Testa Lorenzini
| Testa Lorenzini | |
|---|---|
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| Autore | sconosciuto |
| Data | 480 a.C. circa |
| Materiale | Marmo apuano |
| Ubicazione | Museo archeologico nazionale di Firenze, Firenze (dal 2019) |

Testa Lorenzini è la denominazione convenzionale di una testa scultorea etrusca in marmo, di dimensioni maggiori del naturale, riferita all'arte etrusca di età tardoarcaica e proveniente da Volterra.[1] Pertinente in origine a una statua colossale, probabilmente di divinità, databile intorno al 480 a.C.,[2] è considerata una delle testimonianze più significative della scultura in marmo dell'Etruria settentrionale e un pezzo di riferimento nella manualistica etruscologica.[3] Dal 2019 è di proprietà dello Stato italiano ed è esposta al Museo archeologico nazionale di Firenze.[4]
Rinvenimento e denominazione
Il nome deriva dalla famiglia Lorenzini, nella cui abitazione volterrana la testa sarebbe stata rinvenuta; le circostanze del ritrovamento restano prive di documentazione.[N 1][1] L'opera fu resa nota da Arvid Andrén nel 1967, nel primo censimento sistematico della statuaria etrusca in marmo, e attirò subito l'attenzione di Ranuccio Bianchi Bandinelli, che la definì «la più greca delle sculture etrusche».[5]
Vicende collezionistiche e conservative

La famiglia Lorenzini concesse la scultura in prestito al Museo etrusco Guarnacci di Volterra, dove restò esposta fino al 1997, per poi ritirarla. Posta in vendita, nel 2019 fu acquistata per 355.000 euro dal Ministero per i beni e le attività culturali, che si avvalse della prelazione prevista dal Codice dei beni culturali e del paesaggio su proposta della Soprintendenza per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato. Destinata al Museo archeologico nazionale di Firenze, vi è esposta al pubblico dal 5 giugno 2019.[4]
Restauro
Nel 2021 la scultura è stata sottoposta a un intervento di pulitura curato dalla restauratrice Daniela Manna, presentato al museo il 18 giugno di quell'anno. L'intervento, preceduto da analisi diagnostiche dell'Istituto di scienze del patrimonio culturale del CNR di Firenze, è stato eseguito con apparecchiature laser fornite dalla El.En. S.p.A., tra cui un dispositivo a impulso Long Q-switch poi donato al museo.[6]
L'intervento ha rimosso le incrostazioni calcaree che ne appesantivano il volto e la capigliatura, restituendo leggibilità alle superfici e al marmo. Il rosso che velava il viso è risultato composto da vernici recenti e non da pigmento antico: cade così la lettura, fino ad allora corrente, di una tinta stesa deliberatamente per ragioni di culto.[6]
Descrizione
Per Giovannangelo Camporeale rimandano ancora alla tradizione figurativa della Grecia orientale il sorriso appena accennato, gli occhi a mandorla, l'impianto compatto dell'insieme e la fronte larga e arrotondata.[2]
La pulitura del 2021 ha inoltre reso percepibili alcune asimmetrie volute, spiegabili con l'angolo visuale previsto per chi doveva osservare la statua all'interno del tempio.[6]
Inquadramento stilistico
Nella lettura di Andrén e di Bianchi Bandinelli il modello di riferimento era da cercare nella plastica greca di ambito eginetico o attico, con accostamenti alla capigliatura dei kouroi del gruppo «Ptoon 20» della classificazione di Gisela M. A. Richter.[7]
Mauro Cristofani, in uno studio del 1979, propose invece di ricondurre la testa a una «scuola regionale» dell'Etruria settentrionale, sottraendola alla tendenza che riportava a Vulci l'intera produzione bronzistica etrusca. Per le dimensioni, il materiale e la qualità esecutiva egli la considerò capostipite di una serie ripresa dalla coeva plastica bronzea, riconoscibile in un gruppo di bronzetti distribuiti in un'area geografica ben definita: tra questi il togato da Pizzidimonte (conservato al British Museum), il togato da Populonia della collezione Hirshhorn, il kouros dal santuario di Monteacuto Ragazza nei pressi di Grizzana Morandi sull'Appennino bolognese e i kouroi dal lago degli Idoli sul Monte Falterona.[8]
