Tragedie (Seneca)

Tragedie
Titolo originaleTragoediae
Frontespizio di un'edizione inglese delle Tragedie di Seneca (Londra, 1581)
AutoreLucio Anneo Seneca
1ª ed. originale49-64 ca.
Editio princepsFerrara, Andrea Belfort, 1478
Generetragedie
Lingua originalelatino

Con il titolo Tragedie (lat. Tragoediae) è conosciuto un insieme di opere di Lucio Anneo Seneca.

Le tragedie di Seneca sono le sole opere tragiche latine pervenute in forma non frammentaria[1.1], e costituiscono quindi una testimonianza preziosa sia di un intero genere letterario, sia della ripresa del teatro latino tragico, dopo i vani tentativi attuati dalla politica culturale augustea per promuovere una rinascita dell'attività teatrale. In età giulio-claudia (27 a.C.–68 d.C.) e nella prima età flavia (69–96) l'élite intellettuale senatoria ricorse al teatro tragico per esprimere la propria opposizione al regime (la tragedia latina riprende ed esalta un aspetto fondamentale in quella greca classica, ossia l'ispirazione repubblicana e l'esecrazione della tirannide). Non a caso, i tragediografi di età giulio-claudia e flaviana furono tutti personaggi di rilievo nella vita pubblica romana.

Datazione

«Come ebbe a dire John Fitch, uno tra i più attenti critici ed editori dei drammi senecani, la scrittura drammatica non rappresentò per Seneca un 'flirt' con Melpomene quanto, piuttosto, un interesse di lunga durata»[2].

Nonostante gli innumerevoli tentativi, è impossibile stabilire con certezza quando Seneca si sia dedicato alla composizione delle tragedie. Il problema cronologico è, inoltre, strettamente connesso a quello degli intenti perseguiti dall'autore: se è vero che la maggior parte dei drammi risale al periodo trascorso dal filosofo al fianco di Nerone in qualità di precettore (49-54 d.C.) e poi di consigliere imperiale (54-62 d.C.)[1], come ritenuto da buona parte della critica, ci si deve allora interrogare sul significato ideologico degli stessi. Come coniugare le tirate antitiranniche presenti all'interno delle tragedie con l'adesione del filosofo al potere imperiale? Facendo di simili personaggi dei paradigmi negativi e del proprio teatro uno strumento di ammaestramento morale[3.1], al fine di mostrare al giovane principe le conseguenze rovinose del potere dispotico e delle passioni sfrenate.

L'interesse di Seneca per il teatro non fu, insomma, momentaneo[2] o circoscritto a un periodo specifico della sua vita, bensì costante e duraturo.

Rappresentazione delle tragedie

L'opinione più diffusa tra gli studiosi è che le tragedie di Seneca siano state composte per la sola lettura, che siano dunque state pensate per essere fruite in ambienti ristretti e da un pubblico selezionato[3.2] in occasione delle cosiddette recitationes. Il fatto che l'autore scelga di inscenare i delitti, in deroga all'uso del teatro antico che preferiva il racconto a posteriori per ovviare alle difficoltà tecniche della rappresentazione di simili atrocità sulla scena, funge da ulteriore elemento a sostegno di questa ipotesi. Ciononostante, non si può escludere che i drammi siano stati effettivamente portati sulla scena, argomento che negli ultimi anni ha raccolto il favore di un gran numero di studiosi[4.1]. A supporto di questa posizione viene inoltre addotta la possibile influenza del pantomimo, un genere molto popolare ai tempi di Seneca a cui far risalire l'adozione, da parte dell'autore, di alcune convenzioni estranee al teatro tragico[4].

“the drama is all in the word”. "il dramma è tutto nella parola".

Questa celebre affermazione di T.S. Eliot[5] viene più volte citata dagli studiosi al fine di sottolineare che la messinscena avvenga primariamente attraverso il linguaggio, si tratta cioè di dramma della parola[6][4], che cattura e catalizza l'interesse dell'autore[3].

Contenuto

Il cuore pulsante delle tragedie è costituito dallo scontro tra ragione e passioni[4.2], un conflitto da cui derivano conseguenze catastrofiche. La ragione viene spesso incarnata dai personaggi secondari (nutrici, cortigiani), che tentano di dissuadere i protagonisti dai loro propositi; questi, al contrario, vengono ritratti come accecati dalle passioni e totalmente in balìa del furor, che in accordo con la dottrina stoica equivale a una manifestazione della "pazzia", in grado di travolgere irrimediabilmente l'animo umano[3].

quid ratio possit? vicit ac regnat furor

(vv. 184, Phaedra, Seneca)

Cosa potrebbe mai la ragione? È la follia a vincere e a comandare.

L'interesse senecano verso la psicologia delle passioni è ravvisabile nel grande spazio accordato al furor, che risulta essere il vero protagonista delle tragedie[3]; simile scelta risponde tuttavia agli obiettivi dell'autore, vale a dire l'ammaestramento morale del suo pubblico attraverso l'esemplarità negativa dei personaggi tragici[1].

