Museo Ettore Guatelli

Museo Ettore Guatelli
Ubicazione
StatoItalia (bandiera) Italia
LocalitàOzzano Taro
Indirizzovia Nazionale 130
Coordinate44°42′13.59″N 10°08′09.01″E
Caratteristiche
Tipoetnografia
Intitolato aEttore Guatelli
Visitatori1 717 (2022)
Sito web

Il Museo Ettore Guatelli è un museo etnografico sito nel podere Bellafoglia a Ozzano Taro, frazione di Collecchio in provincia di Parma. Il Museo si trova allestito negli spazi che furono della casa della famiglia Guatelli e del loro podere, ed è frutto della lunga opera di raccolta e allestimento a cui Ettore Guatelli ha dedicato gran parte della propria esistenza.

Più di 60 000 oggetti di uso quotidiano sono disposti sulle pareti e sui soffitti del percorso museale, organizzati secondo motivi geometrici e contribuendo a un insieme visivo articolato.

Il Museo è oggi gestito dalla Fondazione Museo Ettore Guatelli, nata nel 2003 allo scopo di conservare, valorizzare e promuovere l'opera del suo creatore.

Storia

Ettore Guatelli, ideatore del museo.

Il Museo Ettore Guatelli si trova a Ozzano Taro, in provincia di Parma, all'interno di una casa colonica che fu anche l'abitazione del suo fondatore, maestro elementare, etnografo autodidatta e instancabile collezionista. Il museo nasce dalla sua straordinaria passione per gli oggetti della vita quotidiana, in particolare quelli legati alla cultura contadina e artigiana del Novecento. Nel corso della sua vita, Guatelli ha raccolto oltre 60 000 oggetti: utensili da cucina, attrezzi agricoli, scarpe, giocattoli, contenitori, orologi, chiodi, ferri da stiro, materiali di scarto e molto altro.

Questi oggetti, apparentemente umili e privi di valore economico, diventano nelle sue mani strumenti per raccontare storie dimenticate: quelle dei lavoratori, dei contadini, degli artigiani, delle persone comuni. Guatelli non si limita a raccogliere: studia, cataloga, ascolta ma soprattutto dispone gli oggetti secondo criteri visivi e narrativi originali. Le pareti, i soffitti e le stanze della casa diventano uno spazio unitario in cui gli elementi sono disposti in relazione tra loro, producendo un risultato visivo evocativo.

Il museo non è una collezione tradizionale, ma un racconto visivo e poetico sulla dignità del lavoro manuale, sull'ingegno della sopravvivenza, sulla memoria delle persone “senza storia”, come le chiamava Guatelli. Dopo la sua morte, il museo è stato affidato alla Fondazione Museo Ettore Guatelli, che ne cura la conservazione e la valorizzazione.

Oggi il Museo Guatelli è riconosciuto a livello nazionale e internazionale come un luogo unico nel suo genere: un museo antropologico, artistico e narrativo insieme, che invita i visitatori a riflettere sul valore degli oggetti quotidiani e sul significato della memoria collettiva.

Struttura del museo

Ingresso

L'ingresso del Museo Guatelli si apre sul cortile della casa colonica ottocentesca che ospita il museo, all'interno di quello che una volta era il granaio. La presenza fin da subito di oggetti appesi alle pareti, disposti in modo ritmico e ripetitivo, anticipa il criterio estetico e allestitivo che caratterizza l'interno del museo.

Antiche ruote di legno poste all'interno della "navassa", nella prima sala espositiva.

La disposizione non segue infatti criteri cronologici o tipologici tradizionali, ma privilegia un ordine estetico e ripetitivo che stimola uno sguardo nuovo sull'oggetto quotidiano[1].

All'ingresso sulla destra, è presente la navassa[† 1] al cui interno Guatelli ha realizzato una particolare composizione di ruote e ruotini. La stanza è stipata di piccoli e grossi contenitori, prevalentemente di legno: botticelle, bigonci per il bucato, imbuti, e triboli che, serviti un tempo a trebbiare il grano sull'aia, si fanno colonne portanti della società rurale qui rappresentata.

