Caere
| Caere | |
|---|---|
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| Nome originale | Caisra, Cisra (etrusco) Agylla (greco) Caere (latino) |
| Cronologia | |
| Fondazione | fine dell'età del bronzo |
| Fine | IX-XIII secolo |
| Causa | trasferimento della popolazione a Ceri |
| Amministrazione | |
| Territorio controllato | fascia costiera fra il Mignone e Fregene, entroterra fino ai Monti Sabatini |
| Territorio e popolazione | |
| Superficie massima | circa 150-160 ettari |
| Abitanti massimi | 16 000-25 000 (età orientalizzante, stima) |
| Nome abitanti | Caerites (latino), Ἀγυλλαῖοι (greco)[1] |
| Lingua | etrusco, poi latino |
| Localizzazione | |
| Stato attuale | |
| Località | Cerveteri |
| Altitudine | circa 80 m s.l.m. |
Caere (in etrusco Caisra o Cisra, in greco Agylla) fu una città etrusca e poi romana dell'Etruria meridionale, fra le maggiori della regione, sorta sul pianoro tufaceo occupato oggi in minima parte da Cerveteri, nel Lazio settentrionale. Per estensione fu la seconda città etrusca dopo Veio.[2]
Fra il VII e il V secolo a.C. fu uno dei centri più attivi del Tirreno, grazie a un sistema di scali costieri di cui il principale era Pyrgi, allo sfruttamento delle risorse dei Monti della Tolfa e a un artigianato che rielaborò in forme proprie modelli greci e vicino-orientali, esportandoli a sua volta in tutto il Mediterraneo occidentale. Entrò presto nell'orbita di Roma, di cui fu la prima comunità a ricevere la cittadinanza priva del diritto di voto; conquistata nel 273 a.C. e privata di metà del territorio, divenne poi municipio romano, con magistrature proprie e una breve ripresa in età augustea, e conobbe un lungo declino a partire dal II secolo d.C., sopravvivendo come centro minore fino alla tarda antichità. Nel medioevo la popolazione superstite si trasferì nel vicino abitato di Ceri, e il sito antico prese il nome di Caere Vetus, da cui deriva il moderno toponimo Cerveteri. Le sue necropoli, iscritte nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO, costituiscono ancora oggi la principale fonte di conoscenza sulla città.
Toponimo

Il nome etrusco della città è attestato nella forma recente Caisra o Cisra; il grammatico Verrio Flacco riferisce che gli abitanti la chiamavano Cisra.[3] Sulla forma più antica e sul rapporto fra le denominazioni etrusca, greca e latina esistono due ricostruzioni. Andrea Zifferero fa derivare il latino Caere dal greco Chaire, a sua volta adattamento dell'etrusco Cisra.[4] Rex Wallace ricostruisce invece una forma etrusca antica *kaiserie, sulla base del nome personale kaiseriθe su una stele funeraria del VI secolo da Saturnia, della grafia fenicia delle lamine di Pyrgi e dell'aggettivo caisriva- nell'iscrizione funeraria di Venel Tamsnie; da *kaiserie deriverebbe caisri per regolari mutamenti fonetici interni all'etrusco, mentre i Romani avrebbero preso il nome nella forma *caiseri, da cui Caere per evoluzione interna al latino, senza mediazione greca.[3]
Le tradizioni antiche
Le notizie antiche sulle origini di Caere non costituiscono un ricordo storico ma una tradizione erudita, elaborata dalla storiografia greca e latina in versioni fra loro divergenti e imperniata su spiegazioni eziologiche del nome. La ricerca moderna se ne occupa come storia di una leggenda, ricostruendone la formazione e la funzione anziché ricavarne dati sulla fondazione dell'abitato.[5]
L'origine pelasgica di Caere era, per contro, nell'antichità una nozione universalmente accolta: Giustino, elencando le città d'Italia di origine greca, si limita a domandare che bisogno vi sia di parlare di Caere.[6] Ne parlano Plinio, Marziano Capella, Solino, Virgilio, Dionigi di Alicarnasso, Varrone, Strabone, Igino e Stefano di Bisanzio.[7] Dominique Briquel, che ha studiato la leggenda pelasgica italiana nel suo complesso, osserva tuttavia che nessuna di queste testimonianze risale oltre il I secolo a.C., che Varrone è l'autorità più antica invocabile, e che quasi tutte si riducono a brevi allusioni; le poche circostanziate si fondano su una spiegazione del nome della città attraverso il saluto greco chaîre.[7]
Un elemento merita di essere isolato: il nome associato al ricordo dei Pelasgi non è Caere, che corrisponde alla denominazione etrusca, ma Agylla, cioè il nome con cui i Greci designavano la città.[7] L'aneddoto del chaîre, cioè del saluto greco scambiato per il nome della città, è un'eziologia costruita a posteriori, e ricorre in tre forme distinte fra loro incompatibili. Per Strabone e Stefano di Bisanzio i Pelasgi venuti dalla Tessaglia fondano Agylla e sono poi soppiantati dai Lidi divenuti Tirreni: uno degli assedianti chiede il nome della città e una sentinella tessala risponde con il saluto, che i vincitori adottano come presagio.[8] Per Igino a chiedere non sono assedianti etruschi ma viaggiatori romani, e i Tirreni scompaiono del tutto.[9] Per Varrone, infine, non si tratta di un equivoco linguistico ma di una vera e propria leggenda di fondazione: i Pelasgi, assetati, scoprono un corso d'acqua e lo salutano con chaîre, dando poi quel nome alla città.[10]
Segni della natura elaborata di queste versioni non mancano: l'interpolatore di Servio introduce un fondatore di nome Pelasgo, che Briquel giudica una svista evidente, mentre l'eponimo Agylla di Igino è verosimilmente un'innovazione dello stesso autore, incline a moltiplicare i fondatori eponimi.[7] Briquel ritiene che la forma primitiva sia quella di Varrone, verosimilmente di origine ceretana e fondata sul valore di presagio favorevole attribuito al nome, e che sia stata rielaborata dallo storico siracusano Filisto, che la inserì nella teoria di una successione fra Pelasgi e Tirreni.[11] Quanto alla diffusione della leggenda, egli la colloca nella cosiddetta fase delfica della politica ceretana, fra la battaglia del mare Sardo e la svolta filocartaginese di Thefarie Velianas: Caere e Spina, sole fra le città etrusche a possedere un tesoro a Delfi, avrebbero diffuso in Grecia l'idea di una propria fondazione pelasgica come giustificazione ideologica del riavvicinamento al mondo greco.[12]