Alle diverse vicende tragiche fa da sfondo una realtà dai toni cupi e atroci, conferendo al conflitto fra bene e male una dimensione cosmica e una portata universale. Un rilievo particolare ha la figura del tiranno sanguinario e bramoso di potere, chiuso alla moderazione e alla clemenza, tormentato dalla paura e dall'angoscia. Il despota offre lo spunto al dibattito etico sul potere, che è importantissimo nella riflessione di Seneca. I personaggi, infatti, più che figure propriamente drammatiche, si fanno portatori di temi e argomenti da sviluppare e discutere, quali quelli della colpa, del delitto, del regnum, della fides[3].

Di quasi tutte le tragedie senecane restano i modelli greci, nei confronti dei quali l'autore mostra una grande autonomia che presuppone, tuttavia, un dialogo continuo col modello, sul quale Seneca opera interventi di contaminazione, di ristrutturazione, di razionalizzazione nell'impianto drammatico. Non bisogna tuttavia trascurare l'importanza e l'influenza esercitata dalla poesia di età augustea. Tra i modelli[4][6] delle tragedie di Seneca si possono annoverare l'Eneide virgiliana, le Metamorfosi ovidiane e, soprattutto per le parti corali[6][4], le Odi oraziane. Forte è stata inoltre l'influenza delle opere retoriche[4.3] (Controversiae e Suasoriae) del padre del filosofo, Seneca il Vecchio.

Lista delle tragedie

Ci giungono in totale dieci tragedie sotto il nome di Seneca, una delle quali, l'Octavia, è quasi sicuramente spuria[3]. Negli ultimi anni il dibattito in merito all'autenticità ha interessato anche l'Hercules Oetaeus[3], in quanto presenta delle caratteristiche, prima tra tutte la lunghezza, che la separerebbero dalle tragedie ritenute autentiche. Ad eccezione dell'Octavia, di argomento romano (praetexta), gli altri drammi sono di soggetto mitologico greco (a Roma tale genere veniva definito "cothurnata", dal "coturno", calzatura tipica degli attori tragici):

  • Hercules furens: è costruita sul modello dell'Eracle euripideo: Giunone provoca la follia di Ercole. Di conseguenza l'eroe uccide moglie e figli. Una volta rinsavito, determinato a suicidarsi, egli si lascia distogliere dal suo proposito e si reca infine ad Atene a purificarsi.
  • Troades: è la contaminazione dei soggetti di due drammi euripidei, Le troiane e l'Ecuba. La tragedia rappresenta la sorte delle donne troiane prigioniere e impotenti di fronte al sacrificio di Polissena, figlia di Priamo, e del piccolo Astianatte, figlio di Ettore e Andromaca.
  • Phoenissae: è l'unica tragedia senecana incompleta, basata sulle Fenicie di Euripide e sull'Edipo a Colono di Sofocle. La vicenda ruota attorno al tragico destino di Edipo e all'odio che divide i suoi figli, Etèocle e Polinice.
  • Medea: si rifà all'omonima tragedia di Euripide e, forse, anche a una fortunata tragedia - andata perduta - di Ovidio. Narra la cupa vicenda della principessa della Colchide abbandonata da Giasone e assassina, per vendetta, dei figli avuti da lui.
  • Phaedra: la tragedia presuppone il celebre modello dell'Ippolito euripideo, quello di una tragedia perduta di Sofocle e della quarta delle Heroides ovidiane: tratta dell'incestuoso amore di Fedra per il figliastro Ippolito e del drammatico destino che si abbatte sul giovane, restio alle seduzioni della matrigna, la quale, per vendetta, ne provoca la morte denunciandolo al marito Teseo, padre di Ippolito.
  • Oedipus: ispirata al celeberrimo Edipo re sofocleo, narra il mito tebano di Edipo, inconsapevole uccisore del padre Laio e sposo della madre Giocasta. Alla scoperta della tremenda verità egli reagisce accecandosi.
  • Agamemnon: si ispira, assai liberamente, all'omonimo dramma di Eschilo. La tragedia rievoca l'assassinio del re, al ritorno da Troia, per mano della moglie Clitennestra e dell'amante Egisto.
  • Thyestes: rappresenta una vicenda mitica già trattata in opere di Eschilo, Sofocle, Euripide, Ennio e Accio (tutte perdute). Atreo, animato da odio mortale per il fratello Tieste, che gli ha sedotto la sposa, si vendica con un finto banchetto di riconciliazione in cui imbandisce al fratello ignaro le carni dei figli.
  • Hercules Oetaeus: letteralmente "Ercole sull'Eta", dal nome del monte su cui si svolge l'evento culminante del dramma, la tragedia è modellata sulle Trachinie di Sofocle, è trattato il mito della gelosia di Deianira, che per riconquistare l'amore di Ercole, innamoratosi della concubina Iole, gli invia una tunica intrisa del sangue del centauro Nesso, creduto un filtro d'amore e in realtà dotato di potere mortale: tra dolori atroci Ercole muore ed è assunto fra gli dei.
  • Octavia (spuria[3]): rappresenta la sorte di Ottavia, la prima moglie di Nerone da lui ripudiata, perché innamorato di Poppea, e fatta uccidere. Si tratta quindi di una tragedia di argomento romano, ossia una praetexta[1] (l'unica rimasta), ma è certamente spuria, sia perché lo stesso Seneca vi compare come personaggio del dramma, sia perché la descrizione della morte di Nerone (avvenuta nel 68, tre anni dopo quella di Seneca), preannunciata dall'ombra di Agrippina, è troppo corrispondente alla realtà storica, inoltre l'autore, che mostra grande familiarità con l'intera produzione di Seneca, trasferisce nella tragedia brani versificati tratti dalle opere filosofiche. L'Octavia, quindi, fu scritta in un ambiente vicino a Seneca e pochi anni dopo la sua morte (70-80 d.C.).

