Vulci
| Vulci | |
|---|---|
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| Nome originale | *Velc, *Velchi (etrusco, forme ricostruite) |
| Cronologia | |
| Fondazione | occupazione stabile del pianoro dalla fine dell'età del bronzo |
| Amministrazione | |
| Territorio controllato | bassa valle del Fiora e fascia costiera fra la foce dell'Arrone e l'Albegna |
| Dipendente da | Roma, dal 280 a.C. |
| Territorio e popolazione | |
| Superficie massima | 126 ha |
| Nome abitanti | Volcentes, Volcentani (latino) |
| Lingua | etrusco, poi latino |
| Localizzazione | |
| Stato attuale | |
| Località | Canino e Montalto di Castro, provincia di Viterbo |
| Altitudine | 70 m s.l.m. |
Vulci (in latino Volci o Vulci; in greco Ὄλκιον) è stata una città etrusca e poi romana sorta su un pianoro tufaceo di 126 ettari sulla riva destra del Fiora, a una decina di chilometri dal Tirreno, nel territorio degli odierni comuni di Canino e Montalto di Castro, in provincia di Viterbo.[1] Fu uno dei maggiori centri dell'Etruria meridionale, con un'occupazione stabile del pianoro documentata dalla fine dell'età del bronzo e una fioritura che culminò fra l'età orientalizzante e l'età arcaica.[2] Conquistata da Roma nel 280 a.C., divenne municipio dopo la guerra sociale e fu progressivamente abbandonata nell'alto medioevo.[3] I suoi resti, insieme alle necropoli circostanti, sono compresi nel parco naturalistico archeologico omonimo.[4]
Toponimo
Il toponimo è restituito dalle fonti classiche nella forma latina Volci o Vulci, con etnico Volcentes e Volcentani, e nella forma greca Ὄλκιον, che Stefano di Bisanzio attribuisce a Polibio insieme agli etnici Ὀλκιῆται e Ὀλκιεῖς.[1] Plinio il Vecchio designa gli abitanti come Volcentani cognomine Etrusci, mentre la formula ordo et populus Vulcentium compare in un'epigrafe dell'area urbana posta in onore dell'imperatore Flavio Valerio Severo.[3]
La forma etrusca del nome non è restituita direttamente dalla documentazione locale: il repertorio bibliografico di riferimento la registra come ricostruita, nelle varianti *Velc e *Velchi, e per il sito non sono note fonti numismatiche che possano confermarla attraverso una leggenda monetale.[N 1][1]
Fonti antiche

Le fonti letterarie ricordano il centro in elenchi geografici, da Tolomeo a Plinio, e in relazione ad alcuni episodi della storia romana arcaica.[1] Velleio Patercolo ricorda che la colonia di Cosa fu dedotta dal popolo romano nel territorio dei Volcientes; Arnobio racconta di un Olo vulcente in relazione alle origini del tempio di Giove Capitolino, tradizione che presuppone contatti antichi fra la città e Roma; Festo menziona i [Volci]entes fratres Caeles et Vibenna.[1] Alle stesse figure rimanda il celebre discorso dell'imperatore Claudio conservato nella tavola bronzea di Lione, nel quale i fratelli Aulo e Celio Vibenna compaiono accanto al compagno d'armi Mastarna, identificato dall'imperatore con il futuro re di Roma Servio Tullio.[5]

La documentazione epigrafica, etrusca e latina, è cospicua e raccolta nei corpora.[5] Per le vicende storiche della città il documento principale sono i Fasti trionfali, che registrano il trionfo del console Tiberio Coruncanio de Vulsiniensibus et Vulcentib(us); dopo la guerra sociale la città figura come municipio iscritto alla tribù Sabatina, con a capo quattuorviri iure dicundo.[1] Sono inoltre attestati i culti di Uni, di Vei, di Fufluns Pacies, di Suri e di Thufltha, e forse di Menrva.[5] Fra i personaggi noti per via epigrafica figurano Marcus Vinicius, probabile proprietario della domus del Criptoportico, e Publius Sulpicius Mundus, senatore il cui nome si legge sull'iscrizione di un arco che sorgeva lungo il decumano.[5]
Storia delle ricerche
Le prime ricerche si collocano nel tardo Settecento. All'interno di un programma esplorativo voluto dal Governo Pontificio, l'architetto camerale Francesco Prada condusse fra il novembre 1776 e il marzo 1778 tre campagne nell'area della città e nelle necropoli settentrionali, con risultati modesti nell'abitato e assai più consistenti nei sepolcreti; nel 1783 il cardinale Pallotta promosse scavi presso il Ponte della Badia.[6]
Le esplorazioni ottocentesche furono di ben altra scala. Luciano Bonaparte, principe di Canino, aprì i propri cantieri alla Doganella del Ponte nell'ottobre 1828, mentre nello stesso anno Vincenzo Campanari, Melchiade Fossati e i fratelli Candelori scavavano nella tenuta di Camposcala e nel 1829 Agostino Feoli a Campomorto.[7]

Le finalità antiquarie di queste ricerche penalizzarono irrimediabilmente i dati di scavo, con la perdita delle associazioni di corredo e la dispersione di innumerevoli materiali, in parte confluiti nel Museo gregoriano etrusco, in gran parte usciti dall'Italia anche illecitamente.[8] Nell'attività dei Bonaparte ebbe un ruolo di primo piano la moglie di Luciano, Alexandrine de Bleschamps, indicata dalle fonti d'archivio come reale promotrice delle ricerche.[9] I Campanari, associati dal dicembre del 1834 al Governo Pontificio, allestirono a Londra nel gennaio 1837 una mostra rimasta celebre, con tombe ricostruite, e la aprirono a ridosso dell'inaugurazione del Museo Gregoriano.[9]
