Michi Kobi

Michi Kobi nel 1959

Michi Kobi, nome d'arte di Machiko Kobinata Okamoto, (Sacramento, 2 novembre 1924 – Manhattan, 1° marzo 2016), è stata un'attrice statunitense.[1][2][3]

Biografia

Kobi nacque il 2 novembre 1924 a Sacramento, in California. Suo padre, Rikikazu Okamoto, arrivò in America all'età di 17 anni nel 1902 e divenne medico. Nel 1923 suo padre si recò in Giappone dove sposò Ito Kobinata e poi la portò con sé a Sacramento.[4] Durante la Seconda guerra mondiale, in seguito alla firma dell'Ordine esecutivo 9066, Kobi e sua madre furono rinchiuse prima al Tanforan Assembly Center e poi al Topaz War Relocation Center.

Dopo la guerra si trasferì a New York City, con l'intenzione di diventare attrice, e visse lì per il resto della sua vita. Studiò recitazione alla New York University.

Esordì come attrice nel 1954 in un episodio della serie The New Adventures of China Smith.

Oltre a recitare a teatro, al cinema e in televisione, lavorò anche come modella, segretaria e traduttrice. Come traduttrice lavorò per la Japan External Trade Organization (JETRO). Fu molto schietta riguardo alle descrizioni edulcorate delle condizioni nei campi di internamento della Seconda guerra mondiale e si batté anche per ottenere scuse e risarcimenti.

Nel 1961 abbandonò la recitazione a causa dei pochi ruoli di qualità per donne asiatiche. Diversi anni dopo tornò a recitare nel film American Risciò del 1989 e in un episodio della serie Law & Order - I due volti della giustizia nel 2004.

Morì a Manhattan, New York City, il 1° marzo 2016.[1][2][3][4]

Filmografia

Cinema

Televisione

Note

  1. 1 2 Michi Kobi Papers (TAM 697), su apa.nyu.edu, Asian/Pacific/American Institute, New York University, 13 agosto 2018. URL consultato il 27 giugno 2020.
  2. 1 2 Kobi, Michi, in New York Times, 17 aprile 2016. URL consultato il 27 giugno 2020.
  3. 1 2 Michi Kobi Obituary, su legacy.com, Legacy.comTimes, 16 aprile 2016. URL consultato il 27 giugno 2020.
  4. 1 2 Sato Hiroaki, I became temporarily blind, deaf and paralyzed, su japantimes.co.jp, Japan Times, 31 marzo 2016. URL consultato il 27 giugno 2020.

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