Da questo dossier non si ricavano dunque elementi sulla fondazione dell'abitato, ma indicazioni sull'immagine che la città volle dare di sé al mondo greco e sull'uso che di quell'immagine fecero, due secoli più tardi, gli storici schierati nella polemica intorno a Dionisio.[12]
Le più antiche evidenze archeologiche del pianoro sono di natura funeraria e provengono dalla necropoli del Sorbo e da Poggio dell'Asino: sono scarse, e sulla loro base Orlando Cerasuolo colloca la formazione del centro alla fine dell'età del bronzo, verso la fine del X secolo a.C.; a un'occupazione più antica, di media età del bronzo e circoscritta all'area del Borgo, rimandano soltanto rinvenimenti sporadici.[13]
Alla città si riferisce anche la figura di Mezenzio, che nella tradizione letteraria latina compare in due versioni opposte: per Livio è il re di Caere alleato di Turno contro i Troiani di Enea, mentre in Virgilio e in Licofrone i Ceretani si schierano con Enea e Mezenzio è il tiranno espulso dalla città.[14][15] Alla base della leggenda potrebbe stare un dato epigrafico reale: da una tomba ceretana proviene una coppa di impasto con il nome laucies mezenties, latinizzabile in Lucio Mezenzio, e Carlo de Simone ha proposto che il secondo elemento fosse in origine un termine generico designante una funzione amministrativa, poi assunto come nome individuale.[16][17]
La denominazione Caere Vetus, da cui il moderno toponimo Cerveteri, non è di età romana ma medievale, e nacque per distinguere il vecchio abitato dal nuovo centro di Ceri.[18]
Storia degli studi

L'identificazione di Cerveteri con l'antica Caere fu stabilita da Leandro Alberti nel 1561, ma la città restò fuori dagli itinerari del Grand Tour.[18] Fece eccezione il porto: gli eruditi Filippo Cluverio e Luca Holstenio avevano già riconosciuto nel Seicento il sito di Pyrgi presso il castello di Santa Severa, mentre l'estensione dell'abitato portuale sarebbe stata determinata solo nel 1957 da Ferdinando Castagnoli e Lucos Cozza.[19][20]
Fu l'Ottocento delle necropoli a rendere celebre Caere. Nel 1834 si aprirono le prime tombe a camera della Banditaccia e nel 1836 Alessandro Regolini e Vincenzo Galassi scoprirono al Sorbo la tomba intatta che porta i loro nomi, i cui materiali formarono il nucleo del Museo gregoriano etrusco, primo museo dedicato all'Etruria.[21][18] Seguì mezzo secolo di scavi condotti da proprietari, antiquari e mercanti, culminato nelle campagne di Giampietro Campana (1844-1856), che non registrò i contesti di rinvenimento e pubblicò pochissimo; con la vendita delle sue raccolte i corredi ceretani si dispersero fra Louvre, Ermitage e British Museum.[18] Quegli scavi, condotti senza rilievi sistematici, sono oggi ricostruibili quasi soltanto per via d'archivio.[22] La stessa sorte toccò alle terrecotte dei templi urbani, cavate da scavatori al servizio del commercio antiquario e vendute all'estero: quando Roberto Vighi ne tentò nel 1931 il primo riordino complessivo, dovette lavorare su pezzi dispersi fra Berlino, Copenaghen, Londra e il Museo Gregoriano.[23]
La prima ricerca sistematica fu quella di Raniero Mengarelli, che fra il 1908 e il 1934 scavò centinaia di tombe della Banditaccia e ne presentò i risultati nel volume inaugurale di «Studi Etruschi» (1927).[18][24] Condusse anche i primi saggi sull'abitato, individuando fra l'altro il santuario detto di Hera e quello del Manganello, ma fu lui stesso a registrare lo squilibrio della documentazione: «dei templi etruschi di Caere nulla si vede», scriveva nel 1936.[25] Alla sua opera si deve anche la prima carta archeologica del territorio ceretano.[26]
Nel dopoguerra la ricerca passò alle istituzioni pubbliche: Massimo Pallottino scavò alla Banditaccia nel 1951 per l'Università di Roma e avviò nel 1957 gli scavi di Pyrgi, proseguiti per decenni da Giovanni Colonna; le prospezioni geofisiche della Fondazione Lerici individuarono senza scavo oltre seicento tombe; Mario Moretti estese l'area visitabile della Banditaccia con il Nuovo Recinto, aperto nel 1977.[18] La scoperta delle lamine d'oro nel 1964 ebbe eco immediata anche negli studi linguistici sul nome della città.[27]
La svolta verso l'area urbana maturò negli anni Ottanta per iniziativa di Mauro Cristofani, direttore dell'Istituto per l'archeologia etrusco-italica del CNR, d'intesa con la soprintendente Paola Pelagatti: si scavò allora a Vigna Marini-Vitalini, dove emerse l'ipogeo di Clepsina, a Vigna Parrocchiale (1983-1989) e, dal 1993, a Sant'Antonio, mentre Giuliana Nardi conduceva la ricognizione sistematica del pianoro. Dopo la sua morte, nel 1997, le indagini sono proseguite fra gli altri con Mario Torelli, Fabio Colivicchi e Vincenzo Bellelli.[18]
Nel nuovo secolo la prospettiva si è allargata all'intero organismo urbano e territoriale: le ricognizioni subacquee coordinate da Flavio Enei hanno restituito i bacini portuali di Pyrgi, con novità che secondo Colonna impongono un nuovo bilancio d'insieme,[28] e dal 2018 il CNR e il Louvre pubblicano la collana Studia Caeretana, il cui primo volume affianca nel titolo città e necropoli.[29] Lo squilibrio documentario non è però colmato: interi settori delle necropoli scavati nel Novecento restano privi di edizione scientifica, come il Nuovo Recinto indagato da Moretti a partire dal 1947,[30] e le fasi tardo-etrusche e romane dei sepolcreti sono ancora poco studiate.[31]
Il territorio e il sistema portuale
La città sorgeva su un pianoro di tufo di 150-160 ettari, delimitato dai fossi del Manganello e della Mola, quest'ultimo identificato con il Caeritis amnis ricordato da Virgilio.[2][32] Il territorio si estendeva a nord fino al corso del Mignone, a est fino all'area delle necropoli rupestri e ai rilievi che circondano il lago di Bracciano, a sud fino al fiume Arrone, a ovest a tutta la fascia costiera. Il confine orientale è il meno determinabile, e il controllo non fu comunque continuo: i centri delle necropoli rupestri gravitarono alternativamente su Caere e su Tarquinia.[33][34] Una linea di santuari segnava il confine verso Tarquinia, dalla costa lungo il fiume Marangone fin dentro i Monti della Tolfa.[33] Un'analisi comparativa delle estensioni dei centri etruschi, condotta con il modello XTENT, assegna a Caere 160 ettari, seconda soltanto a Veio con 185 e davanti a Tarquinia e Populonia, entrambe a 150, e a Vulci con 126.[35]
