Matteo Franco
Matteo Franco (Firenze, 1448 – Pisa, 6 settembre 1494[1]) è stato un presbitero e poeta italiano, figura di un certo rilievo alla corte di Lorenzo il Magnifico del quale fu il "maestro di casa"; Lorenzo lo amava per il suo carattere gioviale e discorsivo e per la tenerezza che dimostrava verso i suoi figli, in particolare verso la fragile Maddalena, che lui seguì a Roma e che assistette devotamente finche ella morì. Verseggiatore di facile vena, libero e intraprendente, non temette di misurarsi con Luigi Pulci, un poeta tanto più grande di lui, in una tenzone rimasta celebre per i suoi toni accesi.
Biografia
Nacque da Franco di Brando Della Badessa, in una famiglia modesta anche se di origini molto antiche e rinunciò al cognome Della Badessa, preferendo, secondo l'uso corrente, adottare il patronimico poi semplificatosi nell'uso quotidiano in Matteo Franco. Non sappiamo quando, ma certo molto presto, prese i voti e fu ordinato prete.
Morti entrambi i suoi genitori, Matteo restò solo con la sorella Ginevra, di sette anni più giovane di lui, che lui dovette mantenere sino a che si maritò con il medico Giovan Battista Leopardi, ebreo convertito, di lei assai più anziano e già vedovo con un figlio già cresciuto di nome Pietro.[1]
Dal matrimonio con Ginevra ebbe un altro figlio che la madre volle chiamare Franco. Il 29 ottobre 1482 il Leopardi fece testamento, stabilendo che, nel caso la moglie si fosse risposata dopo la sua morte, tutori testamentari designati di Franco, il loro figlioletto, sarebbero stati il Poliziano e Pietro, il figlio natogli dal precedente matrimomio. Nel 1485 il medico morì e Ginevra assunse la tutela del figlio. Una volta cresciuto anche il giovane Franco si volle far prete come lo zio e da lui ereditò alcuni benefici.[1]
La svolta decisiva nella vita del Franco fu il suo ingresso nella famiglia de' Medici, avvenuto non sappiamo come e in che modo, probabilmente tramite il Poliziano, nei primi anni 70. Le sue mansioni furono piuttosto basse, ma remunerative. Comunque rimase fedele ai suoi Signori per tutta la vita; li servì essenzialmente come "provveditore alle spese e maestro di casa" ossia, "incaricato della gestione domestica e delle relative spese". Mansione di fiducia, benché di lignaggio servile: a tavola non sedeva assieme ai Signori ma con i suoi sottoposti, cuochi e camerieri. La notizia pur tramandata che il Franco sia stato maestro dei figli e nipoti di Lorenzo il Magnifico ha scarsi fondamenti. documentali: nel sonetto "Carissimo maggior, dite su presto" il Franco rappresenta se stesso indaffarato a seguire i fanciulli, ma la situazione descritta non è quella di un "precettore" ma piuttosto quella di un addetto alla custodia e alla prima amotevole educazione dei piccoli.[1]
Ad ogni modo, per quanto basse potessero apparire le sue mansioni nella "familia medicea", la generosa protezione dei Signori consentì al Franco, spirito intraprendente e, in certo modo, opportunista, di accumulare un numero invidiabile di benefici sia in Firenze che nel contado. La serie di atti rogati tra il 1482 e il 1494 dal notaio Domenico Guiducci testimonia la progressione nell'accumulo delle prebende. L'elenco qui riportato riguarda i dati accertati, nelle sue rime e lettere vi sono allusioni che lasciano intravedere un ininterrotto maneggio per assicurarsi sempre nuove e più redditizie rendite ecclesiastiche.
