Prezzo della sposa

Presentazione formale del prezzo della sposa durante una cerimonia di fidanzamento in Thailandia, 2008.

Il prezzo della sposa, o ricchezza della sposa, è un trasferimento matrimoniale di beni o denaro dallo sposo o dalla sua famiglia alla sposa o alla sua famiglia.[1][2]

La pratica si distingue dalla dote, nella quale il trasferimento parte dalla sposa o dalla sua famiglia ed è diretto allo sposo o alla sua famiglia; si distingue inoltre dal trasferimento alla moglie, nel quale i beni provenienti dallo sposo o dalla sua famiglia sono attribuiti direttamente alla sposa.[3][4]

Dibattito sul termine

Busto di Edward Evan Evans-Pritchard nella Social and Cultural Anthropology Library di Oxford.

Gli studi antropologici usano più nomi per designare beni, denaro o servizi legati al matrimonio: prezzo della sposa (in inglese brideprice o bride price), ricchezza della sposa (bridewealth), servizio reso dallo sposo (bride service), nonché trasferimento alla moglie (dower).[5][4] L'antropologo britannico Edward Evan Evans-Pritchard preferì "ricchezza della sposa" a "prezzo della sposa" perché la prima espressione attenuava l'idea di acquisto, pur conservando il riferimento al valore economico dei beni trasferiti e alle loro funzioni sociali.[2] Le due formule possono designare lo stesso trasferimento, dallo sposo o dal suo gruppo familiare alla sposa o al suo gruppo familiare; in varie lingue dell'Indonesia, inoltre, i termini resi nelle lingue europee con "prezzo" e "acquisto" in ambito matrimoniale non implicavano necessariamente che la donna fosse considerata una merce.[6]

Funzioni sociali

Prezzo della sposa papuano in conchiglie, piume e intreccio di fibre, Papua Nuova Guinea, inizio XX secolo, The Children's Museum of Indianapolis (87.305.26).

Nel World Ethnographic Atlas di George P. Murdock, il prezzo della sposa compare in due terzi delle 1167 società preindustriali registrate, mentre la dote riguarda meno del 4% di quell'insieme; la pratica è presente anche nelle società antiche dell'Antico Egitto, della Mesopotamia, degli Ebrei, degli Aztechi e degli Inca, oltre che in aree dell'Africa, dell'Asia e del Vicino Oriente.[7] Per il Novecento, i dati comparativi coprono aree geograficamente e culturalmente distanti: la Cina rurale e urbana, Taiwan, la Thailandia rurale e urbana, Cairo, Damasco, Kinshasa, Tororo, l'Iran urbano, l'Uganda e la Turchia.[8]

Il pagamento sancisce pubblicamente il matrimonio e fissa i rapporti fra i due gruppi parentali; in molte società è inteso anche come compensazione per il trasferimento al marito o alla sua famiglia dei diritti sulla forza lavoro, sulla sessualità e sulla capacità riproduttiva della sposa.[9][10] Nelle società patrilineari, nelle quali la discendenza si trasmette per via paterna, la ricchezza della sposa è spesso elemento costitutivo del matrimonio tradizionale e consiste nel versamento di denaro o beni (soprattutto bestiame) dalla famiglia del marito a quella della moglie.[9] Il prezzo della sposa è più frequente nelle società tribali e nelle economie agricole in cui il lavoro femminile svolge un ruolo determinante; la dote prevale invece nelle società stratificate e nei sistemi agricoli basati sull'aratro.[10][11]

Nel Guatemala, questa logica compensatoria assumeva una forma specifica: la ricchezza della sposa era intesa come compensazione alla famiglia della donna per la crescita e il mantenimento della figlia e per il venire meno del suo apporto lavorativo; poteva inoltre costituire per lei una garanzia di sostegno da parte della famiglia di origine, qualora il matrimonio si fosse sciolto.[12]