Il distretto tolfetano forniva rame, piombo, ferro, cinabro e allume, oltre al legname necessario alla lavorazione del metallo, alla costruzione navale e alle fornaci; le scorie documentano una produzione intensiva interrotta nell'VIII secolo a.C.[33] L'effettiva portata dello sfruttamento minerario in età antica è però discussa: Alessandro Naso osserva che l'attività, avviata su scala industriale solo nel Rinascimento, è stata tradizionalmente postulata anche per l'antichità sulla scorta di Luigi Pareti, mentre indagini più recenti di Andrea Zifferero discutono la scarsità delle testimonianze di un utilizzo sistematico.[36] La lavorazione locale del metallo tolfetano è comunque attestata dalle scorie ferrose raccolte sul colle della Castellina del Marangone, che controllava il corso finale del fiume omonimo, via naturale fra il mare e il bacino minerario.[37]
Il confine verso Tarquinia era marcato da una linea di santuari che dalla costa risaliva il Marangone fin dentro i Monti della Tolfa, il meglio conservato dei quali è quello di Grasceta dei Cavallari; una linea analoga, dal lago di Bracciano al mare, segnava il limite meridionale.[33] Nel territorio si trovavano inoltre sorgenti termali sfruttate in età romana: le Aquae Caeretes ricordate da Livio e da Strabone sono state identificate con un complesso presso Sasso, mentre i Bagni di Stigliano, frequentati già nel VI secolo a.C., corrispondono verosimilmente alle Aquae Apollinares.[33][36] L'agricoltura è documentata dai resti vegetali dei santuari urbani e dalle fonti letterarie: Marziale loda la qualità del vino ceretano e Columella ricorda un vitigno locale di maturazione precoce, mentre Licofrone descrive Agylla come ricca di valli piene di pecore.[38]
Il pianoro dista sei chilometri dal mare. Alla città si riconoscono quattro o cinque approdi, distribuiti lungo la costa fra la foce del Mignone e Fregene: Fregenae, Alsium, Pyrgi, lo scalo presso l'odierna Santa Marinella e forse quello della Castellina del Marangone. Secondo Laura Michetti soltanto Alsium e Pyrgi furono porti veri e propri, mentre gli altri erano punti di approdo minori, attivi in momenti diversi.[39][40] Pyrgi, meglio collegato alle rotte nordoccidentali, divenne il porto principale e sede della flotta.[39]
I nomi con cui questi scali sono correntemente designati non risalgono però all'età etrusca, e la loro documentazione è diseguale. Alsium compare per la prima volta in Dionigi di Alicarnasso, che ne attribuisce la fondazione ai Pelasgi giunti con gli Aborigeni, e ricorre poi in Plinio, Silio Italico, Tolomeo e negli itinerari; secondo Velleio Patercolo vi fu dedotta una colonia romana nel 247 a.C. Non esistono però testimonianze archeologiche riferibili all'Alsium pelasgica delle fonti, e la stessa collocazione dell'insediamento etrusco resta incerta, poiché le uniche tracce di frequentazione arcaica provengono da due nuclei sepolcrali dell'entroterra.[41]
Il caso di Punicum, nome con cui si designa correntemente lo scalo di Santa Marinella, è ancora più netto: il toponimo è attestato soltanto in fonti itinerarie di età imperiale e tardoantica, dove indica una statio della via Aurelia, e non compare in alcuna iscrizione. L'accostamento del nome a uno scalo cartaginese, proposto a più riprese fra Settecento e Novecento, è privo di qualunque riscontro documentario, mentre le indagini archeologiche sul promontorio hanno restituito finora soltanto materiali di età imperiale; il toponimo è stato anche interpretato come Punicum (malum), il melograno, cioè come semplice nome della stazione stradale.[37] Anche il nome del porto principale è alloctono: Pyrgoi, cioè "torri", è denominazione greca, e la prima menzione letteraria si trova nello Pseudo-Aristotele, a proposito del saccheggio del 384 a.C.; il nome etrusco del sito non è documentato.[20]
Città e porto erano uniti da una strada larga oltre dieci metri, interamente lastricata e provvista di cordoli e sistemi di drenaggio, lunga circa tredici chilometri, la cui concezione è stata accostata al collegamento fra Atene e il Pireo.[42][N 1]
All'estensione dell'abitato non corrispose però un dominio territoriale altrettanto ampio. Applicando il modello XTENT alle dimensioni dei centri dell'Etruria, David Redhouse e Simon Stoddart hanno osservato che lo sviluppo territoriale di Caere, ancor più di quello di Tarquinia, risulta frenato dalle entità confinanti, al punto che essa è l'unico fra i grandi centri a non raggiungere la soglia dei 1500 chilometri quadrati, mentre Veio, Volsinii e Vulci mostrano traiettorie espansive; il modello suggerisce inoltre che il territorio ceretano tagliasse fuori Veio dall'accesso al mare, questione che gli stessi autori indicano come dibattuta.[43]
L'età etrusca
Origini: dal villanoviano all'orientalizzante


Nella fase protourbana l'insediamento era articolato in nuclei distinti, ciascuno con la propria necropoli, distribuiti su parti diverse del pianoro e del comprensorio; nella prima età del ferro la popolazione si concentrò sul pianoro dei Vignali.[4][13] Mario Torelli osserva che la cultura villanoviana di Caere è inferiore per quantità e qualità a quelle di Tarquinia, Veio e Vulci, e che una struttura sociale complessa emerge soltanto nei primi anni del VII secolo.[44]
Le necropoli documentano il rituale funerario di questa fase: nel IX secolo prevale la tomba a pozzetto con cinerario, nell'VIII si affianca la fossa per inumati. Il cinerario è di norma un vaso biconico di impasto, chiuso da una scodella o da un coperchio a elmo costolato culminante in un apice a forma di tetto di capanna. I corredi distinguono i sessi: rasoi e armi per gli uomini, fuseruole, anelli e collane per le donne.[45] La presenza di più fosse raggruppate entro l'area di un unico tumulo è stata letta come indizio di un'organizzazione già di tipo gentilizio.[32]