La proposta di identificare il sito con l'antica Vulci era stata avanzata da Francesco Antonio Turriozzi nelle Memorie istoriche su Tuscania, edite a Roma nel 1778.[10] Proprio agli scavi condotti nell'abitato fra il 1835 e il 1837 si deve però la fine della lunga disputa, portata avanti anche dal Bonaparte: fra i materiali di reimpiego riaffiorò infatti l'epigrafe per Flavio Valerio Severo, con la menzione dell''ordo et populus Vulcentium.[11] Nel 1839 fu scoperta alla Polledrara la tomba di Iside, il cui corredo resta una testimonianza di primo piano dell'orizzonte orientalizzante vulcente.[12]
Verso la metà del secolo compare a Vulci Alessandro François, che, in società con Adolphe Noël des Vergers, intervenne dal 1856 sul tumulo della Cuccumella e nel marzo del 1857 si spostò nella necropoli di Ponte Rotto, dove scoprì la tomba dei Saties, subito celebre per il suo ciclo pittorico.[13] Fra il 1875 e il 1876 Alessandro Torlonia fece scavare sotto la Cuccumella un'intricata serie di gallerie, il cosiddetto labirinto, alla ricerca di un ipogeo mai esistito; dal 1879 al 1884 diresse gli scavi per suo conto Francesco Marcelliani.[14] Le prime ricerche condotte con criteri scientifici sono quelle di Stéphane Gsell, inviato nel 1889 dall'École française de Rome, che misero in luce centotrentasei tombe e sfociarono nella monografia del 1891, ancora fondamentale.[15]
Nel Novecento si succedettero gli scavi di Goffredo Bendinelli, avviati fra il 1918 e il 1919 in seguito alle distruzioni provocate dalla realizzazione di un canale idroelettrico, e le campagne finanziate da Ugo Ferraguti e dirette da Raniero Mengarelli fra il 1928 e il 1934.[16] All'inizio degli anni Cinquanta i lavori di bonifica dell'Ente Maremma trasformarono l'assetto del territorio e furono accompagnati da un enorme incremento degli scavi abusivi, che per decenni condizionarono ogni attività di ricerca sistematica.[17] Fra il 1955 e il 1957 la Fondazione Lerici condusse prospezioni geofisiche, e dal 1956 presero avvio gli scavi estensivi nell'area urbana diretti da Renato Bartoccini, ai quali subentrò Sergio Paglieri: ad essi si devono la scoperta del decumano, delle porte Est, Nord e Ovest, del sacello di Ercole, della domus del Criptoportico e del Tempio Grande.[18] Accanto alle ricerche istituzionali proseguirono a lungo gli scavi in concessione: fra il dicembre del 1961 e il settembre del 1963 la società Hercle indagò tre appezzamenti di proprietà dell'Ente Maremma nell'area centrale della necropoli dell'Osteria, recuperando centottantuno corredi, e nel 1962 Francesco Paolo Bongiovì ne ricavò altri cinquantatré da terreni verosimilmente contigui, senza lasciare alcuna documentazione.[19] Gli atti d'archivio registrano per gli stessi anni una sequenza pressoché ininterrotta di interventi d'urgenza dovuti agli scavi clandestini.[20] Nel giugno del 1975 l'apertura al pubblico del museo nel Castello della Badia segnò una tappa fondamentale, offrendo alla ricerca una base operativa adeguata all'importanza del sito.[21] Le campagne più recenti hanno riguardato soprattutto la necropoli dell'Osteria, dove fra il dicembre del 2011 e il giugno del 2012 uno scavo esteso, diretto da Anna Maria Moretti Sgubini e Laura Ricciardi, ha indagato tre distinti settori del sepolcreto centrale, indicati come aree A, B e C; le indagini sono proseguite nel 2013.[22] Ne sono usciti due monumenti di primo piano, il tumulo C1 e la tomba B14, oltre a un quadro assai più preciso delle tipologie funerarie in uso fra gli inizi del VII e gli inizi del V secolo a.C.[23] Contemporaneamente l'archeologia preventiva ha portato alla scoperta, nel 2009, di un piccolo sepolcreto in località Mezzagnone, a sud-ovest della città.[24] Dalla prima metà degli anni Novanta le indagini si inseriscono nel progetto di realizzazione del parco archeologico, con un programma di verifica delle fonti d'archivio, ricognizioni di superficie e analisi della documentazione aerofotografica.[25]
Territorio

Il pianoro urbano misura 126 ettari, si eleva a una settantina di metri sul livello del mare ed è chiuso fra due incisioni, il fosso Fontanile sul lato settentrionale e quello di Pian di Voce su quello meridionale.[26][27][N 2][10] Il quadro geologico rende conto della scelta insediativa: i pianori piroclastici offrivano suoli fertili, tufi e pozzolane da costruzione e una roccia facile da scavare per tombe e ambienti sotterranei, mentre le lave affioranti nell'alveo del Fiora fornivano il materiale per i basolati stradali, i travertini di Canino blocchi e alabastro calcareo e le argille plioceniche a ovest della città la materia prima per la ceramica.[28] Quanto ai metalli, sui quali si fondava una parte della fama vulcente, essi non venivano estratti in loco ma lavorati in città: i giacimenti più prossimi sono quelli dei Monti di Castro, dei Monti Romani e delle rocce metamorfiche affioranti più a nord lungo il Fiora, con mineralizzazioni di rame, di zinco e di piombo.[29] Il controllo del territorio è uno degli elementi costitutivi della fortuna di Vulci. Già sul finire dell'VIII secolo a.C. si registra una rapida fioritura di insediamenti nell'immediato entroterra, come Monte Aùto, e sulla linea di costa, come Pescia Romana: il secondo caso, in particolare, mostra quanto premesse alle aristocrazie vulcenti tenere in mano il tratto di costa lungo cui passavano le navi greche dirette a nord.[30] Nella seconda metà dello stesso secolo l'espansione vulcente raggiunge il suo limite settentrionale nella valle dell'Albegna, fra il promontorio di Talamone e le pendici meridionali dell'Amiata; fra il tardo orientalizzante e l'arcaismo la città dispone di un sistema articolato di approdi, che comprende Pescia Romana, Orbetello e i margini della laguna di Talamone.[31]