In Melanesia, il prezzo della sposa può restringere le possibilità di scelta delle donne e ostacolare l'uscita dal matrimonio, ma può anche garantire loro accesso a sostegno materiale e a reti di parentela; i suoi effetti concreti dipendono dall'età delle donne, dalla tenuta delle reti di parentela e dalla residenza dopo il matrimonio, variando anche in rapporto a trasformazioni storiche di lungo periodo: dalla cristianizzazione al colonialismo e postcolonialismo, dall'inserimento nell'economia di mercato all'urbanizzazione e alla scolarizzazione.[13][14]

In Indonesia e in Zambia, nei gruppi che praticano il prezzo della sposa, una donna istruita tende a ricevere un pagamento più alto al momento del matrimonio, il che crea per i genitori un incentivo economico a investire nell'istruzione delle figlie; le ragazze di 5-22 anni appartenenti a questi gruppi risultavano più spesso iscritte a scuola rispetto a quelle di gruppi che non praticavano il prezzo della sposa, con differenze stimate di 4,1-4,9 punti percentuali in Indonesia e di 1,2-2,1 punti percentuali in Zambia.[15] Nei medesimi gruppi, la risposta ai programmi di costruzione scolastica si rivelava più marcata rispetto ai gruppi senza prezzo della sposa: in Indonesia, l'aggiunta di una scuola ogni mille bambini in età scolare in un distretto corrispondeva a un aumento di 2,5 punti percentuali nel completamento del ciclo primario femminile; in Zambia, la costruzione di una scuola aggiuntiva per chilometro quadrato in un distretto si traduceva in un aumento di 4,2 punti.[15] L'effetto non dipende da una maggiore ricchezza delle famiglie, da una composizione familiare favorevole, da atteggiamenti più permissivi verso l'istruzione femminile o da rendimenti particolarmente elevati della scolarizzazione nei gruppi con prezzo della sposa; per i maschi la stessa relazione non vale, né riguardo all'iscrizione scolastica né alla risposta ai programmi di costruzione.[15]

Confronto con dote e mahr

Contratto matrimoniale islamico (Abu'l Qasim Farhang ibn Vesal, 1874, Metropolitan Museum of Art, 1979.518.5).

I trasferimenti legati al matrimonio differiscono sia per provenienza dei beni — dalla famiglia della sposa o da quella dello sposo — sia per il destinatario finale, che può essere la coppia, uno solo dei coniugi oppure una delle due famiglie.[16] Il mahr è un trasferimento alla moglie, perché proviene dallo sposo o dalla sua famiglia ed è destinato alla sposa; prima dell'Islam, però, il termine indicava una forma di ricchezza della sposa comunemente consegnata al padre o al tutore della donna e trattenuta dalla famiglia di origine, mentre nella disciplina islamica divenne un diritto patrimoniale autonomo della moglie e una garanzia economica in caso di divorzio o morte del marito.[17]

I beni che provengono dalla famiglia dello sposo possono essere consegnati ai genitori della sposa, nella forma del prezzo della sposa, oppure direttamente a lei, come trasferimento alla moglie; i beni che provengono dalla famiglia della sposa possono invece essere destinati alla sposa stessa, come dote, oppure allo sposo e alla sua famiglia, nella forma del trasferimento allo sposo.[18] La dote e il trasferimento alla moglie restano nella sfera patrimoniale della coppia, ma durante il matrimonio sono formalmente proprietà della moglie; il passaggio dal prezzo della sposa alla dote, presente in diverse società antiche, prevedeva spesso una fase intermedia in cui il trasferimento proveniva ancora dalla famiglia dello sposo ma era attribuito direttamente alla moglie.[18] Questo passaggio riguarda Babilonesi, Egizi ed Ebrei e si lega allo sviluppo urbano di quelle civiltà; una transizione analoga coinvolse i popoli germanici.[18] Nella tradizione cinese, il prezzo della sposa poteva essere versato ai genitori della sposa e in parte restituito alla figlia come dote personale.[18]

Casi storici e regionali

Mesopotamia antica

Stele del Codice di Hammurabi, basalto nero inciso, Babilonia, circa 1793-1751 a.C.; rinvenuta a Susa, Louvre (Sb 8).

