Ruth Gruber

Ruth Gruber nel 2007

Ruth Gruber (Brooklyn, 30 settembre 1911 – Manhattan, 17 novembre 2016) è stata una giornalista, scrittrice e fotografa statunitense.

Fu anche funzionaria del governo degli Stati Uniti e svolse per gran parte della vita attività umanitaria in favore dei profughi. Dopo aver conseguito a vent'anni un dottorato con una tesi su Virginia Woolf, lavorò come corrispondente nell'Unione Sovietica e nell'Artico sovietico. Durante la seconda guerra mondiale accompagnò negli Stati Uniti 982 profughi europei, in maggioranza ebrei, destinati al Fort Ontario Emergency Refugee Shelter.[1][2]

Nel dopoguerra documentò la vicenda dell'Exodus 1947, la nascita dello Stato di Israele e le successive migrazioni ebraiche verso il paese. Il suo lavoro di fotoreporter, protrattosi per oltre mezzo secolo in quattro continenti, è stato oggetto nel 2011 di una retrospettiva dell'International Center of Photography.[3]

Biografia

Formazione e studi su Virginia Woolf

Ruth Gruber nacque nel distretto newyorkese di Brooklyn il 30 settembre 1911, quarta di cinque figli di David Gruber e Gussie Rockower, immigrati ebrei provenienti dall'Impero russo. Crebbe nel quartiere di Williamsburg e concluse la scuola superiore a quindici anni.[4]

Si iscrisse alla New York University, dove conseguì la laurea a diciotto anni. Ottenne poi un master in letteratura tedesca all'Università del Wisconsin-Madison e nel 1931 si trasferì in Germania per proseguire gli studi all'Università di Colonia.[1]

A vent'anni conseguì il dottorato con una tesi dedicata all'opera di Virginia Woolf. Il lavoro, pubblicato nel 1935 con il titolo Virginia Woolf: A Study, fu la prima tesi di dottorato incentrata sulla scrittrice britannica.[5]

La tesi diede origine a una corrispondenza fra Gruber e Woolf e a un successivo incontro a Londra. Nel 2005 Gruber ripubblicò lo studio, accompagnandolo con un'introduzione autobiografica e con alcune lettere, nel volume Virginia Woolf: The Will to Create as a Woman.[6]

Durante il soggiorno tedesco assistette inoltre a manifestazioni del nascente movimento nazista e ascoltò un discorso di Adolf Hitler. L'esperienza contribuì alla sua precoce consapevolezza della minaccia rappresentata dal nazismo e dall'antisemitismo.[1][7]

Giornalismo nell'Unione Sovietica e incarico in Alaska

Tornata negli Stati Uniti, Gruber intraprese la carriera giornalistica. Nel 1935 il New York Herald Tribune le affidò una serie di articoli sulla condizione delle donne nei regimi fascisti e comunisti. Nel corso dell'incarico attraversò l'Unione Sovietica e raggiunse la Siberia e l'Artico sovietico, visitando anche campi di lavoro del sistema dei Gulag.[4][3]

Fu tra le prime corrispondenti occidentali a documentare quelle regioni, servendosi sia della scrittura sia della fotografia. L'esperienza confluì nel libro I Went to the Soviet Arctic, pubblicato nel 1939 e illustrato in gran parte con fotografie da lei realizzate.[3][8]

I suoi reportage attirarono l'attenzione del segretario degli Interni Harold L. Ickes, che nel 1941 la nominò propria assistente speciale. Per conto del Dipartimento degli Interni Gruber studiò le condizioni economiche e sociali del Territorio dell'Alaska e le possibilità di insediamento nella regione dei reduci di guerra. Durante l'incarico realizzò alcune fra le prime fotografie a colori della popolazione e dell'ambiente dell'Alaska.[1][3]

La missione di Fort Ontario

Nel 1944 il presidente Franklin Delano Roosevelt autorizzò l'ingresso temporaneo negli Stati Uniti di un gruppo di profughi provenienti dall'Europa occupata dai nazisti. Furono selezionate 982 persone di diciotto nazionalità, in maggioranza ebree; molte erano sopravvissute o fuggite da campi di concentramento e di lavoro.[2][9]

Ickes incaricò Gruber di raggiungere l'Italia e accompagnare i profughi da Napoli a New York a bordo della nave da trasporto militare Henry Gibbins. Poiché la traversata avveniva in una zona soggetta agli attacchi tedeschi, le furono consegnati documenti che le attribuivano il grado convenzionale di generale, affinché, in caso di cattura, fosse trattata secondo le norme previste per gli ufficiali militari.[1]

