Toro di Falaride

Ricostruzione del toro di Falaride al Museo della tortura di Santillana del Mar

Il toro di Falaride è uno strumento di tortura creato, secondo la tradizione, nel VI secolo a.C. dall'artigiano Perillo per il tiranno siceliota Falaride, da cui prende il nome. Si trattava di un grande toro di bronzo, cavo all'interno e capace di ospitare una persona adulta: il condannato, rinchiuso in esso, moriva lentamente per ustione grazie a un fuoco acceso sotto il ventre bronzeo dell'animale.

La verità sulla sua esistenza è stata messa più volte in discussione dagli storici a causa dell'assenza di prove archeologiche: è possibile che la leggenda sia stata inventata successivamente al periodo di Falaride per illustrare la natura violenta e abietta della tirannide.[1]

Storia

Pierre Woeiriot, Il toro di Falaride,1500 circa

Secondo la tradizione a ideare lo strumento fu Perillo di Atene, uno bronzista attico che propose al tiranno akragantino Falaride un nuovo sistema per giustiziare i criminali: si trattava di un possente toro di bronzo, cavo all'interno e con una porta sul fianco da cui far entrare il condannato. Quest'ultimo, una volta dentro, sarebbe morto per ustione grazie a un fuoco accesso sotto il ventre del toro; inoltre le sue grida sarebbero fuoriuscite dalla scultura con un suono diverso, pari a quello del muggito di un bovino. Falaride, sorpreso e disgustato da un'idea così malvagia, lo ingannò a entrare nel toro e per punirlo lo uccise, testando la sua stessa invenzione:

(greco antico)
«Ὃς Φάλαρις Περίλαον τὸν χαλκουργὸν ἐκεῖνον τὸν Ἀττικὸν κατέκαυσεν ἐν ταύρῳ τῷ χαλκέῳ. οὗτος γὰρ τὸ μηχάνημα τοῦ ταύρου χαλκουργήσας, τοῖς μυξωτῆρσι τοῦ βοὸς ἐτεκτήνεν αὐλίσκους, ἀνέπτυξε καὶ θύραν δὲ πρὸς τῷ πλευρῷ τοῦ ταύρου· καὶ δῶρον τῷ Φαλάριδι τοῦτον τὸν ταῦρον ἄγει. Φάλαρις δὲ τὸν ἄνθρωπον ἐν δώροις δεξιοῦται, τὸ δὲ μηχάνημα θεοῖς καθιεροῦν κελεύει. ὡς δ’ ἀναπτύξας τὸ πλευρὸν ὁ χαλκουργὸς ἐκεῖνος δόλον τὸν κακομήχανον ἐξεῖπεν ἀπανθρώπως, Εἴ τινα βούλει, Φάλαρι, κολάζειν τῶν ἀνθρώπων, ἔνδον τοῦ ταύρου κατειργνὺς πῦρ ὑποστρώννυ κάτω· δόξει δ’ ὁ ταῦρος στεναγμοῖς μυκᾶσθαι τοῖς ἐκείνου, σὺ δ’ ἡδονὴν τοῖς στεναγμοῖς ἕξεις αὐλοῖς μυκτήρων. τοῦτο μαθὼν ὁ Φάλαρις καὶ μυσαχθεὶς ἐκεῖνον, Ἄγε, φησί, Περίλαε, σὺ πρῶτος δεῖξον τοῦτο, καὶ τοὺς αὐλοῦντας μίμησαι, τρανωσόν σου τὴν τέχνην. ὡς δὲ παρέδυ μιμητὴς δῆθεν τῶν αὐλημάτων, κλείει τὸν ταῦρον Φάλαρις καὶ πῦρ ὑποσωρεύει.⁠»
(italiano)
«Perillo aveva realizzato in bronzo la struttura del toro, creando dei piccoli tubi sonori nelle narici e inserendo una porta come apertura sul fianco dell'animale; e lo portò in dono a Falaride. Quest'ultimo lo accolse con doni e ordinò che il congegno fosse dedicato agli dei. A quel punto l'artigiano del bronzo aprì il fianco di quello strumento ingannevole e disse con disumana ferocia: «Se mai vorrai punire un uomo, o Falaride, rinchiudilo nel toro e accendi un fuoco sotto di esso; dai suoi gemiti si penserà che il toro muggisca e le sue grida di dolore ti daranno piacere mentre escono dai tubi delle sue narici». Ma quando Falaride venne a conoscenza di questo inganno rimase disgustato da quell’uomo e rispose: «Vieni dunque, Perillo, sii tu il primo a dimostrarlo; imita coloro che grideranno attraverso quei tubi e chiariscimi il funzionamento del tuo marchingegno». E non appena Perillo entrò nel toro per dare un esempio, o così pensava, della sua acustica, Falaride chiuse il toro e accatastò il fuoco sotto di esso.»