Nella Mesopotamia antica, il prezzo della sposa prendeva il nome di terḫatu nei testi in accadico e il suo importo era di norma computato in argento.[19][7] Nel Codice di Hammurabi, le leggi 159-161 regolano il caso in cui lo sposo porti doni e un accordo matrimoniale alla casa del futuro suocero e il matrimonio venga poi rifiutato; le leggi 163-164 stabiliscono il rapporto tra la restituzione del prezzo della sposa e i diritti del marito sulla dote quando la moglie muore senza figli.[20] In Mesopotamia, il prezzo della sposa andò diminuendo man mano che la società si urbanizzava dopo il XVIII secolo a.C. e il sistema della dote prendeva piede.[21]

Tradizione biblica

L'alleanza di Giacobbe e Labano (Pietro da Cortona, 1630-1635); olio su tela con Giacobbe e Labano (Louvre, INV 105 e MR 409).

Nella Bibbia ebraica, il prezzo della sposa compare in passi come Esodo 22:15-16 e Deuteronomio 22:28-29, dove il pagamento in argento si inserisce nelle norme che disciplinano il matrimonio successivo a un rapporto sessuale prematrimoniale.[22][7] Il lavoro prestato da Giacobbe per Rachele e Lia in Genesi 29 e 31 è interpretato come una forma di prezzo della sposa.[23] Nel mondo ebraico antico la pratica si trasformò progressivamente dal prezzo della sposa alla dote, seguendo il mutamento di contesto: dal nomadismo pastorale agli ambienti agricoli e urbani della terra di Canaan, e poi alla dispersione nelle comunità urbane del Mediterraneo dopo la diaspora del 70 d.C.[21]

Grecia antica: doni nuziali (hedna)

Processione nuziale su pisside attica a figure rosse in ceramica, attribuita al Pittore di Marlay, 440-430 a.C., British Museum (GR 1920.12-21.1).

Nei poemi omerici il termine hedna designa i doni nuziali — composti soprattutto da bovini — che il futuro sposo consegna al padre della futura sposa; l'accettazione degli hedna da parte del padre equivale al consenso matrimoniale e sancisce la legittimità della futura unione.[24] Gli hedna appartengono agli scambi che sanciscono le alleanze matrimoniali aristocratiche del mondo omerico e non sono riducibili alla teoria tradizionale del "matrimonio per acquisto"; nell'Iliade (11.220-245), Ifidamante, figlio di Antenore e di Teano, aveva già versato cento bovini e promesso altri mille capi tra capre e pecore per prendere in moglie una figlia di Cisseo non nominata nel poema, sorella di Teano e zia materna dello stesso Ifidamante.[25] In senso tecnico, però, gli hedna non equivalgono al prezzo della sposa: nell'antica Grecia e nella Roma antica l'istituzione caratteristica dei pagamenti matrimoniali era la dote.[21]

Europa alto-medievale

Pagina del codice Wandalgarius della Lex Salica, manoscritto in pergamena, 793, Biblioteca dell'Abbazia di San Gallo (Cod. Sang. 731).

Nell'alto medioevo, i popoli germanici che governarono l'Europa occidentale tra VI e X secolo richiedevano il prezzo della sposa perché il matrimonio fosse valido.[26] Nel IX secolo l'importo oscillava da un decimo del patrimonio del marito presso i Visigoti a un quarto presso i Longobardi, fino a un terzo tra i Franchi; cambiò anche la persona che poteva trattenere i beni: i Burgundi assegnavano un terzo del prezzo della sposa alla moglie e i due terzi residui ai suoi parenti, mentre nei codici visigoti, longobardi e franchi il trasferimento fu gradualmente trattato come attribuzione alla sposa.[26]

Il morgengabio, o "dono del mattino" o praetium virginitatis, era il regalo che secondo il rito longobardo il marito faceva alla propria moglie il giorno immediatamente dopo la prima notte di nozze.

