Lorna Simpson

Lorna Simpson, 2009

Lorna Simpson (Brooklyn, 13 agosto 1960) è una fotografa e artista statunitense.

Figura pionieristica della fotografia concettuale, si è affermata negli anni ottanta e novanta con opere che combinano testo e immagine, esplorando i temi dell'identità, della razza e del genere attraverso una sistematica critica agli stereotipi e alle rappresentazioni del corpo.[1][2]

Il suo lavoro ha progressivamente ridefinito il rapporto tra immagine e linguaggio: dalle Polaroid degli esordi, caratterizzate dalla negazione del volto come strategia di sottrazione allo sguardo dello spettatore, la sua pratica si è estesa al feltro, al video e alla scultura, sviluppando una riflessione sull’assenza del corpo e sulla memoria storica.[3][4]

A partire dal 2010, attraverso la pittura e il collage su larga scala, rielabora materiali d'archivio e riviste d'epoca, trasfigurando la soggettività nera in immagini di carattere poetico, spesso legate a motivi naturali e cosmici.[3][5]

Biografia

Lorna Simpson nasce il 13 agosto 1960 a Brooklyn e cresce tra Queens e Brooklyn, a New York.

I genitori, padre di origini giamaicane e cubane e madre afroamericana, sono intellettuali progressisti che la introducono precocemente al teatro, ai musei e alla musica, un contesto culturale che l'artista ha indicato come determinante per la propria formazione artistica.[6][7]

Da bambina prende lezioni di danza e a circa undici anni partecipa a uno spettacolo al Lincoln Center. Frequenta la High School of Art and Design e, durante l'estate, corsi all'Art Institute of Chicago.[8]

Prima di conseguire la laurea viaggia in Europa, Africa e Stati Uniti sviluppando un interesse per la fotografia documentaria.[6] Si forma alla School of Visual Arts di New York, dove consegue il Bachelor of Fine Arts in fotografia nel 1983.[9]

Durante uno stage allo Studio Museum in Harlem entra in contatto con David Hammons e, successivamente, con Carrie Mae Weems, che la incoraggia a proseguire gli studi all'Università della California a San Diego (UCSD).[10]

All'UCSD, dove consegue il Master of Fine Arts nel 1985, Simpson approfondisce il rapporto tra fotografia e arte concettuale. I suoi docenti includono Allan Kaprow, Eleanor Antin, i cineasti Babette Mangolte e Jean-Pierre Gorin, e il poeta David Antin.[11]

Il questo contesto, fortemente orientato alla performance e alle pratiche concettuali, matura un approccio basato sull'interazione tra immagine e testo e sulla messa in discussione dell'oggettività della fotografia documentaria e delle rappresentazioni stereotipate della donna afroamericana nella cultura statunitense.[11]

Carriera

Anni ottanta

Dopo il MFA si stabilisce a New York, dove trova un ambiente artistico ricettivo. Il contesto della fotografia concettuale degli anni ottanta è segnato da artiste come Cindy Sherman, Laurie Simmons e Carrie Mae Weems. Quest'ultima la incoraggia a sviluppare una pratica centrata sul rapporto tra immagine, testo e identità razziale e di genere.[12]

Nella prima mostra personale (Just Above Midtown Gallery, 1986) presenta lavori come Waterbearer (1986), che definiscono il suo linguaggio iniziale: figure femminili nere rappresentate di spalle o in frammenti, accompagnate da testi che destabilizzano la lettura documentaria.[10][13] Le donne indossano spesso un abito bianco senza maniche che omogeneizza i diversi soggetti e nello stesso tempo ricorda gli abiti in cotone semplice e grezzo indossati dagli schiavi neri nel Sud degli Stati Uniti.[14][15]

Tra il 1988 e il 1989 Simpson realizza alcune delle opere più citate della sua carriera. Stereo Styles (1988) presenta dieci fotografie della stessa donna afroamericana con acconciature diverse, affiancate ad aggettivi come «sweet», «ageless», «magnetic», «daring»: adottando la retorica della pubblicità per poi sovvertirla, l'opera mette in discussione le proiezioni identitarie imposte dall'esterno alle donne nere.[16]

Guarded Conditions (1989) allinea sei immagini polaroid di una donna in abito bianco fotografata di spalle: la frammentazione del corpo, la postura difensiva e la ripetizione seriale delle frasi «sex attacks» e «skin attacks», associate dalla critica alle logiche di sorveglianza e classificazione praticate sulle donne nere dal periodo della schiavitù in poi.[7]

Nello stesso anno Necklines e Untitled (2 Necklines), fotografie circolari del collo di una donna afroamericana accostate a una sequenza di parole («ring», «surround», «noose») e a una targhetta rossa finale che recita "feel the ground sliding from under you" ("senti il terreno scivolare sotto di te"), sono state interpretate come allusioni agli episodi di linciaggio e di violenza razziale.