Il 24 gennaio 1482 entrò in possesso della cappella di Sant'Antonio nella chiesa di San Iacopo oltr'Arno; il 23 ottobre 1482 divenne rettore e cappellano di un'altra cappella di Sant'Antonio nella chiesa di San Paolo, anche se qui a causa di contrasti il Franco poté prendere possesso dell'ufficio solo nel 1487; nel 1482 era titolare della pieve di San Pietro a Sillano, diocesi di Fiesole; nella stessa diocesi il 25 luglio 1485 acquisì la Pieve di San Clemente a Pelago; il 3 gennaio 1487 entrò in possesso, tramite un procuratore, della chiesa di Santa Lucia a Massapagani; sempre tramite un procuratore, suo lontano parente, Giusto di Piero Della Badessa, il 13 aprile 1490 rilevò la Pieve di San Lorenzo a Montefiesole. Nel luglio 1490 divenne cappellano della cappella di Santa Maria de' Disciplinati nella Pieve di San Slvestro a Larciano allora diocesi di Lucca; nel 1491 ebbe la ricca pieve di San Donato in Poggio. Il 19 giugno 1492 il Franco fu creato da Piero de' Medici rettore delle chiese di San Michele a Petreto, della Cappella di Santa Maria di Momentana e il giorno dopo gli fu conferito il titolo prelatizio di canonico del capitolo del Duomo di Firenze.
L'occasione più importante in cui il Franco servì i suoi Signori fu nella primavera del 1488 quando, in qualità di "spenditore" e incaricato di fiducia, accompagnò la moglie di Lorenzo Clarice Orsini a Roma, dove si recava per celebrare le nozze della figlia Maddalena con il figlio di Innocenzo VIII Cybo, Francesco Cybo. matrimonio già contratto per procura il 25 febbraio di quell'anno, e anche allo scopo di concludere il matrimonio del figlio Piero con Alfonsina Orsini.[1]
Almeno nel periodo compreso tra i primi di marzo e l'inizio di maggio il Franco risiedette nel feudo dei Cybo in località Stigliano a 30 miglia da Roma. Non abbiamo la data certa di quando rientrasse a Firenze, comunque era presente in città alla fine di agosto del 1488. Poco dopo, per ordine di Lorenzo raggiunse Maddalena che, all'inizio di settembre, si era trasferita a Roma nella casa del Cybo in Borgo S. Pietro. Lorenzo si era fatto diffidente verso il genero che aveva dimostrato debolezza di carattere. Tramite il Franco Lorenzo intendeva affiancare alla giovane figlia un appoggio efficiente e fedele. In qualità di cappellano di Maddalena il Franco fu infatti inserito nella comunicazione al papa, con l'aggiunta del titolo di "commensale perpetuo". Il Franco inizialmente ne fu ben lieto, ma poi subentrarono malumore e finanche dispetto. Le speranze di ottenere a Roma prebende con la facilità con cui ciò era avvenuto a Firenze. si rivelarono presto assai difficili nell'infido ambiente romano dominato da familiari e clienti dei Cybo.
Gli anni seguenti furono invece segnati dall'assistenza alla malinconica e malaticcia figlia di Lorenzo, fino all inizio del 1492 quando la salute di questo segnò un deciso peggioramento. La perdita della primogenita Lucrezia e dalla condotta dissoluta in cui era ricaduto Franceschetto aggiunsero alla sua malattia uno stato persistente di tristezza e depressione.[1]
Dopo la scomparsa del Magnifico nell'aprile 1492, la fedeltà dell'antico servitore fu premiata con la nomina a canonico di Santa Maria del Fiore. Il 23 giugno il Franco fu accolto nel capitolo del Duomo accanto ad amici come Bartolomeo detto Baccio Ugolini, dal 1494 vescovo di Gaeta, e il Poliziano, il quale celebrò l'evento con una epistola a Piero de' Medici.[N 1] Rientrato a Firenze insieme a Maddalena e Franceschetto, il Franco divenne cappellano anche del figlio del Magnifico e in novembre lo accompagnò nell'ambasciata di obbedienza al neoeletto Papa Alessandro VI Borgia. Quindi, Sotto la diretta protezione dei suoi antichi padroni il Franco poté riprendere la scalata a nuovi privilegi.Come residenza si divise tra Firenze e Pisa, dove nel frattempo si erano trasferiti Maddalena e Franceschetto. A Pisa alla fine del 1493 ottenne la nomina a "spedalingo", che a quei tempi equivaleva a responsabile della gestione economica e organizzativa delle istituzioni ospedaliere di quella città, nonostante l'opposizione incontrata per essere lui un chierico e per non avere la cittadinanza pisana. Ma così fu, e le faticose cure di quello stabilimento ospedalero, di cui la cui precedente amministrazione era stata molto carente, assorbirono gli ultimi suoi mesi di vita. Morì a Pisa il 6 settembre 1494.
