Capenati
| Capenati | |||
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| Luogo d'origine | Ager Capenas | ||
| Periodo | Dall'VIII al III secolo a.C. | ||
| Popolazione | Capenati | ||
| Lingua | capenate | ||
| Gruppi correlati | Falisci, Sabini, Etruschi | ||
| Distribuzione | |||
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I Capenati furono un popolo dell'Italia antica insediato attorno al centro di Capena, i cui resti sorgono in località Civitucola, nel territorio del comune di Capena, che fino al primo dopoguerra portava il nome di Leprignano.[1] Il loro territorio si trovava sulla riva destra della media Valle del Tevere, in una posizione di cerniera tra mondi diversi: a ovest e a sud gravitavano gli Etruschi, anzitutto Veio, ma anche Caere e Volsinii, mentre oltre il fiume, a est, si aprivano le terre dei Sabini e dei Latini. Da questa collocazione di confine derivò il carattere ibrido della loro cultura, per molti versi vicina a quella dei Falisci ma segnata da un più forte apporto sabino e, nella scrittura, dal prevalere dell'etrusco.[2]
A lungo gli studiosi hanno considerato Falisci e Capenati un unico popolo "falisco-capenate", sulla scorta delle affinità che le due aree mostrano, soprattutto in età antica, nella cultura materiale. La ricerca più recente ha però rilevato differenze così marcate da rendere insostenibile quella etichetta unitaria, e tratta oggi le due comunità come distinte.[3] La distinzione emerge con particolare nettezza nelle produzioni artigianali di età orientalizzante: il comprensorio falisco (con Falerii, Narce, Nepi e Corchiano) e quello capenate appaiono come due blocchi sostanzialmente separati, con proprie tradizioni e scarsi contatti diretti.[4]
Territorio
Il territorio capenate si stendeva nella media valle del Tevere, dalla pianura che accompagna la riva destra del fiume fino alle colline che digradano dai Monti Sabatini. Il Monte Soratte a settentrione e il tracciato della via Flaminia a occidente lo dividevano dall'Ager Faliscus; a meridione cominciava il territorio della etrusca Veio; a oriente il Tevere, più che una barriera, era un confine facilmente valicabile verso i Latini di Crustumerium e la Sabina tiberina.[2]
Il centro principale era Capena, sul pianoro di Civitucola. L'identificazione del sito antico con questa altura non è antica: proposta soltanto nel 1756, restò a lungo controversa, poiché altri lo collocavano a Fiano o a Sant'Oreste, e trovò conferma solo con il rinvenimento, negli anni trenta del Novecento, di iscrizioni che nominano il municipium di Capena.[5] In età romana l'agro fu attribuito alla tribus Stellatina, istituita nel 387 a.C., e in età augustea rientrò nella Regio VII Etruria, ripartizione amministrativa di carattere geografico, benché la sua popolazione non fosse etrusca.[6] Il municipium di Capena doveva estendersi sui territori degli attuali comuni di Capena, Fiano Romano, Morlupo, Civitella San Paolo, Nazzano, Ponzano Romano, Filacciano, Torrita Tiberina, Rignano Flaminio, Sant'Oreste, Castelnuovo di Porto e Riano.
Origini
Le conoscenze archeologiche sull'agro capenate restano frammentarie, in mancanza di scavi sistematici, e solo dall'VIII secolo a.C. il quadro si fa più leggibile.[7] In quel periodo, accanto al centro di Capena, sorgono nella campagna gli abitati di Nazzano-Colle Sant'Antimo e di Vacchereccia, ciascuno con le proprie necropoli.[8] Questo assetto va ricondotto alla nascita di Veio come grande centro protourbano: tra Bronzo finale e prima età del ferro Veio raccolse attorno a sé le comunità di un'area vasta, che arrivava fino all'ansa del Tevere, e nel corso dell'VIII secolo ne ridisegnò la trama insediativa distribuendo gli abitati in punti strategici.[7] Il controllo veiente non spense tuttavia la fisionomia locale né gli scambi con le popolazioni italiche vicine, in primo luogo i Sabini.[9]
Dalla fine del VII secolo a.C. i corredi funerari capenati assumono una connotazione italica, riconoscibile soprattutto nell'usanza di deporre armi nelle tombe.[10] Nel costume funerario femminile di Capena compaiono inoltre i pettorali ad anelli concentrici, assenti nell'agro falisco, che sono stati posti in relazione con donne di origine latina inserite nella comunità capenate; si tratta però di un elemento ancora poco attestato e di lettura incerta, data la grande quantità di materiali capenati tuttora inediti.[11] Alle necropoli più antiche, come Le Saliere, Le Macchie e San Martino, si affianca in età orientalizzante quella di Monte Cornazzano.[12] In questa fase Capena svolse la funzione di raccordo verso l'Italia centrale appenninica e il versante adriatico, come attesta la circolazione di oggetti caratteristici quali le placche di cinturone, i dischi-corazza e i vasi d'impasto a decorazione escissa.[13][N 1]
Storia
