Antonio Ivani

Antonio Ivani (Brugnato, 1430 – Pistoia, 1482[1]) è stato un notaio, letterato e storico italiano, considerato figura di spicco dell'umanesimo del primo quattrocento, seppe fondere la sua attività di letterato e storico con incarichi diplomatici e amministrativi di alto livello in diverse città toscane e umbre.

Biografia

Era nato a poche miglia da Sarzana dove ser Nicola, suo padre, esercitava l'arte notarile in una regione, la Lunigiana, che all'epoca giaceva quasi tutta sotto il dominio dei Parentucelli; una famiglia che aveva acquisito particolare potenza grazie a Tommaso, il futuro papa Niccolò V. Il fratello per parte di madre di questi, Filippo Calandrini aveva osservato che Antonio, il figlio giovinetto del notaio di Sarzana, era dotato di singolare attitudine agli studi letterari e lo invogliò ancor più a dedicarvisi. Nel 1448 Antonio Ivani, forte della sua preparazione, si recó a Narni presso il governatore di quella città Giovan Pietro Parentucelli, il quale, per intercessione di Filippo Calandrini, da vescovo di Bologna era stato elevato al cardinalato nel dicembre di quell' anno. Questi accolse il giovane Ivani e gli concesse l'ufficio di pubblico cancelliere. Nel 1450, essendo scaduto il termine di questa carica, Ivani fece ritorno a Sarzana e con l'occasione, consegnò, da parte di Niccolò V, la "Rosa d'oro" a Lodovico Fregoso, entrando così nelle grazie di questo potente signore feudale di Sarzana, che da poco tempo era stato deposto dalla carica di doge di Genova.[1]
La madre del Fregoso, Caterina Ordelaffi, desiderosa d'inviare a Ferrara, presso il duca Borso d'Este, il nipote Tomaso Fregoso, affidò all'Ivani l'incarico di accompagnarlo in qualità di precettore. Dopodiché, nel 1452, continuando il suo noviziato erudito, frequentò con grande passione e profitto le lezioni dell'ormai anziano Guarino Veronese del cui vivace stile accademico tracciò un affettuoso ritratto.

Rientrato a Sarzana, l'Ivani vi esercitò l'arte notarile, pur senza trascurare i suoi interessi letterari. Nel corso di quegli anni, dati i rapporti, si rafforzarono i legami che lo univano a Lodovico Fregoso, il quale, per suo conto, conduceva da Sarzana un'intensa attività volta a riconquistare la carica di doge. Quando, nel luglio del 1461, il Fregoso riuscí nel suo intento ottenendo il dogato per la seconda volta, l'Ivani passò al suo servizio e gli fu conferito il diritto di cittadinanza genovese grazie alla stima e le amicizie che si era guadagnato tra le principali personalità della Repubblica. Nel gennaio del 1463 in questa città si scatenarono violenti tumulti avviando una fase di transizione politica che rovesciò Lodovico, la cui carica frattanto era già stata revocata. l'Ivani, che era a Genova, fu imprigionato dal vescovo Paolo Fregoso, ma riuscí in seguito a fuggire riparando a Sarzana. Ma pure qui fu per breve tempo arrestato su ordine di Caterina Ordelaffi che lo sospettava di tradimento nei confronti del figlio Lodovico. Dopo essere stato scagionato e rilasciato, l' Ivani continuò a svolgere incarichi di natura diplomatica e amministrativa per conto di Lodovico Fregoso, che nel frattempo si era ritirato nel suo feudo di Sarzana. Risale a questo periodo l'attività svolta dall'Ivani per riottenere dai marchesi Malaspina il controllo del castello di Ponzano, di Santo Stefano di Magra e dei territori attigui, sui quali Ludovico Fregoso, verso la metà del 1400, aveva esteso il suo dominio. In particolare l'Ivani fu incaricato di soccorrere anche militarmente il castello di Ponzano, venendo però respinto con gravi perdite. Per sostenere le richieste avanzate da Lodovico Fregoso su Ponzano, lo stesso Paolo Fregoso intervenne presso il duca di Milano e la città di Firenze, e in queste occasioni l'Ivani fu incaricato di alcune importanti missioni diplomatiche presso Cosimo de' Medici e Francesco Sforza. Ebbe così occasione di allacciare rapporti amichevoli con la Cancelleria ducale e in particolare con il primo segretario Cicco Simonetta.[1]