Sulla sinistra invece, oltre gli oggetti più grandi: il rullo e il torchio contornati da innumerevoli altri oggetti ad incastonarli all'interno di una singolare composizione. Il torchio, con il vitone di legno necessariamente grosso per non rompersi nello sforzo di premere vinaccia od olive[2], doveva essere collocato in ambienti molto spaziosi.

Lo scalone

Nello scalone che segue l'ingresso, continuano le mensole con contenitori di legno, in gran parte misure fatte in casa, ma anche prodotte industrialmente[2], come il doppio decalitro che fungeva da misura per i sacchi del grano. Proseguendo, si notano una serie di cassette di legno contenenti sveglie: un modo semplice ma dal risultato estetico straordinario, per riparare gli ingranaggi delle sveglie dalla polvere e dalla fuliggine.

Veduta dello scalone, tra contenitori, orologi e strumenti musicali

Sulla parete sono inoltre esposti una serie di strumenti musicali che, almeno in parte, erano appartenuti alla banda musicale di Tarsogno[2] alla fine dell'ottocento oltre a curiosi oggetti appuntiti: si tratta di pettini per la raccolta dei frutti di bosco.

Sulla parete di destra, colpisce una serie di ferri di cavallo, armoniosamente allestita. Proseguendo verso il ballatoio, l'insegna ad arco, sopra la porta, proviene da un'osteria cremonese denominata “L'osteria dei tre re” (ovvero i Magi); oggi però riporta, sovrascritta da un nuovo proprietario, l'insegna "Da Walter"[2].

Il soffitto ricoperto di cesti appesi è tra le curiosità più evidenti di questo singolare percorso verso il cuore del Museo: non per la particolare foggia dei contenitori, ma per la domanda rispetto a come abbia fatto Ettore Guatelli ad appendere i cesti a quell'altezza[1].

Stanza dei giochi

Salita la stretta e ripida scala dall'ingresso e lasciato a destra il grande salone, lo sguardo coglie sullo stretto ballatoio

«quella piccola stanza che più mi ha dato da fare e che meno sento di aver dominato e di aver fatto "bella"»

. È la stanza dei giochi che mostra, nella luce piena dell'unica finestra, gli oggetti dell'infanzia, dell'immaginazione: i giocattoli.

Questa stanza dei giochi racconta di una condizione sociale e storica, di un contesto economico agricolo povero, essenziale, svela le abitudini, i bisogni e i piaceri di una comunità familiare attiva nel lavoro dei campi e nella cura degli animali. Nella stanza ci sono i giocattoli che rappresentano e appartengono al mondo contadino e preindustriale del secolo scorso. Qui trovano spazio automobiline, bambole, pupazzi, aeroplanini, riproduzioni di strumenti musicali, figure di animali, trampoli, ma anche nidi di uccelli, topolini secchi, disegni su tavole di legno, alveari, animali esotici imbalsamati... Oggetti curiosi che riempiono interamente il soffitto e le pareti e con i quali i bambini si divertivano a giocare ed inventare storie, pur non essendo dei veri e propri giocattoli.

Sono giochi molto diversi da quelli a cui siamo abituati oggi, costruiti spesso con materiale di recupero (pezzi di legno, scatole di latta, fil di ferro, noci, castagne, cartone...) ad imitazione del mondo dei grandi, in particolare dei mestieri di campagna. Il trattore con le scatole di latta, la bambola di pezza, i camioncini di legno, i buoi di sughero con l'aratro... non erano altro che il mondo degli adulti visti con gli occhi dei bambini.

Semplici pezzi di legno o meccanismi sofisticati, giochi per tutti i gusti

Il giocattolo aiutava in questo modo il bambino a comprendere la differenza tra il mondo interiore e quello esterno, e ad imparare a gestire i propri sentimenti e le proprie insoddisfazioni, ad affrontare la tensione generata dallo scarto tra i suoi desideri e l'impossibilità di soddisfarli; è decisivo fattore culturale... un'occasione particolare per lo sviluppo e il controllo delle facoltà mentali.

