Dinornis robustus

Moa gigante dell'Isola del Sud
Scheletro, probabilmente di un maschio adulto
Stato di conservazione
Estinto
Classificazione scientifica
DominioEukaryota
RegnoAnimalia
PhylumChordata
ClasseAves
InfraclassePalaeognathae
Ordine†Dinornithiformes
Famiglia†Dinornithidae
Genere†Dinornis
Specie†D. robustus
Nomenclatura binomiale
Dinornis robustus
Owen, 1846[1]

Il moa gigante dell'Isola del Sud (Dinornis robustus Owen, 1846) è una specie estinta di moa appartenente al genere Dinornis, noto in lingua māori con il nome moa nunui.[2] Era una delle specie di uccelli più alte mai esistite, superata in peso solo dall'estinto uccello elefante del Madagascar, più pesante ma più basso.[3]

Tassonomia

I moa erano ratiti: grandi uccelli incapaci di volare, dotati di sterno ma privi di carena. Presentavano inoltre una mandibola e un palato caratteristici. L'origine di questi uccelli è oggi meglio compresa: si ritiene infatti che gli antenati più antichi fossero in grado di volare e si siano dispersi nell'emisfero australe, dove si trova la maggior parte dei ratiti attuali e fossili.[4]

Nonostante la maggiore vicinanza geografica con i kiwi, le analisi filogenetiche basate sul DNA mostrano che i moa erano più strettamente imparentati con i tinami dell'America centrale e meridionale. I moa giganti dell'Isola del Sud appartengono al genere Dinornis e sono collocati nella famiglia Dinornithidae, insieme al loro stretto parente Dinornis novaezealandiae dell'Isola del Nord. Questi, insieme all'estinto moa alpino e ai tinami, sono tra i paleognati più basali.[3]

Il seguente cladogramma segue l'analisi del 2009 di Bunce et al.:[5]

Dinornithiformes
 
Megalapteryidae
 

Megalapteryx didinus

 
 
Dinornithidae
Dinornis
 

D. robustus

 
 

D. novaezealandiae

 
 
 
 
Emeidae
Pachyornis
 

P. australis

 
 
 

P. elephantopus

 
 

P. geranoides

 
 
 
 
 

Anomalopteryx didiformis

 
 
 

Emeus crassus

 
 

Euryapteryx curtus

 
 
 
 
 

Descrizione

Dimensioni

Il moa gigante dell'Isola del Sud era la più grande specie di moa. Le femmine adulte raggiungevano fino a 2 metri di altezza al garrese e potevano arrivare ad alimentarsi a un'altezza di 3,6 metri, rendendole gli uccelli più alti che si conoscano.[4][6] Nonostante la grande statura, Dinornis robustus pesava in media solo circa 200 kg, con stime massime attorno o superiori ai 250 kg per le femmine.[6] Un unico esemplare di uovo completo o quasi completo è stato attribuito a questa specie, trovato vicino a Kaikōura: lungo 240 mm e largo 178 mm, era il più grande uovo di moa presente nelle collezioni museali nel 2006.[7]

Anatomia

Questi uccelli molto grandi avevano teste relativamente piccole, tratto comune a tutti i ratiti. L'analisi del cranio mostra che avevano una vista piuttosto scarsa a causa delle orbite piccole, un becco arrotondato e un olfatto molto sviluppato grazie al grande sistema olfattivo. Dinornis aveva ossa delle zampe più sottili rispetto agli altri moa, il che indica maggiore agilità, benché si muovesse probabilmente in modo lento e cauto. In maniera insolita, i moa giganti erano gli unici grandi ratiti dotati di alluce (il primo dito del piede). Erano praticamente privi di ali: l'unico residuo era l'osso scapolocoracoide, che in una fase evolutiva precedente costituiva il punto di attacco dell'omero.[3]

Testa

Aspetto

I moa giganti erano probabilmente completamente piumati, eccetto la testa, una piccola parte del collo, il tarso e i piedi. Piume attribuite a questa specie rivelano un piumaggio bruno uniforme o leggermente striato.[6]

Comportamento ed ecologia

Alimentazione

È probabile che i moa svolgessero un ruolo di erbivori diurni, simile a quello degli emù.[8]

Poiché la Nuova Zelanda non aveva mammiferi terrestri erbivori nativi, i moa occupavano completamente quella nicchia ecologica. I moa giganti, in particolare, erano ecologicamente equivalenti alle giraffe e ad altri megamammiferi brucatori dal collo lungo, pur non avendo analoghi moderni nel Paese. Possedevano un becco molto robusto e una grande quantità di gastroliti rinvenute nei resti suggerisce una dieta altamente fibrosa.[9] I coproliti fossilizzati mostrano che la dieta comprendeva ramoscelli, semi, bacche, foglie, fiori, liane, erbe e arbusti. Probabilmente si nutrivano anche di vegetazione non digeribile da altri erbivori, evitando così la competizione.[10] Il loro becco permetteva di tagliare e spezzare rami e steli con movimenti laterali; inoltre, i moa possedevano muscoli del collo più sviluppati rispetto alle altre famiglie di ratiti, il che potrebbe aver conferito loro una maggiore forza di trazione.[11] Probabilmente usavano anche il collo per raggiungere la vegetazione più alta.[3]

Riproduzione

I moa giganti erano con tutta probabilità uccelli longevi, che impiegavano molti anni per raggiungere la piena maturità. Similmente ai casuari, le femmine – molto più grandi – potrebbero aver competuto per i maschi. È probabile che fossero i maschi a occuparsi principalmente della cura dei piccoli, poiché le femmine sarebbero state troppo pesanti per incubare le uova dal guscio fragile. Il metodo esatto di incubazione, tuttavia, resta sconosciuto. Nidificavano in ripari rocciosi dalla tarda primavera all'inizio dell'estate. I pulcini, secondo le ipotesi, erano striati come quelli di altri ratiti.[3]

