con Puegnago del Garda.

Il territorio comprende i tre piccoli centri di San Felice, Portese e Cisano e costituisce un promontorio morenico che si protende sul lago di Garda fra il golfo di Salò e il golfo di Manerba, delimitato dal monte della Croce, dal monte Campagnolo e dal monte Santa Caterina.

Del comune fa parte anche l'Isola del Garda, appartenente alla famiglia Borghese Cavazza.

Vista della Rocca di Manerba e dell'Isola di San Biagio, detta "dei conigli", dal Porto di San Felice del Benaco.

Origini del nome

Il nome di San Felice deriva probabilmente dal latino "sinus felix", insenatura felice. Fino al secolo XV il nome documentato risulta "Scovolo", da "scopolus", scoglio.

Storia

Nel 1863 il comune di San Felice assunse la nuova denominazione di "San Felice di Scovolo".[5]

Simboli

«Partito: nel primo d'argento, allo scudetto d'azzurro, ad un bisante d'argento, carico di tre pannocchie di granoturco al naturale, con le punte in alto e ordinate in fascia; nel secondo, campo di cielo all'alberello d'ulivo, stelato e fogliato di verde, nodrito sulla sommità di un monte al naturale, fondato sul lago d'azzurro, fluttuoso d'argento. Ornamenti esteriori da Comune.[6]»

Il gonfalone è un drappo di azzurro.

Monumenti e luoghi d'interesse di San Felice

Architettura Religiosa

Chiesa Parrocchiale.

Edificata tra il 1740 e il 1781 ad opera di Antonio Corbellini, in stile barocco e dedicata ai SS. Felice, Adauto e Flavia. Di particolare importanza è la Pala del Romanino del secolo XVI, nella navata destra Martirio di San Bartolomeo di Johann Carl Loth, gli affreschi della volta di Carlo Innocenzo Carloni e a Giosuè Scotti del 1760 e la Natività di Zenone Veronese nella sagrestia.

Santuario del Carmine

Chiesa risalente al XV secolo, dedicata alla Madonna del Carmine. L'imponente edificio è caratteristico dell'ultimo stadio dell'architettura gotico lombarda nella sua forma più semplice: quella “rustica”, fortemente legata alla tradizione romanica. La porta principale è a sesto acuto, con rosone centrale e due monofore laterali. È stato restaurato dal 1954 al '59 per la parte architettonica e dal 1963 in poi per quella pittorica. Santa Maria del Carmine venne iniziata nel 1460 sull'area di una piccola cappella con l'appoggio di Ludovico II Gonzaga e di suo figlio il cardinale Francesco. Venne consacrata nel 1482, anche se era già funzionante nel 1452.

Il quarto fine settimana di luglio, la statua della Madonna del Carmelo viene portata, il sabato, in processione solenne dal Santuario della Madonna del Carmine, alla Chiesa Parrocchiale di San Felice del Benaco; il giorno dopo, la domenica, la processione riprende con il rientro della Madonna al Santuario, per le vie del paese addobbato di fiori e ghirlande a festa.

Architettura Militare

Castello di San Felice.

Le origini del castello di San Felice del Benaco sono in parte oscure, ma la sua costruzione si colloca con buona probabilità nella fase immediatamente successiva alla distruzione, nel 1279, dell’antico castello di Scovolo e del relativo borgo, abbattuti dai guelfi bresciani insieme alla rocca di Manerba nel quadro delle guerre fra Brescia e il partito ghibellino filo veronese per il controllo della Valtenesi.

L’abbattimento dei due centri fortificati segnò la fine dell’insediamento sul promontorio di San Fermo e spinse la popolazione a ridistribuirsi nei nuovi nuclei di San Felice e Portese, dotati a loro volta di opere difensive proprie. In questo contesto prende forma il nuovo castello-ricetto di San Felice, destinato a proteggere abitanti, raccolti e beni della comunità.

Nel 1330 Mastino II della Scala, signore di Verona, avviò una campagna militare contro Brescia che coinvolse direttamente la Valtenesi. Approfittando delle divisioni interne alla città lombarda, le sue truppe avanzarono lungo la sponda occidentale del lago, occupando una serie di castelli collinari – tra cui Soiano, Polpenazze, Puegnago e, con ogni probabilità, lo stesso San Felice – nel tentativo di riportare l’intera fascia gardesana nell’orbita veronese.

L’espansione scaligera però incontrò presto un limite. Per contrastare Mastino, Brescia chiamò in aiuto Giovanni di Boemia, che nel 1330–1331 entrò in città come arbitro e protettore, ridisegnando a suo favore l’equilibrio dei poteri nell’area. Nel quadro di questa operazione il sovrano concesse in feudo a una grande casata trentina, i Castelbarco, un ampio pacchetto di beni gardesani. La prima attestazione documentaria del castello di San Felice giunta fino a noi è infatti una concessione di Giovanni, databile attorno al 1331, con cui egli trasferisce – in cambio di un cospicuo tributo – il «castrum et terram de Schovolo sive S. Felicis» alla famiglia Castelbarco, signori della Val Lagarina, formalmente vassalli del principe-vescovo di Trento ma legati da un’alleanza politica di lungo periodo alla signoria scaligera.

In questa fase il castello e il piccolo borgo fortificato risultano inseriti in un sistema difensivo più ampio (con molta probabilità voluto dagli Scaligeri). Lo stato di conservazione suggerisce l’esistenza di una cinta muraria a protezione del nucleo abitato, scandita da almeno due porte-torre; il castello vero e proprio era caratterizzato da un mastio d’ingresso, preceduto da fossato e ponte levatoio, e da più torri d’angolo a rinforzo della cortina. Si tratta di un impianto coerente con le esigenze militari della prima metà del Trecento, in un territorio di confine conteso fra Brescia, Verona e i signori trentini.

La situazione cambiò in maniera più radicale nel 1334, quando trentaquattro comunità della riviera bresciana del Garda e di parte della Val Sabbia si federarono nella Communitas Riperiæ Lacus Gardæ Brixiensis, con capoluogo Maderno. Le comunità, decise a non sottostare né al dominio diretto di Brescia né a quello veronese, chiesero la protezione di Venezia, che inviò un proprio provveditore. Da questo nucleo si svilupperà la futura Magnifica Patria della Riviera di Salò, che diventerà il quadro politico di riferimento anche per San Felice.

Nel corso del XIV e dell’inizio del XV secolo la zona fu interessata dal succedersi di diverse dominazioni: scaligera, viscontea e malatestiana. Sotto Pandolfo III Malatesta, signore di Brescia, il territorio venne riorganizzato in chiave amministrativa e il comune originario fu diviso in due entità distinte, San Felice di Scovolo e Portese di Scovolo.

Solo con la guerra tra Milano e Venezia e la successiva campagna del 1426 le truppe veneziane riuscirono a imporsi stabilmente: accolte come forze liberatrici da una parte significativa delle comunità rivierasche, sancirono l’ingresso definitivo della Riviera – e con essa del castello di San Felice – nella sfera della Serenissima e nella struttura istituzionale della Magnifica Patria.

La fortezza non uscì tuttavia di scena. Nel 1438, durante le guerre tra Venezia e il Ducato di Milano, il condottiero Niccolò Piccinino, al servizio dei Visconti, si impadronì del castello di San Felice, che fu utilizzato come base per scorrerie nel territorio circostante. Subito dopo, il capitano Taliano del Friuli, anch’egli nell’orbita viscontea, devastò la zona e combatté una «forte battaglia» nei pressi del ricetto, dopo aver saccheggiato e incendiato il borgo: episodi che mostrano come la fortificazione mantenesse un ruolo tattico nel teatro di guerra gardesano ancora nella prima metà del Quattrocento.

Durante la guerra di Ferrara (1482–1484), che oppose Venezia agli Estensi e ai loro alleati, le fonti ricordano nuovi interventi sulle difese del castello di San Felice, con la messa in opera di strutture provvisorie in legno e il rafforzamento di quanto restava delle opere murarie. Il sito rientrava così in una rete di piccoli presidi che, dalla Valtenesi alla Riviera, concorrevano al controllo dei percorsi lungo la sponda occidentale del Garda.

Lo spartiacque decisivo è rappresentato dalle guerre d’Italia. Dopo la sconfitta veneziana ad Agnadello (1509), la Terraferma fu investita dalle truppe della Lega di Cambrai e, in particolare, dall’azione del cardinale Georges d’Amboise, luogotenente di Luigi XII di Francia. Nel quadro di una strategia volta a impedire alla Serenissima il riuso delle proprie fortificazioni, il cardinale ordinò la distruzione sistematica di numerosi castelli della Riviera, fra i quali viene tradizionalmente annoverato anche quello di San Felice. La fortificazione subì in questa occasione danni rilevanti: crolli, spoliazioni di materiale da costruzione, perdita di camminamenti e coronamenti murari.