E i giocattoli che riempiono le pareti e il soffitto sono veramente poveri, costruiti o ricostruiti da mani infantili e adulte perché Ettore Guatelli, il maestro, come un regista ha raccolto pezzi autentici o ricostruiti da veri artigiani perché non se ne perdesse memoria. Questi giochi risultano depositari di una memoria individuale e collettiva del mondo dei bambini e sono, comunque, testimoni veritieri di una condizione sociale.

Non tutti sono giocattoli veri e propri. Sono fatti dalle stesse persone che da adulti però usano meglio le mani. Un certo numero è anche autentico, d'epoca, e viene dai solai. Che i raccoglitori hanno imparato a setacciare...[3].

Ecco allora le bambole di legno per le bambine ricavate da scorze di alberi o i camioncini dei ragazzi con la semisfera del mestolo davanti che diventava fanale con la luce della candela che accendeva l'immaginazione e preoccupava gli anziani che sgridavano per paura di un incendio ma per Ettore e i suoi compagni di giochi era bello tirarsi dietro il camioncino che proiettava in avanti la luce come quelli veri[4].

Nella stanza ci sono giocattoli di tutti i generi e ognuno è testimone di qualcosa, di una reale esperienza di vita. Ci sono giocattoli che fanno meraviglia per l'ingegno dei costruttori come le macchine che si muovono da sole o con una manovella che le attiva e ci sono dei semplici nidi di uccelli, ci sono birilli di legno e manubri di bicicletta fatti con il filo di ferro per dare vita ad immaginari giri d'Italia che solo nella fantasia dei bambini potevano esistere.

Poi compaiono anche i giochi nuovi che la civiltà industriale stimolava. Nelle discariche dei due insediamenti industriali vicino alla casa coloniale apparvero nuovi materiali come la plastica o altri scarti di lavorazione e quindi il tubetto di dentifricio si trasforma in una figura umana, le confezioni di lucido da scarpe diventano ruote di un trattore e la scatola dei pelati diventa la caldaia di una locomotiva “sono le figurine nate per diletto, ma più per suggerire come si possa, dal niente, fare qualcosa che aiuti a passare il tempo e a dare, a chi le fa, anche il piacere per l'invenzione"[3].

Salone principale (granaio)

Questo salone è stato tante cose: granaio, spazio per l'allevamento del baco da seta, spazio per l'allevamento di polli da batteria poi ancora granaio[5] e, infine, museo: la più bella stanza del museo; adesso è organizzata e divisa per mestieri: il falegname, il fabbro, l'arte della tessitura, quella della norcino, il lavoro del contadino...

Attrezzi esposti nel salone in giochi di forme attentamente studiati

Lo spettatore in questo salone sprofonda perché si trova circondato da sollecitazioni emotive e culturali improvvise che diventano trame di un racconto che congiunge l'estetica (nella cura espositiva e nella originalità dell'allestimento) la sociologia (per l'evidente, chiarissimo collegamento tra l'uomo, il lavoro e la società) l'antropologia (nella palese, lucida dimostrazione della fatica del vivere) e la poesia (che rivela una dimensione umana ormai sconosciuta al visitatore).

Tra gli oggetti presenti ci sono zangole, torni, gabbie per formaggi, centinaia di coltelli di tutte le misure, mantici enormi, aratri e (perché no?), anche la polvere lasciata dai tarli del legno. Anche quella segatura serviva a qualcosa….

Centinaia di oggetti che, uguali, senza differenti livelli di importanza, parlano, e, pur nella loro diversità, raccontano, documentano, testimoniano la grandiosa unità di quel mondo contadino chiuso tra il mare e il Po e, oltre ad essere testimonianza, grazie alla loro sistemazione nel salone ad opera del regista / artista Guatelli, assolvono anche una funzione estetica diventando un'originale e unica opera creativa.

Cucina

Non si tratta di una cucina come possiamo immaginarla, pensata per cucinare e consumare i pasti della giornata, ma bensì una wunderkammer, una camera delle meraviglie in cui trovano spazio centinaia di oggetti afferenti agli ambienti delle cucine di una volta. A terra, mobili rustici, due ricavati da tronchi. In alto, pentole a soffitto, mentre sulle pareti troviamo conche di legno e stampi per dolci di forma tonda. E ancora testi in ghisa e rarissimi testi in terracotta di varie dimensioni.