La rete viaria che fa capo alla città è nota nelle sue linee principali. Una direttrice di lunga percorrenza, battuta già in età protostorica, scendeva da nord-ovest, entrava in città a Porta Ovest, dentro le mura si identificava con il decumano e, usciti i varchi orientali, portava agli abitati di sud-est e fino a Regisvilla.[32] Dalla Porta Nord altri due percorsi si dirigevano verso i centri di nord-ovest e di nord-est del comprensorio, attraversando la necropoli dell'Osteria.[7]
Sul piano comparativo, l'analisi delle estensioni dei centri etruschi condotta con il modello XTENT assegna a Vulci centoventisei ettari e la colloca subito dopo Veio, Caere, Tarquinia e Populonia.[27] Applicando il modello, David Redhouse e Simon Stoddart riconoscono a Vulci, come a Veio e a Volsinii, una traiettoria espansiva che supera la soglia dei 1500 chilometri quadrati, in contrasto con Caere, l'unico fra i grandi centri a non raggiungerla perché frenata dalle entità confinanti.[33]
In età romana l'assetto del comprensorio si trasforma profondamente: nell'area dei vasti sepolcreti orientali si sviluppano insediamenti rustici e residenziali, in parte disposti lungo la vecchia strada diretta a Regisvilla: una dinamica che si ripete altrove nel comprensorio, in prossimità dei corsi d'acqua e delle strade che univano la città e i centri interni al litorale.[21]
Storia
Dal bronzo finale alla prima età del ferro
Lo scavo condotto nel 2003 a sud di Porta Ovest ha documentato la più antica occupazione stabile del pianoro: una struttura con canaletta perimetrale e buchi di palo, impostata direttamente sul banco roccioso, i cui materiali rimandano al bronzo finale.[34] Sopra di essa si imposta un secondo manufatto databile a un momento antico della prima età del ferro, e la sequenza prosegue senza soluzione di continuità per tutto il periodo, confermando non solo l'occupazione del pianoro nel bronzo finale, in precedenza nota solo per attestazioni sporadiche, ma soprattutto la sua continuità nel primo ferro.[35] L'insediamento comprendeva anche l'area di Pozzatella e si estendeva alle balze prospicienti il corso del Fiora.[36]
La prima età del ferro corrisponde a quella che nella tradizione degli studi è detta fase villanoviana, cioè il momento iniziale della civiltà etrusca, e a Vulci è documentata soprattutto dai grandi sepolcreti a incinerazione entro pozzetto dell'Osteria, a Casal di Lanza e a Poggio Mengarelli, oltre che dai nuclei di Cavalupo e della Polledrara.[37][N 3] Le presenze più antiche, riferite all'orizzonte protovillanoviano, sono state riconosciute nel territorio, per esempio a Poggio Maremma.[38]
Sul piano territoriale questa fase corrisponde a una riorganizzazione radicale: nel corso del X secolo a.C. i molti villaggi che avevano prosperato nell'età del bronzo vengono lasciati e la popolazione si concentra in un unico insediamento di grandi dimensioni sul pianoro, secondo un processo comune alle altre metropoli dell'Etruria meridionale: è la formazione del centro protourbano sul pianoro poi sede della città storica, rispetto al quale i nuclei sepolcrali di Campomorto e di Poggio Maremma risultano riferibili a insediamenti periferici.[39][40]
Un mutamento sostanziale si registra sul finire della prima età del ferro, nella seconda metà dell'VIII secolo a.C., quando la sella che collega Pozzatella al pianoro de La Città fu sbarrata da un imponente terrapieno, davanti al quale correva un ampio fossato.[41] Il terrapieno separa deliberatamente il nucleo principale dal settore di Pozzatella, che da allora pare declassato a periferia, forse con funzioni artigianali. L'intervento va letto come parte di un riordino complessivo dell'abitato, che ne fissa il margine occidentale e orienta le linee di crescita della città storica dei secoli seguenti.[30]
L'età orientalizzante
L'apertura di Vulci a relazioni e scambi a vasto raggio è documentata sin dalla seconda metà del IX secolo a.C. dalla tomba dei Bronzetti sardi, a cremazione, appartenuta a due individui di sesso femminile di altissimo rango, come indicano il rituale seguito nella deposizione, la cassetta di pietra allestita per accogliere il cinerario e l'abbondanza del corredo.[42] Il fenomeno si accentua nella prima metà del secolo successivo con pezzi importati quali la brocca enotrio-geometrica dell'Osteria, un inconsueto vaso d'impasto invetriato forse fenicio e qualche bronzo di fabbrica bolognese; negli ultimi decenni dell'VIII secolo il fenomeno cresce sensibilmente, e con le merci portate da mercanti greci e levantini arrivano a Vulci anche tecniche nuove e modi di vita diversi.[42]
Il documento più straordinario dell'orientalizzante antico è la tomba del Carro di bronzo, scoperta intatta nel 1965 nella necropoli dell'Osteria: il corredo, databile fra il 680 e il 670 a.C. sulla base dei materiali di importazione, comprende una parata di bronzi di produzione locale funzionali al banchetto e due statue polimateriche destinate a esaltare il rango del defunto, una delle quali doveva essere collocata sull'eponimo carro da parata.[43] Alle fasi medio e tardo orientalizzanti appartengono i grandi ipogei dell'Osteria, come la tomba dei Soffitti Intagliati, con decorazioni architettoniche che ripropongono modelli ceretani, e la tomba del Pittore della Sfinge Barbuta.[44]