Con il progressivo ristabilirsi del dominio veneziano sulla Terraferma, dal 1516 in poi il governo della Serenissima avviò una vasta opera di riassetto delle difese. Molti comuni della zona furono chiamati a contribuire economicamente ai lavori; San Felice risulta esentata da tali oneri perché già impegnata nella ricostruzione del proprio castello, attestata nel 1521 come intervento condotto «a spese comuni» della comunità. Nella prima metà del Cinquecento, dopo questi lavori, il castello non fu più teatro di assedi di grande portata, ma tornò comunque ad affacciarsi nella cronaca militare locale: nel 1528, durante il passaggio di truppe tedesche al seguito del duca di Brunswick, la zona fu interessata da scorrerie e devastazioni che coinvolsero anche il territorio di San Felice.

Tra XVII e XVIII secolo il castello di San Felice del Benaco consolidò progressivamente un ruolo più civile e religioso che strettamente militare. L’antico recinto fortificato divenne sede stabile di culto, istruzione e assistenza, pur conservando la memoria della funzione difensiva. All’interno del ricetto è attestata la chiesa dei Santi Felice e Naborre, di origine tardo medievale, che per lungo tempo svolse la funzione di chiesa parrocchiale del paese. Nel Seicento le fonti ricordano che in questa chiesa si tenevano le lezioni di catechismo per le ragazze del luogo; per garantire un accesso più comodo e continuo si decise di colmare il fossato con pietrame, sostituendo il ponte con una rampa in terra battuta, intervento che trasformò definitivamente l’assetto difensivo dell’ingresso.

Sempre nel XVII secolo venne istituito il Monte di Pietà di San Felice, fondato nel 1593 grazie al lascito di Giacomo Pace. L’edificio, ricostruito in forme settecentesche e divenuto poi sede municipale, fu in parte realizzato con materiali di reimpiego tratti dalle mura del castello; all’interno del recinto è attestata anche una fornace, a conferma del fatto che le strutture difensive cominciavano a essere utilizzate come cava di pietra per l’edilizia civile della comunità.

Nel corso del Settecento il baricentro religioso del paese si spostò definitivamente all’esterno del recinto: tra il 1740 e il 1781 venne edificata una nuova chiesa parrocchiale in posizione più aperta, mentre l’area del castello rimase sempre più legata alla funzione cimiteriale e commemorativa. E inoltre il mastio fu trasformato in torre campanaria e dell’orologio.

Con la caduta della Repubblica di Venezia (1797), il passaggio attraverso il periodo napoleonico, la dominazione austriaca e infine l’inclusione nel Regno d’Italia, il castello di San Felice cessò di avere qualsiasi ruolo militare. Le trasformazioni successive furono lente e poco spettacolari: adattamenti del cimitero, riusi delle murature come sostegni di terrazzamenti, progressiva integrazione del complesso nel tessuto urbano contemporaneo. Oggi l’area ospita il cimitero comunale e conserva, come principali testimonianze dell’antico ricetto medievale, la torre d’angolo convenzionalmente detta «Torre Veneta», il mastio (talvolta indicato in ambito locale come «Torre Scaligera») riutilizzato come torre campanaria, una torre mozzata, una torre-scudata e i resti della cortina muraria principale oltre la chiesa interna. Della cinta muraria più esterna, che difendeva il borgo, fino a tempi recenti era ancora visibile in contrada Ghetto il portale di una porta-torre con feritoia per balestra. Un secondo varco, anch’esso riconducibile al sistema delle porte-torre, è tuttora riconoscibile nei pressi della chiesa parrocchiale settecentesca.

Casin del Capo.

Nel catasto del 1819 il Monte del Era – rilievo posto all’incirca a metà strada tra il colle di Santa Caterina e il castello di San Felice, lungo la dorsale che collega l’interno alla Riviera – compare con una formula che, da sola, racconta mezzo secolo di storia: «Casin del Capo seu opidum magnum Sancti Felicis vel punctum magnae vedutae». I tre punti alti – colle di Santa Caterina, Monte del Era e castello di San Felice – sono allineati quasi in linea retta sulla stessa dorsale: Santa Caterina occupa l’altura più elevata, il Monte del Era si colloca poco più in basso e, infine, il castello chiude la serie verso la Riviera. Questa disposizione, in sequenza decrescente di quota, suggerisce un vero e proprio asse di controllo fra l’interno e il fronte lacustre.

Dentro quella riga di catasto c’è molto più di quanto sembri a prima vista. Il “Casin del Capo” rimanda a un piccolo edificio isolato – il casin – associato a un capo, cioè a un ufficiale: non una casa di villeggiatura, ma una casetta di comando posta in cima al monte, dove risiedeva chi doveva controllare uomini, artiglierie e movimenti sul territorio. L’espressione “opidum magnum Sancti Felicis” (con opidum per oppidum) non va intesa come se si trattasse di una città fortificata in senso romano: per il compilatore del sommarione catastale, il Monte del Era è il “grande oppidum” di San Felice, il rilievo più importante e riconoscibile dal punto di vista difensivo, il punto alto che, per consuetudine, si continua a percepire come luogo fortificabile per eccellenza del territorio comunale. L’ultima parte, “punctum magnae vedutae”, scioglie il significato complessivo: il Monte del Era è definito anche come “punto di grande veduta”, cioè una vedetta naturale da cui l’occhio abbraccia il golfo, la Valtenesi e le strade che portano a Salò. È un catasto, non un diario di guerra, ma sente comunque il bisogno di precisare che non si tratta di un rilievo qualsiasi: è il punto da cui si guarda e si comanda.

A questa definizione “ufficiale” si affianca, con ogni probabilità riferita ai periodi di maggior tensione bellica fra fine Settecento e primo Ottocento, una tradizione orale di lunga durata, tramandata in paese “di padre in figlio” e raccolta a fine Ottocento dai vecchi di San Felice. Secondo questo racconto, riferito infine da Pietro Rubelli, detto Patina, sull’altura di Santa Caterina erano accampati i soldati “tedeschi” e, poco lontano, in località Casin del Capo, si trovava un «castello o torre a due piani» dove aveva alloggio l’ufficiale di comando. È lo stesso Rubelli – attraverso la catena familiare della memoria – a spiegare il collegamento fra questa struttura e il toponimo registrato nel sommarione catastale del 1819.

Qui il linguaggio popolare fa il suo mestiere: chiama “castello” quella che, con ogni probabilità, era una torretta o una struttura fortificata di piccole dimensioni, impostato su una base in muratura e sopraelevata di uno o due piani per guadagnare visuale, con pochi locali di servizio destinati all’ufficiale di presidio. Il dato architettonico preciso resta sfocato, ma il nucleo del racconto è limpido: sulla sommità del Monte del Era esisteva una piccola struttura sopraelevata, stabilmente legata al comando militare e alla sorveglianza del territorio.

Dal punto di vista storico, l’aspetto più significativo è la convergenza fra le fonti: da un lato il catasto parla di un Casin del Capo e di un “punctum magnae vedutae”; dall’altro la memoria collettiva, attraverso la testimonianza del Rubelli, ricorda una torre abitata da un ufficiale. Documento amministrativo e racconto popolare, letti insieme, rafforzano l’idea che il Monte del Era sia stato a lungo percepito come luogo strutturalmente militare, dotato di un piccolo edificio di comando e di avvistamento, inserito sull’asse Santa Caterina–Era–castello di San Felice.

In questo quadro, la collocazione intermedia del Monte del Era e la sua allineata connessione visiva con Santa Caterina e con il castello rendono plausibile che la funzione di vedetta non nasca in età napoleonica, ma si innesti su un uso più antico, forse già medievale, legato al sistema difensivo del nuovo castello di San Felice e alla necessità di controllare in profondità gli accessi alla Riviera e i percorsi della Valtenesi verso Salò. Mancano, per ora, prove archeologiche dirette o menzioni esplicite nelle carte trecentesche e quattrocentesche; per correttezza storiografica si deve quindi parlare di ipotesi, non di certezza. Ma il peso del toponimo, la coerenza topografica, la continuità d’uso strategico dell’area e la tenacia del ricordo popolare fanno del Monte del Era un candidato credibile per un ruolo di vedetta “satellite” del castello di San Felice già fra tardo medioevo ed età moderna.