Stile

Il linguaggio poetico delle tragedie ha origine nella poesia augustea[4][6] (cospicua la presenza di Virgilio, Orazio e Ovidio), dalla quale Seneca mutua anche le raffinate forme metriche[4], come il particolare tipo di scenario, già adottato dal teatro tragico augusteo. Le tracce della tragedia latina arcaica[3] si avvertono soprattutto nel gusto del pathos esasperato, nella tendenza alla frase sentenziosa, isolata, in netto rilievo, alimentata soprattutto dal gusto retorico del tempo.

La stessa tendenza si manifesta anche nella frammentazione dei dialoghi (un verso per ogni personaggio) ed in una costante influenza della retorica asiana, percepibile nella continua tensione, nell'enfasi declamatoria, nello sfoggio di greve erudizione nelle tinte fosche e macabre[3]. Spesso l'esasperazione della tensione drammatica è ottenuta mediante l'introduzione di lunghe digressioni, che alterano i tempi dello sviluppo scenico isolando singole scene come quadri autonomi, estraniati dal contesto della dinamica teatrale (forse "pezzi di bravura" destinati ad esser letti nelle sale di recitazione). Uno stile che costituisce un documento tra i più rappresentativi del gusto letterario contemporaneo.

Altri progetti

Note

  1. 1 2 3 Giovanna Garbarino, Nova Opera, con la collaborazione di Sergio A. Cecchin e Laura Fiocchi, Vol. 1A, 2010, pp. 80, ISBN 978-88-395-3366-1.
    1. ↑ «Anche nella produzione tragica di Seneca, autore delle uniche tragedie latine che ci siano pervenute complete, [...]».
  2. 1 2 Seneca, Le Troiane, a cura di Alfredo Casamento, collana Classici greci e latini, Rusconi Libri, 2021, ISBN 978-88-18-03743-2.
  3. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 Giovanna Garbarino, Seneca, in Nova Opera, con la collaborazione di Sergio A. Cecchin e Laura Fiocchi, vol. 3, Pearson Italia, 2011, p. 78, ISBN 9788839533777.
    1. ↑ «In realtà la visione pessimistica, l'accentuazione degli elementi cupi e la forte intensificazione patetica appaiono funzionali proprio a quel valore di esemplarità negativa che i personaggi tragici rivestono agli occhi del filosofo; sono mezzi di cui l’autore si serve per raggiungere più efficacemente il suo principale obiettivo, consistente nell’ammaestramento morale.»
    2. ↑ «Sappiamo infatti che in età imperiale, pur non mancando sporadiche testimonianze di vere e proprie rappresentazioni teatrali, l'uso prevalente era di leggere i testi tragici (poco graditi al vasto pubblico) in occasione di recitationes organizzate in case private, in apposite sale o anche alla stessa corte imperiale, per gruppi più o meno ristretti e scelti d'invitati.»
  4. 1 2 3 4 5 6 Christopher Trinacty, Senecan Tragediy, in Shadi Bartsch e Alessandro Schiesaro (a cura di), The Cambridge Companion to Seneca, Cambridge University Press, 2015, ISBN 978-1-107-03505-8.
    1. ↑ «Certain scenes cry out for performance: the stichomythic and antilabic exchange between Medea and her Nurse (Med. 159–76), the violent struggle between Phaedra and Hippolytus (Phd. 704–35), Atreus’ revelation of the leftovers of Thyestes’ children (Thy. 1004–6), and the laments sung antiphonally by Hecuba and the chorus (Tro. 67–163)».
    2. ↑ «Many of the plays feature scenes contrasting passion and reason, but again and again the characters’ passions are unable to be quenched and sometimes even convert the restraining character to the other’s side.»
    3. ↑ «The declamatory style of the previous generation can best be seen in the work of Controversiae and Suasoriae that Seneca’s father compiled. The impact of Seneca the Elder on the Younger’s tragedies is prominent, even at those moments when the Younger appears to fl out the advice given by his father.»
  5. ↑ T.S. Eliot, Shakespeare and the Stoicism of Seneca, 1934 [1927].
  6. 1 2 3 4 Wolf-Lüder Liebermann, Context [Part Three, Tragedy], in Gregor Damschen, Andreas Heil e Mario Waida (a cura di), Brill’s Companion to Seneca, 2014, ISBN 978-90-04-15461-2.

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