Nel V secolo a.C. i Capenati combatterono a fianco di Veio e dei Falisci contro Roma, e le fonti li ricordano come alleati fedeli di Veio nella fase conclusiva della guerra.[14] Caduta Veio nel 396 a.C., anche il loro territorio fu travolto: l'anno seguente, nel 395, Capena si arrese e ottenne la pace da Furio Camillo, il conquistatore della città etrusca.[15] Pochi anni dopo, nel 387 a.C., Roma istituì la tribus Stellatina, il cui nome rimanda al Campus Stellatinus, che doveva trovarsi nella parte settentrionale dell'agro.[16]
Nel corso del III secolo, durante la seconda guerra punica, Annibale deviò dal proprio cammino per saccheggiare il santuario di Lucus Feroniae, nel 211 a.C.[17] La conquista romana non interruppe bruscamente la vita dei principali abitati, Capena, Lucus Feroniae e Nazzano, che continuarono a esistere per tutto il IV secolo e parte del III. Fu semmai l'apertura della via Flaminia, nel 220 a.C., a spostare gli equilibri: il vecchio asse della via Tiberina perse importanza e con esso si spostò il baricentro dell'intera regione.[18]
Lucus Feroniae
Il santuario di Lucus Feroniae è l'elemento più tipico della civiltà capenate. Sorgeva presso uno dei guadi maggiori del Tevere e fungeva insieme da grande centro di culto e da mercato aperto alle genti dell'una e dell'altra sponda; il bosco sacro, il lucus da cui prende nome, faceva probabilmente da terreno neutro per l'incontro tra popoli diversi.[19] Vi si venerava Feronia, divinità di ascendenza sabina dai tratti ctoni, legata agli aspetti selvaggi della natura.[19]
Secondo la tradizione letteraria il santuario sarebbe stato fondato da giovani (iuvenes) mandati a Capena dal re veiente Propertius; il nome di costui tradisce però un'origine dell'Italia centrale, umbra o sabina.[19] Il luogo conobbe la massima prosperità nel III secolo a.C. In età sillana o augustea vi fu dedotta la colonia Iulia Felix Lucus Feroniae, che finì per assorbire le funzioni del municipium di Capena.[20]
Lingua
Sul piano linguistico i Capenati appartenevano al ceppo italico, ma la loro precisa collocazione resta incerta: è stata accostata ora alle lingue sabelliche, ora al falisco, e per questa via al latino. Gli indizi vengono soprattutto da un gruppo di iscrizioni di età ellenistica, che presentano forti somiglianze con quelle sabine; i rari testi più antichi, invece, sono stati rinvenuti fuori dall'agro capenate.[16] Va inoltre sottolineato che la gran parte delle iscrizioni della zona non è in capenate ma in etrusco, e che l'alfabeto locale è stato descritto come un "compromesso" tra le tradizioni grafiche delle due rive del Tevere.[N 2]
Note
Note esplicative
- ↑ I cinturoni del cosiddetto "tipo Capena" ebbero però una diffusione assai ampia nell'Italia centrale e non possono valere di per sé come marcatori di identità etnica o culturale: Benelli2018, pp. 91-92.
- ↑ L'espressione è di Enrico Benelli, richiamata in Tabolli2018, p. 568.
Note bibliografiche
- ↑ Keay2006, p. 73.
- 1 2 Tabolli2018, p. 567.
- ↑ Tabolli2018, p. 559; Biella2024, pp. 330-331.
- ↑ Biella2014, pp. 66-68.
- ↑ Keay2006, pp. 74-75.
- ↑ Biella2024, p. 330.
- 1 2 Tabolli2018, p. 569.
- ↑ Tabolli2018, pp. 569-570.
- ↑ Tabolli2018, p. 570.
- ↑ Tabolli2018, p. 570; Biella2024, pp. 331-332.
- ↑ Biella2014, p. 67.
- ↑ Tabolli2018, p. 571.
- ↑ Tabolli2018, p. 572; Biella2014, p. 67.
- ↑ Tabolli2018, p. 568; Livio, Ab Urbe condita, V, 8.
- ↑ Tabolli2018, p. 568; Livio, Ab Urbe condita, V, 24.
- 1 2 Tabolli2018, p. 568.
- ↑ Tabolli2018, p. 572; Livio, Ab Urbe condita, XXVI, 11.
- ↑ Tabolli2018, pp. 572-573.
- 1 2 3 Tabolli2018, p. 572.
- ↑ Tabolli2018, pp. 568, 572.
Bibliografia
- (EN) Jacopo Tabolli e Sara Neri, The Faliscans and the Capenates, in Gary D. Farney, Guy Bradley (a cura di), The Peoples of Ancient Italy, Berlino-Boston, De Gruyter, 2018, pp. 559-578.
- (EN) Maria Cristina Biella, The Faliscans and the Capenates, in The Oxford Handbook of Pre-Roman Italy, Oxford, Oxford University Press, 2024, pp. 330-341.
- Maria Cristina Biella, I Falisci e i Capenati: prospettiva archeologica, in Michel Aberson, Maria Cristina Biella, Massimiliano Di Fazio, Manuela Wullschleger (a cura di), Entre archéologie et histoire: dialogues sur divers peuples de l'Italie préromaine, Berna, Peter Lang, 2014, pp. 65-81.
- (EN) Enrico Benelli, Problems in Identifying Central Italic Ethnic Groups, in Gary D. Farney, Guy Bradley (a cura di), The Peoples of Ancient Italy, Berlino-Boston, De Gruyter, 2018, pp. 89-103.
- (EN) Simon Keay, Martin Millett e Kristian Strutt, An Archaeological Survey of Capena (La Civitucola, Provincia di Roma), in Papers of the British School at Rome, vol. 74, 2006, pp. 73-118.
Voci correlate
Altri progetti
Collegamenti esterni
- Marco Rendeli, L'Italia preromana. I siti falisci: Capena, in Il mondo dell'archeologia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2004. URL consultato il 1º luglio 2026.