Oggi, di quella sistemazione militare non resta più nulla in superficie: nella seconda metà del Novecento la sommità del Monte del Era è stata occupata dalla costruzione di una villa privata, che ha cancellato le ultime tracce visibili delle strutture storiche. Del Casin del Capo, della torre e delle eventuali sistemazioni medievali sopravvivono soprattutto la documentazione e la memoria locale, che continuano a restituire il profilo del monte come opidum magnum e punctum magnae vedutae del territorio sanfeliciano.

Monte Croce "Garda"

Secondo una tradizione locale, il rilievo oggi noto come Monte della Croce in passato sarebbe stato indicato con il toponimo “Garda”, derivato dalla voce germanica warda (“luogo di guardia”) e riferito a un presidio fortificato (torre lignea) di epoca ostrogota o longobarda. Allo stato attuale degli studi, non sono tuttavia noti riscontri documentari o archeologici diretti per questa ipotesi, che resta verosimile sul piano topografico e toponomastico, ma non dimostrata dalle fonti.

Gardiola

Il toponimo “Gardiola”, riconducibile alla famiglia di Garda/Gardone e alla radice germanica warda (“luogo di guardia”), e la posizione del sito sulla costa, in linea visiva con la Rocca di Manerba e l’Isola del Garda, rendono verosimile che l’area abbia svolto, già in età altomedievale, una funzione di avvistamento e controllo del tratto di lago antistante. A questa lettura si aggiunge, nelle immagini satellitari, la presenza di una lieve anomalia di forma rettangolare nel terreno retrostante la riva, compatibile con l’impronta di un piccolo edificio o di una piattaforma costruita. Allo stato attuale degli studi, tuttavia, mancano riscontri documentari o archeologici diretti relativi a strutture fortificate di quell’epoca nella località, per cui l’ipotesi di un presidio altomedievale va considerata plausibile ma non dimostrata.

Architettura Civile

Palazzo Rotingo.

Situato il via XX Settembre, al numero civico 11, è ora la sede del municipio di San Felice del Benaco. Fu edificato nel XVII secolo e ha subito parecchie trasformazioni nel corso del tempo. Casa natale dello scultore Angelo Zanelli.

Ex Monte di Pietà, già Palazzo Comunale (secolo XVII).

Ex Monte di Pietà.

Il Monte di Pietà fu istituito nel 1593 da Giacomo Pace, il quale dispose che tutti i poveri, di qualsiasi terra vi potessero attingere per sovvenzione, senza pagamento di interessi sulla somma avuta in prestito. Il sacro Monte era conosciuto e apprezzato da tutta la gente della Riviera bresciana, nel 1705 fu barbaramente saccheggiato dai francesi. L'edificio venne rinnovato completamente nella forma in cui si presenta tra il 1665 e il 1670. La costruzione è definita di tipo veneto. È un'elegante struttura con un porticato a cinque arcate con pilastri quadrati di pietre bugnate.

Al suo interno risiedeva il Governo del Comune, oggi è la sede dell'ufficio informazioni e della sala espositiva che ospita numerose mostre di artisti contemporanei.

Chiesa di San Fermo

Monumenti e luoghi d'interesse di Portese

Architettura Religiosa

Chiesa Parrocchiale di Portese sec. XVI

La parrocchiale di Portese è dedicata alla Natività di San Giovanni Battista. Sull'abside è collocata una bellissima tela di Grazio Cossali che raffigura la nascita del santo. Di fronte all'abside è raffigurata una buona Annunciazione, mentre nella volta sono dipinti Davide, il Buon Seminatore, Gesù Cristo e Mosè, opera di Cesare Bortolotti (1854-1932. Interessanti sono le soase in legno, la statua lignea “Madonna col Bambino” del XVI recentemente restaurata, il fonte battesimale e la tela raffigurante “La Circoncisione”.

Chiesa di San Fermo e Rustico sec. XV

Sul promontorio di fronte all'Isola del Garda, al posto dell'antico castello in una posizione molto suggestiva, si trova la chiesetta di San Fermo. La chiesa fu eretta nel secolo XV sui resti di una grande villa romana: la linea è quella semplice del tempo di transizione tra romanico-gotico e rinascimento. L'unico affresco rimasto si trova nell'abside: raffigura San Fermo ed è attribuito a Giovanni da Ulma. Il 9 agosto si celebra la festa del santo protettore.

Architettura Militare

Castello di Portese.

Il castello di Portese, nella frazione omonima del comune di San Felice del Benaco, si inserisce nella rete di piccole fortificazioni che, tra Medioevo e prima età moderna, controllavano la sponda bresciana del lago di Garda. Le sue origini vengono tradizionalmente collocate in età altomedievale, probabilmente tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, quando il borgo doveva difendersi dalle incursioni degli Ungari, popolazione di lingua ugrofinnica proveniente dalle steppe dell’Europa orientale.

Come spesso accade per i castelli “minori”, le carte non sono così chiare: alcune ricerche collegano l’impianto fortificato anche alle vicende del XIV secolo, dopo la distruzione del castello di Scovolo e la formazione delle comunità di San Felice e Portese.

L’assetto del ricetto che possiamo intuire oggi risale con ogni probabilità ai primi decenni del Quattrocento, quando Brescia e i territori della Riviera di Salò entrarono nell’orbita di Pandolfo III Malatesta, signore di Brescia dal 1404 al 1421; in seguito l’area passò ai Visconti e poi alla Serenissima Repubblica di Venezia, che intervenne più volte sulle difese del Garda bresciano.

Del castello di Portese restano oggi soltanto le mura del recinto interno, con i resti “mozzati” del mastio, collocato immediatamente a sinistra rispetto all’attuale ingresso posto alla sommità di una scalinata, e una torre circolare che affaccia su via Cesare Battisti, sul lato sinistro rispetto al monumento ai caduti.

Qua e là, incastonati negli edifici del borgo, si conservano alcuni tratti della cinta muraria più esterna; il suo percorso originario, tuttavia, non è più ricostruibile con precisione, ad eccezione del portale d’accesso, tuttora esistente, caratterizzato da dipinti databili al XVII secolo e da due feritoie per il controllo del perimetro esterno, studiate per l’utilizzo di archibugi e moschetti (attualmente chiuse e visibili solo dall’interno della cinta).

Oggi il castello di Portese ospita la sede del Gruppo Alpini di Portese (Sezione Salò Monte Suello), l’associazione “Castello della Terza Gioventù” e lo Spazio Giovani, continuando a funzionare come punto di riferimento della comunità locale.

Monumenti e luoghi d'interesse di Cisano

Architettura Religiosa

Chiesa di San Giovanni.

La chiesa fu edificata nel XV secolo ed è dedicata a San Giovanni Battista Decollato, la cui festa ricorre ogni cinque anni con una processione per le vie del paese.

Palazzo Cominelli.

Eretto verso la metà del Seicento dall'omonima famiglia di origine salodiana. Attualmente è la sede della "Fondazione Cominelli" formatasi per volontà del poeta Raffaele Cominelli (1893 - 1981). Ospita al suo interno mostre e attività di promozione culturale.

Il 21 giugno 2020 è stata inaugurata nella località di Cisano la prima "panchina gigante" ("big bench")[7] panoramica del Lago di Garda, realizzata da una idea di Chris Bangle.

Architettura Militare

Colle di Santa Caterina, altura fortificata.

Il Colle di Santa Caterina (ca 190 m s.l.m.) è un rilievo morenico sul confine tra Salò e San Felice del Benaco, poco a sud-est della rotatoria del “violino”. Dalla sommità si controllano il golfo di Salò, la Val Sabbia e la Valtenesi, motivo per cui è stato a lungo usato come punto di osservazione e difesa.

Per l’età antica e altomedievale non abbiamo scavi sistematici sul colle, ma la sua collocazione lungo la dorsale morenica che collega l’entroterra di Salò, San Felice e Cisano permette di inserirlo, almeno sul piano funzionale, nel sistema dei rilievi “di controllo” che sorvegliano gli accessi alla Riviera e le vie verso il Garda. Proprio questa continuità di uso strategico ha spinto parte della storiografia locale a ipotizzare che, già in età basso-medievale, la sommità del colle potesse ospitare una piccola torre di avvistamento, collegata visivamente ai castelli di San Felice e di Cisano. A favore di questa interpretazione gioca anche la presenza, sulla spianata sommitale, di una base quadrangolare in pietra, di ridotte dimensioni, coerente con lo zoccolo di una torretta sopraelevata in muratura leggera o in legno. Mancano per ora attestazioni documentarie dirette, ma la combinazione di dato topografico, residui strutturali e usi militari successivi rende plausibile l’esistenza di un piccolo presidio d’allarme già in età medievale.

