Via Salvator Rosa

Via Salvator Rosa
La strada negli anni cinquanta del Novecento
Nomi precedentivia dell'Infrascata, Infrascata
Localizzazione
StatoItalia (bandiera) Italia
CittàNapoli
QuartiereAvvocata
Codice postale80136
Informazioni generali
Tipostrada urbana
IntitolazioneSalvator Rosa
CostruzioneXVI secolo
Collegamenti
InizioVia Enrico Pessina
FineVia Conte della Cerra
IntersezioniCorso Vittorio Emanuele, via Salita Cariati, il Cavone, via Girolamo Santacroce, via Battistello Caracciolo
Mappa
Map

Via Salvator Rosa (già via dell'Infrascata) è una strada storica di Napoli che costituisce l'asse principale del quartiere Avvocata e, storicamente, il tramite fra la città bassa e i borghi collinari dell'Arenella, del Vomero e di Antignano.[1][2] Essa collega via Enrico Pessina, nei pressi del Museo archeologico nazionale, a via Conte della Cerra, alle pendici della collina del Vomero.

Fino alla seconda metà dell'Ottocento la strada era denominata Infrascata (in napoletano 'a Nfrascata), toponimo tuttora attestato nell'uso locale.[3]

Storia

Il tracciato antico

Il percorso ricalca in parte una direttrice viaria di età romana. In epoca imperiale il collegamento fra Neapolis e Puteoli era assicurato, oltre che dalla via costiera, dalla via Antiniana per colles, che superava il rilievo del Vomero: provenendo da Pozzuoli il tracciato raggiungeva l'altopiano collinare, toccava Antignano e ridiscendeva verso la città lungo le attuali via Conte della Cerra e via Salvator Rosa.[4][5] Strutture riferibili a tale asse sono state rinvenute nel 2000 durante gli scavi per la stazione della metropolitana.[5]

Dopo la fine dell'età antica la viabilità di collegamento con la collina si ridusse a percorsi pedonali di forte pendenza. Un riassetto si ebbe nel corso del XIV secolo, in concomitanza con la costruzione della Certosa di San Martino e del castello di Belforte, poi Castel Sant'Elmo, cui si affiancò la realizzazione della Pedamentina di San Martino. Ulteriori ampliamenti sono ricordati in età aragonese.[6]

L'apertura dell'Infrascata

L'apertura della strada nella sua configurazione moderna è convenzionalmente datata al 1556 ed è motivata dall'esigenza di migliorare i collegamenti fra la città e i casali collinari, fino ad allora affidati a salite di forte acclività quali Tarsia, i Ventaglieri e il Cavone, originatesi come alvei naturali per il deflusso delle acque piovane.[1] L'intervento si colloca nella fase di espansione insediativa che, fra Cinquecento e Seicento, portò l'aristocrazia legata al governo vicereale spagnolo a edificare ville e dimore sull'altura.[7]

La strada compare già nella veduta pubblicata da Antoine Lafréry, limitatamente al tratto inferiore e in un contesto quasi privo di edificato.[1]

Sull'origine del toponimo sono state formulate tre ipotesi: la derivazione dalle frasche e dalla vegetazione che ombreggiava il percorso; la derivazione dal cognome della famiglia romana De Infrascato, proprietaria di fondi nella zona secondo lo storiografo Igor Santos Salazar; l'insegna a ramo d'alloro esposta dalle osterie presenti lungo la salita.[6]

Età moderna

Uno dei palazzi storici prospicienti la strada

La veduta di Alessandro Baratta del 1627 documenta un tratto basso pressoché interamente edificato, mentre la porzione superiore conserva carattere agricolo con costruzioni rade.[1] Nel medesimo periodo si insediarono lungo l'asse i complessi conventuali che ne avrebbero caratterizzato a lungo il tessuto urbano.[1] La carta Carafa del 1775 restituisce un'Infrascata urbanizzata su quasi tutto il suo sviluppo, a eccezione del tratto alto sul lato sinistro.[1]

La strada era percorsa a piedi o con animali da soma. Alle sue pendici erano attive stalle per il noleggio di somari, impiegati per il trasporto di merci e passeggeri verso le residenze collinari; secondo le fonti locali gli animali erano addestrati a ridiscendere autonomamente a valle.[3][7] Nelle campagne circostanti si producevano vini locali, fra cui la fravulella e la falanghina.[6]

