Sulcus primigenius

Rilievo del I secolo d.C. in cui si è voluto riconoscere il rito del sulcus primigenius alla fondazione della colonia romana di Aquileia. Il rilievo si discosta dalle fonti letterarie: l'aratore è a capo scoperto e la coppia di animali sembra formata da due buoi anziché da un toro e una vacca.

Il sulcus primigenius (in latino «solco primigenio», o iniziale) era, nella religione romana, il rito di tracciatura con l'aratro del confine di una nuova città, in particolare delle colonie dedotte formalmente, che precedeva la distribuzione dei lotti e la costruzione delle mura. I Romani consideravano il rito antichissimo e ritenevano che lo stesso fondatore dell'Urbe, Romolo, lo avesse appreso dagli Etruschi.[1][2][3] Il rito rendeva sacro e inviolabile il tracciato delle mura; poiché però dalla città dovevano passare anche traffici profani, come il trasporto dei cadaveri verso le necropoli, le porte urbiche erano escluse dal rito.[4][5]

Il rito

Il rito del sulcus primigenius su un dupondio di Caesaraugusta, l'odierna Saragozza, in onore di Marco Vipsanio Agrippa (39 d.C.)

Secondo le fonti classiche superstiti, il sulcus primigenius doveva essere tracciato in un giorno fausto del calendario romano,[1] confermato dagli auspici o da analoghe consultazioni dei presagi.[6] Il magistrato[7] o l'ufficiale incaricato della cerimonia montava personalmente un vomere di bronzo su un aratro di legno,[8] che veniva poi attaccato a una coppia di bovini aggiogati. Le fonti letterarie concordano nel richiedere una vacca a sinistra e un toro a destra,[1][9] condotti in senso antiorario, in modo che la vacca restasse all'interno e il toro all'esterno,[10] anche se le testimonianze numismatiche superstiti sembrano mostrare soltanto tori o comuni buoi. La solennità del rito richiedeva che l'officiante indossasse la toga a capo coperto (capite velato); poiché però l'operazione esigeva l'uso di entrambe le mani, la toga era avvolta stretta e annodata secondo il cinctus Gabinus.[10] Così abbigliato, il magistrato spingeva i bovini lungo l'intero perimetro delle future mura.[11] Tutte le zolle sollevate dall'aratro dovevano ricadere verso l'interno, il che si otteneva tenendo l'aratro inclinato[10] e grazie a uomini che seguivano il magistrato e l'aratro.[8] Il procedimento stabiliva al tempo stesso un primo abbozzo delle mura (murus), formato dalle zolle, e del fossato difensivo (fossa), costituito dal solco stesso.[1] Il tracciato era considerato sacro e inviolabile,[4][12] e per questo l'aratro veniva sollevato e portato in braccio nei punti destinati alle future porte,[10][13] così che fosse religiosamente lecito entrare e uscire dalla città,[4] in particolare con carichi profani come cadaveri o rifiuti.[5] Al termine della cerimonia i bovini venivano sacrificati.[14] Le mura venivano poi innalzate sulla terra accanto al solco,[7][13] il cui margine interno delimitava lo spazio entro cui la città avrebbe in seguito preso gli auspici.[1]

In latino, il verbo che designava l'esecuzione del rito era urvare («tracciare»). I Romani lo consideravano un'eredità della religione etrusca,[1][2][3] e si presume perciò che fosse compreso nelle sezioni sulla fondazione delle città[15] dei perduti Libri rituales etruschi.[16] Per i Romani il sulcus primigenius costituiva l'atto fondativo essenziale di una città,[11] al punto che il diritto romano considerava ancora in età giustinianea il solco dell'aratro come la delimitazione formale del territorio cittadino.[17] Specularmente, l'aratro era impiegato anche per sconsacrare le mura, annullando il rito originario e liberando la loro distruzione da ogni scrupolo religioso.[7][18]

Roma

Pianta congetturale della città antica (Roma quadrata) e delle successive mura serviane (1902)

