Amaniastabarqa

Amaniastabarqa
La piramide Nuri 2, tomba di Amaniastabarqa
Re di Nubia
In carica510-487 a.C.
Incoronazione510 a.C.
PredecessoreKarkamani
SuccessoreSiaspiqa
NascitaVI secolo a.C.
Morteca 487 a.C.
Sepolturapiramide (Nu. 2)
Luogo di sepolturaNuri

Amaniastabarqa (VI secolo a.C. – 487 a.C. circa) è stato un sovrano del regno di Kush, che regnò per poco più di vent'anni nella prima metà del V secolo a.C..

Identità e cronologia

Questo sovrano è conosciuto con tre nomi: il suo nome personale, Amaniastabarqa, il suo nome nomi del trono, ossia Setepkara, che in egizio antico significa "Prescelto è il ka di Ra", laddove il Ka è la forza vitale di ogni individuo, e il nome Horo di Suti, il quale risulta essere un'eccezione, poiché i nomi Horo dei re di Nubia non vengono solitamente menzionati in questo periodo, rappresentando una rottura con la tradizione della XXV dinastia egizia.[1]

La filiazione di Amaniastabarqa è sconosciuta, tuttavia, sebbene la cronologia e i rapporti di parentela tra i sovrani napatei di questo periodo rimangano incerti, in base alla posizione relativa delle loro piramidi, si ritiene che sia il padre e predecessore di Siaspiqa, che potrebbe aver regnato nel periodo 487-468 a.C.[1] o nel periodo 478-458 a.C., il che lo rende un probabile contemporaneo dell'imperatore achemenide Serse I, allora sovrano d'Egitto,[2] e lo stesso argomento suggerisce che a Amaniastabarqa sia succeduto ad Karkamani, che forse era suo padre.

rastpkA
praenomen o nome del trono
imn
n
istiE10rw
q
nomen o nome di nascita
Amaniastabarqa
in geroglifici

Famiglia reale

Nessun membro della famiglia di Amaniastabarqa è stato identificato con certezza. Non sono inoltre note consorti attribuibili con certezza ad Amaniastabarqa; alcune sepolture femminili della necropoli di Nuri potrebbero appartenere a donne della sua corte o della sua famiglia, ma nessuna è stata identificata in modo convincente come sua moglie.[3]

Attestazioni

La tomba di Amaniastabarqa, identificata come la seconda piramide di Nuri, fu oggetto di scavo nel 1917 sotto l'egida di una spedizione congiunta dell'Università di Harvard e del Boston Museum of Fine Arts. La tomba era stata saccheggiata in tempi antichi, ma conservava frammenti di oggetti in pietra, ceramica, faience e metallo prezioso.

L'attestazione epigrafica più importante è una stele in gneiss granitico oggi conservata al Museum of Fine Arts di Boston e rinvenuta in una chiesa copta nelle vicinanze della necropoli dove stata riutilizzata come materiale da costruzione, la quale reca i cartigli di Amaniastabarqa e un testo religioso appartenente appartiene alla tradizione del culto funerario reale napateo, il quale, quindi, non racconta la vita del sovrano ma documenta il mantenimento, a Kush, di formule religiose e modelli iconografici di origine egizia.[4]

Tra le altre testimonianze figurano una guaina cilindrica in oro o elettro decorata con figure divine e cartigli reali realizzati a sbalzo e a incisione, oggi conservata al Museo Nazionale del Sudan a Khartum, una placca aurea iscritta con il nome di Amaniastabarqa, un elaborato pettorale d'oro, ulteriore testimonianza della ricchezza originaria del corredo, alcuni ushabti e altri oggetti rituali. Benché questi reperti permettano di ricostruire almeno in parte la sua titolatura e di collocarlo nella sequenza dei sovrani napatei, essi non forniscono tuttavia informazioni sugli avvenimenti del suo regno, sulle sue campagne militari o sulla sua famiglia, e anche la cronologia tradizionalmente assegnatagli deriva soprattutto, come detto, dalla posizione della tomba e dal confronto con le altre sepolture reali di Nuri.[5]

Il nome di Amaniastabarqa è attestato anche su oggetti votivi provenienti dal tempio di Amon a Meroe.[6]

Piramide

Amaniastabarqa fu sepolto in una piramide che aveva preparato per sé nella necropoli reale di Nuri, oggi nota come piramide Nuri 2. La costruzione è realizzata in muratura di arenaria, con uno zoccolo basamentale, ed è circondata da un muretto di cinta anch'esso in arenaria. Troppo danneggiato perché ne possa essere valutata l'altezza originale, l'edificio copre una superficie quadrata di circa 26,5 m per lato.[7]

Adiacente alla piramide si trova una piccola cappella in muratura di arenaria che ospitava la stele principale in granito per le offerte e le cui pareti recavano iscrizioni e rilievi oggi purtroppo fortemente erosi. In particolare, sulla parete interna meridionale era raffigurato il re seduto, rivolto verso est, con deboli tracce di iscrizioni geroglifiche verticali, mentre sulla parete occidentale rimanevano tracce di un'iscrizione geroglifica verticale.[7]

La piramide fu costruita sopra tre camere sotterranee disposte sullo stesso livello a cui si accedeva in successione da un lungo corridoio raggiungibile tramite una rampa di 55 gradini, di cui i primi 12 in muratura, che partiva dal livello del suolo e il cui ingresso si trovava a quasi 40 m di fronte alla cappella annessa all'edificio. Il corridoio è ancora bloccato da un tappo di muratura poiché i ladri entrarono nella piramide scavando un foro verticale dal livello del suolo e che conduceva direttamente dietro il tappo. La prima camera misura 4,9 × 4,3 m e ha pareti che ancora conservano tracce dei geroglifici che le adornavano, la seconda misura 5,5 × 5,9 m e la terza e più grande misura 7,8 × 6,1 m ed è dotata di un pavimento lastricato di arenaria e granito.[7]

Note

  1. 1 2 (EN) Tormod Eide et al., Fontes historiae Nubiorum. Textual Sources for the History of the Middle Nile Region Between the Eighth Century BC and the Sixth Century AD. Vol 1. From the Eighth to the Mid-Fifth Century BC, University of Bergen, 1994, pp. 299. URL consultato il 3 agosto 2026.
  2. ↑ (EN) Samia Dafa'alla, Succession in the Kingdom of Napata, 900-300 B.C., in The International Journal of African Historical Studies, vol. 26, n. 1, 1993, pp. 167-174, DOI:10.2307/219190, JSTOR 219190. URL consultato il 3 agosto 2026.
  3. ↑ (EN) Dows Dunham e M. F. Laming Macadam, Names and Relationships of the Royal Family of Napata, in The Journal of Egyptian Archaeology, vol. 35, dicembre 1949, pp. 139-149. URL consultato il 2 agosto 2026.
  4. ↑ (EN) Stele of King Amaniastabarqa, su collections.mfa.org, Boston Museum of Fine Arts. URL consultato il 2 agosto 2026.
  5. ↑ (EN) Shawabty of King Amaniastabarqa, su collections.mfa.org, Boston Museum of Fine Arts. URL consultato il 2 agosto 2026.
  6. ↑ (EN) László Török, Meroe City: an ancient African capital; John Garstang's excavations in the Sudan., Egypt Exploration Society, 1997, pp. 238-239, ISBN 0-85698-137-0.
  7. 1 2 3 (EN) Dows Dunham, The Royal Cemeteries of Kush, Volume II (PDF), Boston, Museum of Fine Arts Boston, 1955, pp. 168. URL consultato il 3 agosto 2026.