L'età arcaica

Fra la fine del VII e il VI secolo a.C. operano a Vulci le maggiori botteghe di ceramisti etrusco-corinzi, i cui prodotti compaiono con regolarità nei corredi, accanto a ceramiche di importazione da Corinto, dalla Grecia dell'Est e dall'Attica. Fra le città dell'Etruria, Vulci è quella che ha restituito il maggior numero di vasi attici a figure nere e a figure rosse, e fra questi alcuni capolavori della produzione.[45][46] Alla fine del secolo si affermano gli atelier di ceramografi a figure nere, fra i quali il Pittore di Micali.[47]
Il quadro sociale è illuminato dalle sepolture con armi. Nel 1832 fu individuato all'estremità sud-occidentale dell'Osteria il Tumulo dei Guerrieri, complesso tardoarcaico la cui tomba principale, databile fra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C., restituì un tripode, un'anfora di bronzo e un elmo, oggetti che qualificano il rango del defunto.[48] Alla stessa temperie rimanda la tomba XLVII della necropoli dell'Osteria, detta del Guerriero perché il corredo ne qualifica il defunto come oplita, testimonianza del quadro socio-economico della città nei decenni finali del VI secolo a.C.[49]
L'età classica
La documentazione stratigrafica di Porta Ovest indica che l'assetto consolidatosi alla fine della prima età del ferro resta a lungo inalterato e che tracce di mutamenti si registrano solo in età tardoarcaica, con strati databili fra la fine del VI e il V secolo a.C.[50]
Resta invece problematico valutare l'entità degli interventi difensivi riferibili a questa fase, documentata dalla stratigrafia del terrapieno ma priva al momento di riscontro nelle strutture messe in luce: difficilmente in quel punto poteva essere ancora in funzione una difesa tanto antica, tanto più che i sepolcreti restituiscono per quegli anni un'immagine di ricchezza e che nell'abitato si costruisce molto.[51]
Il V secolo è al centro di un dibattito che riguarda l'intera Etruria meridionale. Secondo Giovanni Colonna la crisi delle città etrusche si data al 460-450 a.C. ed è preceduta, fra la seconda metà del VI e gli inizi del V, dall'abbandono o dalla destrutturazione dei centri minori fino ad allora di fatto indipendenti; parallelamente sorgono o si rivitalizzano centri come Doganella e Regisvilla e si sviluppano i grandi porti.[52] Nella lettura di Colonna entrambe le fasi riflettono un fenomeno di colonizzazione interna promosso dalle città a vantaggio dei ceti medio-bassi, il cui fallimento a metà del V secolo confermerebbe una reazione oligarchica responsabile della recessione.[52] Per Vulci in particolare la crisi di metà secolo si manifesta nella contrazione del commercio del vino e nell'arresto delle importazioni attiche, accompagnati da uno spopolamento del pianoro.[53] Un contributo recente riconduce il declino alla crisi economica seguita alla sconfitta navale degli Etruschi a Cuma nel 474 a.C. e al conseguente dirottamento dei traffici verso gli scali adriatici; secondo la stessa lettura, intorno alla metà del IV secolo a.C. la città conosce una ripresa fondata sull'agricoltura e sul controllo delle produzioni locali, che coinvolge l'intero agro vulcente con la fondazione o la rioccupazione di centri minori come Ghiaccio Forte.[54][53]
L'età ellenistica e la conquista romana
La seconda metà del IV secolo a.C. è segnata da un rinnovamento edilizio esteso a tutto l'insediamento, cui appartiene la realizzazione della cinta muraria in opera quadrata.[55]

Allo stesso periodo, e precisamente al terzo venticinquennio del IV secolo, risale la fondazione della tomba François, grandioso ipogeo gentilizio il cui ciclo pittorico celebra Vel Saties e, accanto a lui, gli antichi eroi vulcenti, caricando le pitture dell'atrio e del tablino di un discorso politico e morale di forte impegno.[56]
Agli inizi del III secolo a.C., cioè alla vigilia della conquista romana, il sistema difensivo di Porta Ovest viene ampliato con la costruzione del bastione triangolare e della muraglia a scacchiera: una mole di difese adeguata agli eventi che si susseguono, dalla sconfitta degli Etruschi e dei loro alleati a Sentino nel 295 a.C. alla conquista di Roselle nel 294 e alla disfatta presso il lago Vadimone nel 283.[57] La resa dei conti è registrata dai Fasti trionfali, che ricordano il trionfo del console Tiberio Coruncanio sui Volsiniesi e sui Vulcenti.[1] Nel territorio sottratto alla città fu dedotta la colonia di Cosa, ricordata da Velleio Patercolo come fondata Volcientium a populo Romano.[1]
Età romana e abbandono

Dopo la guerra sociale Vulci divenne municipio ascritto alla tribù Sabatina.[1]