Le prime attestazioni storiche sicure risalgono al 1513, nel pieno della guerra della Lega di Cambrai: le fonti locali ricordano la presenza sulla sommità del colle di truppe tedesche, inquadrate nello schieramento imperiale, accampate in posizione dominante sulla strada che porta a Salò. Non si parla ancora di fortificazioni in muratura vere e proprie, ma è già evidente la funzione del rilievo come campo militare avanzato a controllo dell’accesso alla città e alla Riviera.

Circa due secoli più tardi, durante la guerra di Successione spagnola (1701-1714), il Garda bresciano si trova di nuovo sulla linea del fronte tra gli eserciti di Luigi XIV e quelli dell’Impero. Le testimonianze settecentesche collocano le forze francesi del generale Luigi Giuseppe di Borbone-Vendôme fra Desenzano, Padenghe e il castello di Drugolo, mentre le truppe imperiali del principe Eugenio di Savoia fortificano sistematicamente la fascia settentrionale delle colline moreniche. In questo contesto, grazie alla posizione dominante, Santa Caterina viene molto probabilmente integrato nella linea armata che da Gavardo, passando per Soprazzocco, Villa di Salò e San Felice, si chiude sull’Isola del Garda, dove è attestata una guarnigione prussiana di circa 250 soldati con quattro pezzi di artiglieria incaricati di sbarrare l’accesso al golfo di Salò, capitale della Magnifica Patria.

Durante la Campagna d’Italia di Napoleone (1796-1797), Santa Caterina entra stabilmente nel racconto delle operazioni militari. Il 29 luglio 1796, quando gli austriaci scendono in forze dalla Valle Sabbia e riescono a occupare Salò, il conte Federico Bettoni e i memorialisti locali ricordano un battaglione della 27ª demi-brigata francese che, dopo essersi raccolto “sui colli”, scende a tamburo battente in città per soccorrere i compagni e poi si ricompone “sul monte di Santa Caterina”. Il colle viene utilizzato come punto di riorganizzazione e di controffensiva, in una fase in cui la Riviera è contesa fra l’esercito rivoluzionario francese e le forze asburgiche.

Negli stessi mesi il colle gioca un ruolo importante anche nelle vicende che portano al crollo definitivo della Repubblica di Venezia. Nell’aprile 1797, durante le insurrezioni note come Pasque Veronesi, Verona e la Riviera di Salò – unite da una lunga appartenenza allo Stato veneto – scelgono di restare fedeli alla Serenissima, mentre i giacobini lombardi, appoggiati dalle truppe francesi, attaccano le comunità rimaste sotto il leone di San Marco. Le difese di Salò vengono rafforzate dal lato del lago, con la costruzione di una muraglia che chiude le “Rive”, mentre il “campo di Santa Caterina” viene occupato e armato con due cannoni a protezione dell’entroterra, presidiato da rivieraschi affiancati da soldati veneti. Il 10 aprile le forze franco-bresciane aggirano il dispositivo, colgono di sorpresa il presidio sul fianco del colle, disperdono salodiani e veneti al bivacco e si impadroniscono delle artiglierie. Nei giorni successivi, mentre una flottiglia armata cannoneggia Salò dal lago, circa ottocento francesi attestati sul monte continuano il bombardamento da terra. Dopo questa serie di sconfitte, la Magnifica Patria, che per secoli aveva condiviso istituzioni, privilegi e interessi con Venezia, perde definitivamente il proprio legame politico con la Serenissima e passa sotto il controllo napoleonico.

In età napoleonica il colle resta un punto sensibile. Nel 1814, nel quadro dell’offensiva finale delle forze franco-italiane del viceré Eugenio, la guardia reale lancia un attacco combinato da terra e da lago contro Salò, caduta in mano austriaca: le memorie militari ricordano esplicitamente l’“espugnazione dell’avanposto di Santa Caterina” come primo obiettivo, seguita dalla presa di Porta Desenzano e dall’inseguimento degli austriaci fino a Maderno, a questo punto sul colle si attesto un reggimento Cacciatori, a conferma che le opere difensive vengono riattivate e potenziate, con l’aiuto di civili arrivati da San Felice.

Il colle torna protagonista durante la Seconda guerra d’indipendenza. Nel 1859 il battaglione garibaldino agli ordini di Nino Bixio occupa il Colle di Santa Caterina, riutilizzando i fortini e i terrapieni allestiti in passato: sull’altura viene issato il tricolore dei Cacciatori delle Alpi. Mentre Garibaldi entra a Salò, un piroscafo austriaco armato – il Benaco – si presenta nel golfo in missione di ricognizione: le cronache locali riferiscono che il vapore fu colpito dall’artiglieria piazzata sul colle e affondato in vista della punta di San Vigilio. Le testimonianze differiscono di qualche giorno sulla data (18 o 23 giugno), ma concordano nel riconoscere alle batterie di Santa Caterina un ruolo nel controllo militare del traffico lacustre.

Dopo l’Unità il colle conosce un lungo periodo di relativa quiete, per poi essere nuovamente rioccupato durante la Seconda guerra mondiale. Con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana e la scelta di Salò come sede del governo, la Wehrmacht utilizza ancora una volta la sommità di Santa Caterina come piattaforma di tiro: diverse testimonianze orali ricordano la presenza, fino a pochi decenni fa, di almeno un obice antiaereo posizionato sull’altura, destinato a difendere il golfo e la fascia collinare dai bombardamenti alleati.

Le strutture oggi visibili sul colle sono il risultato di questa stratificazione di usi militari tra età moderna e contemporanea. Sulla sommità si riconoscono:

  • Basamento quadrangolare in pietra (possibili fondamenta di una torre)
  • terrapieno di forma ellittica con scarpate in pietra e contro scarpate in terra battuta (Interpretabile come un fossato)
  • una rete di trincee
  • buca circolare con bordo rialzato, interpretabile come piazzola per pezzi d’artiglieria;
  • una postazione semicircolare inserita nel complesso delle trincee, rivolta verso il paese, verosimilmente legata a un punto di osservazione avanzato.

Nel complesso, il Colle di Santa Caterina non è una “fortezza” in muratura paragonabile ai grandi complessi medievali o ottocenteschi, ma un caso significativo di architettura militare campale stratificata: un’altura naturale che, dal tardo medioevo in poi, viene più volte adattata con terrapieni, trincee, piccole strutture in muratura e, verosimilmente, anche una torre di vedetta, per esigenze di osservazione, controllo e difesa del Garda occidentale. La sua posizione esatta sul confine fra i territori di San Felice e Salò, e il fatto che in più momenti sia stato utilizzato per proteggere la Riviera  ne fanno un osservatorio privilegiato non solo sul paesaggio, ma anche sulla storia dei rapporti fra la sponda bresciana del lago e il mondo veneto.

Scovolo

Il promontorio di Scovolo, oggi quasi nascosto dietro la chiesetta di San Fermo, è in realtà uno dei luoghi chiave del territorio. È una lingua di roccia che si allunga nel lago fra l’Isola del Garda e la costa di San Felice del Benaco, una trentina di metri sopra l’acqua, con pareti a picco verso nord ed est: una posizione che da sola spiega perché qualcuno, già in età antica, abbia deciso di investirci risorse importanti.

Gli scavi condotti fra Ottocento e Novecento hanno mostrato che, molto prima del castello medievale, sul dosso di Scovolo esisteva una villa romana di grande impegno: murature di buona qualità, ambienti con intonaci, pavimenti a tessere, canalette e strutture riferibili a un impianto di riscaldamento. Il promontorio fu allargato artificialmente con robusti muri di contenimento per ricavare un ampio pianoro, in un’operazione che ricorda da vicino le Grotte di Catullo a Sirmione o la villa di Punta San Vigilio sulla riva veronese. Ai piedi dello sperone, le foto aeree rivelano un molo in pietre e pali, articolato in tre avanzamenti nel lago, che la documentazione tardo-quattrocentesca chiama ancora “porto di Scovolo”: la tecnica costruttiva è analoga a quella del porto romano della Lugana vecchia di Sirmione e rende verosimile un’origine antica anche per questo approdo, benché le fonti scritte lo attestino solo dall’età veneziana.

Tutto lascia pensare che il sito non sia stato abbandonato di colpo con la fine dell’età imperiale. La continuità delle infrastrutture, la funzione del porto e il fatto che l’area rientri nel distretto gardesano con centro a Sirmione rendono plausibile l’esistenza, fra V e VII secolo, di un insediamento stabile anche in età ostrogota e poi longobarda: non necessariamente una città in miniatura, ma un piccolo nucleo abitato o un presidio legato al controllo delle rotte sul lago, in linea con quanto si osserva per l’Isola del Garda e per altri siti del bacino.