L'opera Easy for Who to Say, cinque Polaroid a colori che ritraggono una donna nera di spalle, vestita con una semplice tunica biancae il volto oscurato da cinque vocali, accostate a termini come «amnesia» e «omission», tematizza la cancellazione della memoria storica dell'esperienza nera.[17][18][19]

Anni novanta

Nel 1990 Simpson partecipa alla mostra collettiva The Decade Show: Frameworks of Identity in the 1980s, organizzata dal Museum of Contemporary Hispanic Art, dal New Museum of Contemporary Art e dallo Studio Museum in Harlem e nello stesso anno diventa la prima donna afroamericana con una personale al Museum of Modern Art di New York (Projects 23).[20]

Nel 1993 espone ad Aperto, la sezione di arte emergente alla 45ª Biennale di Venezia del 1993.[21][22]

In questo periodo Simpson abbandona la carta fotografica e sperimenta la stampa su feltro, mentre la figura umana si riduce o scompare, sostituita da elementi come capelli, parrucche e spazi architettonici.[23][24]

Con Wigs (1994), serie di ventuno litografie su feltro che ritraggono parrucche di vario tipo - afro, trecce, ciocche sintetiche e bionde - accompagnate da frammenti di testo tratti da un colloquio psicoanalitico e dalla narrazione di fuga di una coppia di schiavi (Running a Thousand Miles for Freedom, 1860), esplora la capigliatura come dispositivo identitario e politico, segnando il passaggio verso una riflessione sull’assenza del corpo.[25][26][27][21]

Dalla fine del decennio estende la propria pratica al video e all'installazione cinematografica. Il primo lavoro in questo medium, Call Waiting (1997), presenta figure anonime in conversazioni telefoniche frammentate, trasferendo al tempo e al suono le strategie di ambiguità e omissione già presenti nelle fotografie.[28]

Anni Duemila

Con Corridor (2003), video a due canali interpretato dall'artista Wangechi Mutu, Simpson affianca le attività quotidiane di una domestica del 1860 a quelle di una donna benestante del 1960, mettendo in luce la continuità strutturale tra schiavitù e isolamento domestico attraverso il solo accumulo di gesti ordinari, senza azione esplicita.[29]

Nel 2007 il Whitney Museum of American Art dedica all'opera di Simpson una retrospettiva ventennale, che si tiene in concomitanza con la mostra Lorna Simpson: Duet allo Studio Museum in Harlem, consolidando la sua reputazione di artista multidisciplinare.[12]

A partire dal 2009 Simpson introduce l'autoritratto con la serie 1957–2009, nella quale fotografa se stessa riproducendo le pose di modelle afroamericane tratte da riviste del 1957: un confronto temporale che pone in evidenza i canoni estetici che escludevano le donne nere dall'immaginario della bellezza statunitense degli anni cinquanta.[11]

Dagli anni dieci il collage diventa il medium prevalente: Simpson lavora con immagini ritagliate da numeri d'epoca di Jet ed Ebony, cui sovrappone passaggi pittorici a inchiostro e acquerello che donano alle figure acconciature fantastiche, sfidando la gravità, un gesto che la critica ha interpretato come atto di liberazione nei confronti dei canoni estetici imposti alle donne nere.[17]

Nello stesso periodo compare nelle sue opere - fotografie, dipinti, sculture in vetro - il motivo del ghiaccio come metafora di fragilità, trasformazione e resistenza.[30]

La prima retrospettiva europea apre nel 2013 al Jeu de Paume di Parigi, per poi trasferirsi all'Haus der Kunst di Monaco, al BALTIC Centre for Contemporary Art di Gateshead (Inghilterra) e all'Addison Gallery of American Art di Andover (Massachusetts).[11]

Nel 2015, alla 56ª Biennale di Venezia, Simpson espone per la prima volta come pittrice una serie di opere su larga scala che combinano fotografie manipolate con passaggi di inchiostro e acrilico, tra cui Three figures (2014), True Value (2015), Suspended (2015), Nightmare (2015), opere che fondono la figurazione con l'astrazione, utilizzando immagini d'archivio serigrafate e poi rielaborate con pennellate di colore e inchiostro.[31] L'artista applica logiche di montaggio fotograficoː taglia, frammenta e ricompone parti del corpo o volti, creando figure surreali che ricordano dei collage stratificati. I soggetti femminili tendono ad essere "nascosti" sotto strati di pittura e inchiostro.

