Platylepas mediterranea

Platylepas mediterranea
Immagine di Platylepas mediterranea mancante
Intervallo geologico
gelasiano
↓
Classificazione scientifica
DominioEukaryota
RegnoAnimalia
PhylumArthropoda
SubphylumCrustacea
SuperclasseMulticrustacea
ClasseThecostraca
SottoclasseCirripedia
InfraclasseThoracica
SuperordineThoracicalcarea
OrdineBalanomorpha
SuperfamigliaCoronuloidea
FamigliaCoronulidae
GenerePlatylepas
SpecieP. mediterranea †
Nomenclatura binomiale
Platylepas mediterranea †
Collareta, Reitano, Rosso, Sanfelippo, Bosselaers, Bianucci, & Insacco, 2019

Platylepas mediterranea Collareta, Reitano, Rosso, Sanfelippo, Bosselaers, Bianucci, & Insacco, 2019 è una specie di cirripede balanomorfo marino estinto[1] i cui resti fossili risalgono al Pleistocene inferiore.

Frutto di una profonda revisione della classe Thecostraca redatta nel 2021 da un gruppo di ricercatori coordinati dal taiwanese Benny Kwok-Kan Chan, è una delle 65 famiglie e le oltre 2 100 specie in cui si suddivide l'intera classe in base ai principali eventi morfologici nell'evoluzione dei cirripedi proposti alla comunità scientifica.[2]

Paleobiologia

I membri appartenenti alla superfamiglia Coronuloidea sono organismi filtratori, epibionti con un'interazione commensalistica con diversi vertebrati marini (tra cui cetacei e tartarughe marine) e invertebrati, e sono assegnati a due famiglia di cirripedi che proliferano sulle tartarughe, Chelonibiidae Pilsbry, 1916 e Platylepadidae Newman & Ross, 1976 (quest'ultima recentemente riclassificata[2]) e una che predilige le balene, Coronulidae Leach, 1817. I Chelonibiidi e i Coronulidi hanno una scarsa, sebbene significativa, documentazione fossile che risale rispettivamente all'Eocene e al Pliocene; a sua volta, la documentazione fossile dei Platylepadidi è limitata a un unico reperto risalente al Pleistocene superiore. Qui riportiamo un compartimento carinolaterale isolato del genere Platylepas Gray, 1825, il genere tipo della famiglia, proveniente dai depositi epibatiali del Pleistocene inferiore (Gelasiano) esposti a Milazzo (Sicilia, Italia). Questo esemplare è qui designato olotipo di una nuova specie, P. mediterranea †.[3]

Storia della scoperta

Il fossile è stato scoperto in una successione di strati sedimentari marini plio-pleistocenici esposti lungo una scogliera costiera a Capo Milazzo (Città metropolitana di Messina, Sicilia, Italia), una penisola situata nell'angolo nord-orientale della Sicilia, a sud-est dell'arcipelago eoliano. Questi depositi riempiono piccole depressioni sia sulle metamorfiti paleozoiche sottostanti che sulla loro copertura sedimentaria del Miocene superiore (Messiniano). Questi strati plio-pleistocenici sono ricoperti da una terrazza “tirrenica” che, a sua volta, è sovrastata da ceneri vulcaniche dell'Olocene. In particolare, i depositi limoso-sabbiosi ricchi di carbonati, denominati marne calcaree gialle, sono ricchi di fossili di invertebrati bentonici, tra cui coralli (madrepore e ottocoralli), echinodermi (echinoidi e crinoidi comatulidi), briozoi, molluschi, crostacei, foraminiferi, serpulidi e brachiopodi. Questa associazione fossile è ampiamente considerata indicativa di deposizione in ambiente epibatiale.[4]

Il campione è stato raccolto dall'affioramento di Cala Sant'Antonino dove lo strato di marne calcaree gialle raggiunge uno spessore massimo di 13,5 m. Questi strati risalgono al Pleistocene superiore, essendo in gran parte attribuibili al Gelasiano e, per quanto riguarda i loro ultimi decimetri, al Calabriano. Il compartimento platylepadid, recuperato dalla porzione gelasiana di questa successione, è ora conservato nelle collezioni del Museo civico di storia naturale di Comiso (Comiso, Libero consorzio comunale di Ragusa). Il campione è stato esaminato e fotografato utilizzando elettroni retrodiffusi sotto un microscopio elettronico a scansione (SEM) a tungsteno, strumento progettato per analisi routinarie e avanzate con capacità "Low Vacuum" (LMU), presso l'Università degli Studi di Catania.[5]

Note

  1. ↑ (EN) Platylepas mediterranea, su WoRMS.
  2. 1 2 Chan et al, 2021.
  3. ↑ Collareta et al, 2019, pp. 1-2
  4. ↑ Collareta et al, 2019, p. 2
  5. ↑ Collareta et al, 2019, pp. 2-3

Bibliografia

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