Karkamani

Karkamani
La piramide Nuri 7, tomba di Karkamani
Re di Nubia
In carica519-510 a.C.
Incoronazione519 a.C.
PredecessoreAmaninatakilebte
SuccessoreAmaniastabarqa
NascitaVI secolo a.C.
Morteca 510 a.C.
Sepolturapiramide (Nu. 7)
Luogo di sepolturaNuri

Karkamani (VI secolo a.C. – 510 a.C. circa) è stato un sovrano del regno di Kush, che regnò per poco meno di dieci anni nella seconda metà del VI secolo a.C..

Identità e cronologia

Questo sovrano è conosciuto con il suo nome personale, ossia Karkamani, mentre non ci sono noti il suo né il suo nome del trono, né il suo nome Horo, cosa quest'ultima abbastanza consueta, poiché i nomi Horo dei re di Nubia non vengono solitamente menzionati in questo periodo.[1]

La filiazione di Karkamani è sconosciuta, tuttavia, sebbene la cronologia e i rapporti di parentela tra i sovrani napatei di questo periodo rimangano incerti, in base alla posizione relativa delle loro piramidi, si ritiene che sia il padre e predecessore di Amaniastabarqa, che potrebbe aver regnato nel periodo 510-487 a.C.,[1] e lo stesso argomento suggerisce che sia succeduto ad Amaninatakilebte, che regnò dal 538 al 519 a.C., e che forse era sua padre. Occorre ribadire tuttavia che la disposizione delle tombe non dimostra, da sola, che il predecessore fosse suo padre o che il successore fosse suo figlio.[2]

Non si hanno ulteriori informazioni sul suo regno. Nel nord, l'Egitto era già stato pacificato da Dario I, che avrebbe mantenuto una politica progressista realizzando grandi opere, tra cui lo scavo di un canale che collegava il fiume Nilo con Suez consentendo la navigazione dal grande fiume alla Persia, passando per Saba e circumnavigando la penisola arabica; i templi di Menfi ed Edfu, e altro ancora.

imn
n
E1rw
kA
Z1U17
nomen o nome di nascita
Karkamani
in geroglifici

Famiglia reale

Nessun membro della famiglia di Karkamani è stato identificato con certezza. Non sono inoltre note consorti attribuibili con certezza a Karkamani; alcune sepolture femminili della necropoli di Nuri potrebbero appartenere a donne della sua corte o della sua famiglia, ma nessuna delle regine catalogate nella necropoli è stata identificata in modo convincente come sua moglie.[2]

Attestazioni

Le attestazioni di Karkamani sono molto limitate, ma non provengono esclusivamente dalla sua sepoltura. La testimonianza principale è la piramide Nu. 7 della necropoli reale di Nuri, che fu oggetto di scavo nel 1917 sotto l'egida di una spedizione congiunta dell'Università di Harvard e del Boston Museum of Fine Arts e che identificata come sua tomba grazie a due categorie di reperti recanti il suo nome: una placca in faience a forma di cartiglio, deposta ritualmente nelle fondazioni della piramide, e numerosi ushabti appartenenti al corredo funerario. La placca riporta il nome personale del sovrano, qualificato come «figlio di Ra», mentre le statuette funerarie, diverse delle quali sono oggi conservate al sopraccitato Museum of Fine Arts, confermano che il complesso era stato preparato per la sua sepoltura.

La tomba era stata completamente saccheggiata e non ha restituito una stele funeraria conservata. Nella cappella adiacente alla piramide si trovava tuttavia una nicchia destinata probabilmente a ospitare una stele, la cui assenza ha fatto ipotizzare che il monumento iscritto sia stato asportato o distrutto.