Plutarco riferisce la leggenda secondo cui Romolo fu guidato nella fondazione di Roma da sacerdoti etruschi.[2] Il giorno prescelto, il trentesimo di un antico mese romano, giorno di novilunio, sarebbe stato segnato da una congiunzione di sole e luna con conseguente eclissi;[2] gli studiosi moderni vi vedono però un'applicazione retrospettiva ed erronea delle tavole astronomiche dell'epoca di Plutarco, dato che nessuna eclissi si verificò entro un secolo dalla data suggerita.[19] Dopo aver scavato una fossa circolare (mundus), Romolo vi fece gettare dai primi coloni zolle di terra delle rispettive patrie d'origine, insieme a offerte simboliche delle necessità e dei beni della vita sedentaria.[2] Plutarco colloca la scena in una valle presso il Comizio, mentre la maggior parte delle fonti pone l'insediamento romuleo sul Palatino.[20] Romolo tracciò quindi il sulcus primigenius,[2] stabilendo le prime mura quadrangolari di Roma[14] e il suo confine sacro originario, il pomerio.

Trattando del successivo ampliamento del pomerio a opera di Claudio, Tacito espone la propria convinzione che il solco di Romolo, non più segnalato nel I secolo in cui scriveva, includesse l'Ara massima di Ercole nel Foro Boario, corresse verso est lungo le pendici del Palatino fino all'altare di Conso, piegasse poi a nord fino alla Curia Hostilia e al sacello dei Lari Prestiti presso la Regia, per terminare al Foro Romano; sono solo due lati del percorso, ma poiché Tacito attribuisce l'inclusione del Foro e del Campidoglio a Tito Tazio, si presume che il tracciato proseguisse lungo gli altri due lati del Palatino.[21] Rodolfo Lanciani rileva diversi problemi in questo percorso, che in età arcaica avrebbe attraversato zone paludose.[22] Dionigi di Alicarnasso, forse forzando il punto, afferma che il solco di Romolo fu continuo,[14] senza le interruzioni necessarie in corrispondenza delle porte. Dionigi aggiunge che Romolo offrì sacrifici e indisse giochi pubblici e che, prima che i coloni potessero entrare in città e costruire le case, fece accendere fuochi davanti alle loro tende, che essi scavalcarono con un salto per espiare le colpe pregresse e purificarsi;[6] seguirono i sacrifici offerti da ciascuno secondo le proprie possibilità.[6] Plutarco sosteneva invece che la festa delle Parilia fosse stata a lungo celebrata senza alcun sacrificio, a ricordo della santità della fondazione della città.[23] Quando le mura furono in seguito ampliate dai re e in età repubblicana, il confine sacro fu segnato con cippi di confine;[1] Varrone annota che lo stesso era stato fatto ad Ariccia.[1]

Le altre città

Moneta provinciale in bronzo di Antiochia di Pisidia sotto Gordiano III (240 circa), che ripete un motivo risalente alla fondazione della colonia nel I secolo a.C. e mostra i vexilla di due legioni, presumibilmente la V e la VII, i cui veterani popolarono la città[24]

I Romani ritenevano che molte delle città latine fossero state fondate con lo stesso rito, e lo impiegarono per tutte le colonie dedotte formalmente.[1] Per influenza etrusca e greca, tali colonie erano di norma impostate su impianti ortogonali di tipo ippodameo o su schemi analoghi alla centuriazione, sicché le porte delle mura si aprivano tipicamente alle estremità delle arterie principali, i decumani e i cardines.[25] Il perimetro murario si discostava però spesso dal quadrato o dal rettangolo perfetto per adattarsi alla topografia locale.[25]

Il sulcus primigenius fu un tipo monetale assai diffuso sui rovesci delle emissioni coloniali: compare spesso già nelle prime emissioni di una colonia, ma in alcuni casi rimase in uso per secoli.[26] La forma tipica mostra un magistrato ritu Gabino che incita con la frusta levata una coppia di buoi; il disegno era talora localizzato con l'inserimento di vexilla legionari o con l'adattamento dei bovini alla taglia del bestiame locale.[26] Si conoscono quasi trenta emissioni di questo tipo,[27] da Iulia Constantia Zilil in Mauretania[28] a Rhesaina in Mesopotamia.[29]

Nella letteratura

Nell'Eneide di Virgilio, l'eroe Enea osserva i Cartaginesi intenti al rito[30] e più tardi traccia egli stesso con l'aratro il perimetro di Lavinium.[31]

Come attestano Varrone,[1] Pomponio,[17] Isidoro[32] e sant'Agostino, i Romani facevano in genere derivare l'etimologia stessa di urbs («città») da orbis («cerchio»), con riferimento al solco rituale tracciato alla sua nascita.[33]