I contatti con il Mediterraneo orientale sono precoci: il più antico oggetto greco rinvenuto a Caere è una coppa euboica a semicerchi penduli del primo quarto dell'VIII secolo, deposta in una tomba insieme a un askos zoomorfo di almeno una generazione più antico, forse cipriota.[46] Dalla metà dell'VIII secolo lo sviluppo del centro accelera con l'emergere di un'aristocrazia in rapporto con l'Oriente per mediazione fenicia, e nel corso del VII secolo giungono in quantità massiccia vasi da Corinto, dalla Grecia orientale e dall'Attica, insieme a manufatti di alto valore dalla Fenicia, da Cipro e dalla Siria: coppe d'argento e d'argento dorato, lebeti e candelabri di bronzo, avori, uova di struzzo, conchiglie Tridacna, ambra baltica.[47][48]
Il quadro quantitativo è stato ricostruito da Orlando Cerasuolo: per l'orientalizzante antico e medio si contano oltre seicento oggetti importati contro meno di trecento imitazioni locali, con il settanta per cento riferibile al mondo greco, il ventisette al Vicino Oriente e il resto all'Italia medio-tirrenica; delle 224 tombe note del periodo, circa 150 sono sufficientemente documentate. Sulla base del numero delle sepolture Cerasuolo stima la popolazione della città fra sedicimila e venticinquemila abitanti.[49] La documentazione funeraria delle classi subalterne manca del tutto.[49]
Alla fase più antica di questo processo appartiene la tomba Regolini-Galassi, scoperta intatta nel 1836 nella necropoli del Sorbo e unica sepoltura della classe dirigente del primo orientalizzante giunta a noi non violata. Conteneva l'inumazione di una donna e i resti cremati di un uomo; le iscrizioni sui vasi d'argento hanno restituito il nome della defunta, e un'iscrizione etrusca individuata di recente su una coppa cipro-fenicia frammentaria ne dà per la prima volta la forma completa, Larthia Velthurus.[48][50]
Il rapporto con le oligarchie fenicie assunse la forma dello scambio di doni, spesso recanti l'iscrizione del donatore, e Caere fu a sua volta centro di redistribuzione: prodotti ceretani raggiunsero i signori di Vetulonia, Populonia, Murlo e Chiusi, il Lazio antico, la Campania, la Sicilia, la Sardegna, Cartagine e la Grecia.[46] Alla stessa epoca risalgono le prime iscrizioni, testi brevi incisi su oggetti di pregio e riferiti alla proprietà, che indicano nella scrittura una connotazione di rango: settanta delle circa seicento iscrizioni note dal territorio ceretano si datano al VII secolo. Fu da Caere che l'alfabeto si diffuse al resto dell'Etruria e ai popoli italici del Tevere, e proprio qui gli scribi adottarono per un breve periodo, fra il 650 e il 575 circa, la direzione di scrittura da sinistra a destra.[17]
La città arcaica: società e istituzioni

Le tombe a camera che dalla fine dell'VIII secolo sostituiscono le sepolture a pozzetto e a fossa sono state lette da Torelli come segno del tramonto della solidarietà di tipo tribale e dell'affermazione della famiglia nucleare, culla di un'aristocrazia gentilizia fondata sul lavoro di dipendenti non consanguinei; la disposizione dei grandi tumuli circondati da tumuli minori restituirebbe in forma tridimensionale l'articolazione della società.[44]
Un mutamento profondo interviene nella prima metà del VI secolo, quando in alcuni settori della necropoli della Banditaccia compaiono tombe a dado di dimensioni analoghe, allineate lungo assi stradali ortogonali. Torelli vi riconosce esperimenti costituzionali orientati verso l'isonomia di modello greco, paralleli alle riforme attribuite a Servio Tullio a Roma, osservando però che a Caere lo spazio riservato a queste sepolture resta limitato, a differenza di quanto avviene a Volsinii.[51] Giovannangelo Camporeale legge lo stesso fenomeno come riflesso dell'emergere di un ceto medio e di un'organizzazione socioeconomica di tipo paritario, e ne deduce che un impianto regolare fosse applicato anche all'abitato.[52]
Al VI secolo appartiene anche l'espansione territoriale: Alsium, Ceri e Tragliatella entrano nella sfera ceretana con la conquista o l'abbandono dei centri minori compresi entro una trentina di chilometri.[51]
Della vita politica della città si conosce quasi soltanto la figura di Thefarie Velianas, che le lamine di Pyrgi designano in etrusco con il titolo di zilath, equivalente del pretore latino, e in fenicio con quello di re; la dedica avviene nel terzo anno del suo potere. Giovanni Colonna ha pubblicato iscrizioni da una tomba modesta della Banditaccia che lo mostrano al centro di un'associazione di tipo eterico, cioè di un raggruppamento politico.[53][54] Un secondo esperimento monarchico è documentato per il IV secolo dagli Elogia Tarquiniensia, che ricordano l'espulsione di un Orgolnius, detto re dei Ceretani, per opera del tarquiniese Aulo Spurinna.[55]
L'età classica e l'ellenismo

Le sconfitte navali subite dagli Etruschi a Cuma nel 474 a.C. e presso l'Elba nel 453 sono state tradizionalmente considerate la cesura che chiuse le città costiere dell'Etruria meridionale ai grandi traffici transmarini.[56] La lettura è però discussa: Michetti ritiene che la talassocrazia inaugurata dopo il mare Sardo si sia protratta almeno fino alla metà del V secolo, e Torelli nega che quelle battaglie siano rilevanti per spiegare le difficoltà economiche della città.[53][57]
L'archeologia registra in ogni caso una contrazione. Dalla fine dell'età arcaica i corredi funerari si impoveriscono e il tipo tombale prevalente si riduce a una camera quadrata con banchine, mentre nel corso del V e nella prima metà del IV secolo si arresta il rinnovamento dei santuari.[58] Per Torelli non si tratta di una crisi ma dell'esito di una scelta oligarchica delle classi dirigenti, parallela a quella compiuta dai patrizi romani intorno al 470, che pose fine alla mobilità sociale.[53] Steingräber ha ipotizzato che l'impoverimento dei corredi dipenda almeno in parte da leggi suntuarie volte a limitare il consumo ostentativo nel rituale funebre.[58]
Sul piano internazionale i rapporti con Cartagine, inaugurati al tempo del mare Sardo, si consolidarono nel IV secolo in una isopoliteia etrusco-punica nota ad Aristotele.[53][59] Il colpo più grave venne invece dal mondo greco: nel 384 a.C. Dionisio I di Siracusa saccheggiò l'area santuariale di Pyrgi, e la spedizione, secondo Strabone parte di un più ampio disegno di controllo del Tirreno, ebbe vasta eco in Grecia.[60][61]