Dopo interminabili minuti di dolore Perillo, ormai morente, venne tirato fuori dal toro e gettato giù da una rupe affinché il suo corpo non rovinasse la scultura.[2]

Sempre da Diodoro si apprende che il toro fu saccheggiato dai Imilcone II nel 406 a.C, durante l'assedio di Agrigento, e spedito a Cartagine; l'opera fu restituita agli akragantini solo nel 146 a.C. da Publio Cornelio Scipione, a seguito della battaglia di Cartagine.[3] Anche Cicerone, nella sua orazione contro Verre, conferma la restituzione del toro agli abitanti di Agrigento.[4]

Il fiume Gela raffigurato come toro in una moneta del 420-405 a.C.

A opporsi a questa precisazione fu lo storico siceliota Timeo di Tauromenio, le cui argomentazioni ci sono pervenute solamente attraverso uno scolio alla prima Pitica di Pindaro[5] e ad alcune critiche ricevute da Polibio[6] e Diodoro Siculo, dettate con molta probabilità da fraintendimenti[7]. Nel testo originario, Timeo sollevava dubbi sulla provenienza del toro rubato dai cartaginesi, ritenendolo non originario di Agrigento: a suo dire, infatti, era solo una copia in bronzo del fiume Gela (storicamente raffigurato come un toro) mentre il vero toro appartenuto a Falaride sarebbe stato gettato in mare dagli stessi akragantini dopo la morte del loro tiranno:

(greco antico)
«τὸν δὲ τοῦ Φαλάριδος ταῦρον οἱ Ἀκραγαντῖνοι κατεπόντωσαν, ὥς φησι Τίμαιος· τὸν γὰρ ἐν τῇ πόλει δεικνύμενον μὴ εἶναι τοῦ Φαλάριδος, καθάπερ ἡ πολλὴ κατέχει δόξα, ἀλλ εἰκόνα Γέλα τοῦ ποταμοῦ.»
(italiano)
«Ma gli abitanti di Agrigento gettarono in mare il toro di Falaride, come dice Timeo. Infatti quello mostrato in città non è quello di Falaride, come è opinione diffusa, ma una statua del fiume Gela.»

Nella letteratura

La figura del toro di Falaride ebbe molto successo in letteratura, al punto da essere ripresa da autori di disparate epoche. La fonte più antica a riportare questa storia risale al V secolo a.C. ed è quella del poeta Pindaro[8], che la trattò brevemente in una delle sue Pitiche:

(greco antico)
«οὐ φθίνει Κροίσου φιλόφρων ἀρετά:
τὸν δὲ ταύρῳ χαλκέῳ καυτῆρα νηλέα νόον
ἐχθρὰ Φάλαριν κατέχει παντᾷ φάτις,
οὐδέ νιν φόρμιγγες ὑπωρόφιαι κοινωνίαν»
(italiano)
«Non perisce la benigna virtù di Creso:
ma un'ostile nomea dovunque
ha in suo potere Falaride, mente spietata,
che ardeva le vittime nel toro di bronzo.»

Luciano di Samosata dedicò ben due orazioni declamatorie a Falaride, opere dove il tiranno declama la sua innocenza descrivendo, tra le tante cose, anche la creazione del toro.[9]

Nel mondo romano l'argomento venne trattato da Plinio il Vecchio[10] e da Giovenale, che lo menziona in una satira più volte ripresa da Immanuel Kant[11][12]:

(latino)
«esto bonus miles, tutor bonus, arbiter idem
integer; ambiguae si quando citabere testis
incertaeque rei, Phalaris licet imperet ut sis
falsus et admoto dictet periuria tauro,
summum crede nefas animam praeferre pudori
et propter uitam uiuendi perdere causas.»
(italiano)
«Sii buon soldato, buon tutore, giudice incorruttibile;
e se sarai citato come teste in una causa ambigua
e incerta, anche se Falaride con la minaccia del toro
ti ordinasse di mentire, suggerendo spergiuri,
reputa infamia suprema anteporre l'esistenza all'onore e per amore di vita perdere del vivere la ragione.»

Plotino ne fa menzione nelle Enneadi, riferendosi alla tesi dei filosofi ellenistici secondo cui il saggio può essere felice anche negli atroci tormenti del toro:

(greco antico)
«[...] τὸ δὲ μέγιστον μάθημα πρόχειρον ἀεὶ καὶ μετ̓ αὐτοῦ καὶ τοῦτο μᾶλλον, κἂν ἐν τῷ Φαλάριδος ταύρῳ λεγομένῳ ᾖ, ὃ μάτην λέγεται ἡδὺ δὶς ἢ καὶ πολλάκις λεγόμενον.»
(italiano)
«[...] il saggio ha sempre a sua disposizione l’oggetto della conoscenza suprema che lo accompagna, tanto più quando si trovi nel cosiddetto toro di Falaride. Ma chiamare piacevole una tale situazione è una vera sciocchezza, anche se ormai è una frase detta e ripetuta.»