Le caratteristiche allestitive dello spazio della cucina, frutto delle scelte operate dall'autore del Museo escludono a priori di poter considerare l'ambiente come una delle tante “cucine” presenti all'interno dei musei etnografici tradizionali, e pertanto non riconducibile a criteri di catalogazione tradizionale. La “Cucina” può quindi essere considerata come il risultato della ricerca e documentazione condotta da Ettore Guatelli intorno al tema delle pratiche alimentari domestiche, restituito attraverso un allestimento che sembra, nella maggior parte dei casi, voler tenere conto più delle geometrie degli oggetti che non della loro funzione[6].

Tra le particolarità presenti, la corona di foglie di castagno secche da far rinvenire prima di metterle sul tagliere lievitatoio perché non vi si attaccasse il pane ancora in pasta[6]. E ancora le grattugie all'interno del mobile in legno ad angolo; le pestarole su cui si batteva il lardo con il coltellaccio, e che dovevano essere abbastanza spesse da non consumarsi subito.

Stanza delle scarpe e delle scimmie

La parete delle scarpe

A destra, alla fine del “grande salone”, da una porta quasi indistinguibile dalla parete per i numerosi attrezzi che vi sono inchiodati, si accede alla stanza delle scarpe e delle scimmie. Si caratterizza per la presenza di strumenti da scimmiaro (originali, acquistati da un giramondo bedoniese) e di una scimmia imbalsamata proveniente dalla vicina Isola di Compiano. Vi sono conservate anche altre testimonianze di antichi mestieri, fatti di vari spettacoli ambulanti, con foto e documenti di orsanti [7]. La stanza accoglie numerosi altri oggetti, in particolare scarpe e forme per realizzarle, di varie dimensioni, esposte su una parete in semicerchi concentrici. Sul lato, a fianco della porta, un altro dei “simboli” del museo, tra gli oggetti più fotografati: una scarpa (trovata nei pressi di Bobbio [8]) risuolata, rabberciata e ricucita col fil di ferro [8]). Non sfugge all'occhio, sulla parete opposta, un particolare zoccolo utilizzato per la pilatura delle castagne secche[9].

Ancora: indumenti più e più volte oggetti di rattoppo, arte già all'epoca “non padroneggiata da tutte le donne”[7], ricordi volutamente cercati e recuperati di un mondo nel quale “non cercare di far portare un capo di vestiario fino al possibile non sarebbe stato da contadina”[7].

Locali della casa

Camera da letto di Guatelli

Parete della camera di Ettore; in bella vista la cassettiera che custodiva i suoi appunti sugli oggetti del museo

Situata al piano terreno, è l'ultima stanza nella quale visse Ettore Guatelli; qui il padrone di casa lavorò e dormì fino alla sua morte. Sobria, quasi spartana, è arredata con il letto e una piccola scrivania sulla quale ora riposa la macchina da scrivere un tempo strumento di compilazione degli innumerevoli appunti, scritti e schede descrittive degli oggetti posseduti ed esposti, cartoncini in passato custoditi nello schedario piuttosto artigianale che vi si trova alle spalle ed ora tesoro conservato dalla Fondazione e tutto da riscoprire e rendere fruibile con pazienza certosina.

Anche qui alle pareti mensole ricolme delle creature antropomorfe create a mano dall'instancabile maestro ormai in pensione, mulini a vento creati con gusci di noce, canovacci in cornice, una foto con gli amici in visita[† 2] e ...appese al soffitto le grucce appendiabiti, armadio sui generis, espressione di essenzialità contadina che bada più al sodo della funzione che all'estetica delle cose.