Dal punto di vista politico e territoriale, nell’alto medioevo Scovolo e l’Isola rientravano nel grande distretto lacustre con centro a Sirmione, che le fonti indicano come iudiciaria sermionensis. Durante il regno longobardo Sirmione fu il capoluogo di una vasta circoscrizione amministrativa e giudiziaria, direttamente dipendente dal sovrano, che controllava un tratto significativo di entrambe le sponde del Garda e che le stesse fonti chiamano anche fines Sermionenses.

Questo distretto faceva parte della porzione orientale del regno longobardo, la cosiddetta Austria, che comprendeva, fra gli altri, i ducati di Brescia, Verona e Trento e si spingeva fino al Friuli. Fra IX e X secolo, su questo stesso spazio si innestano le grandi marche di confine dell’Italia centro-settentrionale: dapprima la marca del Friuli, poi la marca di Verona (marchia Veronensis et Aquileiensis), affidata ai duchi di Baviera e quindi di Carinzia, in posizione di cerniera fra il regno italico e l’area germanica. In questo quadro, il Garda occidentale non è affatto una periferia bresciana: è un margine vivo di un sistema politico che guarda stabilmente a Verona e, più in là, al mondo germanico.

Gli studi più recenti ricostruiscono per quest’area un passaggio progressivo di beni e diritti dal distretto regale ai patrimoni monastici, in particolare al monastero benedettino di San Zeno di Verona, e poi a famiglie feudali come i de Manerba, legate alla rocca che domina lo stesso golfo. È un movimento lento ma chiaro: proprietà che nascono legate al re o all’imperatore passano ai monaci veronesi.

Le carte altomedievali che sembrano chiamare in causa direttamente Scovolo sono poche e spesso problematiche. La celebre donazione dell’879 dell’imperatore Carlomanno al monastero di San Zeno, che comprenderebbe beni sull’Isola, è oggi considerata un falso o una riscrittura tardo-medievale; lo stesso vale per il diploma del 1156 con cui Federico Barbarossa avrebbe riconosciuto privilegi agli “uomini liberi di Scovolo”, poi confermati nel 1221 da Federico II. La critica invita a non usarli come prova diretta, ma il fatto che questi testi siano stati costruiti indica che, nella memoria giuridica locale, esisteva l’idea di una comunità di Scovolo, dotata di una certa autonomia e in rapporto ideale con l’impero: non un semplice villaggio qualsiasi, ma un piccolo attore riconosciuto dentro il gioco dei poteri.

Più solido è invece un documento del 973, in cui un laico veronese, Eriprando, vende a Milone – già vescovo di Verona – varie terre, fra cui una “nel territorio di Verona, vicino all’Isola detta Bresciana”: è un indizio concreto del fatto che l’Isola e, con essa, il sistema porto–promontorio di Scovolo rientrassero nel raggio d’azione delle élite veronesi e dell’episcopato cittadino. Il Garda occidentale, insomma, è già allora una zona in cui interessi bresciani e veronesi si sovrappongono stabilmente.

Fra XI e XII secolo, sulla sommità del promontorio, il paesaggio cambia ancora: al posto della villa prende forma un castello. Oggi si riconoscono un grande recinto di circa 1.500 m², delimitato su tre lati da murature spesse oltre un metro, e una torre quadrata con angolate in conci bugnati, che i confronti datano al XII–XIII secolo. Un estimo del 1656 ricorda ancora il “castello di Scovolo” “a monte della casa del Romito”, cioè proprio sopra l’attuale canonica di San Fermo, a conferma che la tradizione locale identificava il pianoro sommitale come area castellana. È ragionevole immaginare un recinto fortificato dominante e, forse, un piccolo borgo disposto lungo la strada che saliva dal porto: non il castello personale di un vescovo, ma un presidio inserito in una fascia di cerniera dove si sovrappongono interessi imperiali, patrimoni monastici veronesi e giurisdizioni cittadine bresciane.

Alla fine del XIII secolo Scovolo entra di forza nelle cronache. Fra il 1277 e il 1279, in pieno conflitto fra il Comune di Brescia – schierato su posizioni guelfe – e il fronte veronese–mantovano guidato dagli Scaligeri e dai Bonacolsi, di parte ghibellina, le fonti ricordano che i Mantovani, alleati dei Veronesi, si impadroniscono dei castelli dell’Isola e di Guidizzolo e minacciano altri presidi sul lago. In questo quadro, la tradizione storiografica inserisce anche Scovolo e la rocca di Manerba nel sistema dei castelli che si erano sollevati contro Brescia, costituendo sul versante occidentale del Garda una sorta di “testa di ponte” stabile della parte veronese, appoggiata anche a legami patrimoniali ed ecclesiastici con l’area scaligera.

Con la pace di Montichiari del 1279 Alberto della Scala e Pinamonte Bonacolsi sono costretti a restituire a Brescia i castelli occupati, ma la reazione bresciana nei confronti di Manerba, Scovolo e dell’Isola è particolarmente dura: i centri vengono messi a sacco come ribelli, e gli Statuti comunali vietano in modo esplicito la ricostruzione di torri e case. Il divieto – misura eccezionale nel panorama statutario – mostra quanto il Comune percepisse in quel gruppo di castelli un nucleo compatto e profondamente radicato del partito veronese e ghibellino sulla sponda bresciana del Garda, che si voleva eliminare non solo sul piano militare, ma anche su quello simbolico e insediativo.

Nonostante il divieto, le strutture del castello non spariscono subito. Ancora nel 1483 un atto proibisce la “distruzione totale degli ultimi resti delle mura” di Scovolo, segno che le rovine erano ancora ben visibili due secoli dopo la caduta. Intanto, però, il baricentro si sposta verso l’interno: nel 1331 un documento di Giovanni di Boemia, con cui vengono dati in pegno ai Castelbarco – famiglia trentina, formalmente vassalla del vescovo di Trento ma da tempo alleata della signoria scaligera – vari castelli tra Val Sabbia e Garda, cita il “castellum Scovoli, ossia di San Felice”. Vuol dire che il titolo giuridico di Scovolo si è trasferito al nuovo castello-ricetto sorto presso l’abitato di San Felice: è lì che continua la storia politico-militare del nome, in una triangolazione che coinvolge Brescia, Verona, Trento e l’autorità imperiale.

Sul promontorio, invece, rimangono soprattutto la chiesa di San Fermo e una canonica. Dal tardo medioevo in avanti il sito viene conteso fra la pieve di Manerba, le parrocchie di San Felice e Portese e, infine, il convento dell’Isola del Garda, che alla fine del Settecento controlla di fatto anche questo piccolo complesso sulla terraferma. Non è un caso che nel 1408 il muro su cui insiste la torre medievale venga scelto come confine amministrativo tra i nuovi comuni di San Felice e Portese: a San Felice vengono assegnati il porto e la strada che sale a San Fermo, a Portese la punta dei Grosti e l’Isola.

Quella linea di confine, tracciata sulla vecchia muratura del castello, restituisce in forma muta la lunga storia del promontorio: da villa romana affacciata sulle rotte del lago a fortezza filo-veronese e ghibellina. Scovolo perde il suo ruolo militare, ma continua a funzionare come cerniera tra comunità, diocesi e poteri diversi, simbolo di un territorio che per secoli ha guardato insieme a Brescia e a Verona, alla riva bresciana e al mondo veneto.

L'isola di Garda

Isola di Garda

L’Isola del Garda, vista oggi dal promontorio di San Fermo o dalla riva di San Felice, sembra quasi un fondale da cartolina: villa neogotica, terrazze, cipressi, palme. In realtà è uno dei luoghi più stratificati, storicamente, di tutto il Garda. Un chilometro scarso di roccia allungata, poco più di duecento metri dalla costa, ma con quasi duemila anni di storia documentata alle spalle.

Prima dei Romani: una frontiera tra Veneti e Cenomani

Prima ancora che arrivino i Romani, l’area gardesana è una zona di contatto fra mondi diversi. A oriente, fra lago di Garda, Adige e Colli Euganei, si sviluppa il cuore del territorio dei Veneti antichi, con i loro abitati, le necropoli, i santuari che faranno da base alla successiva Venetia romana. A occidente, fra Brescia, la pianura e la riva bresciana del lago, si insediano dal IV secolo a.C. i Celti Cenomani, che i testi classici descrivono come “vicini” dei Veneti, con costumi e abitudini in parte simili.