Nel periodo tra il 1463 e il 1464 indirizzò a quest'ultimo due interessanti lettere dalla Corsica, dove era stato inviato in qualità di vicario di Lodovico, che ne aveva a suo tempo ottenuto l'investitura dal pontefice. Queste due epistole documentano dettagliatamente gli usi e costumi politici, sociali e giuridici delle consorterie corse.[2]

Su raccomandazione di Nicodemo Tranchedini, ambasciatore milanese presso Piero de' Medici[3], l'Ivani divenne cancelliere di Volterra, ufficio che ricoprì dal 1466 al 1471. Entrato in servizio il 24 gennaio il 28 ottobre cosí descriveva al segretario sforzesco Nicolò Gambarelli la "Volterrana res publica", la "urbs in excelso monte sita" e la struttura fisica e architettonica della città con tutti gli edifici, compresa la "domum cancellarii publici egregiam" e tutti gli impegni connessi alla sua carica. Aggiunse anche che "more Florentino rem publicam administrant. "Satis quieti sunt et bonis profecto moribus instituti. De Florentinis bene sentiunt, nihil ostile metuunt" [4] Nel giro di poco tempo, "in un crescente attrito con il mondo locale" [5], l'Ivani sarebbe stato costretto a cambiare radicalmente idea.[1]

In una lunga epistola del 18 giugno 1467 a Cicco Simonetta descrive "hanc urbem vetustissimam" e le meraviglie naturali che la circondano, i laghi boraciferi e le cave di allume di rocca un minerale allora prezioso per molte lavorazioni, dalla tintura di lane e tessuti, alla preparazione di colori, concia di pelli ecc.[6]. Si interessò anche alle antichità volterrane e al casuale ritrovamento di urne etrusche che lo fecero molto meditare.

Laggiù era ben lontano da Sarzana e dalla Lunigiana, verso cui, in quegli anni 1467-68, gli Stati fiorentino e milanese stavano avanzando. In questo frangente fu informato della cattura del suo primogenito Giovanni Filippo, imputato di aver preso partito con gli insorti della Lunigiana contro il duca di Milano. Tale notizia turbò assai l'Ivani, che si lamentò con Francesco Tranchedini figlio di Nicodemo, ambasciatore di Milano, del mancato aiuto. Scrisse anche al Simonetta il 30 novembre 1467 per chiarire il suo ruolo nelle trattative con Ludovico Fregoso, il cui dominio in Sarzana era ormai più che vacillante, cercando di far desistere i duchi di Milano dall'intervento militare.

Il ricco epistolario dell'Ivani, che consta di oltre settecento lettere scritte nel corso di parecchi anni, testimonia che i suoi interessi culturali ed eruditi erano sempre ben vitali. In una lettera del 13 febbraio 1469 a Piero de' Medici tratteggia una descrizione del cancelliere perfetto il quale doveva essere: "eruditum, facundum, pudicum, liberalem, solertem, fidum, iustum et possidentem memoriam sempiternam", qualità che riunite insieme formano un ideale quasi sovrumano, elencate forse con un tocco di ironia verso le pretese dei volterrani che erano sempre alla ricerca di qualcosa di irraggiungibile. Il 21 giugno si rivolse all'amico Donato Acciaiuoli, il quale per la sua "facilitate morum et summa litterarum eruditione" gli sembrava il candidato ideale per questo ruolo. Il 5 settembre gli consigliò,se avesse accettato l'ufficio, di portarsi dietro la sua ricca biblioteca per trascorrere gli inverni solitari e ventosi di Volterra.[7] Qui la sua collocazione, relativamente marginale, non gli impedí di elaborare riflessioni più ampie sul mondo politico a lui contemporaneo.
Nel luglio 1470 indirizzò a Cicco Simonetta un'epistola sulla guerra contro i Turchi invitandolo a esortare il duca di Milano a intervenire. Era la vigilia della caduta di Negroponte, che avrebbe causato molto sgomento e sorpresa sia presso Galeazzo Maria Sforza che presso gli altri principi italiani. L'Ivani ce ne ha lasciato una documentata rievocazione, con un accenno a un tentativo di tradimento anteriore alla conquista della città stessa. Già in precedenza la minaccia dell'invasione turca era stata oggetto di un breve componimento dell'Ivani. Risale all'incirca al 1453-54, stando al più recente editore, una sua narrazione della presa di Costantinopoli dedicata a Federico da Montefeltro. Il testo era preceduto da una dedica a Federico, con la quale Ivani intendeva presentarsi al signore di Urbino, al fine di ottenere un impiego al suo servizio [8][1]