Subcontinente indiano

Processione nuziale: sposa sotto il baldacchino (circa 1800, Los Angeles County Museum of Art); acquerello opaco su mica, Murshidabad, Bengala Occidentale (37.28.9).

Per l'India rurale del Novecento, un campione di oltre 74 000 matrimoni mostra che circa il 3% dei casi registrava un pagamento netto dalla parte dello sposo alla parte della sposa, riconducibile al prezzo della sposa; nei matrimoni restanti, il trasferimento netto era diretto dalla sposa allo sposo come dote.[27] Per il periodo 1986-2007, nei dati REDS compaiono anche casi di dote netta negativa, vale a dire matrimoni in cui i versamenti della parte dello sposo superavano quelli della parte della sposa; questi casi restavano però poco numerosi rispetto ai matrimoni con trasferimento netto verso la famiglia dello sposo.[28]

Cina

Rappresentazione museale di un matrimonio tradizionale cinese del XIX secolo, Museo dei costumi popolari di Luoyang.

Nella Cina classica, la negoziazione del prezzo della sposa, chiamato caili (彩礼), condizionava la validità del matrimonio; la pratica è rimasta comune in molte aree rurali; la Cina è inoltre uno dei rari contesti in cui prezzo della sposa e dote hanno coesistuto, con il primo obbligatorio e la seconda più volontaria, spesso finanziata con la restituzione di parte del prezzo della sposa, secondo un modello condiviso da Taiwan, dove gli scambi matrimoniali avvenivano in entrambe le direzioni.[7][29]

Il prezzo della sposa compariva nel 79% dei matrimoni nelle aree rurali cinesi tra 1950 e 2000, contro il 9% dei matrimoni urbani tra 1933 e 1987; il valore medio nelle province rurali interne tra 1960 e 2000 era di 538 yuan a prezzi costanti del 1985, pari all'82% del valore dei beni durevoli del nucleo familiare.[30] Per la Cina sud-occidentale rurale tra 1983 e 1987, il valore medio era di 700 yuan a prezzi costanti del 1987, pari a 1,1 volte il reddito annuo pro capite; per il Sichuan orientale rurale tra 1966 e 1981 era di 109 yuan a prezzi costanti del 1980, equivalenti a una volta il reddito annuo pro capite.[30] Nel periodo della dinastia Song (960-1279), tra le famiglie dell'élite si intensificarono le richieste di doti elevate, mentre l'istruzione guadagnava importanza rispetto al periodo Tang e la posizione sociale dipendeva meno dall'appartenenza a un ristretto gruppo di casate aristocratiche.[30]

Un'indagine nazionale del 2013 mostra che il valore mediano del prezzo della sposa era cresciuto di oltre 4,5 volte dagli anni 1980 agli anni 2010; il 58% degli intervistati aveva pagato il prezzo della sposa per il matrimonio di almeno un figlio, percentuale che saliva al 63% tra gli intervistati rurali.[31] In Cina il prezzo della sposa è letto alternativamente come compensazione per la forza lavoro e la capacità riproduttiva della donna o come dotazione patrimoniale per la nuova coppia.[31] Un'analisi di 113 articoli di giornali cinesi del 2019-2023 individua quattro temi ricorrenti: la pesantezza economica del caili elevato, le trasformazioni delle norme sociali, le riforme promosse o attuate dai governi, e le ricadute sui rapporti tra i sessi.[32] In quei testi, il caili elevato appare soprattutto come una pratica da riformare, sebbene alcuni articoli ne riconoscano la legittimità tradizionale e le funzioni sociali che ancora svolge.[32]

Filippine in età coloniale spagnola

Coppia delle Visayas dal Codice Boxer, 1595.