Note

  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Varrone, De lingua Latina, V, 143.
  2. 1 2 3 4 5 6 Plutarco, Vita di Romolo, 11, 1.
  3. 1 2 Livio, Ab Urbe condita, I, 44, 4-5.
  4. 1 2 3 Plutarco, Questioni romane, 27.
  5. 1 2 Plutarco, Vita di Romolo, 11, 3.
  6. 1 2 3 Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 88, 1.
  7. 1 2 3 Servio, Commentarii in Vergilii Aeneidem, IV, 212.
  8. 1 2 Plutarco, Vita di Romolo, 11, 2.
  9. ↑ Festo, De verborum significatione, s.v. «Primigenius sulcus».
  10. 1 2 3 4 Catone, Origines, citato in Servio, Commentarii in Vergilii Aeneidem, V, 755.
  11. 1 2 Servio, Commentarii in Vergilii Aeneidem, I, 12.
  12. ↑ Marks 2004, p. 119.
  13. 1 2 Catone, Origines, citato in Isidoro di Siviglia, Etymologiae, XV, 2, 3.
  14. 1 2 3 Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 88, 2.
  15. ↑ Festo, De verborum significatione, s.v. «Rituales».
  16. ↑ Marks 2004, p. 125.
  17. 1 2 Pomponio, in Digesto, L, 16, 239, 6.
  18. ↑ Isidoro di Siviglia, Etymologiae, XV, 2, 4.
  19. ↑ Grafton e Swerdlow 1986, pp. 149-150.
  20. ↑ Livio, Ab Urbe condita, I, 7, 3.
  21. ↑ Tacito, Annales, XII, 24.
  22. ↑ Lanciani 1897, pp. 59-60.
  23. ↑ Plutarco, Vita di Romolo, 12, 1.
  24. ↑ Ramsay 1916.
  25. 1 2 Castagnoli 2021.
  26. 1 2 Le Blanc 2022, p. 1.
  27. ↑ Le Blanc 2022, p. 2.
  28. ↑ RPC I, 866B.
  29. ↑ RPC IX, 1596.
  30. ↑ Virgilio, Eneide, I, 425.
  31. ↑ Virgilio, Eneide, V, 755.
  32. ↑ Isidoro di Siviglia, Etymologiae, XV, 2, 3-4.
  33. ↑ Agostino, De dialectica, 6, 11.

Bibliografia

Fonti antiche

  • Agostino d'Ippona, De dialectica.
  • Catone, Origines (perduto; frammenti in Servio e Isidoro).
  • Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, libro I.
  • Festo, De verborum significatione (epitome del perduto omonimo di Verrio Flacco).
  • Isidoro di Siviglia, Etymologiae, libro XV.
  • Livio, Ab Urbe condita, libro I.
  • Plutarco, Vite parallele: Vita di Romolo.
  • Plutarco, Moralia: Questioni romane.
  • Pomponio, Enchiridion (perduto; citato nel Digesto di Giustiniano, libro L).
  • Servio, Commentarii in Vergilii Aeneidem, libri I, IV e V.
  • Tacito, Annales, libro XII.
  • Varrone, De lingua Latina, libro V.
  • Virgilio, Eneide, libri I e V.

Fonti moderne

  • (EN) Ferdinando Castagnoli, Roman Cities, in Orthogonal Town Planning in Antiquity, Cambridge (MA), MIT Press, 2021.
  • (EN) Anthony Grafton e Noel Swerdlow, The Horoscope of the Foundation of Rome, in Classical Philology, vol. 81, n. 2, 1986, pp. 148-153, JSTOR 269789.
  • (EN) Rodolfo Lanciani, The Ruins and Excavations of Ancient Rome, Boston, Houghton, Mifflin & Co., 1897.
  • (EN) Robyn L. Le Blanc, The Sulcus Primigenius and Memory-Making on Roman Colonial Coinages (PDF), in CAMWS Presentations, Winston-Salem, 2022.
  • (EN) Raymond Marks, Of Kings, Crowns, and Boundary Stones: Cipus and the Hasta Romuli in 'Metamorphoses' 15, in Transactions of the American Philological Association, vol. 134, n. 1, 2004, pp. 107-131, JSTOR 20054099.
  • (EN) William Mitchell Ramsay, Colonia Caesarea (Pisidian Antioch) in the Augustan Age, in Journal of Roman Studies, vol. 6, 1916, pp. 83-134.

Voci correlate