Alla metà del secolo si colloca un episodio politico interno noto da fonte epigrafica: gli elogia della famiglia degli Spurinna, incisi a Tarquinia in età imperiale ma fondati su documentazione etrusca, ricordano che Aulo Spurinna espulse dal potere un Orgolnius detto re dei Ceretani. Torelli vi riconosce la fine di un secondo esperimento tirannico, un secolo dopo Thefarie Velianas, e riferisce l'episodio agli eventi del 353.[55][62]
La ripresa della seconda metà del IV secolo ha caratteri diversi da quelli della fioritura arcaica. Camporeale la collega all'espansione nell'entroterra e alla conversione a un'economia prevalentemente agricola.[45] Vi corrisponde l'affermarsi di una nuova aristocrazia terriera, che si fa costruire grandi camere ipogee con loculi, banchine e pilastri: sono le tombe dei Rilievi, dell'Alcova, delle Iscrizioni, dei Sarcofagi e dei Tamsnie, riferibili alle famiglie dei Matuna, dei Tarnas, dei Tarchna e degli Apucu.[15][63] Alla stessa fase appartiene la larga diffusione degli ex voto fittili, in cui Torelli vede il segno della fine del sistema fondato sulla servitù.[63]
Nello stesso periodo Caere torna a essere uno dei principali centri ceramici d'Etruria, per impulso di artigiani provenienti dall'area falisca, e Roma se ne serve come centro privilegiato per la produzione artigianale e per il commercio d'oltremare.[55][64]
Economia e produzioni artistiche
L'economia ceretana poggiava sulle risorse agricole della pianura, sul distretto minerario della Tolfa e sulla posizione della città nella parte più meridionale della costa etrusca: le navi mercantili che risalivano il Tirreno da sud trovavano a Caere il primo punto di contatto con l'Etruria. Camporeale ricorda che era rinomato il bronzo ceretano, che il vino e il grano venivano esportati e che il pesce di Pyrgi si vendeva a Roma.[40][45]
Poiché il tufo locale è friabile e poco adatto all'intaglio e i bronzi ceretani superstiti sono rari e di piccole dimensioni, il mezzo dominante delle opere monumentali fu l'argilla cotta, impiegata per la scultura architettonica, per i grandi contenitori funerari, per i votivi e per le lastre dipinte.[65]
Il bucchero e le classi di impasto

Il bucchero, ceramica nera in superficie e in frattura ottenuta con cottura in atmosfera riducente, fu di fatto inventato a Caere, dove la tecnica raggiunse il livello più raffinato e dove la maggior parte delle forme fu prodotta per prima. Sull'avvio della classe le opinioni divergono: Tom Rasmussen colloca la comparsa entro il 680-675 con il vasellame da tavola, cui si affiancherebbe quasi subito una produzione detta sperimentale, mentre Wim Regter ritiene che quest'ultima venga per prima e Ferdinando Sciacca la data attorno al 660-650.[66] Tratto distintivo del bucchero ceretano è la decorazione a ventaglio, assente su ogni altra classe, ottenuta ruotando ad arco uno strumento flessibile dentato. Rasmussen osserva che la produzione non conosce una fase di crescita, poiché il livello più alto si colloca all'inizio: nella prima generazione si tratta di ceramica di prestigio, mentre nel tardo VI e nel V secolo prevalgono forme semplici e standardizzate.[66]
Analisi petrografiche e mineralogiche condotte sui frammenti rinvenuti a Mileto indicano che più della metà del bucchero giunto in quel centro è di fabbrica ceretana.[66] Il bucchero fu inoltre uno dei principali supporti per l'esibizione della scrittura: una fiaschetta dalla necropoli del Sorbo reca inciso un sillabario e, al piede, un alfabeto completo.[17][66] L'anfora di bucchero si sviluppò quasi interamente a Caere, e nella sua forma finale non è attestata altrove: è il tipo che il ceramista ateniese Nicostene riprodusse a figure nere negli ultimi decenni del VI secolo per rivenderlo in quantità sul mercato ceretano.[45][66]
Dalla seconda metà del VII secolo e per quasi tutto il VI si affermano gli impasti rossi, pithoi e bracieri decorati con punzoni a metope o, più spesso, con cilindretti incisi in negativo fatti rotolare sull'argilla cruda. La bottega restò attiva per quasi un secolo, fra il 625 e il 510, e ha lasciato circa settecento esemplari noti e quasi cento matrici distinte, riconoscibili dalle impronte; nessuna matrice è però mai stata rinvenuta, e Lisa Pieraccini ha proposto che fossero incise in pietra semipreziosa. I prodotti raggiunsero Veio, Tarquinia, Gravisca, il Lazio antico e il Foro Romano.[67]
La circolazione dei prodotti ceretani non seguiva soltanto le rotte marittime. Camporeale attribuisce a un maestro fenicio attivo a Caere un gruppo di manufatti d'argento e d'argento dorato destinati a committenti non ceretani: le kotylai di Vetulonia, Marsiliana e Praeneste, la situla Plikasna rinvenuta a Chiusi e l'urna d'argento della tomba del Duce di Vetulonia. L'attribuzione poggia sulla combinazione di elementi eterogenei: la tecnica incisoria e il repertorio animalistico derivano dalle coppe fenicio-cipriote, ma la forma vascolare è corinzia, non era esportata dalla Fenicia e giungeva invece in Etruria da Corinto e soprattutto a Caere, dove veniva riprodotta in metallo e in bucchero. Nella situla Plikasna si sommano allo stesso modo repertorio e tecnica fenicio-cipriote, elmo con paranaso di tipo corinzio, forma locale del vaso e una scena di porcaro concordata fra incisore e committente. Camporeale vi riconosce un caso esemplare del modo in cui l'arte etrusca si formò per integrazione di materiali figurativi eterogenei, con Caere in posizione di guida.[45] Allo stesso ambiente risale la fortuna del cosiddetto Signore degli Animali, motivo derivato dalle coppe fenicio-cipriote e rielaborato in forma simmetrica e ornamentale, che a Caere ricorre sull'oro, sull'argento, sull'avorio e nella pittura funeraria.[45]