Il 22 ottobre 1470 l'Ivani descrisse con attenta minuzia le "Etruscas cerimonias" dell'insediamento del vescovo di Volterra, il fiorentino Antonio degli Agli, il cui arrivo inasprì le lotte intestine delle fazioni. Risalgono infatti a questo periodo le tensioni interne alla città riguardanti l'appalto per lo sfruttamento di alcune cave d'allume, ottenuto all'inizio del 1470 dal mercante senese Benuccio Capacci. Una concessione che escludeva la maggior parte dei mercanti locali in favore del Capacci e dei suoi soci ossia oltre assieme a due suoi fratelli di tre fiorentini e solo due volterrani. questo squilibrio fu all'origine del malcontento cittadino che ebbe gravi conseguenze. Lo stesso Ivani fu accusato dalla dirigenza di corruzione e di ignoranza delle consuetudini locali e Il 13 dicembre 1470 fu costretto a difendersi dalle accuse: Queste furono le prime avvisaglie degli aspri contrasti che lo portarono a lasciare il suo ufficio nel febbraio 1471 per riparare a Siena, dove si rincontrò con Ludovico Fregoso, in esilio dopo la cessione di Sarzana ai Fiorentini. Da questa città l'Ivani non tralasciò di seguire gli accadimenti volterrani e continuò a difendere il suo operato circa la concessione dell'allume.

Nell'aprile di quell'anno scriveva a ser Biagio Lisci, notaio e uomo politico volterrano, dichiarando di aver comunque lasciato la città in condizioni migliori di come l'aveva trovata: dinanzi ai Priori cittadini sosteneva che non stimava nessuno Stato popolare migliore del loro, probabilmente con una punta di sarcasmo dato il tono. Il dubbio sembrerebbe confermato dalla lettera a Lorenzo de' Medici del 12 giugno 1471 in cui si dichiarava "molto amico della famiglia che risplendeva come un sole sul popolo fiorentino". Non mancano, anche in questa occasione, accenni relativi al contratto sulla concessione dell'allume [9]

Frattanto a Siena, dove si ora si trovava, Ludovico Fregoso intendeva affidargli il figlio Agostino affinché lo accompagnasse presso la corte aragonese di Napoli, ma poi cambiò la destinazione e Agostino fu mandato a Forlì presso Girolamo Riario. Successivamente dopo aver seguito e consigliato il giovane lo vide ormai deciso a percorrere la carriera militare secondo la propri indole e inclinazione, decise di abbandonarlo ritenendo ormai di non poter dare alcun contributo alla sua educazione in tale ambito. questa scelta adirò il vendicativo Ludovico che gli negò diversi favori a suo tempo promessi, in primo luogo il pagamento di sei mesi arretrati di stipendio. A nulla valse un successivo incontro a Roma, durante il quale il Fregoso non fece altro che rimproverare all'ex collaboratore la sua presunta infedeltà. Il mancato saldo impedì all'Ivani di acquistare l'ambito posto vacante di segretario apostolico, e a nulla valsero l'intervento di alcuni nobili genovesi e perfino del vescovo di Savona Giovan Battista Cybo, il futuro papa Innocenzo VIII. Ormai svanita l'opportunità romana, l'Ivani tristemente si adatto a rientrare in Sarzana, in attesa di un migliore impiego.[1] Da qui l'Ivani continuò a seguire le vicende di Volterra; un enigmatico segno dei rapporti che intercorrevano tra l'ex cancelliere e la cittadinanza volterrana è il testo per una Frottola da musicare, che porta la data del 6 novembre 1471. Uno dei versi recita "chi non può star in groppa non compri la sella", e sembra quasi annunciare i momenti terribili che si sarebbero abbattuti su Volterra (cfr. ed. Mannucci, pp. 101-103). Quasi in risposta a quella provocazione indiretta, i Priori volterrani deliberarono il 25 novembre di quell'anno un'inchiesta nei suoi confronti per accertare le falsità e le frodi che erano state commesse negli atti della Cancelleria.