Il Garda non è un confine morto, ma una cerniera: mercanti, coloni, artigiani e guerrieri si spostano da una sponda all’altra; nelle necropoli cenomani della pianura bresciana compaiono oggetti e forme ceramiche che richiamano modelli venetici, mentre le rotte lacustri mettono in comunicazione diretta le rive veronesi con quelle bresciane. In questo quadro, il tratto di lago di fronte a San Felice – con la Rocca di Manerba a ovest, l’Isola del Garda al centro e la costa veronese a est – va letto come uno dei punti in cui queste due componenti, venetica e cenomane, si guardano si parlano e si fondono: non “Veneti da una parte e Cenomani dall’altra” separati per sempre, ma un fronte in cui popolazioni, culti, merci e anche legami familiari e matrimoni misti circolano lungo le stesse vie d’acqua.

Quando, in età romana, tutta la regione verrà assorbita nella “regio X Venetia et Histria”, questa storia di contatti farà sì che anche il Bresciano e la riva occidentale del lago vengano percepiti e visti come parte di un più ampio spazio veneto.

Età romana: necropoli e “insula Cranie”

Le tracce più antiche concrete sull’Isola del Garda sono romane, e sono tutt’altro che marginali. Tra Ottocento e primo Novecento furono recuperate sull’isola circa 130 lapidi gallico-romane, insieme a resti di piccoli templi votivi: un materiale talmente abbondante da essere trasferito in blocco al Museo Romano di Brescia (oggi complesso di Santa Giulia).

Non siamo davanti al classico caso del “cippo isolato”: un numero del genere di epigrafi e monumenti funerari rimanda verosimilmente a una necropoli o a un’area sacra strutturata, collegata a un insediamento stabile sulla sponda o direttamente sull’isola. Alcune fonti moderne ricordano che in età romana l’isola era indicata come Insula Cranie, toponimo che molti collegano – non senza un po’ di fantasia, ma con una certa logica – al mondo dei sepolcri, ai crania, ai teschi, alle tombe.

Dal punto di vista del popolamento, l’Isola del Garda va letta dentro la rete gardesana che, fra I e IV secolo, coinvolge i grandi poli residenziali e “di villeggiatura” dell’arco lacustre: Sirmione, Punta San Vigilio, le ville della Valtenesi. Il fatto che l’isola si trovi proprio di fronte al promontorio di Scovolo – dove gli scavi hanno restituito i resti di una villa tardo-repubblicana / imperiale – suggerisce un sistema integrato di approdi, residenze e luoghi di culto distribuiti fra costa e isole, non una semplice roccia isolata nel lago.

Secondo la ricostruzione avanzata da parte della storiografia più recente, la fascia collinare della Valtenesi – compresa l’Isola del Garda – costituiva in età imperiale un pago di confine dipendente dal municipium di Verona. Questa situazione spiega bene perché, nei secoli successivi, ritroviamo la giurisdizione ecclesiastica veronese estesa sulla Valtenesi e sui suoi insediamenti, e perché l’area funzioni a lungo come cerniera tra l’orizzonte veneto-veronese e quello bresciano.

Con la crisi tardoantica, il quadro cambia: gran parte delle strutture insediative romane entra in declino, e le fonti tardo-medievali ricordano che l’isola, “dopo la caduta dell’Impero”, viene per un periodo utilizzata come rifugio di pirati che assaltano i battelli di passaggio. Il lago, da spazio di villeggiatura aristocratica, torna ad essere un corridoio insicuro, dove avere un’isola rocciosa al centro può diventare un vantaggio molto concreto.

Alto medioevo: tra Verona, San Zeno, i poteri regi e il castrum insulare

La prima menzione altomedievale sicura è l’ormai celebre decreto dell’879 attribuito a Carlomanno di Baviera, re d’Italia, che avrebbe donato l’isola al monastero benedettino di San Zeno di Verona. La critica moderna sospetta che il testo, nella forma attuale, sia almeno in parte rielaborato in età successiva; ma il fatto che la donazione sia costruita proprio a favore di San Zeno dice qualcosa di importante: nella memoria giuridica locale, l’Isola del Garda rientra nell’orbita patrimoniale veronese più che in quella bresciana, allineata con altri beni della riva occidentale che gravitano sul grande monastero veronese.

È la stessa traiettoria che si osserva per il promontorio di Scovolo e per altre proprietà della Valtenesi: territori formalmente compresi nella sfera bresciana, ma assorbiti progressivamente nei patrimoni monastici veronesi e poi affidati a famiglie feudali che si muovono fra Verona, il mondo imperiale e le comunità lacustri. Intorno al 1180 l’isola risulta probabilmente compresa nel feudo concesso da Federico Barbarossa agli antenati di Biemino da Manerba, signore della rocca omonima, figura che incarna bene questa frontiera: fedele all’imperatore, radicata a Manerba ma strettamente legata ai circuiti veronesi.

In questo quadro politico si colloca la fase “castrense” dell’Isola del Garda. Le fonti tardo-medievali e rinascimentali, rilette dagli studiosi moderni, insistono sul fatto che prima dell’arrivo stabile dei frati, l’isola si presentasse come una vera e propria cittadella fortificata. Autori come Grattarolo, Silvan Cattaneo e soprattutto il francescano Gonzaga descrivono rovine di case, resti di chiese, “altissime torri” e sepolcreti sconvolti, al punto che il Gonzaga parla esplicitamente di una «bellissima cittadella» distrutta fino alle fondamenta.

La ricostruzione architettonica rimane in parte ipotetica, perché sull’isola non sono mai stati condotti scavi sistematici paragonabili a quelli di Sirmione o di Scovolo. Tuttavia la combinazione fra descrizioni antiche, resti murari osservati ancora nel Cinquecento (torri, campanili, cortine) e la morfologia del sito consente di immaginare un piccolo castello-porto: un recinto fortificato impostato sullo sperone orientale, con una cinta muraria esterna, alcune torri (3-4 torri di cui due ad oggi parzialmente esistenti e riconoscibili) a controllo del perimetro e un accesso principale collegato al molo meridionale; sul lato opposto, verso ovest, una torre isolata in corrispondenza della zona di San Lorenzo, a guardia del canale verso la costa e in contatto visivo con la Rocca di Manerba e il promontorio di Scovolo. Questo tipo di impianto è perfettamente coerente con altre fortificazioni gardesane tardoantiche e altomedievali, dove il castello è allo stesso tempo rifugio, punto di dogana e base per eventuali azioni offensive.

San Francesco, il romitorio e la fine del Castello (XIII–XV secolo)

Nel 1221 la storia dell’isola prende una piega nuova. Le fonti agiografiche e la tradizione francescana concordano nel ricordare un passaggio di san Francesco d’Assisi sul Garda, durante i suoi viaggi nell’Italia settentrionale; la tappa sull’isola non è attestata da documenti coevi, ma la narrazione – già ben consolidata nel tardo medioevo – è abbastanza coerente: Francesco avrebbe convinto Biemino da Manerba, signore della rocca sul golfo, a donare all’Ordine la parte più scoscesa e rocciosa della riva settentrionale dell’isola, dove venne impiantato un piccolo romitorio.

Si trattava, con ogni probabilità, di un nucleo edilizio molto semplice: una chiesetta, poche celle addossate alla roccia, qualche ambiente di servizio. Il modello è quello, ben noto, degli eremi francescani “di lago” e “di monte”, in cui contano più l’isolamento e il silenzio che la monumentalità. Nel 1227 il romitorio avrebbe ospitato anche sant’Antonio di Padova e, secondo una tradizione più tarda e non verificabile, nel 1304 vi avrebbe sostato Dante Alighieri, che alcuni autori collegano all’isola in un passo del XX canto dell’Inferno.

«loco è nel mezzo là dove 'l trentino

pastore e quel di Brescia e 'l veronese

segnar poria, s'e' fesse quel cammino»

(Inferno, Canto XX, 67-69)

Mentre il piccolo insediamento dei frati prende forma sulla costa rocciosa, la parte alta dell’isola presenta ancora un volto decisamente laico e militare. Sullo sperone nord-orientale, protetto da tre lati di scogliera a picco, le fonti tardo-medievali e le raffigurazioni del Quattro–Cinquecento collocano infatti il castello: un complesso fortificato con più torri e una cortina muraria, pensato per controllare il passaggio fra il golfo di Manerba e quello di Salò e, più in generale, le rotte lungo la sponda occidentale del lago. È in quest’area che la documentazione ricorda la “terra di San Lorenzo”, il piccolo insediamento che dà il nome alla chiesa principale dell’isola e all’area castrense che la circonda.