Molte delle sue pitture mantengono una tavolozza ridotta (neri, grigi, blu profondi) che richiama direttamente lo sviluppo fotografico in camera oscura, creando un'atmosfera nebbiosa e mnemonica. Le tematiche centrali riguardano la rappresentazione del corpo nero, l'identità di genere e la natura frammentaria della memoria.[32][33]

Nel 2019 riceve la Medaglia J. Paul Getty, il massimo riconoscimento del J. Paul Getty Trust, assegnato insieme all'artista Ed Ruscha e alla classicista Mary Beard.[34]

Nel 2025 il Metropolitan Museum of Art le dedica la mostra Lorna Simpson: Source Notes, incentrata sulla produzione pittorica degli ultimi anni, e una sua opera è inclusa in Photography and the Black Arts Movement, 1955–1985 alla National Gallery of Art di Washington. [11]

Nel 2026, la Obama Foundation le commissiona un'opera per l' Obama Presidential Center, Durative, appartenente alla sua serie Ice, che raffigura paesaggi glaciali dipinti sotto un cielo ampio.[11] Alla Pinault Collection di Venezia viene organizzata la personale Third Person, in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York, dedicata in particolare alla sua produzione pittorica.[35]

Nello stesso anno Simpson riceve il Meraki Artist Award dell'Institute of Contemporary Art di Boston, premio da 100.000 dollari istituito per riconoscere il lavoro innovativo di artiste donne.[36]

Poetica e stile

La ricerca di Simpson si colloca nel solco della fotografia concettuale, ma ne rielabora gli strumenti - serialità, griglia, testo - in chiave critica, caricandoli di una valenza politica e sociale.[3]

La sua ricerca ruota intorno al rifiuto del ritratto convenzionale, alla tensione tra immagine e testo, alla centralità della memoria e del corpo nero femminile.[26]

Nel primo periodo la negazione del volto impedisce la classificazione dello sguardo e mette in crisi le categorie di lettura della fotografia documentaria. Il testo non chiarisce l’immagine, ma ne moltiplica i significati attraverso frammenti narrativi.[26][10]

Questa struttura aperta e ambigua si estende ai diversi media utilizzati nel corso della sua carriera: le placche di plastica serigrafate degli anni ottanta, il feltro degli anni novanta, i video degli anni duemila, i collage, la pittura e la scultura in vetro degli anni dieci, attraversate dalla riflessione sulla memoria e sulla trasformazione, spesso introdotta dal motivo del ghiaccio.[37]

Critica

La ricezione critica dell'opera di Lorna Simpson ha attraversato diverse fasi, evolvendosi di pari passo con i suoi cambiamenti stilistici e la sua transizione dalla fotografia figurativa a installazioni materiche e video.

Anti-ritratto e rappresentazione

La critica ha interpretato le prime opere come una messa in discussione della ritrattistica tradizionale e le sue pretese di "verità".[38] Esperti come Haun Saussy ed Eleanor Heartney hanno inizialmente inquadrato i suoi lavori come una forma di ritrattistica abbinata a etichette testuali incongrue.[39] Il rifiuto di Simpson di mostrare i volti delle modelle ha portato invece altri critici, come Okwui Enwezor e Kimberly Lamm, a definire questo approccio una forma di "anti-ritratto" in cui il soggetto resiste alla classificazione razziale e alla sorveglianza. Enwezor ha definito questa forma di resistenza "sublime razziale".[40][41]

Opere iconiche come Guarded Conditions (1989) - sei immagini che riproducono la stessa donna ripresa di spalle e con le braccia dietro la schiena - hanno ricevuto chiavi di lettura diverseː Robert Nickas vi ha visto un commento diretto sulla violenza della vita reale (rifrazione di fatti di cronaca come aggressioni razziali);[42] Beryl Wright ha suggerito che Simpson non stesse solo mostrando una vittima, ma un'immagine contenente sia la storia della sottomissione che la forza della resilienza (corpo come metonimia della storia razziale);[43] Peggy Phelan ha letto nella postura della modella un gesto di sfida e di difesa contro gli attacchi sessuali e razziali evocati dal testo, e ha definito l'opera un trattato sulla "sottrazione", un atto performativo in cui il soggetto femminile dichiara che la sua vera essenza non può essere catturata, documentata o posseduta dall'occhio di chi guarda.[44]