Camera dei vetri

Qui visse a lungo una zia di Ettore Guatelli, dalla giovinezza fino alla morte, e lo spazio divenne in seguito uno dei luoghi più emblematici della poetica del collezionista maestro parmense. La stanza prende il nome dalla grande presenza di vasi e contenitori di vetro disposti su due pareti, che Guatelli nel tempo ha riempito di centinaia di piccoli oggetti della vita quotidiana: chiavi arrugginite, rasoi e pennelli da barba, matite, formine, piccole roncole, attrezzi da lavoro, utensili domestici e giocattoli. Guatelli stesso osservava come l'insieme fosse talmente vario e ricco da rendere impossibile ogni tentativo di inventario completo[10] e l'accumulo dei materiali, disposto in ordine serrato, ne richiama l'idea di “bosco delle cose”, dove gli oggetti non hanno più solo funzione d'uso, ma diventano tracce di memoria collettiva. Accanto ai vasi, la stanza ospita anche collezioni differenti: strumenti di musica popolare (cornamuse, muse, pifferi..), radio, strumentazioni tecniche varie, organetti... Particolare la presenza di "cornasse", grandi conchiglie forate utilizzate come strumenti a fiato[† 3]. Diffuse un tempo nelle zone appenniniche, emettevano un suono cupo e riconoscibile. Venivano usate per molteplici scopi: richiamare i lavoratori nei campi, segnalare il ritrovamento di persone o animali smarriti, chiamare i ragazzi al pascolo o persino invocare il medico in caso di urgenza. Altre volte la cornassa era suonata in occasione di feste, matrimoni di vedovi o durante il Carnevale, sostituendo i colpi di fucile troppo costosi[11].

Camera delle scatole

Tutto ebbe inizio qui. Stanza nel sottotetto della grande casa colonica, era la camera dei genitori di Ettore Guatelli e qui nacquero i loro quattro figli[12].

Fredda d'inverno, tanto da dover rompere il ghiaccio che si formava nel catino prima di potersi lavare, torrida d'estate senza potervi aprire la finestra per via delle zanzare che sarebbero entrate indisturbate per poi non dare tregua[12].

Particolare di una parete della camera delle scatole

Guatelli decise di raccogliere qui le scatole, chiamate latte se il loro contenuto superava i 5 chilogrammi[13], sistemando scientemente gli scaffali fatti di assi sostenute da tondini di ferro conficcati nel muro[13]. Sulle pareti e sul soffitto collocò anche lastre stampate destinate a formare le scatole, locandine in latta esposte nei bar a pubblicizzare i gelati e i frontalini delle cassette da frutta e verdura[12]. Per ultimi comparvero i tappeti sul pavimento[12].

Raccolte nelle discariche delle aziende produttrici (l'attenzione all'ambiente era ancora qualcosa di vago) o recuperate dai negozianti, le latte diventavano giocattoli, contenitori di qualcosa di diverso (in genere indicato a mano sul retro), teglie da forno, rivestimento per le assi del “prete”… a seconda delle necessità e della fantasia[12].

La raccolta nacque per documentare una consuetudine familiare, il riuso di materiale prezioso che non poteva andare sprecato ma, anzi, così prezioso e raro che il produttore inizialmente le consegnava “a rendere” o che i negozianti facevano pagare[13]. Ma la motivazione della raccota sfociò nella piacevolezza estetica degli oggetti raccolti e infine per salvare il ricordo[13] di una marca, o di un'azienda, che si sarebbe persa nel tempo con il variare dei gusti o il mutare della denominazione sociale del produttore.

Camera degli orologi

La stanza degli orologi, conosciuta anche come stanza degli ospiti, rappresenta uno degli ambienti più evocativi del Museo Ettore Guatelli. Situata al termine del percorso espositivo, chiude idealmente la visita al museo, trasformandosi in un luogo di riflessione sul tema del tempo e della memoria.

Le pareti sono interamente ricoperte da orologi di ogni tipo — da tasca, da parete e da braccio — raccolti da Ettore Guatelli nel corso della sua vita. Molti di essi sono fermi a ore diverse o privi di lancette: simboli di un tempo sospeso, che non misura più il ritmo del lavoro o della quotidianità, ma invita a meditare sul valore della durata e del ricordo. Originariamente, la stanza ospitava il letto destinato ai visitatori provenienti da lontano, trasformandosi oggi in un luogo in cui il tempo “della visita” si chiude per lasciare spazio al tempo "della memoria".