Già nella metà del Duecento la regione è attraversata dalle grandi tensioni che accompagnano l’ascesa di Ezzelino III da Romano: il fronte ghibellino veneto, a lui legato, si affaccia anche sul Garda e nel 1258 il borgo di Salò, schierato con i ghibellini, viene fortificato anziché devastato. La Valtenesi e i castelli insulari restano però ai margini delle sue spedizioni dirette: il loro ruolo di “nucleo caldo” del partito filo-veronese emergerà con forza solo qualche decennio più tardi, nello scontro fra Brescia guelfa e il blocco veronese–mantovano.

Alla fine del XIII secolo il castello entra infatti di forza nelle cronache. Tra il 1277 e il 1279, in pieno scontro fra il Comune di Brescia – schierato su posizioni guelfe – e il fronte veronese-mantovano guidato dagli Scaligeri e dai Bonacolsi, di parte ghibellina. Le cronache ricordano che i Mantovani, alleati dei Veronesi, si impadroniscono degli oppida dell’Isola e di Guidizzolo, minacciando altri presìdi sul lago. La storiografia successiva aggiunge al quadro anche Scovolo e la rocca di Manerba: un grappolo di castelli che, sulla riva bresciana, rappresentano il nucleo più compatto e militante del partito filo-veronese.

Quando nel settembre 1279 si giunge alla pace di Montichiari, i capi veronesi e mantovani devono restituire a Brescia i castelli occupati. La reazione del Comune contro Manerba, Scovolo e l’Isola è durissima: le fonti parlano di saccheggio e di una vera e propria distruzione delle fortificazioni. Gli Statuti cittadini arrivano a vietare esplicitamente la ricostruzione delle torri e delle case di questi castelli, misura eccezionale che mira a cancellare dal paesaggio – non solo sul piano militare ma anche su quello simbolico – i principali presìdi della parte veronese sul Garda occidentale.

Il castello dell’Isola, quindi, esce di scena come fortezza funzionante proprio in questi anni: non tanto con un unico colpo di maglio, quanto attraverso un processo di spoliazione e abbandono che le fonti quattrocentesche registrano ormai in forma di memoria. Nel 1460 una lettera di Nicola Botano ricorda sull’isola “un munitissimo e popolato castello i cui abitanti si sarebbero poi trasferiti a Salò”: segno che, a meno di due secoli dal sacco, la fortezza è già entrata nella leggenda, ma se ne percepisce ancora il peso nella storia locale.

Nei secoli successivi lo specchio d’acqua intorno all’isola torna protagonista su un altro livello, quello delle grandi guerre fra Venezia e Milano per il controllo della Lombardia e del Garda. Tra 1438 e 1440, durante l’assedio visconteo di Brescia, la Serenissima trasferisce sul lago – con la celebre impresa del Galeas per montes – una flotta di galere, galeotte e fuste, risalendo l’Adige e trascinando le navi via terra fino a Torbole. Da lì l’armata veneziana tenta più volte di forzare il dispositivo milanese che controlla il castello di Salò e i passi della Riviera: prima appoggiando dal lago l’attacco al castello, poi ancorando nel golfo di Maderno, dove nel 1439 viene sorpresa e gravemente danneggiata da un’improvvisa sortita delle galere viscontee. L’apice è la battaglia navale del 10 aprile 1440, tra Riva e il Ponale, in cui la flotta ducale viene quasi interamente distrutta e i Veneziani riconquistano il dominio del Benaco, aprendo una via di rifornimento a Brescia. Un decennio più tardi, nel 1448, durante una nuova fase di guerra fra Venezia e Milano, sul Garda viene nuovamente allestita una flotta per garantire i collegamenti con la città assediata, a conferma del ruolo strategico del lago e della Riviera in questo confronto.

In questo teatro l’Isola del Garda non è solo un punto di passaggio astratto sulle carte. La tradizione locale e la storiografia gardesana ricordano esplicitamente che, in quegli anni, presso l’isola era stanziata la flotta Viscontea, affidata a capitani come Taliano del Friuli e incaricata di intercettare i convogli veneziani diretti a Brescia e di tenere sotto pressione la Riviera. Mentre sull’isola si consolidava il piccolo insediamento francescano, con la scuola di teologia che nel Quattrocento avrà in padre Francesco Licheto una delle figure di punta, sotto le sue rupi trovava ancoraggio la squadra navale viscontea: un accostamento paradossale solo in apparenza, che restituisce bene il doppio volto del luogo, a metà fra romitorio e piattaforma militare.

In mezzo, tra la memoria del castello distrutto dai Bresciani, la presenza crescente dei frati e il passaggio – a poche decine di metri dalla riva – delle galee viscontee e veneziane, si consuma il passaggio dall’Isola “fortezza di frontiera” all’Isola “luogo di ritiro, di studio e di rappresentanza” che conosceremo più tardi con Bernardino da Siena, la riforma osservante e, infine, le grandi stagioni residenziali dell’età moderna.

Dal romitorio al monastero: il cantiere di Bernardino da Siena (XV secolo)

È però il Quattrocento a cambiare radicalmente la fisionomia architettonica del luogo. Nel 1422 giunge sull’isola Bernardino da Siena, vicario generale dell’Ordine francescano: non è un semplice visitatore, è il massimo responsabile della riforma osservante, e vede subito nel piccolo romitorio un potenziale centro di studio e di predicazione. Le fonti francescane gli attribuiscono un ruolo diretto nel progetto di trasformazione del complesso: nuova chiesa, chiostro, ampliamento delle celle, sistemazione dei giardini e degli spazi produttivi.

Non possediamo una pianta dettagliata del convento quattrocentesco, ma l’evoluzione è chiara: l’eremo si struttura in vero e proprio monastero, organizzato – come molti altri insediamenti francescani del Garda – attorno a un chiostro rettangolare, con il refettorio e gli ambienti comuni a piano terra e i dormitori al piano superiore. L’isola diventa un centro riconosciuto della riforma osservante, un luogo di meditazione ma anche di insegnamento.

A partire dal 1470 vi opera padre Francesco Licheto, teologo appartenente alla famiglia bresciana dei Lechi, che vi fonda una scuola di teologia e filosofia: segno che il piccolo monastero gardesano è ormai inserito nelle grandi reti intellettuali dell’Ordine, non solo in quelle devozionali.

Nel corso del Cinquecento il convento continua a funzionare, ma le difficoltà economiche, la concorrenza di altri centri e le turbolenze religiose portano a un lento declino. Nel 1565 la chiesa ospita la sepoltura del condottiero Alessandro Fregoso, figlio dell’ex doge di Genova Giano Fregoso, che aveva acquisito il controllo del complesso: l’isola entra così anche nel circuito delle grandi famiglie nobiliari liguri, attratte dal clima e dall’isolamento del Garda.

Fra 1685 e 1697 il convento ospita ormai quasi solo i novizi in ritiro: la comunità si riduce, il ruolo politico diminuisce, ma la struttura continua a segnare il paesaggio, con il suo profilo di chiesa e chiostro affacciati sull’acqua. Eccezione 1690 circa, sull'Isola soggiornò Cosimo Medici, principe di Toscana, che divenne poi Cosimo III.

Guerra, artiglierie e crisi: XVIII secolo e soppressione napoleonica

Il Settecento porta sull’isola un’altra stratificazione, questa volta decisamente più rumorosa. Durante la guerra di Successione spagnola (1701–1714), il Garda occidentale diventa una delle linee di contatto fra l’esercito francese e quello imperiale. Nel 1704–1705 le truppe prussiane, inquadrate nell’esercito imperiale, trasformano l’Isola del Garda in un piccolo fortino lacustre, stazionando sull’isola una compagnia di circa 250 uomini e 4 pezzi di artiglieria: una batteria destinata a controllare il golfo di Salò e le rotte che risalgono verso Riva.

In questo quadro il convento francescano convive, non sempre serenamente, con presìdi militari che usano cortili e spazi aperti come piazzole per i cannoni, magazzini e alloggi di fortuna. L’architettura religioso-monastica si carica di funzioni belliche temporanee, in un’anticipazione di quello che accadrà, in scala molto più ampia, nell’Ottocento.

La vera cesura arriva però con Napoleone. Nel 1797–1798, in seguito alla caduta della Repubblica di Venezia e alla riorganizzazione politico-ecclesiastica della Lombardia, il monastero viene soppresso; l’isola passa al demanio e la comunità francescana viene definitivamente dispersa. Architettonicamente questo significa l’inizio di una fase di abbandono e trasformazione: alcuni edifici vengono spogliati, altri adattati a uso agricolo; il complesso perde progressivamente la sua coerenza originaria.