Fra i beni di lusso importati e rilavorati in città figurano l'avorio, le uova di struzzo nordafricane, le conchiglie Tridacna del Mar Rosso e dell'Oceano Indiano e l'ambra baltica. Per quest'ultima Faya Causey ha proposto una via di arrivo alternativa a quella adriatica comunemente ammessa: il commercio costiero tirrenico, con l'ambra che avrebbe raggiunto i porti occidentali attraverso lo stretto di Gibilterra insieme allo stagno, facendo di Caere un nodo di redistribuzione.[68] Della fortuna dei prodotti ceretani sui mercati occidentali danno conto i relitti carichi di manufatti della città individuati lungo le coste di Provenza e Linguadoca.[45]
La ceramica dipinta

Fra il VII e il VI secolo Caere prese la guida della produzione ceramica etrusca; la sequenza delle officine è stata ricostruita da Maurizio Harari. Al Pittore delle Gru, attivo fra il 700 e il 675, si deve il passaggio a uno stile pienamente figurativo, che a Tarquinia non si compie; al Pittore dell'Eptacordo, fra il 680 e il 660, un'anfora con un musico che suona una cetra a sette corde, quando in Etruria si usavano strumenti a tre o al massimo sei.[69] Al centro del secolo si colloca il cratere firmato da Aristonothos, forse un greco di Cuma: su un lato l'accecamento di Polifemo, sull'altro uno scontro navale che Larissa Bonfante interpreta come l'attacco di una nave da guerra greca a un mercantile etrusco, con inversione dei ruoli rispetto allo stereotipo del pirata tirreno.[70]
La produzione ceretana rappresenta da sola circa un terzo di tutta la ceramica etrusco-geometrica, e alle stesse officine si deve la tecnica detta white-on-red.[49] Fra le opere di questa fase l'olpe di bucchero dal tumulo di San Paolo, con le iscrizioni metaia e taitale, cioè Medea e Dedalo, testimonia la precoce conoscenza della saga argonautica; Vincenzo Bellelli ha identificato nel drappo portato da sei giovani la vela della nave Argo.[70]
Poco dopo il 550 fu acquisita a Caere la tecnica a figure nere, presso una bottega di origine greco-orientale cui si deve il gruppo delle idrie ceretane, con due mani distinte, il Pittore dell'Aquila e il Pittore di Busiride. Il repertorio mitico raggiunge una completezza fino allora inattestata in Etruria, e coincide con la fase conclusiva del processo di antropomorfizzazione ed ellenizzazione delle divinità etrusche.[69] Seguirono il gruppo della Tolfa, fra il 530 e il 510, e il gruppo del Bocciolo di Loto, fra il 500 e il 480, dopo di che la produzione si trasferì a Vulci.[69]
La ripresa della seconda metà del IV secolo, che fa nuovamente di Caere uno dei principali centri ceramici d'Etruria, dipende invece da un impulso esterno: la ceramica a figure rosse falisca, nata a Falerii Veteres verso il 380-370, si trasferì a Caere attorno al 340 con lo spostamento di artigiani. Anche i piattelli Genucilia, che prendono nome dall'iscrizione Poplia Genucilia sotto il piede dell'esemplare eponimo, nacquero a Falerii e solo in seguito furono prodotti a Caere, dove il medaglione centrale reca di norma una stella a quattro raggi anziché una testa femminile. La produzione ceretana fu ampia e standardizzata, con figure più grandi e meno numerose, e raggiunse la Corsica, Cartagine, Massalia, Ampurias, Olbia e Malta.[64]
Oreficeria, coroplastica e terrecotte architettoniche
L'Italia centrale non dispone di giacimenti auriferi, e l'oro impiegato a Caere doveva essere importato grezzo per tramite fenicio; le analisi delle leghe indicano che i gioielli furono prodotti quasi certamente in una sola officina e a partire da un'unica fonte di materia prima.[48] Dalla sola tomba Regolini-Galassi, rinvenuta intatta nel 1836, provengono circa centotrenta pezzi di oreficeria: fra questi il pettorale a lamina, il cui fregio più esterno conta 144 stambecchi, e la grande fibula a granulazione, decorata con cinque leoni sul disco e con file di grifi e di uccellini a tutto tondo, in origine cinquantacinque. Friedrich-Wilhelm von Hase attribuisce questi lavori alla più celebre bottega orafa del secondo quarto del VII secolo, non soltanto della città ma probabilmente dell'intero Mediterraneo centrale, diretta da un maestro immigrato dal Vicino Oriente.[48][68]
Alla coroplastica appartengono i due cosiddetti sarcofagi degli sposi, del Louvre e di Villa Giulia, databili fra il 530 e il 510 e usciti dalla stessa officina. Nancy de Grummond ha messo in discussione la denominazione corrente, osservando che entrambi i monumenti risultano composti da un coperchio con le figure e da una cassa, ciascuno in due parti, e che non è documentato alcun contenuto: potrebbe trattarsi di urne cinerarie di grandi dimensioni, il che concorderebbe con la persistenza della cremazione a Caere alla fine del VI secolo.[65]
Sul terreno delle terrecotte architettoniche la ricerca recente ha rovesciato una gerarchia consolidata. Nancy Winter mostra che fra il 540 e il 510 le officine ceretane elaborarono un sistema di tetti policromi etrusco-ionici del tutto nuovo, con corse di carri, elementi di paesaggio e acroteri a statua sul colmo fra grandi volute, e che il tetto del primo tempio di Mater Matuta a Satricum, databile al 540-535, fu realizzato in stile ceretano e con argilla ceretana, come dimostrano analisi petrografiche e ad attivazione neutronica. Patricia Lulof ne ricava che il sistema ceretano precede quello di Veio, Roma e Velletri, e che la revisione riguarda anche i gruppi acroteriali romani, a lungo ritenuti anteriori.[71][72] Winter ipotizza inoltre che l'arrivo a Caere delle maestranze microasiatiche, comunemente ricondotto alla conquista persiana del 546, possa essere in parte legato alla cattura dei prigionieri focei dopo la battaglia del mare Sardo.[71]
Il problema dei significati
Il repertorio orientalizzante ceretano è stato a lungo letto come importazione insieme formale e concettuale. Richard Daniel De Puma ha osservato che si è forse dato per scontato che gli Etruschi assumessero i significati religiosi vicino-orientali insieme ai motivi, mentre è possibile che almeno in alcuni casi li impiegassero soltanto come ornamento esotico.[48] Una cautela analoga è stata espressa da Helen Nagy a proposito dei votivi fittili, i cui tipi non conformi all'ipotesi sulla divinità titolare tendono a essere giustificati con adattamenti interpretativi.[73] Bonfante ha descritto come bilingue il gesto della mano al mento raffigurato su un cratere da Monte Abatone, leggibile da uno spettatore greco come supplica e da uno etrusco come gesto affettuoso fra coniugi.[70]