Nelle Filippine del periodo coloniale spagnolo, alcune fonti spagnole usarono il termine "dote" per pratiche ascrivibili al prezzo della sposa.[33] Tra i Visaya, il bugay era un pagamento dalla parte dello sposo alla famiglia della sposa, mentre nella regione tagalog il termine equivalente era bigay-kaya; specialmente tra famiglie di rango elevato, il bugay segnalava l'importanza del matrimonio in questione e contribuiva a creare o rafforzare alleanze tra gruppi di parentela.[34] Il servizio reso dallo sposo faceva parte del bugay o bigay-kaya; tra i Visaya, il servizio del genero, chiamato pangagar, poteva protrarsi per circa un anno anche dopo l'adempimento delle condizioni poste dai genitori della sposa.[35]

Africa subsahariana

Pagamento del prezzo della sposa in Nigeria, 2019.
Grembiule nuziale Ndebele (itshogolo), pelle di capra e perline, Sudafrica, circa anni 1950.

Nell'Africa subsahariana il prezzo della sposa è molto diffuso: le fonti etnografiche stimano che tra l'83 e il 90% delle società subsahariane prevedesse un versamento dalla parte della famiglia dello sposo.[36][37] A Tororo, in Uganda, il prezzo della sposa compare nel 95% dei matrimoni registrati tra 1940 e 1976; per il paese nel suo complesso, i dati del periodo 1960-1996 indicano una quota del 73%, con una flessione più pronunciata nelle città: nelle aree rurali la presenza scende dal 98% nel 1960-1980 all'88% nel 1980-1990 e al 65% nel 1990-1996; in quelle urbane, nello stesso arco di tempo, dal 96% al 79% e poi al 46%.[38] Per l'Uganda tra 1960 e 2001, il valore medio era di 872.601 scellini ugandesi a prezzi costanti del 2000, pari al 14% del reddito familiare.[38]

Nel Mozambico rurale, il lobolo è una forma di ricchezza della sposa in cui i versamenti sono trasferiti dalla famiglia dello sposo a quella della sposa; nel campione esaminato, i matrimoni con ricchezza della sposa corrispondevano a una maggiore stabilità coniugale, senza però mostrare differenze misurabili in alcuni indicatori dell'autonomia femminile nelle decisioni domestiche e nell'uso della contraccezione.[39]

A Kananga, nella Repubblica Democratica del Congo, uno studio ha raccolto interviste a oltre 600 persone appartenenti a più di 300 coppie in cui era stato corrisposto il prezzo della sposa.[40] Nell'area studiata il prezzo della sposa, chiamato la dot in francese o biuma in tshiluba, è condizione necessaria perché la coppia sia considerata sposata; vale inoltre come prova giuridica del matrimonio e determina i diritti ereditari e la filiazione dei figli.[40] Nei 64 gruppi etnici precoloniali del paese registrati nell'Ethnographic Atlas, circa il 90% praticava il prezzo della sposa e nessuno la dote; nei dati più dettagliati tratti da Vansina su 300 gruppi etnici, circa l'80% prevedeva un pagamento alla famiglia della sposa in occasione del matrimonio.[40]

A Kananga, pagamenti più elevati non risultano legati a matrimoni più precoci né a una maggiore fecondità, mentre si traducono in relazioni coniugali più soddisfacenti: le mogli nei matrimoni con pagamenti più elevati dichiarano maggiore felicità, condividono più attività con il marito e mostrano minore tolleranza verso la violenza domestica.[41] L'obbligo di restituire il prezzo della sposa in caso di divorzio, considerato isolatamente, non si accompagna a una minore felicità dichiarata dalle mogli; la combinazione tra un pagamento molto elevato e quest'obbligo di restituzione risulta invece legata a livelli più bassi di felicità dichiarata dalle mogli, sebbene si tratti in ogni caso di correlazioni statistiche e non di prove di causalità.[41]

Note

Bibliografia

Voci correlate

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