Durante le due settimane di navigazione Gruber raccolse le testimonianze dei profughi, organizzò lezioni d'inglese e prestò loro assistenza. Al loro arrivo negli Stati Uniti, il 5 agosto 1944, essi furono trasferiti al Fort Ontario Emergency Refugee Shelter di Oswego, nello Stato di New York. La struttura, circondata da una recinzione di filo spinato, fu l'unico centro per profughi istituito negli Stati Uniti durante la guerra.[1][2]

I rifugiati erano stati ammessi come ospiti temporanei del presidente e avevano dovuto impegnarsi a tornare in Europa al termine del conflitto. Gruber continuò a visitarli e partecipò alla campagna perché fosse loro consentito rimanere nel paese. Nel gennaio 1946 il presidente Harry Truman stabilì che potessero richiedere la residenza permanente negli Stati Uniti.[1][7]

Gruber ricostruì la missione e la vita dei rifugiati a Fort Ontario nel libro Haven: The Dramatic Story of 1,000 World War II Refugees and How They Came to America, pubblicato nel 1983.

L'Exodus 1947 e la nascita di Israele

Nel dopoguerra Gruber tornò al giornalismo. Seguì i processi di Norimberga e si occupò della situazione dei sopravvissuti alla Shoah e degli sfollati ebrei in Europa.[7]

Nel luglio 1947 documentò l'arrivo nel porto di Haifa della nave Exodus 1947, che trasportava oltre quattromila profughi ebrei diretti nella Palestina mandataria. Dopo che le autorità britanniche ebbero impedito lo sbarco, Gruber fotografò i feriti e i profughi trasferiti sulle navi destinate a ricondurli in Europa.[3]

Seguì una delle navi-prigione, la Runnymede Park, e riferì sulla resistenza dei passeggeri alla deportazione in Germania. Le sue fotografie furono diffuse dalla stampa internazionale e il suo resoconto apparve nel 1948 con il titolo Destination Palestine: The Story of the Haganah Ship Exodus 1947. Il volume, successivamente ampliato e ripubblicato come Exodus 1947: The Ship That Launched a Nation, fu tra le fonti utilizzate da Leon Uris per il romanzo Exodus.[1][3]

Negli anni successivi Gruber seguì la guerra arabo-israeliana del 1948 e documentò la nascita dello Stato di Israele e l'arrivo nel paese di profughi e immigrati provenienti dall'Europa, dal Medio Oriente e dall'Africa settentrionale. A queste esperienze dedicò, fra gli altri, i volumi Israel Without Tears (1950), Israel Today: Land of Many Nations (1958) e Israel on the Seventh Day (1968).[4]

Attività successiva

Gruber si occupò anche di Porto Rico, al quale dedicò alcuni libri, fra cui una biografia di Felisa Rincón de Gautier, sindaca di San Juan. Nel 1976 pubblicò con Marjorie Margolies-Mezvinsky They Came to Stay, dedicato alle adozioni internazionali di bambini provenienti dalla Corea e dal Vietnam.[1]

Nel 1978 uscì Raquela: A Woman of Israel, biografia dell'infermiera e ostetrica israeliana Raquela Prywes, attraverso la cui vita Gruber ricostruì diversi decenni della storia di Israele. Il libro vinse nel 1979 il National Jewish Book Award per la migliore opera dedicata a Israele.[4][7]

Nel 1985, a settantaquattro anni, si recò in Etiopia per documentare le condizioni delle comunità Beta Israel e il loro trasferimento in Israele durante l'Operazione Mosè. Il reportage e le fotografie confluirono in Rescue: The Exodus of the Ethiopian Jews, pubblicato nel 1987.[1][3]

Negli ultimi decenni pubblicò inoltre i volumi autobiografici Ahead of Time: My Early Years as a Foreign Correspondent (1991), Inside of Time: My Journey from Alaska to Israel (2002) e Witness: One of the Great Correspondents of the Twentieth Century Tells Her Story (2007).

Fotografia e riconoscimenti

La fotografia accompagnò l'intera attività giornalistica di Gruber. Le sue immagini documentano, fra l'altro, l'Artico sovietico, l'Alaska, i rifugiati di Fort Ontario, la vicenda dell'Exodus 1947, i campi di internamento di Cipro, l'immigrazione in Israele, le comunità ebraiche del Nordafrica e gli ebrei etiopi.[3]

Nel 2011 l'International Center of Photography di New York le dedicò la retrospettiva Ruth Gruber: Photojournalist, curata da Maya Benton e composta da stampe d'epoca, fotografie a colori e immagini ricavate dai negativi conservati nell'archivio personale della fotografa. Nello stesso anno Gruber ricevette il Cornell Capa Award nell'ambito degli Infinity Awards.[3]