L’età Lechi: la prima villa e il porticciolo (XIX secolo)

L'Isola fu dal demanio ceduta alla famiglia Conter di Salò, che a sua volta la vendette ai fratelli Benedetti di Portese. Nel 1806 i Benedetti la vendettero ad un Fiorentini di Milano dal quale nel 1817 l’isola viene acquistata dal conte Luigi Lechi di Brescia, figura di spicco dell’aristocrazia lombarda post-napoleonica. È lui a inaugurare la stagione “residenziale” dell’Isola del Garda: sulle rovine del convento francescano fa costruire una villa moderna e dispone importanti opere di riassetto, fra cui il porticciolo (1830), affidato all’architetto bresciano Rodolfo Vantini, protagonista del neoclassicismo locale.

La villa Lechi, pur senza l’impatto scenografico dell’edificio attuale, rappresenta una prima trasformazione radicale: chiostri e corpi conventuali vengono in parte inglobati, in parte demoliti; la logica della clausura lascia il posto a quella della residenza di campagna, con saloni per la musica e terrazze affacciate sull’acqua. In questa fase l’isola diventa un piccolo salotto culturale: vi soggiorna a lungo la cantante d’opera Adelaide Malanotte, legata al conte, e la proprietà entra nei circuiti dell’élite colta lombarda.

Nel 1837 il conte Luigi cede l’isola al fratello Teodoro, ex generale dell’esercito napoleonico, che aggiunge ulteriori terrazze sul fronte della casa, accentuando il rapporto scenografico fra edificio e lago.

Nel 1860 lo Stato espropria l’isola con l’idea di costruirvi una fortezza: è il riflesso, in scala lacustre, delle grandi tensioni del Risorgimento. Il progetto non verrà mai completato; l’isola viene messa all’asta e, dopo un passaggio al barone Scotti, finisce nelle mani del duca genovese Gaetano de Ferrari e della moglie, l’arciduchessa russa Maria Annenkova.

La villa neogotico-veneziana di Rovelli (fine XIX – inizi XX secolo)

Con i de Ferrari si entra nell’ultima grande fase architettonica dell’isola. Tra 1880 e 1900 la coppia investe ingenti risorse nella sistemazione del parco: vengono costruiti poderosi muri di contenimento verso il lago, importata terra fertile, impiantate essenze esotiche e mediterranee che sfruttano il microclima mite del Garda.

Poco prima della morte del duca (1893) i coniugi concepiscono il progetto di una nuova residenza che sostituisca la villa Lechi. L’incarico viene affidato all’architetto genovese Luigi Rovelli, che tra il 1894 e il 1901 realizza il grande palazzo neogotico-veneziano che ancora oggi domina l’isola.

La facciata principale, affacciata a sud verso il lago, richiama – dichiaratamente – il modello del Palazzo Ducale di Venezia: logge sovrapposte, ampie finestre ad arco acuto, trafori lapidei, un gioco calibrato di pieni e vuoti che alleggerisce il volume della costruzione. Sul lato sinistro si eleva una torre merlata, con coronamento a traforo e dettagli floreali, che funge al tempo stesso da segnale verticale nel paesaggio e da omaggio allo skyline dei palazzi veneti di età gotica.

Ai piedi della villa, una sequenza di terrazze digradanti ospita giardini all’italiana con disegni geometrici di siepi, aiuole fiorite, labirinti vegetali; poco più oltre si aprono porzioni di parco “all’inglese”, con alberature libere e scorci prospettici studiati. È una composizione volutamente teatrale: la villa come quinta scenica, il lago come platea, le barche che si avvicinano come spettatori in movimento.

All’interno, saloni decorati, una cappella privata, ambienti di rappresentanza e di soggiorno disegnano il volto di una residenza aristocratica internazionale, pensata per una coppia che si muove fra Genova, la Russia e il Garda.

Dal Novecento a oggi: Borghese, Cavazza e apertura al pubblico

Alla morte di Maria Annenkova, la proprietà passa alla figlia Anna Maria de Ferrari, sposata con il principe romano Scipione Borghese, che fa dell’isola la propria residenza prediletta e continua ad arricchire il parco con specie esotiche e ornamentali.

Nel 1927, alla morte del principe, l’isola passa alla figlia Livia, moglie del conte bolognese Alessandro Cavazza. Durante la Seconda guerra mondiale, nel contesto della Repubblica Sociale Italiana e della presenza tedesca sul Garda, l’isola viene requisita e inserita nel dispositivo di controllo del lago; al termine del conflitto torna però ai Cavazza, che la mantengono come residenza di famiglia.

Dal punto di vista architettonico, il Novecento è meno traumatico dei secoli precedenti: la villa di Rovelli rimane sostanzialmente intatta, così come l’impianto delle terrazze e del parco; i segni del monastero francescano sopravvivono solo in pochi lacerti murari inglobati nelle strutture di servizio e nella memoria dei toponimi (“Isola dei Frati”).

Nel 2002 Alberta Cavazza, figlia di Camillo e di Charlotte, apre per la prima volta l’isola alle visite guidate, trasformando una residenza privata, in uno dei luoghi simbolo del turismo culturale gardesano.

La facciata della chiesa parrocchiale di San Felice del Benaco

Società

Evoluzione demografica

Abitanti censiti[8]

Cultura

La banda

Il Corpo Bandistico "Sinus Felix" offre da oltre un secolo e mezzo una presenza fondamentale nei momenti religiosi e patriottici del paese.

Amministrazione

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
26 maggio 1985 20 maggio 1990 Guido Maruelli DC Sindaco
20 maggio 1990 14 giugno 2004 Ambrogio Florioli DC poi
lista civica di centro-sinistra
Sindaco [9]
14 giugno 2004 8 giugno 2009 Gianluigi Marsiletti lista civica di centro-sinistra Sindaco [10]
8 giugno 2009 27 maggio 2019 Paolo Rosa Il Popolo della Libertà-Lega Nord poi
lista civica di centro-destra
Sindaco [11]
27 maggio 2019 10 giugno 2024 Simone Zuin lista civica di centro-sinistra Sindaco [12]
10 giugno 2024 23 luglio 2024 Lorenza Baccolo lista civica di centro-destra Sindaco [13]
23 luglio 2024 26 maggio 2025 Anna Frizzante Commissario [14]
26 maggio 2025 in carica Marzia Manovali lista civica di centro-destra Sindaco

Note

  1. 1 2 Bilancio demografico mensile anno 2026 (dati provvisori), su demo.istat.it, ISTAT.
  2. ↑ Comune di San Felice del Benaco - Storia Archiviato il 29 maggio 2012 in Internet Archive..
  3. ↑ Classificazione sismica (XLS), su rischi.protezionecivile.gov.it.
  4. ↑ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF), in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, 1º marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012 (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2017).
  5. ↑ Regio decreto 11 gennaio 1863, n. 1126, in materia di "Decreto col quale sono autorizzati vari Comuni delle Provincie di Milano, Alessandria, Brescia, Cremona, Torino, Ascoli, Macerata, Cuneo, Piacenza, Porto-Maurizio, Ravenna e Sassari ad assumere una nuova denominazione."
  6. ↑ Marco Foppoli, Stemmario Bresciano, Provincia di Brescia / Grafo, 2011, p. 120, ISBN 978-88-7385-844-7.
  7. ↑ Michele, Come raggiungere la Panchina Gigante sul Lago di Garda, su Vivi il Lago di Garda, 27 giugno 2020. URL consultato il 28 giugno 2020.
  8. ↑ Dati tratti da:
  9. ↑ La legislatura 1995-1999 durò solo quattro anni, secondo i termini fissati dalla Legge 25 marzo 1993, n. 81. Il mandato fu riportato a cinque anni in seguito alle modifiche introdotte dal Decreto Legislativo 167/2000.
  10. ↑ Ministero dell'Interno, Elezioni comunali del 12 giugno 2004, su elezionistorico.interno.gov.it. URL consultato il 20 agosto 2012.
  11. ↑ Ministero dell'Interno, Elezioni comunali del 7 giugno 2009, su elezionistorico.interno.gov.it. URL consultato il 20 agosto 2012.
  12. ↑ Il centrodestra targato Lega conquista i comuni maggiori, in Giornale di Brescia, 28 maggio 2019, pp. 26-27.
  13. ↑ I sindaci eletti, in Giornale di Brescia, 12 giugno 2024, p. 18.Alice Scalfi, Terremoto politico: dimissioni in blocco dei consiglieri di maggioranza, in Giornale di Brescia, 21 luglio 2024, p. 20.
  14. ↑ AS, Anna Frizzante è il commissario del municipio, in Giornale di Brescia, 24 luglio 2024, p. 18.

Bibliografia

Voci correlate

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