La fama del Franco come poeta è legata in special modo alla "tenzone poetica' con Luigi Pulci con il quale scambiò una settantina di sonetti di acre invettiva. Tradizionalmente si è voluto vedere nello scontro tra i due protetti di Lorenzo de' Medici una contesa di maniera inscenata tra i due letterati uniti nella realtà da una salda amicizia: tale è l'interpretazione accreditata già a ridosso della loro scomparsa da una delle prime stampe (Il "Libro dei sonetti", p. 3). In realtà il dissidio tra di loro non fu una finzione letteraria, come la tenzone tra Dante Alighieri e Forese Donati, fu invece reale e si accese non appena il Franco, entrato al servizio di Lorenzo, si adoperò in tutti i modi per conquistarne i favori e rendersi indispensabile. E' facile immaginare quanto il sensibile e permaloso Pulci abbia provato di irritazione e dispetto per il più giovane prete, invadente e arrampicatore, che osava minacciare la sua posizione di familiare di Lorenzo, già resa incerta dall'ostilità del Ficino. Una lettera del Pulci al Magnifico del 15 febbr. 1474 e una del Franco sempre al Magnifico del 14 gennaio 1475 forniscono il periodo approssimativo per datare la polemica, specie per il suo termine, È anzi probabile che allo scambio di versi tra i due principali protagonisti si intrecciassero analoghe scaramucce con altri personaggi della "corte medicea", come lasciano intravedere i sonetti scambiati tra il Franco e Bernardo Bellincioni e quelli tra quest'ultimo e Baccio Ugolini, senza contare i sonetti del Pulci contro Bartolomeo Scala e il Ficino.
Il Franco, data la sua estrazione modesta, quasi certamente non seguì studi regolari, fermandosi all'istruzione minima necessaria per essere ordinato prete. Purtuttavia, inserito nella "familia medicea", grazie al suo spirito arguto e brillante strinse amicizia con letterati, umanisti e giuristi che la frequentavano come Piero e Bernardo Dovizi, Jacopo Bracciolini al quale dedicò un sonetto, il giurista e notaio Antonio Calderini, Baccio Ugolini, il Poliziano, il quale lo ricordò per la sua limpidezza nel carme, a Bartolomeo Fonzio che, nella sua raccolta di "Detti piacevoli", riporta numerosi motti che lo hanno come protagonista; lo stesso Marsilio Ficino lo nomina spesso nelle lettere.[1]
Note
Annotazioni
- ↑ Epistolae, XII, 10).
Fonti
- 1 2 3 4 5 6 7 Franco Pignatti, Matteo Franco, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 50, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1992. URL consultato il 28 marzo 2026.
Bibliografia
- Franco Pignatti, Matteo Franco, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 50, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1992. URL consultato il 28 marzo 2026.
Voci correlate
Altri progetti
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Collegamenti esterni
- Franco, Matteo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Arturo Pompeati, FRANCO, Matteo, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1932.
- Franco, Mattèo, su sapere.it, De Agostini.
- (EN) Opere di Matteo Franco, su Open Library, Internet Archive.
- (FR) Bibliografia su Matteo Franco, su Les Archives de littérature du Moyen Âge.
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