La raccolta testimonia la passione di Guatelli per gli oggetti popolari e per ciò che racconta la vita comune: tra gli orologi si trovano semplici modelli da tasca appartenuti a contadini o emigranti, ma anche pezzi curiosi o artigianali. Guatelli stesso ricordava il suo primo orologio, un modesto Roskoff ricevuto in dono, e le visite di un orologiaio ambulante che riparava gli orologi dei paesi della valle, soprannominato “Al bel ciochén” per il suono che emettevano i meccanismi una volta rimessi in funzione.

Ballatoio delle ceramiche

Il ballatoio delle ceramiche si trova all'ultimo piano della casa-museo di Ettore Guatelli, di fronte alla stanza che fu per molti anni la sua camera personale e che oggi ospita la stanza degli orologi. Lungo le assi di legno che fungono da scaffali, sono esposte numerose ceramiche di uso quotidiano: scodelle, piatti, brocche e recipienti popolari raccolti nel corso del tempo.

Si tratta principalmente di ceramiche popolari di serie, prodotte in epoca contemporanea e un tempo vendute dagli ambulanti conosciuti come scodellari, che ne portavano gli esemplari di casa in casa nelle campagne dell'Emilia. Accanto a queste si trovano anche oggetti più recenti, come le ceramiche promozionali distribuite dal marchio Mulino Bianco negli anni settanta e ottanta.

E fu proprio una ciotola contadina esposta nel ballatoio ad aver ispirato la celebre collezione del “Coccio” Mulino Bianco, nata nel 1978 come prima raccolta punti di successo dell'azienda Barilla. In quegli anni, la casa di Ettore Guatelli era frequentata da esponenti dell'azienda parmense, che avrebbero tratto spunto da quell'oggetto della vita rurale per trasformarlo in simbolo di una tradizione domestica riscoperta[† 4].

Ex-camera delle valigie

All'interno della casa-museo di Ettore Guatelli, nella stanza attigua a quello che oggi è l'ufficio della Direzione, esisteva una stanza nota come Stanza delle Valigie[† 5], così chiamata per le numerose valigie disposte lungo tutte le pareti, utilizzate da Guatelli per conservare vestiti, biancheria, oggetti, documenti, fotografie, registrazioni, stampe, libri e materiali d'archivio[14]. La stanza costituiva uno dei nuclei centrali dell'archivio privato del collezionista e ospitava, inoltre, parte della raccolta di strumenti musicali, in seguito ricollocati in un altro ambiente del museo. La documentazione fotografica precedente al 1996 mostra infatti valigie, armadi, strumenti popolari e numerose macchine da scrivere collocate nell'ambiente.

Nel febbraio del 1996 un incendio distrusse completamente la Stanza delle Valigie, causando la perdita di una parte significativa del patrimonio documentario raccolto da Guatelli nel corso della sua vita. Andarono perduti oggetti, fotografie, registrazioni, annotazioni di ricerca, riviste e una vasta quantità di documenti personali e familiari. La perdita riguardò anche molti dei diari che Guatelli aveva redatto quotidianamente dal 1935 al 1994.

Le testimonianze dell'epoca descrivono la reazione di Guatelli all'indomani dell'incendio: provato dalla stanchezza ma profondamente colpito dalla mobilitazione di vicini, volontari, studenti, enti locali e personale della Soprintendenza, accorsi per recuperare quanto possibile[14]. Il collezionista rimase sorpreso dalla presenza di molte persone sconosciute che contribuirono alle operazioni di salvataggio, un sostegno che attenuò in parte l'impatto della perdita e che fu interpretato come un riconoscimento collettivo del valore del suo lavoro[14]. Questo evento contribuì inoltre a consolidare la decisione, già maturata tra istituzioni e comunità locale, di rendere pubblico e tutelare il patrimonio raccolto da Guatelli.