Ottocento e cambio di denominazione

Confluenza di via Salvator Rosa con via Santa Teresa degli Scalzi, prima metà del Novecento

Il decennio francese e, successivamente, le soppressioni postunitarie determinarono la requisizione e il riuso dei complessi religiosi della strada, destinati a caserme, ospedali, istituti scolastici e abitazioni civili.[1] Parallelamente la crescita demografica trasformò l'Infrascata da area di villeggiatura ad arteria di servizio di un quartiere in progressiva densificazione.[8]

L'intitolazione al pittore, incisore e poeta Salvator Rosa, nato all'Arenella nel 1615, è collocata attorno al 1869.[6] Il nuovo odonimo compare nella carta di Federico Schiavoni del 1885, che documenta un'edificazione quasi continua anche nel tratto superiore, limitata tuttavia alla cortina prospiciente la strada, mentre le aree retrostanti risultano ancora coltivate.[1] Nel 1888 il servizio di risalita a dorso di mulo fu sostituito da una linea di tram a vapore.[6]

Novecento

Nel secondo decennio del XX secolo la sede stradale fu allargata e vennero realizzati il ponte della Cerra, via Girolamo Santacroce e via Battistello Caracciolo, con il conseguente riassetto dei collegamenti fra le diverse quote del quartiere.[4] L'espansione edilizia del secondo dopoguerra saturò le aree residue con edifici di grandi dimensioni, riducendo ulteriormente le tracce del preesistente paesaggio agrario.[9]

Fra il 1996 e il 2001 la costruzione della stazione Salvator Rosa della linea 1 comportò un intervento di riqualificazione dell'area circostante, con il recupero di preesistenze archeologiche e la sistemazione degli spazi aperti.[10]

Monumenti e luoghi di interesse

La strada conserva un tessuto stratificato di architetture religiose, civili e contemporanee.

Il manufatto più antico è il ponte romano, rimesso in luce nel 2000 durante gli scavi per la metropolitana e riferibile per tipologia e tecnica costruttiva all'età imperiale. Si tratta dei resti di un ponte-viadotto in origine più esteso, del quale sopravvivono parte di un fornice con una porzione di volta e sei setti murari paralleli corrispondenti ai piedritti; la struttura, in opera mista, presenta ghiere di archi in mattoni bipedali e volte a botte realizzate mediante getto di opera cementizia entro casseforme lignee. Nel Settecento le arcate furono inglobate in un fabbricato adibito a depositi e stalle; quattro mangiatoie ricavate nella muratura antica e alcune nicchie rivestite di riggiole di inizio Ottocento sono state conservate e restaurate.[5]

Il complesso di Santa Maria della Pazienza, detto anche Cesarea dal nome del fondatore Annibale Cesareo, segretario della Regia Camera della Sommaria, fu avviato agli inizi del Seicento e completato nel 1636; comprendeva una chiesa e un ospedale per convalescenti. Ristrutturazioni settecentesche si devono a Costantino Manni (1733) e a Tommaso Eboli (1735). L'interno, a navata unica con cappelle laterali, conserva un ciclo pittorico di Giovanni Battista Lama databile al 1730-1732, la Strage degli innocenti in controfacciata e, sul soffitto a cassettoni, un Riposo in Egitto di Giuseppe Pozzovivo; vi operarono inoltre Lorenzo De Caro, Hendrick van Somer e Nicola e Oronzo Malinconico. Fra le opere scultoree si segnalano il monumento funebre di Annibale Cesareo, di Michelangelo Naccherino, alcuni angeli in stucco attribuiti a Domenico Antonio Vaccaro e un San Raffaele arcangelo e Tobiolo ligneo di Francesco Citarelli del 1859. L'ospedale fu soppresso nel 1866 e destinato ad abitazioni, mentre la chiesa è tuttora sede parrocchiale.[1]