Vita privata e morte

Nel 1951 sposò Philip H. Michaels, dal quale ebbe due figli, Celia e David Michaels. Rimasta vedova nel 1968, nel 1974 sposò Henry J. Rosner, già dirigente dei servizi sociali della città di New York, morto nel 1982.[1]

Ruth Gruber morì nella propria abitazione di Manhattan il 17 novembre 2016, all'età di 105 anni.[1]

Opere principali

  • Virginia Woolf: A Study, 1935
  • I Went to the Soviet Arctic, 1939
  • I Went to the Soviet Union, 1944
  • Destination Palestine: The Story of the Haganah Ship Exodus 1947, 1948
  • Israel Without Tears, 1950
  • Israel Today: Land of Many Nations, 1958
  • Puerto Rico: Island of Promise, 1960
  • Israel on the Seventh Day, 1968
  • Felisa Rincon de Gautier: The Mayor of San Juan, 1972
  • They Came to Stay, con Marjorie Margolies-Mezvinsky, 1976
  • Raquela: A Woman of Israel, 1978
  • Haven: The Dramatic Story of 1,000 World War II Refugees and How They Came to America, 1983
  • Rescue: The Exodus of the Ethiopian Jews, 1987
  • Ahead of Time: My Early Years as a Foreign Correspondent, 1991
  • Exodus 1947: The Ship That Launched a Nation, 1999
  • Inside of Time: My Journey from Alaska to Israel, 2002
  • Virginia Woolf: The Will to Create as a Woman, 2005
  • Witness: One of the Great Correspondents of the Twentieth Century Tells Her Story, 2007

Nella cultura di massa

La missione di Fort Ontario narrata nel libro Haven è stata adattata nel film televisivo in due parti Haven - Il rifugio, diretto da John Gray e trasmesso nel 2001. Ruth Gruber è interpretata da Natasha Richardson, mentre Anne Bancroft interpreta sua madre Gussie.[10]

Alla sua vita è dedicato anche il documentario Ahead of Time: The Extraordinary Journey of Ruth Gruber, diretto da Bob Richman e presentato nel 2009 al Toronto International Film Festival.[11]

Note

  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 (EN) Emily Langer, Ruth Gruber, who accompanied 1,000 Jews to the shores of the United States during the Holocaust, dies at 105, su The Washington Post, 19 novembre 2016. URL consultato l'11 luglio 2026.
  2. 1 2 3 (EN) Our Story, su Safe Haven Holocaust Refugee Shelter Museum. URL consultato l'11 luglio 2026.
  3. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 (EN) Ruth Gruber, Photojournalist, su International Center of Photography. URL consultato l'11 luglio 2026.
  4. 1 2 3 4 (EN) Ruth Gruber, su Shalvi/Hyman Encyclopedia of Jewish Women, Jewish Women's Archive. URL consultato l'11 luglio 2026.
  5. ↑ (EN) Heidi Stalla, Woolf and Anti-Semitism: Is Jacob Jewish?, in Bryony Randall e Jane Goldman (a cura di), Virginia Woolf in Context, Cambridge, Cambridge University Press, 2012, pp. 219-228, DOI:10.1017/CBO9780511777103.020.
  6. ↑ (EN) Jean Mills, Review: Virginia Woolf: The Will to Create as a Woman by Ruth Gruber (PDF), in Virginia Woolf Miscellany, n. 69, 2006, pp. 14-15. URL consultato l'11 luglio 2026.
  7. 1 2 3 4 (EN) Obituary: Ruth Gruber, in Holocaust and Genocide Studies, vol. 31, n. 1, 2017, p. 190, DOI:10.1093/hgs/dcx018.
  8. ↑ (EN) Maureen Orth, Magnificent Voyage, su Vanity Fair, febbraio 2001. URL consultato l'11 luglio 2026.
  9. ↑ (EN) World War II Refugee Shelter at Fort Ontario, su New York State Parks, 17 aprile 2018. URL consultato l'11 luglio 2026.
  10. ↑ (EN) Ruth Gruber dies at 105; journalist and author brought 1,000 Jewish refugees to U.S., su Los Angeles Times, 18 novembre 2016. URL consultato l'11 luglio 2026.
  11. ↑ (EN) Ahead of Time: The Extraordinary Journey of Ruth Gruber, su National Center for Jewish Film. URL consultato l'11 luglio 2026.

Bibliografia

  • (EN) Ruth Gruber, Ahead of Time: My Early Years as a Foreign Correspondent, New York, Wynwood Press, 1991.
  • (EN) Ruth Gruber, Inside of Time: My Journey from Alaska to Israel, New York, Carroll & Graf, 2002, ISBN 9780786710362.
  • (EN) Obituary: Ruth Gruber, in Holocaust and Genocide Studies, vol. 31, n. 1, 2017, p. 190, DOI:10.1093/hgs/dcx018.

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