Il 25 febbraio 1472 l'Ivani scrisse una lunghissima epistola raccontando le contese cittadine. una sua svista si rivela particolarmente indicativo: parlando di "Etrusco more" invece che di "Florentino", può essere che l'Ivani sottintenda l'imminente assorbimento di Volterra sotto l'imperio "toscano" della più prepotente ed egemonica città [10]. I ripetuti richiami alla pace, alla pazienza e alla prudenza sparsi nelle lettere di quei mesi, sempre inviate da Sarzana, non ebbero alcun influsso sugli immediati avvenimenti. Gli interventi presso il cancelliere fiorentino Bartolommeo Scala e presso lo stesso Lorenzo per indurlo alla clemenza, con la richiesta di duemila ducati in dono, furono semplici palliativi.[11]
Nel frattempo a Volterra il Capacci e i suoi soci, dopo aver visto reintegrati, per il diretto intervento di Lorenzo, i loro diritti nella concessione dello sfruttamento dell'allume, erano stati cacciati dalle cave dai Volterrani; tale iniziativa determinò da lì a poco il diretto intervento militare di Firenze. Le truppe di Federico da Montefeltro, al soldo di Lorenzo de' Medici, assaltarono la città che, isolata e divisa nel suo interno, il 18 giugno 1472 fu costretta alla capitolazione[1]

A pochi mesi dal "sacco", il 25 giugno 1472, in una lettera a Cicco Simonetta l'Ivani descriveva alcune delle ripugnanti violenze compiute dai soldati durante il saccheggio: "Cum me huc contulerim recuperandi gratia nonnullas puellas Volaterranas quae a vestris militibus abduci nunciabantur". Scrivendo a Biagio Lisci il 13 agosto 1472, enumerava le cattiverie e i dissensi che avevano causato "direptionem et calamitates", Allo stesso amico il 17 ottobre chiese la sua versione della storia volterrana, richiesta sollecitata di nuovo il 18 dicembre [12]. Il 4 luglio 1473 annunciava all'amico Gabriele Ricobaldi da Volterra l'imminente conclusione della sua "Historia": "inter ceteros Etrurie scriptores neminem esse arbitror qui melius me intellexerit" In una sua lettera al Ricobaldi, al quale fu infine spedita l'opera il 21 ottobre, l'Ivani poneva in rilievo la sua cura nell'aspetto stilistico della sua composizione, usando parole più brevi e sentenze più gravi degli altri storiografi toscani. In seguito l'opera fu inviata anche a esponenti della cerchia umanistica fiorentina fra i quali Donato Acciaiuoli. La "Historia de Volaterrana calamitate" è il racconto dell'assedio e del saccheggio di Volterra Ludovico Antonio Muratori la pubblicò, all'interno del volume XXIII dei suoi "Rerum Italicarum Scriptores" , col titolo "Commentariolus de bello Volaterrano", sulla base di un codice ritenuto autografo.

Il 27 dicembre 1474 l'Ivani si rivolse nuovamente a Lorenzo, accludendo una poesia in volgare su Volterra;[13] non trascurando il tentativo di ingraziarsi altri potenziali protettori. Il 1º maggio 1475 si rivolgeva di nuovo a Federico da Montefeltro, ormai duca di Urbino, con una "Contra Turcos adhortatio".

In questi anni di "intensi otia", l'Ivani coltivò anche la passione per archeologia che qui gli era nata. A qiesto proposito Si ricorda la collezione di monete antiche da lui raccolte in territorio di Luni per Mico Capponi, capitano di Sarzana. A Donato Acciaiuoli, perché lo comunicasse a Lorenzo de' Medici, diede notizia di uno scultore di marmi, di nome Matteo, che aveva comprato una scultura di bronzo rappresentante Ercole e una pietra preziosa di corniola intagliana a raffigurare una testa virile, oggetti rinvenuti casualmente. In questo periodo fu anche in rapporti amichevoli con Bernardo Rucellai e il gruppo di umanisti che frequentavano gli Orti Oricellari.