Karkamani è però attestato anche a Meroe, dove furono rinvenuti oggetti votivi recanti il suo cartiglio insieme a quelli di altri sovrani, fra cui Aspelta, Aramatleqo e Malonaqen. Il gruppo comprendeva soprattutto sistri, simboli ankh e altri piccoli oggetti di faience, probabilmente offerti ad Amon e successivamente raccolti in una sorta di deposito rituale.[3] Secondo László Török e altri studiosi, questi reperti potrebbero essere collegati alle celebrazioni del capodanno nilotico o a cerimonie di rinnovamento e legittimazione della regalità, tuttavia, tale interpretazione è del tutto ipotetica, poiché non esiste un testo contemporaneo che descriva direttamente la cerimonia.[4]

Piramide

Karkamani fu sepolto in una piramide che aveva preparato per sé nella necropoli reale di Nuri, oggi nota come piramide Nuri 7. La costruzione è realizzata in muratura di arenaria, con uno zoccolo basamentale, ed è circondata da un muretto di cinta anch'esso in arenaria. Troppo danneggiato perché ne possa essere valutata l'altezza originale, l'edificio copre una superficie quadrata di circa 27,4 m per lato, e sembra essere stato rastremato nella parte superiore, dato che l'inclinazione della parte inferiore era di 60° e quella della parte superiore di circa 45°.[5]

Adiacente alla piramide si trova una piccola cappella in muratura di arenaria che ospitava la stele principale in granito per le offerte e le cui pareti sono in gran parte distrutte, ragion per cui non resta alcuna traccia di rilievi.[5]

La piramide fu costruita sopra tre camere sotterranee disposte sullo stesso livello a cui si accedeva in successione da un lungo corridoio raggiungibile tramite una rampa di 55 gradini che partiva dal livello del suolo e il cui ingresso si trovava di fronte alla cappella annessa all'edificio. Il corridoio è ancora parzialmente bloccato da un tappo di muratura che non ha tuttavia mantenuto la tomba al sicuro dai ladri. La prima camera misura 5,0 × 4,2 m e risulta priva sia di pavimentazione sia di decorazioni, la seconda misura 6,3 × 5,9 m e, benché anch'essa priva di decorazioni, risulta tuttavia pavimentata con blocchi grezzi di arenaria, e la terza e più grande misura 7,2 × 6,3 m ed ha anch'essa un pavimento lastricato di arenaria corredato da un basamento in granito e nessuna decorazione.[5]

Come detto, la tomba è stata saccheggiata in tempi antichi, tuttavia, rinvenimento di numerosi elementi di intarsio in pietra e di frammenti appartenenti ad almeno due occhi intarsiati indica che il defunto era stato deposto in un sarcofago antropoide decorato, probabilmente di legno. L'eventuale cassa funeraria collocata sulla bassa piattaforma di granito menzionata sopra doveva essere lignea, poiché non è stata rinvenuta alcuna traccia di un sarcofago in pietra.[5]

Note

  1. 1 2 (EN) Tormod Eide et al., Fontes historiae Nubiorum. Textual Sources for the History of the Middle Nile Region Between the Eighth Century BC and the Sixth Century AD. Vol 1. From the Eighth to the Mid-Fifth Century BC, University of Bergen, 1994, pp. 296. URL consultato il 3 agosto 2026.
  2. 1 2 (EN) Dows Dunham e M. F. Laming Macadam, Names and Relationships of the Royal Family of Napata, in The Journal of Egyptian Archaeology, vol. 35, dicembre 1949, pp. 139-149. URL consultato il 2 agosto 2026.
  3. ↑ (FR) Marc Maillot, Le palais méroïtique et la ville royale 1 (PDF), in Bulletin de l'Institut Français d'Archéologie Orientale, vol. 115, Institut français d’archéologie orientale - Le Caire, 2016, pp. 265-298. URL consultato il 2 agosto 2026.
  4. ↑ (EN) László Török, Meroe City: an ancient African capital; John Garstang's excavations in the Sudan., Egypt Exploration Society, 1997, pp. 238-239, ISBN 0-85698-137-0.
  5. 1 2 3 4 (EN) Dows Dunham, The Royal Cemeteries of Kush, Volume II (PDF), Boston, Museum of Fine Arts Boston, 1955, pp. 161. URL consultato il 3 agosto 2026.