Quanto ai modelli, Cristofani indicò come più probabile la direzione del tardoarcaismo greco-orientale, mediato dalle maestranze di Massalia, anziché quella eginetica o attica; l'ipotesi si allineava al confronto, già proposto da Ernst Langlotz e da Marina Martelli, con alcune monete del ripostiglio di Auriol, e trovava riscontro nei rapporti fra il ripostiglio monetale di Volterra e l'ambiente massaliota.[9] Camporeale, senza passare per la mediazione massaliota, richiama a sua volta il tesoretto volterrano, che comprende, oltre a emissioni locali, monete di Focea e del tipo di Auriol con relative imitazioni, dalla seconda metà del VI a buona parte del V secolo a.C., come prova delle relazioni fra Volterra e la Grecia orientale.[2][N 2]
Cristofani legava inoltre la presenza in città di una scultura di tale impegno alla fase di forte concentrazione urbana che le ricerche sull'acropoli volterrana collocano proprio in età tardoarcaica: un quadro archeologico che, un decennio prima, non era ancora disponibile.[1]
Materiale e funzione
La provenienza «locale» del marmo, ipotizzata già da Andrén e da Bianchi Bandinelli e per lungo tempo ritenuta improbabile, è stata in seguito ricondotta ai bacini marmiferi delle Alpi Apuane, il cui sfruttamento in età preromana è stato confermato dalle analisi petrografiche a partire dal 1985.[10] Su questa base Giuseppe Sassatelli e Giacomo Mancuso vi riconoscono un maestro formatosi nella Grecia orientale e poi attivo in Etruria, in grado di affrontare un materiale così duro perché già addestrato in patria su pietre analoghe.[11]
La destinazione cultuale è ampiamente accolta: Camporeale riferisce la testa a una statua probabilmente di divinità,[2] mentre Sassatelli e Mancuso ne ritengono probabile il valore di statua di culto sia per le dimensioni imponenti, sia per la funzione di prototipo assunta rispetto alla plastica bronzea coeva.[12] Il Museo archeologico nazionale di Firenze propone in via ipotetica il riconoscimento del dio Aplu, collocando la statua in un tempio dell'antica Velathri.[4][6] La testa è annoverata tra le venticinque statue in marmo note per l'Etruria, gruppo nel quale, per il periodo compreso tra la fine del VI e il V secolo a.C., prevale la destinazione santuariale; per Volterra è accostata, quale immagine di culto, alla «Venere» della Cannicella per Orvieto.[13]
Note
Esplicative
- ↑ Nel presentare l'opera Mauro Cristofani segnala il ritrovamento con cautela, ponendo tra virgolette il verbo «rinvenuta», a indicare l'assenza di un contesto archeologico controllato.
- ↑ Sul ripostiglio, rinvenuto nel 1868 presso la porta Penera, si veda Volterra (città antica).
Bibliografiche
- 1 2 3 Cristofani 1979, p. 85.
- 1 2 3 4 Camporeale 2015, p. 417.
- ↑ Cristofani 1979, p. 85; Sassatelli, Mancuso 2018, pp. 105, 120.
- 1 2 3 La testa Lorenzini approda al MAF, su Museo archeologico nazionale di Firenze, 3 giugno 2019. URL consultato il 17 luglio 2026.
- ↑ Cristofani 1979, p. 85; Sassatelli, Mancuso 2018, p. 108.
- 1 2 3 4 La "Testa Lorenzini", capolavoro della scultura etrusca, ritorna al MAF dopo un restauro all'avanguardia realizzato con i laser di EL.EN Group, su Ministero della cultura, 2021. URL consultato il 17 luglio 2026.
- ↑ Cristofani 1979, pp. 87-88.
- ↑ Cristofani 1979, pp. 86-87.
- ↑ Cristofani 1979, p. 88 e nota 16.
- ↑ Sassatelli, Mancuso 2018, pp. 103-104, 107.
- ↑ Sassatelli, Mancuso 2018, p. 108.
- ↑ Sassatelli, Mancuso 2018, p. 120; Cristofani 1979, pp. 85-92.
- ↑ Sassatelli, Mancuso 2018, pp. 104-105, 109.
Bibliografia
- (DE) Arvid Andrén, Marmora Etruriae, in Antike Plastik, VIII, 1967, pp. 7-42.
- Ranuccio Bianchi Bandinelli, Arvid Andrén, Marmora Etruriae, in Dialoghi di Archeologia, II, 1968, pp. 227-237.
- Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà, 4ª ed., Novara, UTET-De Agostini, 2015.
- Mauro Cristofani, La «Testa Lorenzini» e la scultura tardoarcaica in Etruria settentrionale, in Studi Etruschi, XLVII, 1979, pp. 85-92.
- Giuseppe Sassatelli e Giacomo Mancuso, Marmi d'Etruria: verso un quadro aggiornato del problema, in Stephan Steingräber (a cura di), Cippi, stele, statue-stele e semata. Testimonianze in Etruria, nel mondo italico e in Magna Grecia dalla prima Età del Ferro fino all'Ellenismo, collana Mousai, Pisa, Edizioni ETS, 2018, pp. 103-129.
Voci correlate
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