Secoli dopo anche Dante Alighieri, nella Divina Commedia, parlò del toro con questi versi:

(originale)
«[...] Come 'l bue cicilian che mugghiò prima
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l'avea temperato con sua lima,
mugghiava con la voce de l'afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto [...]»
(parafrasi)
«Come il bue siciliano che muggì per la prima volta
per effetto delle grida di colui che, giustamente,
l’aveva temprato con i suoi attrezzi,
e muggiva con la voce di chi viene gravemente punito,
così che, nonostanze fosse fatto tutto di rame,
sembrava lo stesso che fosse stato trafitto dal dolore [...]»

Nel Novecento fu ripreso dallo scrittore Gesualdo Bufalino per descrivere il caldo insopportabile dell'estate siciliana[13]. Umberto Eco lo cita invece nei capitoli finali de Il nome della rosa, in riferimento alla morte di uno dei protagonisti della vicenda[14].

Kurt Vonnegut fa un breve riferimento al toro di Falaride nel suo romanzo La colazione dei campioni raccontando l'utilizzo che ne avrebbe fatto l'imperatore romano Eliogabalo.

Cronache cristiane

Il martirio di Pelagia di Tarso nel Menologio di Basilio II

Secondo alcune cronache, questo strumento sarebbe stato utilizzato per uccidere alcuni martiri cristiani, in particolare sant'Eustachio e sant'Antipa, vescovo di Pergamo. Anche Pelagia di Tarso si narra sia stata fatta seppellire in un toro di Falaride nel 287 dall'imperatore Diocleziano.

Nella cultura di massa

  • Lo show televisivo statunitense 1000 modi per morire ha dedicato una delle proprie morti proprio al toro di Falaride, anche se con delle inesattezze: si dice infatti che il toro fosse completamente insonorizzato per non far sentire le urla dei prigionieri che arrostivano al suo interno e che quando Perillo ne uscì era già morto.
  • Nel videogame Assassin's Creed: Origins si fa spesso riferimento al toro di Falaride come strumento di tortura in uso presso l'Antico Egitto.
  • Questo sistema di tortura fa la sua apparizione anche nel videogame Amnesia: The Dark Descent; l'interazione con esso è prevista ai fini del proseguimento della trama.
  • Nel film Cappuccetto rosso sangue, un cacciatore di lupi mannari utilizza un surrogato di toro di Falaride (qui in forma di elefante), per punire un giovane.
  • Nel film Saw 3D, un toro di Falaride viene utilizzato per uccidere la moglie del "protagonista" delle torture dell'enigmista, reo di aver lucrato con libri e interviste sulla sua presunta sopravvivenza a Jigsaw, senza che però fosse mai stato "messo alla prova".
  • Nella puntata 10 della stagione 8 di The Blacklist il toro di Falaride viene menzionato in quanto una criminale, che tortura su commissione i nemici dei suoi clienti, viene simbolicamente chiamata Perillo.
  • Nel film "Immortals" il toro di Falaride viene usato dal minotauro per torturare i prigionieri.
  • Nel film horror Antrum del 2018 viene utilizzato un toro di Falaride, seppur con la forma di Bafometto.