Forma e astrazione

È stata spesso evidenziata la tensione tra minimalismo formale dell'opera e la densità dei contenuti trattati. Eleanor Heartney ha osservato come la sobrietà estetica - composizioni essenziali, uso controllato del testo, ripetizione seriale - non attenui, ma amplifichi la portata politica delle immagini, intensificando la percezione di violenza, esclusione e stereotipizzazione.[45]

Questa relazione tra forma e contenuto è stata rimessa in discussione a partire dagli anni novanta, quando Simpson ha introdotto materiali come il feltro e ridotto progressivamente la presenza della figura umana dalle sue composizioni, orientandosi verso paesaggi, interni e architetture.[46]

Alcuni critici, tra cui Heartney, hanno accolto con favore questa evoluzione, vedendovi un ampliamento del registro metaforico e della complessità concettuale, capace di evocare un senso "universale" di malinconia che trascende la specificità razziale.[47]

Al contrario, altri hanno espresso delusione per la scomparsa della figura umana, notando una perdita di incisività rispetto alla produzione precedente. Kellie Jones ha parlato di "ansia" e "vuoto" creati dall'assenza dei corpi neri.[48] Il critico David Pagel ha definito le nuove opere "troppo scialbe e generiche" rispetto alla "energia pungente" dei primi lavori, interpretando il cambiamento come un passaggio dal "confronto" alla semplice "seduzione".[49]

In questo quadro la critica ha anche sottolineato il ruolo attivo dello spettatore: l’incompletezza narrativa, l’anonimato delle figure e la disgiunzione tra immagine e testo impedirebbero una lettura univoca, sollecitando un processo interpretativo che rende visibili i presupposti culturali e ideologici dello sguardo.[50]

Riconoscimenti

Mostre personali (selezione)