Fra l'ultimo ventennio del I secolo a.C. e i primi decenni del I secolo d.C. il centro è investito da un processo di rinnovamento in aderenza alla politica augustea, di cui sono testimonianza l'arco eretto per disposizione testamentaria di Publius Sulpicius Mundus e le grandi residenze urbane.[58] La perdita del territorio fu progressiva: alla deduzione di Cosa nel 273 a.C. seguirono la realizzazione della via Aurelia nel 241, le colonie di Saturnia nel 183 e di Heba verso la metà del II secolo a.C. e l'apertura della via Clodia nell'entroterra; un diverticolo dell'Aurelia attraversava però l'area urbana, e questo permise al centro, pur ridimensionato, di reggersi su un'economia ancora dignitosa fino all'età di Augusto. Nessun esponente delle famiglie vulcenti entrò mai a far parte del senato di Roma.[54] Due dediche imperiali, una a Vespasiano del 73 d.C. e una di poco successiva a Domiziano, lasciano intendere che in età flavia la città fosse ancora ben viva.[5]
Alla prima metà del III secolo d.C. rimandano le sculture di culto del Mitreo, che documentano una persistente vitalità urbana in epoca tardoimperiale.[59] Il santuario venne devastato negli ultimi venticinque anni del IV secolo d.C., forse per mano dei cristiani della città, la cui presenza è documentata dalla catacomba riconosciuta nel 1834 sulle pendici meridionali dell'Osteria: in tal senso orientano le copiose tracce di incendio, le sculture intenzionalmente spezzate e la dispersione non casuale degli arredi.[59] Lungo l'acquedotto crebbe un piccolo sepolcreto tardoromano, frequentato almeno a partire dalla seconda metà del III secolo d.C., mentre nell'area della domus del Criptoportico, occupata dal V secolo a.C. alla tarda età imperiale, dopo l'abbandono trovarono posto sepolture isolate fra il VI e l'VIII secolo d.C.[60] L'abbandono definitivo dell'area abitata avvenne nell'alto medioevo e fu probabilmente molto graduale, favorito dall'impaludamento della fascia costiera e dal conseguente diffondersi della malaria.[N 4][61]
Topografia e monumenti
L'insediamento si articola sul pianoro de La Città, sull'acropoli e sull'area di Pozzatella, collegata al pianoro principale da una sella.[41]
Le mura e le porte
La cinta in opera quadrata correva ininterrotta lungo tutto il perimetro del pianoro de La Città; vi si aprivano almeno cinque porte, denominate Nord, Ovest, Sud, Sud-Est ed Est, ciascuna in rapporto con una direttrice di percorrenza del territorio, ai quali si potrebbero aggiungere altri tre accessi ipotizzati sulla base delle ricerche recenti.[62] I dati di scavo indicano per la prima fase della cinta una datazione nella seconda metà del IV secolo a.C.[55]
Agli inizi del III secolo a.C. la cinta è interessata da restauri e rifacimenti di ampia portata. La Porta Nord, affiancata da mura possenti, assume allora una forma a camera, mentre l'apparato difensivo più massiccio è quello di Porta Ovest, l'accesso che la morfologia del pianoro rendeva più esposto, dove dietro alle fortificazioni di pochi decenni prima viene alzato un secondo muro in opera a scacchiera, rinforzato a sua volta da un massiccio terrapieno, e davanti alla porta viene elevato un bastione a schema triangolare che impediva l'attacco frontale.[62]
Le indagini condotte presso la sponda destra del Fiora, in occasione della realizzazione di una passerella pedonale, hanno riportato in luce due lunghi tratti di mura in opera quadrata, spessi oltre tre metri, e una porta a doppio fornice, in origine coperta, che chiudeva l'ingresso in città a chi arrivava da oriente: si delinea così un doppio circuito difensivo che proteggeva, oltre al pianoro urbano, anche l'estesa area di fondovalle destinata ad attività produttive e commerciali.[63]
L'area urbana
L'asse viario principale, talvolta impropriamente definito decumano massimo, attraversa il pianoro con andamento est-ovest e incrocia un cardine massimo con andamento nord-sud.[64] Lungo il decumano si affaccia il basamento del Tempio Grande, fra i maggiori edifici di culto dell'Etruria di età arcaica: lo studio delle terrecotte architettoniche colloca l'impianto originario intorno al 500 a.C. e un secondo cantiere verso la metà del IV secolo e un radicale rifacimento in età imperiale, quando la parte lignea dell'elevato fu sostituita con strutture in opera cementizia.[65] Il podio misura 36,40 per 24,55 metri, mentre la platea raggiunge i 43,50 per 28,50 metri, che con l'avancorpo gradinato arrivano a 49,85.[65]

Nel settore centro-settentrionale dell'abitato si trova la domus del Criptoportico, impianto residenziale articolato intorno a due atri e a un peristilio, con un settore termale e un lungo ambiente sotterraneo voltato che dà il nome al complesso; una fistula plumbea rinvenuta nel settore termale restituisce il nome del probabile proprietario, Marcus Vinicius.[5] Al lato orientale della domus è adiacente il Mitreo, a pianta rettangolare, che si distingue dai tipi canonici per i due alti podia sostenuti da sei piccoli vani coperti a volta, forse allusivi ai gradi di iniziazione al culto misterico.[59]

Fra gli altri monumenti dell'area urbana si contano la cosiddetta Basilichetta, l'Edificio in laterizio a pianta rettangolare absidata, presumibilmente databile al II secolo d.C., un isolato di ambienti destinati al commercio all'incrocio fra decumano e cardine, l'impianto residenziale tardoantico noto come Casa del Pescatore e il sacello di Ercole presso la Porta Est, la cui fase di fondazione risale alla fine del IV secolo a.C. e la più recente alla seconda metà del I-inizi del II secolo d.C.[66] Sul decumano fu rinvenuto anche il miliario col nome del console Aurelio Cotta cui si deve la via Aurelia, identificato di volta in volta con il censore del 241 a.C., con l'omonimo console del 200 o con Lucio Aurelio Cotta console nel 144.[67]