Caere e il Mediterraneo
L'apertura di Caere al mondo greco è documentata, oltre che dalle importazioni e dalla presenza di artigiani, dal thesauros che i Ceretani possedevano nel santuario di Delfi, il primo eretto da una città etrusca: secondo Strabone, Ceretani e abitanti di Spina furono i soli non Greci cui fu concesso quel privilegio, che Michetti data fra il 530 e il 510 e collega alla consultazione dell'oracolo.[8][57]
Intorno al 535 a.C. una flotta etrusca alleata dei Cartaginesi affrontò nel mare di Sardegna i Focei stanziati ad Alalia in Corsica, giunti in due ondate dopo la conquista persiana della Focide e datisi alla depredazione delle rotte commerciali. Secondo Erodoto i Focei ebbero la meglio, ma con una vittoria cadmea: persero quaranta navi delle sessanta impegnate e le venti superstiti risultarono inservibili, sicché dovettero abbandonare l'isola.[74][75] Jean MacIntosh Turfa osserva che, al di là della presentazione erodotea, l'esito fu una sconfitta degli intrusi e segnò il punto più alto dell'egemonia marittima etrusca nel Tirreno.[75]
I prigionieri toccati in sorte ai Ceretani, che se giunsero da quaranta pentecontere potevano essere fino a duemila, furono condotti fuori dalle mura e lapidati; l'empietà avrebbe scatenato una maledizione che colpiva chiunque, uomo o animale, transitasse presso i luoghi di sepoltura. Consultato l'oracolo di Delfi, i Ceretani istituirono sacrifici funebri accompagnati da un agone ginnico e ippico, ancora celebrato ai tempi di Erodoto.[75][76] Il luogo dell'espiazione è stato identificato da Colonna con il santuario extraurbano di Montetosto, lungo la strada per Pyrgi, dove verso il 530-520 fu costruito un edificio a corte di grandi dimensioni, forse destinato all'organizzazione delle processioni e dei giochi; l'identificazione, ripresa e sviluppata da Torelli, è stata giudicata prematura da Briquel.[57][75][77]
Dopo la battaglia il controllo etrusco sulla Corsica appare consolidato: le sepolture postarcaiche di Aleria mostrano una netta dipendenza dai beni etruschi, e oltre venti nomi etruschi iscritti su vasi fra il V e il III secolo, per lo più semplici e non aristocratici, sono stati letti come indizio della presenza di coloni o di lavoratori.[75] Quanto al tesoro di Delfi, la sua identificazione fra gli edifici del santuario resta indeterminabile: le proposte avanzate, il cosiddetto tesoro eolico anonimo e il cosiddetto tesoro etrusco, sono state entrambe abbandonate dai loro stessi sostenitori.[12]
Sulla reputazione di pirati attribuita ai Ceretani le posizioni divergono. Strabone li loda per essersi astenuti da ogni pirateria pur essendo attrezzati per praticarla; Torelli attribuisce loro la idie prexis, cioè la guerra di corsa aristocratica; Camporeale giudica l'affermazione di Strabone incoerente con il fatto che nel 384 i Siracusani raccolsero fondi col pretesto di liberare i mari dai pirati etruschi; Michetti propone che i pedaggi imposti per il transito verso le aree minerarie possano aver contribuito a quella fama, Turfa osserva che la pirateria meglio documentata del periodo è quella dei Focei; Briquel infine giudica l'affermazione di Strabone un argomento di circostanza nella polemica antisiracusana, e ritiene che l'applicazione al leggendario re Mezenzio di tratti propri di pirati etruschi storici provi che i Ceretani praticassero all'occasione la guerra di corsa.[13][39][44][45][75]
Il santuario di Pyrgi
Fra la fine del VI e la metà del V secolo il potere politico ceretano concentrò le proprie risorse sulla ristrutturazione monumentale di due santuari affiancati a Pyrgi, che nella fase di massimo sviluppo occuparono un fronte di oltre 180 metri per circa 14 000 metri quadrati. Il tempio B, periptero di pianta ispirata a modelli greci, fu costruito e dedicato a Uni assimilata alla fenicia Astarte da Thefarie Velianas, come attestano le tre lamine d'oro rinvenute nel 1964; il tempio A, eretto verso il 470-460, ha pianta tuscanica a tre celle e fu dedicato con ogni probabilità a Thesan.[78] Nel 384 a.C. Dionisio I di Siracusa saccheggiò l'area, ricavandone un bottino che le fonti valutano fra mille e millecinquecento talenti.[N 2][57][75]
L'età romana e tardoantica

I rapporti con Roma e la romanizzazione
Nell'occasione dell'invasione gallica del 390 a.C. Caere accolse le vestali con i pignora imperii Romani, e truppe ceretane batterono i Galli sulla via del ritorno.[8][79] All'episodio seguì la concessione dell'hospitium publicum, che consentiva ai Ceretani di stabilirsi a Roma senza oneri e comprendeva verosimilmente il conubium e il commercium.[80]
Sul momento in cui a Caere fu estesa la civitas sine suffragio, cioè la cittadinanza romana priva del diritto di voto, le posizioni degli studiosi divergono sensibilmente. Zifferero la fa conseguire direttamente all'aiuto prestato nel 390, insieme all'hospitium publicum.[81] Paolo Liverani distingue nettamente i due atti e colloca il secondo poco dopo, in seguito alla colonizzazione di Sutri e Nepi.[80] Camporeale dubita della datazione alta, osservando che la partecipazione ceretana alla guerra tarquiniese del 353 non si spiegherebbe se la città avesse già la cittadinanza romana.[15] Torelli fa nascere la concessione proprio dal trattato che chiuse quella guerra, intorno al 353-351.[55] Che i Ceretani fossero i primi a ricevere quella condizione è affermato da Aulo Gellio, e la questione è al centro di una discussione avviata dagli studi di Marta Sordi e di Michel Humbert.[80][82]
Torelli osserva che la civitas sine suffragio ebbe in origine connotazione favorevole, essendo stata concessa come onore, e che soltanto alla fine del IV secolo, imposta come punizione, si trasformò in munus, dando origine alla parola municipium.[55] Alla stessa vicenda si legano le Tabulae Caeritum, conservate negli archivi pubblici di Roma: in origine elenco delle comunità che godevano solo parzialmente della cittadinanza, aperto appunto dai Ceretani, divennero in seguito la lista dei cittadini romani privati del voto per condotta censoria.[55]