La chiesa di Santa Maria Maddalena de' Pazzi, con l'annesso monastero, fu fondata nella prima metà del Seicento con il titolo di Santa Teresa del Santissimo Sacramento per accogliere le carmelitane provenienti dall'omonimo monastero. I fondi per l'acquisto del suolo furono donati dal mercante Gaspar Roomer. Il progetto è attribuito a Onofrio Tango, con esecuzione di Giovanni Sparanno; nel Settecento intervennero Mario Gioffredo, Pompeo Schiantarelli e Giuseppe Astarita. L'aula, unica e a croce greca, presenta sull'altare maggiore una tela di Paolo Finoglio; sugli altari laterali si trovano opere di Davide Forte e Carlo Passarelli degli anni venti e trenta del Novecento. In facciata si apre un portale barocco in piperno. Il monastero, requisito per usi militari e adibito a ospedale in età francese, fu acquistato nel 1927 dalla Cooperativa Case per Ufficiali del Regio Esercito e riconvertito in abitazioni; la chiesa fu restaurata fra il 1932 e il 1934.[1]

La chiesa della Santissima Trinità alla Cesarea, con il convento annesso, fu fondata fra la fine del Seicento e i primi del Settecento dai frati italiani per la Redenzione dei Cattivi. La chiesa è chiusa al culto da decenni, mentre parte del complesso è stata destinata a ostello della gioventù.[1]

Il liceo ginnasio statale Giambattista Vico, al civico 117, occupa l'ex monastero di San Francesco di Sales, sorto a partire dalla fine del Seicento e destinato nell'Ottocento a usi diversi, fra cui quello di manicomio. Il complesso fu riconvertito a edificio scolastico nel 1925 e la sede attuale fu ricavata fra il 1930 e il 1932; vi trova posto anche la scuola elementare Vincenzo Cuoco. L'istituto era stato fondato nel 1881 come liceo classico. L'aula magna è intitolata all'ex allievo Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra nel 1985.[1]

La chiesa di Santa Maria della Purità dei Notari risale alla fine del Seicento. Nel 1719 fu ceduta da Tommaso Porzio al conservatorio fondato nel 1639 dal notaio Agnelo Capestrice per l'educazione delle figlie dei colleghi, da cui l'appellativo popolare di chiesa re nutare. L'interno, a pianta rettangolare con transetto, è coperto da una cupola e conserva due altari con le statue di san Vincenzo Ferrer e del Sacro Cuore, un pulpito marmoreo e l'organo; l'altare maggiore, in stile rococò, è sormontato dalla Vergine della Purità con santi di Nicola Maria Rossi, alla cui bottega sono riferiti altri dipinti settecenteschi. Completa la serie dei complessi conventuali la chiesa di Santa Monica, di metà Seicento e più volte rimaneggiata.[1]

L'edilizia civile è rappresentata da una cortina quasi continua di palazzi fra Sei e Settecento, fra cui i palazzi Brayda, Buscio, Bentivoglio, De Tomase, Sportiello, Gatto, De Leone, Nicolini e Tango.[1][2] Il palazzo Loffredo, al civico 260, esisteva già nel Cinquecento con caratteri di villa suburbana e fu rifatto nel Settecento; presenta una facciata su tre piani con mezzanino, più bassa di un livello sul lato destro, con aperture inquadrate da listellature in stucco analoghe a quelle del Palazzo dello Spagnolo, portale mistilineo in stucco terminante in un capriccio reggibalcone e, nel cortile, una scala aperta a tre arcate.[1] Il Palazzo Caracciolo di Girifalco, al civico 315, non compare nella veduta Baratta del 1629; le fonti ne collocano l'ampliamento nel 1734 su commissione del duca Caracciolo di Girifalco, con attribuzione incerta a Ferdinando Sanfelice. La facciata segue la curvatura della strada e presenta un bow-window aggettante su due livelli in corrispondenza del portale.[11]

Nel tratto superiore la strada incrocia il corso Vittorio Emanuele in piazza Mazzini, al cui centro è collocato il monumento a Paolo Emilio Imbriani, sindaco di Napoli dal 1870 al 1872.[2]