L'Ivani era tuttavia avidissimo di sapere "cosa si facesse tra i vivi", secondo una sua espressione. Egli si teneva sempre ben informato su quel che avveniva in Italia e fuori; per esempio, è lui a fornirci le circostanze e la data della morte di Niccolò d'Este nel settembre 1476. L'Ivani nelle sue lettere non manca nemmeno di sapidi commenti politici e personali. Dopo l'assassinio di Galeazzo Maria Sforza, avvenuto il 26 diembre 1476, scrisse a un amico milanese che non lo aveva meravigliato la morte del principe, ma l'ostinata audacia dell'uccisore, che egli paragonava a Muzio Scevola
Nel 1477, dietro raccomandazione del Magnifico, fu eletto cancelliere di Pistoia, ufficio che ricoprì un cinque anni, fino alla sua morte. A pochi giorni dall'assunzione dell'incarico, il 10 gennaio, scrisse una lettera confidenziale a Lorenzo de' Medici relativa agli avvenimenti milanesi: avendo egli frequentato per anni la corte e la Cancelleria di Milano - sosteneva - aveva "cognosciuto nel magnifico messer Cecho grande prudentia nel governo, e compresi essergli portato assai invidia per havere tanta auctorità non essendo di natione milanese de anticha stirpe". Con l'uccisione del duca, il "pondo di quel governo" restava nelle mani dell'esperto segretario, e siccome "il riposo di Lombardia" era fondamentale per la pace di Firenze, era necessario che "l'auctorità di messer Cecho faci a quel medesimo proposito"; gli raccomandava che inviasse "ambasadori o per altre vie private cum bel modo se conciliasseno li animi de' nobili verso di lui a utilità di quello stato, acciò che l'invidia non facesse danno, essendo forsi mancato el timore, che a quella illustrissima madona e figliuoli è da havere compassione".[N 1] Questa lettera mostra come l'Ivani tentasse di rendersi utile e di sdebitarsi con Lorenzo, che pure non lo ammise mai nella sua cerchia ristretta di collaboratori e consiglieri. Quello stesso anno l'Ivani si rivolse allo storico sforzesco Giovanni Simonetta richiedendo materiali per la composizione degli Annali italiani, un'idea che prendeva spunto dalla tradizione liviana oltre che da quella cesariana dei "Commentarii de bello gallico". In questo contesto è utile ricordare anche un altro breve testo dell'Ivani, le "Gesta unius anni memorabilis.." del 1478, che raccoglie gli eventi di quell'anno così particolare, dalla Congiura dei Pazzi alla conseguente crisi dello Stato mediceo con papa Sisto IV e i suoi alleati.

Negli anni pistoiesi l'Ivani mantenne una continua corrispondenza con Niccolò Michelozzi, segretario di Lorenzo de' Medici. Significativi furono anche i rapporti con il potente vescovo locale Niccolò Pandolfini. In quello stesso periodo l'Ivani fu anche in rapporto con Marsilio Ficino, al quale inviò, nel luglio 1477, una "adhortatio ad scribendum" della produzione filosofica del quale in seguito si interessò particolarmente.[14], e al quale inviò il suo trattatello, "De fortuna", nel quale proponeva un'ipotesi in merito all'etimologia del termine.[15]

In qualità di cancelliere comunale il suo nome compare nello Statuto del locale "Monte di pietà", riformato nel luglio del 1478.[16][17]

Note

Annotazioni

  1. ↑ Archivio di Stato di Firenze, Mediceo avanti il principato, XXXV, 35.