Progetto interculturale “Storie Plurali. Il Museo Guatelli, oggetti e storie di vita”

Nel 2008-2009, il Museo Ettore Guatelli prese parte al progetto europeo MAP for ID - Museums as Places for Intercultural Dialogue[15][16], nell'ambito del quale realizza il percorso/laboratorio “Storie Plurali. Il Museo Guatelli, oggetti e storie di vita”.[17] Il progetto si rivolge a donne migranti e native (insegnanti e non) in età compresa tra i 18 e i 60 anni e si ispira alla filosofia del fondatore della raccolta Guatelli, nel voler raccogliere esperienze e storie delle partecipanti legate agli oggetti del Museo, sviluppate attraverso le modalità del laboratorio teatrale. L'iniziativa nasce dalla collaborazione tra l'Associazione Clio ‘92 e la Direzione della Fondazione Museo Ettore Guatelli come una delle possibili risposte del museo al territorio rispetto al tema dell'intercultura e al coinvolgimento di soggetti migranti nelle proprie attività.

Note

Esplicative

  1. ↑ Il nome è riportato in un foglio scritto di pugno da Guatelli, ma nei dizionari viene indicato come navazza: si tratta di una specie di cassone a sponde basse che si restringono a bocca, da cui far correre via l’uva che vi veniva versata dai vendemmiatori
  2. ↑ Per l'esattezza sono ritratti oltre a Guatelli, Roberto Benigni e Giuseppe Bertolucci
  3. ↑ Il termine ha probabilmente origine dialettale; non vi sono riferimenti bibliografici diretti, ma molto probabilmente è il medesimo tipo di strumento altrove noto come tofa
  4. ↑ La ricostruzione dell'origine di questa vicenda è fatta direttamente da Mulino Bianco nel proprio "Calendario dei Ricordi Buoni 2025", nella pagina di aprile nella quale è anche riportata la fotografia della scodella ispiratrice.
  5. ↑ Gli autori del libro "Il Museo è qui" la definiscono "la camera che non c'è più".

Bibliografiche

  1. 1 2 Magni e Turci, 2005
  2. 1 2 3 4 Magni e Turci, 2005, p. 79
  3. 1 2 Guatelli e Clemente, 1996, p. 109
  4. ↑ Guatelli e Clemente, 1996, p. 107
  5. ↑ Magni e Turci, 2005, p. 115
  6. 1 2 Magni e Turci, 2005, p. 133
  7. 1 2 3 Magni e Turci, 2005, p. 146
  8. 1 2 Magni e Turci, 2005, p. 154
  9. ↑ Magni e Turci, 2005, p. 160
  10. ↑ Guatelli e Clemente, 1996
  11. ↑ Magni e Turci, 2005, p. 178
  12. 1 2 3 4 5 Magni e Turci, 2005, p. 189
  13. 1 2 3 4 Magni e Turci, 2005, p. 197
  14. 1 2 3 Magni e Turci, 2005, p. 167
  15. ↑ (EN) Museums as Places for Intercultural Dialogue, su mapforid.it, 26 settembre 2008. URL consultato il 28 ottobre 2024 (archiviato dall'url originale il 26 settembre 2008).
  16. ↑ (EN) MAP for ID – Museums as Places for Intercultural Dialogue, su patrimonioeintercultura.ismu.org. URL consultato il 28 ottobre 2024.
  17. ↑ “Storie Plurali”. Il Museo Guatelli, oggetti e storie di vita, su patrimonioeintercultura.ismu.org. URL consultato il 28 ottobre 2024.

Bibliografia

  • Ettore Guatelli e Pietro Clemente (a cura di), Il bosco delle cose. Il Museo Guatelli di Ozzano Taro, Parma, Ugo Guanda, 1996, ISBN 9788877469502.
  • Catia Magni e Mario Turci (a cura di), Il museo è qui. Il Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro, Skira, 2005, ISBN 9788876244810.
  • L'esperienza di “Storie Plurali” è inoltre documentata nella pubblicazione finale del progetto “MAP for ID”: S. Bodo, K. Gibbs, M. Sani (a cura di), I musei come luoghi di dialogo interculturale: esperienze dall'Europa, 2009.
  • “Storie Plurali. Il Museo Guatelli, oggetti e storie di vita”, a cura dell'Associazione Le Giraffe, DVD, 2009.
  • Ettore Guatelli. La vita delle cose, fotografie di Mauro Davoli, Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci, 2017

Voci correlate

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