Il ponte romano sul Fiora, lungo in origine 85 metri, si articolava su cinque arcate di dodici metri di luce ciascuna e poggiava su quattro piloni in opera cementizia rivestiti di travertino, i cui resti affiorano ancora dall'acqua; l'acquedotto, superato il fiume al Ponte della Badia, attraversava l'Osteria e raggiungeva la città, e davanti a Porta Ovest se ne conserva ancora un tratto di notevole mole.[68]
Le necropoli
I sepolcreti circondano il pianoro urbano e si distinguono convenzionalmente in settentrionali e orientali. Alla prima area appartiene la vasta necropoli dell'Osteria, con i nuclei di Casal di Lanza, Poggio Mengarelli, Marrucatello e la Doganella del Ponte; alla seconda le necropoli di Ponte Rotto, del Mandrione di Cavalupo e della Polledrara, cui si aggiungono i nuclei di Poggio Maremma e di Campomorto, riferiti a insediamenti periferici rispetto al centro protourbano.[69]
Le tipologie funerarie coprono l'intero arco cronologico della città: tombe a pozzetto e a fossa della prima età del ferro, tombe a fossa profonda e a camera con vestibolo a cielo aperto fra l'orientalizzante e l'arcaismo, monumentali ipogei di famiglia fra il tardo classico e l'ellenismo, sepolture a fossa con cremazione diretta e, in età romana, tombe a incinerazione con cippi iscritti.[70]
Nella necropoli di Ponte Rotto si concentrano i complessi gentilizi più monumentali, fondati fra la metà del IV e gli inizi del III secolo a.C. e in uso per più generazioni: le tombe dei Tute o dei Sarcofagi, dei Tarna o dei Tori, dei Tetnie o dei Due Ingressi, la tomba delle Iscrizioni, appartenuta alla gens Pruslna, la tomba del Delfino e soprattutto la tomba François. Le planimetrie, articolate in più camere disposte attorno a un ampio atrio centrale, evocano esperienze dell'architettura reale, mentre le fronti esterne, che ci sono giunte incomplete, erano scandite da elementi architettonici e ornate di sculture.[71]
Alla fine del VI e agli inizi del V secolo a.C. è documentato anche il rituale della cremazione diretta in fossa, attestato da tre sepolture: due nella necropoli di Mezzagnone e una all'Osteria. Dalla prima di esse provengono un'anfora e un'hydria del Pittore di Micali e una statua fittile di giovane nudo seduto, alta circa la metà del vero, riferita a una bottega ceretana e collocabile fra il 500 e il 490 a.C.[72] Fra i rituali riservati ai personaggi eminenti è documentato quello del carro: nel 1845, nella piana del Fiora sotto il costone di Ponte Rotto, fu recuperato un currus riccamente rivestito di bronzo, deposto insieme a quattro cavalli aggiogati ai due lati del timone e ai crani di due cani, secondo un uso attestato in età tardoarcaica anche a Populonia, Perugia, Adria e nella vicina Castro.[73] Nello stesso sepolcreto, presso la sponda del fiume, Marcelliani riportò in luce un sacello per il culto funerario dal quale provengono terrecotte a soggetto dionisiaco databili alla metà del III secolo a.C.[74]
Gli scavi del 2011-2013 hanno restituito all'Osteria due complessi di rilievo. Il tumulo C1, detto anche tomba delle Mani d'argento, deve il nome alle mani in argento di una statua polimaterica deposta accanto a una sepoltura femminile di rango principesco, accompagnata da un ricco corredo di ornamenti: la camera principale risulta in uso già nel secondo quarto del VII secolo a.C., mentre a circa una generazione di distanza il sepolcro fu ampliato e monumentalizzato con l'aggiunta di due camere laterali e l'inserimento entro un tumulo.[75] La tomba B14, o tomba della Sfinge, appartenne a personaggi di altissimo rango: vi si accede da un dromos lungo 26,50 metri che conduce a un ampio vestibolo a cielo aperto sul quale si aprono tre porte, e quella centrale porta in un atrio quadrangolare attorno al quale si aprono tre camere a croce, impianto che a Caere si ritrova in sepolcri di grande prestigio; i corredi collocano l'uso del monumento fra gli anni 640-630 e il 580-570 a.C.[76]
Lo scavo in estensione ha inoltre chiarito le linee di sviluppo del sepolcreto: fra l'orientalizzante medio e il primo arcaismo lo spazio funerario si organizza in nuclei distinti, con le tombe di uno stesso gruppo familiare disposte attorno al monumento di un personaggio eminente, mentre gli spazi vuoti fra un nucleo e l'altro sono stati letti come aree destinate al culto e alle cerimonie funebri.[77]
Il tumulo della Cuccumella, il monumento più imponente dei sepolcreti orientali, accoglie due complessi funerari e conserva alla sommità i resti di due torri-cippo, una troncopiramidale e una troncoconica; l'intervento condotto fra il 2003 e il 2006 ha restituito il monumento alla sua configurazione originaria e ha accertato l'inesistenza della terza tomba segnalata da Marcelliani.[47]
Le aree sacre
Attorno alla città si disponeva una serie di luoghi di culto, collocati nel suburbio oppure al limite dei sepolcreti, in genere là dove passavano le strade dirette verso il territorio.[74] Il complesso meglio noto è il santuario extraurbano del Fontanile di Legnisina, individuato nel 1984 ai margini nord-occidentali della Polledrara: le campagne fra il 1985 e il 1987 ne hanno scavato il tempio, intitolato a Uni e impiantato nella prima metà del V secolo a.C., di cui resta il podio, ampiamente rifatto fra IV e III secolo e in uso fino al I secolo d.C., oltre a un altare chiuso entro un recinto di grandi proporzioni e a una stipe assai ricca; due dediche mostrano che nello stesso santuario era venerata anche Vei.[78]