Fonti

  1. 1 2 3 4 5 6 7 Marcello Simonetta, Antonio Ivani, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 62, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2004. URL consultato il 16 aprile 2026.
  2. ↑ Carlo Errera, "I Corsi e la Corsica alla fine del secolo XV, da due epistole di Antonio Ivani., in Archivio storico italiano, XLIX, 1891, pp. 390-400.
  3. ↑ Fubini, 1994, p. 153.
  4. ↑ Ferrari, 1965, pp. 27 - segg.
  5. ↑ Fubini, 1994, p. 143.
  6. ↑ L. M. Ferrari, Antonio Ivani a Volterra, in Rassegna Volterriana, XXXII, 1965, pp. 33 - segg..
  7. ↑ L. M. Ferrari, Antonio Ivani a Volterra, in Rassegna Volterriana, XXXII, 1965, pp. 33 - segg..
  8. ↑ Pertusi 1983, pp. 143-144.
  9. ↑ Ferrari, 1965, pp. 38-40.
  10. ↑ Ferrari, 1965, p. 53
  11. ↑ Fubini (a cura), 1977, pp.376-379
  12. ↑ Ferrari, 1965, pp.64 segg.
  13. ↑ Francesco Luigi Mannucci, "Le poesie in volgare di Antonio Ivani", in Giornale storico della Lunigiana, II, 1910, pp. 23-49, 100-121.
  14. ↑ Patrizia Landucci Ruffo, "L'epistolario di Antomio Ivani", in Rinascimento, XVII, 1965, pp. 153 segg..
  15. ↑ Antonio Altamura, "Quattro epistole inedite di Antonio Ivani", in "Studi e ricerche di letteratura umanistica", Napoli, 1956.
  16. ↑ Lucia Capecchi - Ilvo Gaj, "Antonii Ivani Sarzanensis vita" , Bologna, 1866.
  17. ↑ Gabriella Airaldi, ""Qual'è la patria di Antonio Ivani", in Archivio storico italiano, CXXIX, 1971, pp. 257-265.

Opere storiche principali

  • "Historia de Volaterrana calamitate" o Commentariolus de bello Volaterrano- il "Sacco di Volterra", 1472;
  • "Expugnatio Constantinopolitana" - Caduta di Costantinopoli, 1453;
  • "Historia de excidio Lunae" - La distruzione dell'antica città di Luni;
  • "De Nigropontis expugnatione" - La conquista ottomana dell'isola di Negroponte (Eubea), 1470;
  • "De Genuensibus et eorum revolutionibus" - Cronaca sulle vicende politiche e le rivoluzioni di Genova;
  • "Annalia de his quae in Italia geruntur" - Documentano i fatti salienti avvenuti in Italia durante il 1400.

Bibliografia

  • Marcello Simonetta, Antonio Ivani, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 62, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2004. URL consultato il 16 aprile 2026.
  • Riccardo Fubini , "Antonio Ivani da Sarzana: un teorizzatore del declino delle autonomie comunali nell'Italia quattrocentesca" , Milano, 1994, pp. 136-182.
  • Lorenzo de' Medici, "Lettere" , a cura di Riccardo Fubini, Firenze, 1977, pp. 376-379.
  • Enrico Fiumi , "L'impresa di Lorenzo de' Medici contro Volterra (1472) , Firenze, 1948, pp. 136-182.
  • Riccardo Fubini , "Quattrocento fiorentino: politica, diplomazia, cultura", Pisa, 1996, pp. 136-182.
  • Agostino Pertusi, "Testi inediti e poco noti sulla caduta di Costantinopoli", a cura di Antonio Carile, Bologna, 1983, pp. 143-164.
  • Lucia Capecchi - Ilvo Gaj, "Il Monte di Pietà di Pistoia e le sue origini" , Firenze, 1976, pp. 136-182.
  • Antonio Bertoloni, "Il Monte di Pietà di Pistoia e le sue origini" , Firenze, 1976, pp. 136-182.
  • Carlo Errera, "I Corsi e la Corsica alla fine del secolo XV, da due epistole di Antonio Ivani, in Archivio storico italiano, XLIX, 1891.
  • L. M. Ferrari, Antonio Ivani a Volterra, in Rassegna Volterriana, XXXII, 1965.
  • Patrizia Landucci Ruffo, "L'epistolario di Antomio Ivani", in Rinascimento, XVII, 1965, pp. 153 segg..
  • Luigi Mannucci, L'operosità umanistica di Antonio Ivani, in "Giornale storico della Lunigiana", XXXII, 1913-14, pp. V - 163-197.
  • Antonio Altamura, "Quattro epistole inedite di Antonio Ivani", in "Studi e ricerche di letteratura umanistica", Napoli, 1956.
  • Francesco Luigi Mannucci, "Le poesie in volgare di Antonio Ivani", in Giornale storico della Lunigiana, II, 1910, pp. 23-49, 100-121.
  • Gabriella Airaldi, ""Qual'è la patria di Antonio Ivani", in Archivio storico italiano, CXXIX, 1971, pp. 257-265.

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