Note

  1. ↑ (EN) Bull of Phalaris, su www.livius.org. URL consultato il 31 maggio 2026.
    «It was clearly invented to suggest what tyranny was all about, but in spite of its obvious moralism, there may be an element of historical truth.»
  2. ↑ Diodoro Siculo, 19, v.1, in Bibliotheca historica, vol. 9.
    «Ma affinché la morte dell'uomo non contaminasse l'opera di bronzo, lo torò fuori quando era ormai mezzo morto, e lo scagliò giù dalla rupe.»
  3. ↑ Diodoro Siculo, 90, v.4-5, in Bibliotheca historica, vol. 13.
    «[...] Imilcone inviò dunque a Cartagine le più splendide tra le opere, tra cui anche accadde che fosse portato il toro di Falaride, mentre vendette il rimanente bottino. Per quanto riguarda questo toro [...] circa duecentosessanta anni dopo la conquista di Akragas, quando Scipione saccheggiò Cartagine, ⁠lo restituì agli Acragantini, insieme agli altri beni ancora in mano ai Cartaginesi; il toro, all'epoca in cui questa storia veniva scritta si trovava ancora ad Akragas.»
  4. ↑ Cicerone, 73, in In Verrem, vol. 4.
    «[...] alcune cose furono restituite ai Geloi, altre agli Akragantini; tra queste vi era quel nobile toro che, secondo quanto si narra, apparteneva al crudele tiranno Falaride, che era solito rinchiudere gli uomini che voleva punire al suo interno, accendendovi un fuoco sotto di esso.»
  5. ↑ (LA) Karl Wilhelm Ludwig Müller, Schol. Pind. Pyth. I, 185, in Fragmenta historicorum Graecorum, Firmin Didot, 1841. URL consultato il 31 maggio 2026.
  6. ↑ Polibio, 25, v.1, in Storie, vol. 12.
    «Si può affermare che non vi fosse alcuna ragione per la quale si potesse sostenere che un toro di tal genere fosse stato fabbricato a Cartagine; eppure Timeo cominciò a negare quanto comunemente si diceva e a dichiarare false le affermazioni dei poeti e degli storici, sostenendo che il toro che stava a Cartagine non era venuto mai da Agrigento e che in tale città non ve n’era mai stato uno simile.»
  7. ↑ (EN) Frank William Walbank, Phalaris' Bull in Timaeus, in The Classical Review, vol. 59, n. 2, 1945, pp. 39-42.
    «Since the scholiast's statement is quite precise and clear, and not of the kind on which one would be likely to go wrong, there is a strong argument for accepting Thomas Lenschau's suggestion that the two historians have misunderstood Timaeus [...]»
  8. ↑ Pindaro, Le Pitiche, in Paola Angeli Bernardini, Ettore Cingano, Bruno Gentili e Pietro Giannini (a cura di), Commento alla Pitica I.
    «Pindaro è la fonte più antica a ricordare Falaride, tiranno di Agrigento intorno al 571-555 a.C., che divenne esempio proverbiale di crudeltà per i Greci, per aver fatto costruire un toro di bronzo dentro il quale arrostiva le sue vittime; dalla bocca dell'animale i lamenti uscivano simili a muggiti.»
  9. ↑ Luciano di Samosata, 13, in Opere di Luciano, Falaride I, traduzione di Luigi Settembrini, vol. 2, Firenze, Felice Le Monnier, 1862, p. 148.
    «Voi, o Delfi, farete una cosa giusta se coi miei legati farete un sacrifizio per me, ed allogherete il toro in un bel luogo nel tempio, acciocché tutti veggano chi sono io verso i malvagi, e come punisco la loro soverchia diligenza al male. Questo solo basta a mostrar l'animo mio: Perilao punito, il toro offerto, non serbato per tormentare altri, non avendo muggito che dei soli muggiti del fabbro: in lui solo feci la pruova dell'arte, e non volli che si udisse mai più quel brutto e feroce suono.»
  10. ↑ Plinio il Vecchio, 89, in Storia Naturale, vol. 34.
    «Nessuno potrebbe lodare Perillo, più crudele del tiranno Falaride per cui fece un toro di bronzo promettendo che il fuoco arso sotto avrebbe fatto muggire l’uomo chiusovi dentro; senonché egli per primo esperimentò tale tortura per un atto, questa volta, di giusta crudeltà da parte di Falaride. A tal punto, allontanandola dalla rappresentazione degli dèi e degli uomini, Perillo aveva ridotto tale nobilissima arte!»
  11. ↑ Immanuel Kant, Critica della ragion pratica, traduzione di Francesco Capra, 4ª ed., Bari, Laterza, 1937, p. 188.
    «Giovenale presenta un simile esempio in una gradazione, che fa sentire vivamente al lettore la forza del movente, che si trova nella legge pura del dovere come dovere: Esto bonus miles, tutor bonus, arbiter idem integer; ambiguae si quando citabere testis incertaeque rei, Phalaris licet imperet [...]»
  12. ↑ Immanuel Kant, Metafisica dei costumi, traduzione di Giovanni Vidari, 2ª ed., Torino, Stamperia Reale G.B. Paravia & C., p. 178.
    «[...] io dico che l’uomo d’onore preferirebbe la morte, mentre l’uomo volgare sceglierebbe i lavori forzati; cosi infatti importa la natura dello spirito umano. E ciò perchè il primo conosce qualche cosa, che egli stima e apprezza ancor più della vita stessa, cioè l'onore , mentre il secondo considererà sempre una vita, anche carica d’onta, come preferibile alla morte (animam praeferre pudori. Juven.)»
  13. ↑ Gesualdo Bufalino, Argo il cieco, Bompiani, 1989, p. 95.
    «Sotto il sole il paese parve infocarsi come il toro di Falaride, ce ne volevano di granite per impietosire l'estate, i suoi bronzi, le sue aste di fuoco vermiglio.»
  14. ↑ Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, Bompiani, 1980.
    «I monaci cercavano con gli occhi l'Abate per cercare indicazioni e conforto, e non lo trovavano, e solo io sapevo che egli era morto, o stava morendo in quel momento, murato in un budello asfittico che ora si stava trasformando in un forno, in un toro di Falaride.»

Bibliografia

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