Alla Porta Nord fu esplorata una stipe votiva rapportabile a un santuario di porta, con materiali compresi fra gli inizi del II e il I secolo a.C. e caratteri in cui è stata riconosciuta una forte connotazione dionisiaca.[79] Sulle pendici nord-orientali dell'abitato, nella cosiddetta Area I, è stata messa in luce una grande quantità di ex voto non più in posto, databili fra gli ultimi anni del IV e il I secolo a.C. e riferibili al culto di divinità guaritrici: il santuario di provenienza va cercato sul pianoro urbano soprastante.[58]
Produzioni e commerci
La produzione artigianale vulcente è documentata sin dall'orientalizzante antico dai bronzi della tomba del Carro, che coniugano tecnologie di tradizione locale e modelli di origine levantina, probabilmente su impulso di maestranze immigrate.[80] Alla stessa epoca risalgono le officine di ceramisti di formazione euboico-cicladica attestate in città e nel territorio dai vasi etrusco-geometrici, fra i quali quelli della tomba B del Mandrione di Cavalupo.[81]
Fra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C. il vino vulcente è commerciato soprattutto verso gli empori celtici del Golfo del Leone, e le anfore fabbricate nella bassa valle dell'Albegna sono state ritrovate nel Midi francese e in Catalogna.[82]

Vulci è inoltre il principale centro etrusco per la scultura funeraria in nenfro, con sfingi, leoni e capitelli figurati che ornavano tumuli e prospetti degli ipogei.[83] Nell'area di fondovalle presso la Porta Est, deputata ad attività eminentemente produttive, sono stati riportati in luce un complesso di età arcaica e alcune fornaci dei primi decenni dell'ellenismo.[84]
Il parco archeologico e il museo
Il progetto del parco archeologico fu attuato nella prima metà degli anni Novanta del Novecento; dal 1998 la gestione è affidata ai comuni di Montalto di Castro e di Canino sulla base di una concessione, rinnovata nel 2008, mentre scavo, restauro e tutela restano di competenza statale.[4] Agli interventi conservativi sui monumenti dell'area urbana si sono affiancate indagini conoscitive mirate, condotte anche in funzione della realizzazione di percorsi di visita.[25]
Il Museo archeologico nazionale di Vulci, aperto al pubblico nel giugno del 1975, ha sede nel Castello dell'Abbadia e conserva i materiali provenienti dagli scavi condotti nell'area della città e nelle necropoli.[21]
Note
Note esplicative
- ↑ Nel lemma della Bibliografia topografica della colonizzazione greca le due forme etrusche compaiono precedute da asterisco, cioè come ricostruzioni, mentre le forme greche e latine sono date come attestate; la sezione dedicata alle fonti numismatiche registra l'assenza di emissioni riferibili al centro. Le grafie Velch e Velx, diffuse nella letteratura divulgativa, vanno intese in questo senso.
- ↑ Le misure del pianoro divergono nella letteratura: Zifferero e la tabella di Redhouse e Stoddart indicano 126 ettari, Madonna e altri circa 100. Anche sulla distanza dal mare le sintesi non concordano: undici chilometri per Zifferero e per Madonna e altri, tredici per Camporeale.
- ↑ La denominazione deriva dalla località bolognese di Villanova, dove il tipo di sepoltura fu riconosciuto per la prima volta a metà Ottocento, e designa una fase culturale, non un popolo distinto dagli Etruschi.
- ↑ La tradizione che vuole Vulci sede vescovile è ritenuta poco attendibile da Sgubini Moretti e da Falconi Amorelli. Anche la distruzione della città a opera dei Saraceni nel X secolo appartiene alla leggenda, per quanto abbia lasciato una traccia forte nella memoria locale.
Note bibliografiche
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 Moretti Sgubini 2012, p. 1082.
- ↑ Moretti Sgubini 2006, pp. 332-334.
- 1 2 Moretti Sgubini 2012, pp. 1082-1083.
- 1 2 Moretti Sgubini 2012, p. 1117.
- 1 2 3 4 5 6 Moretti Sgubini 2012, p. 1083.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1083-1084.
- 1 2 Moretti Sgubini 2012, p. 1084.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1084-1085.
- 1 2 Moretti Sgubini 2012, p. 1085.
- 1 2 Camporeale 2015, p. 296.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1088-1089.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, p. 1086.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1091-1092.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1093-1094.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, p. 1095.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1097-1098.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, p. 1100.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1100-1108.
- ↑ Carosi, Conti 2019, pp. 149-150, 155.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, p. 1108.
- 1 2 3 Moretti Sgubini 2012, p. 1111.
- ↑ Moretti Sgubini, Ricciardi 2016, pp. 73-74.
- ↑ Moretti Sgubini, Ricciardi 2016, p. 104.
- ↑ Moretti Sgubini, Ricciardi 2016, pp. 100, 106.
- 1 2 Moretti Sgubini 2012, pp. 1117-1118.
- ↑ Zifferero 2017, pp. 1257, 1274.
- 1 2 Redhouse, Stoddart 2011, p. 166.
- ↑ Madonna, Nisio, Pacciarelli, Pocobelli 2023, pp. 334-335.
- ↑ Madonna, Nisio, Pacciarelli, Pocobelli 2023, pp. 330, 335.