Note

  1. ↑ (EN) Lorna Simpson, su fabricworkshopandmuseum.org. URL consultato il 21 aprile 2026.
  2. ↑ (EN) Lorna Simpson, su hauserwirth.com. URL consultato il 21 aprile 2026.
  3. 1 2 3 (EN) Lorna Simpson: Source Notes, su metmuseum.org. URL consultato il 25 aprile 2026.
  4. ↑ (EN) Kellie Jones, Thelma Golden, Chrissi Iles, Lorna Simpson, London, Phaidon, 2002, ISBN 978-07-14-84038-3.
  5. ↑ (EN) The Artist Turning Black Hair into “Galaxies, Solar Systems, Moonscapes”, su anothermag.com. URL consultato il 25 aprile 2026.
  6. 1 2 (EN) Lorna Simpson, su Guggenheim Museum. URL consultato il 21 aprile 2026.
  7. 1 2 (EN) Lorna Simpson, su The Art Story. URL consultato il 21 aprile 2026.
  8. ↑ (EN) Acclaimed artist Lorna Simpson on courage, race and gender, in Financial Times, 23 febbraio 2018. URL consultato il 22 aprile 2026.
  9. ↑ (EN) Lorna Simpson, su Studio Museum in Harlem. URL consultato il 21 aprile 2026.
  10. 1 2 3 (EN) Lorna Simpson: Artist and Pioneer of Conceptual Photography, su Rollins Museum of Art, 11 marzo 2024. URL consultato il 21 aprile 2026.
  11. 1 2 3 4 5 6 (EN) Bio, su Lorna Simpson Studio. URL consultato il 21 aprile 2026.
  12. 1 2 (EN) Inside Lorna Simpson's Tireless Pursuit of Transformative Images, su Artsy, 28 settembre 2021. URL consultato il 22 aprile 2026.
  13. ↑ (EN) Lorna Simpson’s Waterbearer, su artforum.com. URL consultato il 24 aprile 2026.
  14. ↑ (EN) Lorna Simpson American, born 1960, su moma.org. URL consultato il 24 aprile 2026.
  15. ↑ (EN) Lorna Simpson, su baltic.art. URL consultato il 24 aprile 2026.
  16. ↑ (EN) The Deflection of the Gaze: How Lorna Simpson's Stereo Styles Subverts the Messages of Advertisers, su Scholarly Commons, University of the Pacific. URL consultato il 22 aprile 2026.
  17. 1 2 (EN) Lorna Simpson, su AWARE – Archives of Women Artists, Research and Exhibitions. URL consultato il 22 aprile 2026.
  18. ↑ (EN) Lorna Simpson. Necklines, 1989, su studiomuseum.org. URL consultato il 24 aprile 2026.
  19. ↑ Belisle, p. 161
  20. ↑ (EN) The Decade Show: Frameworks of Identity in the 1980s, su archive.newmuseum.org. URL consultato il 24 aprile 2026.
  21. 1 2 Belisle, p. 158
  22. ↑ Clarissa Ricci, Aperto. 1980-1993. La mostra dei giovani artisti della Biennale di Venezia, Milano, Postmedia, 2022, ISBN 9788874903351.
  23. ↑ (EN) Representing the Black Body: Lorna Simpson in Conversation with Thelma Golden, su phaidon.com. URL consultato il 24 aprile 2026.
  24. ↑ (EN) Beryl J. Wright, Saidiya V. Hartman, Lorna Simpson: For the Sake of the Viewer, Universe Pub, 1992, ISBN 978-0876636374.
  25. ↑ (EN) Wigs (Portfolio), su Fine Arts Museums of San Francisco. URL consultato il 22 aprile 2026.
  26. 1 2 3 (EN) Karla Méndez, Subjectivity, Anonymity, and Representation in the Art of Lorna Simpson, su blackwomenradicals.com. URL consultato il 22 aprile 2026.
  27. ↑ (EN) Lorna Simpson – Stereo Styles, su Art Blart. URL consultato il 22 aprile 2026.
  28. ↑ (EN) Lorna Simpson, su Whitney Museum of American Art. URL consultato il 22 aprile 2026.
  29. ↑ (EN) Lorna Simpson, in Artforum, giugno 2006. URL consultato il 22 aprile 2026.
  30. 1 2 (EN) Lorna Simpson receives Getty Medal, su Hauser & Wirth, 2019. URL consultato il 22 aprile 2026.
  31. ↑ (EN) Lorna Simpson, su hauserwirth.com. URL consultato il 22 aprile 2026.
  32. ↑ (EN) Katy Donoghue, The Fearless Lorna Simpson, su whitewall.art, 25 maggio 2017. URL consultato il 22 aprile 2026.
  33. ↑ (EN) Lorna Simpson, su Encyclopædia Britannica. URL consultato il 22 aprile 2026.
  34. ↑ (EN) J. Paul Getty Medal Goes to Lorna Simpson, Ed Ruscha, and Mary Beard, su J. Paul Getty Trust, 2019. URL consultato il 22 aprile 2026.
  35. ↑ (EN) Lorna Simpson. Third Person, su pinaultcollection.com. URL consultato il 25 aprile 2026.
  36. 1 2 (EN) ICA awards $100,000 Meraki prize to Lorna Simpson, su Boston Globe, 9 dicembre 2025. URL consultato il 22 aprile 2026.
  37. ↑ (EN) Lorna Simpson receives Getty Medal, su Hauser & Wirth, 2019. URL consultato il 21 aprile 2026.
  38. ↑ Stevanin, p. 127
  39. ↑ (EN) Eleanor Heartney, Lorna Simpson at Josh Baer, in Art in America, vol. 77, n. 11, 1989, pp. 185-186.
  40. ↑ Elder, p. 33
  41. ↑ (EN) Okwui Enwezo, Repetition and Differentiation. Lorna Simpson's Iconography of the Racial Sublime, in Lorna Simpson, New York, Abrams and American Federation of Arts, 2006, p. 117.
  42. ↑ (EN) Robert Nickas, New York Fax: Lorna Simpson, in Art Issues, n. 36, Dicembre 1989-Gennaio 1990.
  43. ↑ (EN) Beryl Wright, Back Talk: Recoding the Body, in Wright and Saidiya V. Hartman, Lorna Simpson: For the Sake of the Viewer, Chicago, Museum of Contemporary Art, 1992, p. 19.
  44. ↑ (EN) Peggy Phelan, The Ontology of Performance: Representation without Reproduction," in Unmarked: The Politics of Performance, in Unmarked: The Politics of Performance, London, Routledge, Taylor and Francis Group, 1993, p. 158.
  45. ↑ (EN) Eleanor Heartney, Lorna Simpson at Josh Baer, in Art in America, novembre 1989, pp. 185-186.
  46. ↑ Copeland, pp. 62-77
  47. ↑ (EN) Eleanor Heartney, Figuring Absence, in Art in America, Dicembre 1995, p. 87.
  48. ↑ Belisle, pp. 165-166
  49. ↑ (EN) Davis Pagel, ART REVIEWS : Hawkinson’s Out-of-Body Experiences, su latimes.com, 10 giugno 1993. URL consultato il 24 aprile 2026.
  50. ↑ (EN) Sylvia Wolf, Turning Down The Stereotypes, in ARTNews, 2002.

Bibliografia

Voci correlate

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