Per tutto il IV secolo Roma si servì di Caere come principale centro di produzione artigianale e di commercio d'oltremare, e i rapporti fra le due città sono documentati anche sul piano familiare: la tomba dei Clavtie appartenne a clienti dei patrizi Claudii, e una gemma di corniola con il rito dei Salii reca l'iscrizione appius alce, dono personale di un Appio Claudio, verosimilmente Appio Claudio Cieco.[55] Livio ricorda che i figli dei patrizi romani venivano mandati a Caere a istruirsi nelle lettere etrusche.[83]
Nel 273 a.C. Caere fu l'ultima città dell'Etruria meridionale a essere conquistata, dopo Vulci, Volsinii e Tarquinia. Una ribellione, che Liverani definisce tale o soltanto presunta, portò alla confisca di metà del territorio, la fascia costiera dove furono dedotte le colonie marittime di Fregenae, Alsium e Pyrgi.[84][85][N 3] La città perse i propri magistrati e fu retta da un prefetto inviato da Roma per l'amministrazione della giustizia; a questa fase si riferisce l'iscrizione dell'ipogeo scoperto in vigna Marini-Vitalini, che ricorda Gaio Genucio Clepsina, console nel 276 e nel 270 e primo prefetto della città, il quale mise in scena una vera e propria rifondazione.[86][87]
Nel 205 a.C. Caere contribuì con frumento e viveri all'allestimento della spedizione di Publio Cornelio Scipione contro Annibale, segno di un'economia ormai essenzialmente agricola.[88] Il momento di svolta linguistica coincide con la conquista: le iscrizioni funerarie in etrusco proseguono fino all'inizio del I secolo a.C., poi prevalgono quelle latine. L'onomastica delle necropoli restituisce cinquanta nomi etruschi e novantacinque latini, ma di questi ultimi soltanto venti ricorrono più di due volte, e undici hanno un preciso corrispondente etrusco.[54][86]
L'età imperiale e la tarda antichità
In età augustea la città conobbe una ripresa legata alla figura di Gaio Manlio, esponente di antica famiglia ceretana, che ricoprì la carica senza precedenti di censor perpetuus e fu di fatto l'artefice del nuovo municipio di cittadini a pieno diritto; a lui si devono i fasti cittadini, redatti prima del 12 a.C., che elencano i magistrati romani a partire dall'affrancamento di Caere nel 90 a.C. insieme al calendario religioso di Roma. Le magistrature municipali di Caere in età imperiale, un dittatore e due edili, potrebbero costituire una ricostruzione antiquaria dell'antico ordinamento etrusco.[89]
Al periodo giulio-claudio risalgono un programma di opere pubbliche che comprese terme, un piccolo teatro e un modesto anfiteatro, e una galleria di ritratti della famiglia imperiale da Augusto a Claudio. Al medesimo contesto appartiene il rilievo marmoreo con le personificazioni dei popoli etruschi, tradizionalmente ma erroneamente noto come trono di Claudio: si tratta in realtà di un recinto o altare, di cui resta una sola lastra.[89]
Strabone descrive Caere come una città un tempo splendida e illustre che ai suoi tempi conservava soltanto poche tracce di sé, mentre prosperava la vicina stazione termale; il quadro è però giudicato eccessivamente fosco, in una città che mostrava con orgoglio pitture ritenute più antiche di Roma e conservava gelosamente le proprie magistrature, note dalle iscrizioni latine: dittatore, edile addetto alla giurisdizione, edile annonario, questore e censore perpetuo.[8][90][91]
Il declino fu tuttavia irreversibile. Nel corso del II secolo d.C. edifici pubblici e luoghi di culto erano in rovina, e un decreto del 113 d.C. documenta che all'assemblea del senato locale erano presenti soltanto nove consiglieri su cento, compresi i tre magistrati.[81][89] La vita del comprensorio non si interruppe però bruscamente. La documentazione epigrafica di età imperiale, per quanto scarsa, attesta ancora nel 113 d.C. un tempio di Marte, mentre già nel 39 a.C. erano stati dedicati altari a Marte e a Silvano.[92] Nella valle della Mola un impianto termale alimentato dalle sorgenti locali restò in funzione dalla prima età imperiale fino al V secolo, e lungo la costa le grandi ville marittime continuarono a sfruttare peschiere e approdi.[20][92] A Pyrgi, per contro, il porto decade già all'inizio del II secolo, quando sepolture alla cappuccina e in anfora occupano il circuito esterno delle mura della colonia.[20]
Nel primo quarto del V secolo il poeta Claudio Rutilio Namaziano, costeggiando l'Etruria nel viaggio di ritorno da Roma alla Gallia, ricorda le villae grandes del litorale e annota che il territorio ceretano aveva ormai perduto l'antico nome di Agylla.[20][93]
Sulla data dell'abbandono definitivo le fonti moderne divergono: Torelli lo colloca nel IX secolo, quando le incursioni saracene avrebbero spinto i superstiti a trasferirsi a Ceri, mentre de Grummond indica genericamente il XIII secolo; la documentazione pontificia attesta la distinzione fra Cere Vetere e Cere Novum in una bolla del 1236.[18][89]
Note
Note esplicative
- ↑ La datazione della strada varia sensibilmente da autore ad autore: Michetti la assegna alla fine del VII secolo sulla base delle tombe a dado sorte ai suoi bordi, Baglione colloca la definizione del tracciato nella seconda metà del VII secolo e la monumentalizzazione in età tardoarcaica, Bellelli riferisce quest'ultima al governo di Thefarie Velianas, de Grummond alla prima metà del VI secolo.
- ↑ Turfa indica mille talenti citando Diodoro; Michetti e Baglione millecinquecento, con rimando anche a Strabone, allo Pseudo-Aristotele e a Polibio.
- ↑ Le datazioni proposte per le colonie divergono: Liverani indica il 247 per Alsium, il 245 per Fregenae e ipotizza il 264 per Pyrgi e Castrum Novum; Baglione colloca la fondazione della colonia di Pyrgi intorno al 270-268.
Note bibliografiche
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Voci correlate
Altri progetti
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Collegamenti esterni
- Caere, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
- Caere, su sapere.it, De Agostini.
- (EN) E. Badian, Caere, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