- 1 2 Moretti Sgubini 2006, pp. 333-334.
- ↑ Zifferero 2017, pp. 1275, 1277-1278.
- ↑ Moretti Sgubini 2008, p. 178.
- ↑ Redhouse, Stoddart 2011, pp. 169-174.
- ↑ Moretti Sgubini 2006, pp. 320-322.
- ↑ Moretti Sgubini 2006, pp. 324-332.
- ↑ Moretti Sgubini 2008, pp. 175-176.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1084, 1096.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, p. 1097.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1095, 1097.
- ↑ Madonna, Nisio, Pacciarelli, Pocobelli 2023, pp. 329-330.
- 1 2 Moretti Sgubini 2008, pp. 171-172.
- 1 2 Moretti Sgubini 2012, p. 1105.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1109-1110.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1110-1111.
- ↑ Camporeale 2015, p. 295.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1111-1113.
- 1 2 Moretti Sgubini 2012, p. 1122.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, p. 1087.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1098-1099.
- ↑ Moretti Sgubini 2006, p. 334.
- ↑ Moretti Sgubini 2006, p. 340.
- 1 2 Colonna 1990, pp. 7-21.
- 1 2 Zifferero 2017, p. 1278.
- 1 2 Madonna, Nisio, Pacciarelli, Pocobelli 2023, pp. 339-340.
- 1 2 Moretti Sgubini 2008, pp. 176-177.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, p. 1092.
- ↑ Moretti Sgubini 2006, pp. 339-340.
- 1 2 Moretti Sgubini 2012, p. 1118.
- 1 2 3 Moretti Sgubini 2012, pp. 1111-1112.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1101-1102, 1118-1119.
- ↑ Madonna, Nisio, Pacciarelli, Pocobelli 2023, pp. 340-341.
- 1 2 Moretti Sgubini 2012, pp. 1119-1120.
- ↑ Moretti Sgubini 2008, pp. 177-178.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1100-1101, 1104.
- 1 2 Moretti Sgubini 2012, pp. 1107-1108.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1104-1105.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, p. 1104.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1105, 1118-1119.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1084, 1093-1094, 1097.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1116-1117.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1096, 1103-1104.
- ↑ Moretti Sgubini, Ricciardi 2016, pp. 100-102.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, p. 1091.
- 1 2 Moretti Sgubini 2012, p. 1094.
- ↑ Moretti Sgubini, Ricciardi 2016, pp. 78-82.
- ↑ Moretti Sgubini, Ricciardi 2016, pp. 82-86.
- ↑ Moretti Sgubini, Ricciardi 2016, p. 90.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1115-1116.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1102-1103.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, p. 1110.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, p. 1109.
- ↑ Zifferero 2017, p. 1277.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, pp. 1085, 1099.
- ↑ Moretti Sgubini 2012, p. 1120.
Bibliografia
- Simona Carosi e Alessandro Conti, Dai musei al territorio, tra ricerca e tutela. A proposito degli scavi della "Società Hercle" (1961-1963) nella necropoli dell'Osteria a Vulci, in Annali della Fondazione per il Museo Claudio Faina, vol. 26, 2019, pp. 145-169.
- Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà, 4ª ed., Novara, UTET-De Agostini, 2015.
- Sara Madonna, Stefania Nisio, Marco Pacciarelli e Giovanni Francesco Pocobelli, Vulci: le ragioni di un insediamento dalle origini all'abbandono, in Memorie Descrittive della Carta Geologica d'Italia, vol. 110, 2023, pp. 329-344.
- Giovanni Colonna, Città e territorio nell'Etruria meridionale del V secolo, in Crise et transformation des sociétés archaïques de l'Italie antique au Ve siècle av. J.-C. Actes de la table ronde de Rome (19-21 novembre 1987), collana Publications de l'École française de Rome 137, Roma, École française de Rome, 1990, pp. 7-21.
- Anna Maria Moretti Sgubini, Alle origini di Vulci, in Maristella Pandolfini Angeletti (a cura di), Archeologia in Etruria meridionale. Atti delle giornate di studio in ricordo di Mario Moretti (Civita Castellana, 14-15 novembre 2003), Roma, L'Erma di Bretschneider, 2006, pp. 317-361.
- Anna Maria Moretti Sgubini, Le mura di Vulci: un aggiornamento sullo stato della ricerca, in La città murata in Etruria. Atti del XXV Convegno di studi etruschi ed italici (Chianciano Terme-Sarteano-Chiusi, 30 marzo-3 aprile 2005), Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2008, pp. 171-179.
- (EN) Andrea Zifferero, Southern Etruria, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Boston-Berlino, De Gruyter, 2017, pp. 1251-1298.
- (EN) David Redhouse e Simon Stoddart, Mapping Etruscan State Formation, in Nicola Terrenato e Donald C. Haggis (a cura di), State Formation in Italy and Greece. Questioning the Neoevolutionist Paradigm, Oxford-Oakville, Oxbow Books, 2011, pp. 162-178, ISBN 978-1-84217-967-3.
- Anna Maria Moretti Sgubini e Laura Ricciardi, Vulci: tipologie funerarie in uso fra Orientalizzante ed età tardoarcaica (scavi 2011-2012), in Bollettino di Archeologia on line, vol. 7, n. 1-2, 2016, pp. 73-108.
- Anna Maria Moretti Sgubini, Vulci, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, vol. 21, 2012, pp. 1082-1154.
Voci correlate
Altri progetti
Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Vulci
Collegamenti esterni
- Sito ufficiale, su vulci.it.
- Léopold Albert Constans, VOLCI, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1937.
- Vulci, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
- Vulci, su sapere.it, De Agostini.
- (EN) Vulci, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
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