La stazione Salvator Rosa della linea 1 della metropolitana, progettata dall'Atelier Mendini e aperta al pubblico il 5 aprile 2001, fa parte del circuito delle Stazioni dell'arte. L'intervento ha interessato anche lo spazio urbano circostante: un giardino terrazzato collega le diverse quote e comprende il ponte romano e una cappella neoclassica di ridotte dimensioni, mentre i fronti degli edifici adiacenti sono stati oggetto di interventi di Mimmo Rotella, Ernesto Tatafiore, Mimmo Paladino, Renato Barisani e Gianni Pisani. Lungo il percorso esterno sono collocate opere di Augusto Perez, Lucio Del Pezzo, Nino Longobardi, Riccardo Dalisi, Alex Mocika e Ugo Marano. Una seconda uscita, aperta nel dicembre 2002 all'incrocio con via Girolamo Santacroce e via Battistello Caracciolo, è segnalata da una guglia dell'Atelier Mendini, il cui basamento è rivestito da altorilievi in ceramica di Enzo Cucchi; nelle vicinanze è collocata l'installazione Eccomi qui di Lello Esposito.[10] In prossimità di tale uscita si trova l'edificio in cui abitò il poeta Giovanni Capurro, autore del testo di 'O sole mio, ricordato da una lapide; il fronte è decorato da un intervento di Mimmo Paladino.[12]

Nella cultura di massa

Gaetano Donizetti, che soggiornò in una dimora neoclassica della zona attribuita ad Antonio Niccolini, vi compose nel 1835 la Lucia di Lammermoor e dedicò alla località la raccolta di ariette e duetti Soirées d'automne à l'Infrascata.[8] Fra le residenze collinari servite dalla strada è ricordata villa Ricciardi, che ospitò Giacomo Leopardi e Alexandre Dumas e che fu incendiata nel 1848.[13]

Il toponimo dialettale ricorre nella canzone napoletana: i versi iniziali di Guapparia, scritta nel 1914 da Libero Bovio e musicata da Rodolfo Falvo, collocano nella 'Nfrascata la donna cantata dal protagonista.[6]

La strada è stata inoltre nota per la concentrazione di botteghe artigiane e di esercizi di antiquariato e restauro, un tessuto commerciale progressivamente ridimensionato.[9]

Note

  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 Via Salvator Rosa, su Palazzi di Napoli. URL consultato il 29 luglio 2026.
  2. 1 2 3 Via Salvator Rosa, su Detti napoletani. URL consultato il 29 luglio 2026.
  3. 1 2 Via Salvator Rosa: sapete perché anticamente si chiamava "L'Infrascata"?, su NapoliToday, 13 maggio 2018. URL consultato il 29 luglio 2026.
  4. 1 2 Stazione linea 1 MN Salvator Rosa, su Censimento delle architetture italiane dal 1945 a oggi – Ministero della Cultura. URL consultato il 29 luglio 2026.
  5. 1 2 3 Il ponte romano di via Salvator Rosa, su Gruppo Archeologico dei Campi Flegrei, 19 gennaio 2026. URL consultato il 29 luglio 2026.
  6. 1 2 3 4 5 6 Dall'Infrascata a via Salvator Rosa, su Napoli Up Close. URL consultato il 29 luglio 2026.
  7. 1 2 Via Salvator Rosa: sapete perché si chiama "l'Infrascata"?, su Vesuvio Live, 26 febbraio 2022. URL consultato il 29 luglio 2026.
  8. 1 2 I sentieri urbani tra passato e futuro, su Zonagrigia, 11 maggio 2021. URL consultato il 29 luglio 2026.
  9. 1 2 Napoli, via Salvator Rosa: la strada dell'arte nel tempo, su Cilento Notizie. URL consultato il 29 luglio 2026.
  10. 1 2 Salvator Rosa, su Metro Art – ANM. URL consultato il 29 luglio 2026.
  11. ↑ Palazzo Caracciolo di Girifalco 315, su Palazzi di Napoli. URL consultato il 29 luglio 2026.
  12. ↑ Angelo Forgione, Infrascata, su angeloforgione.com. URL consultato il 29 luglio 2026.
  13. ↑ Le ville di Napoli: il Vomero e le dimore "gentilizie", su Mar dei Sargassi, 31 marzo 2022. URL consultato il 29 luglio 2026.

Bibliografia

  • Yvonne Carbonaro e Luigi Cosenza, Le ville di Napoli, Roma, Newton Compton, 1999, ISBN 88-8289-179-8.
  • Gino Doria, Le strade di Napoli. Saggio di toponomastica storica, Milano-Napoli, Ricciardi, 1971.
  • Italo Ferraro, Napoli. Atlante della città storica. Dallo Spirito Santo a Materdei, Napoli, Oikos, 2004.
  • Romualdo Marrone, Le strade di Napoli, Roma, Newton Compton, 1993.

Voci correlate

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