Habitat

Dinornis robustus viveva nell'Isola del Sud della Nuova Zelanda, oltre che a Rakiura e Native Island. Il suo habitat era costituito principalmente da zone di pianura: macchia, dune costiere, praterie e foreste.[4][12][13]

Estinzione

Come gli altri membri della famiglia dei moa, il moa gigante dell'Isola del Sud si estinse nel XV secolo a causa della predazione umana, circa 200 anni dopo l'arrivo dei Māori.[14]

Tentativi di de-estinzione

Nel 2025 la compagnia biotecnologica statunitense Colossal Biosciences ha annunciato l'intenzione di tentare la de-estinzione del moa gigante dell'Isola del Sud. Il progetto, realizzato in collaborazione con lo Ngāi Tahu Research Centre dell'Università di Canterbury, mira alla ricostruzione del genoma della specie tramite DNA antico e genomica comparativa.[15] Colossal Biosciences ha descritto l'iniziativa come un progetto di restauro culturale ed ecologico, più che un mero esperimento scientifico. L'azienda stima che un moa vitale potrebbe essere prodotto entro cinque-dieci anni.[16][17]

Note

  1. ↑ B. J. Gill, B. D. Bell, G. K. Chambers, D. G. Medway, R. L. Palma, R. P. Scofield, A. J. D. Tennyson e T. H. Worthy, Checklist of the Birds of New Zealand, Norfolk and Macquarie Islands, and the Ross Dependency, Antarctica (PDF), su nzbirdsonline.org.nz, 4ª ed., Ornithological Society of New Zealand / Te Papa Press, 2010. URL consultato il 30 ottobre 2022 (archiviato dall'url originale il 1º novembre 2023).
  2. ↑ Trent Doyle, Scientists reveal fossilised moa footprints in Otago are at least 3.6 million years old, su Newshub, 15 novembre 2023. URL consultato il 23 febbraio 2024 (archiviato dall'url originale il 15 novembre 2023).
  3. 1 2 3 4 5 Julian P. Hume e Michael Walters, Extinct Birds, Londra, T & AD Poyser, 2012, p. 30, ISBN 978-1-4081-5725-1.
  4. 1 2 3 S. J. J. F. Davies, Moas, in Michael Hutchins (a cura di), Grzimek's Animal Life Encyclopedia, 8 Birds I Tinamous and Ratites to Hoatzins, 2ª ed., Farmington Hills, MI, Gale Group, 2003, pp. 95-98, ISBN 0-7876-5784-0.
  5. ↑ M. Bunce, T. H. Worthy, M. J. Phillips, R. N. Holdaway, E. Willerslev, J. Haile, B. Shapiro, R. P. Scofield, A. Drummond, P. J. J. Kamp e A. Cooper, The evolutionary history of the extinct ratite moa and New Zealand Neogene paleogeography (PDF), in Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 106, n. 49, 2009, pp. 20646-20651, Bibcode:2009PNAS..10620646B, DOI:10.1073/pnas.0906660106, PMC 2791642, PMID 19923428.
  6. 1 2 3 M. J. Szabo, South Island giant moa, su C. M. Miskelly (a cura di), New Zealand Birds Online, 2022 [2013]. URL consultato il 28 luglio 2023.
  7. ↑ B. J. Gill, A Catalogue of Moa Eggs (Aves: Dinornithiformes), in Papahou: Records of the Auckland Museum, vol. 43, 2006, pp. 55-80, ISSN 1174-9202, JSTOR 42905885.
  8. ↑ Ken Ashwell e R. Scofield, Big birds and their brains: Paleoneurology of the New Zealand moa, in Brain, Behavior and Evolution, vol. 71, n. 2, 2008, pp. 151-166, DOI:10.1159/000111461, PMID 18032890.
  9. ↑ Alan J. D. Tennyson, Extinct birds of New Zealand, illustrazioni di Paul Martinson, Wellington, N.Z., Te Papa Press, 2006, p. 24, ISBN 978-0-909010-21-8, OCLC 80016906.
  10. ↑ Marcia Malory, Scientists use fossilized feces to reconstruct moa diet, su Phys.org, ottobre 2013. URL consultato il 7 gennaio 2023.
  11. ↑ M. R. Attard, L. A. Wilson, T. H. Worthy, P. Scofield, P. Johnston, W. C. Parr e S. Wroe, Moa diet fits the bill: Virtual reconstruction incorporating mummified remains and prediction of biomechanical performance in avian giants, in Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, vol. 283, n. 1822, 13 gennaio 2016, DOI:10.1098/rspb.2015.2043, PMC 4721086, PMID 26763698.
  12. ↑ Alexander J. F. Verry, Matthew Schmidt e Nicolas J. Rawlence, A partial skeleton provides evidence for the former occurrence of moa populations on Rakiura Stewart Island, in New Zealand Journal of Ecology, vol. 46, n. 1, 15 novembre 2021.
  13. ↑ Alexander Verry, Matthew Schmidt e Nicolas Rawlence, A partial skeleton provides evidence for the former occurrence of moa populations on Rakiura Stewart Island, in New Zealand Journal of Ecology, 31 gennaio 2021, DOI:10.20417/nzjecol.46.8, ISSN 0110-6465.
  14. ↑ George L. W. Perry, Andrew B. Wheeler, Jamie R. Wood e J. M. Wilmshurst, A high-precision chronology for the rapid extinction of New Zealand moa (Aves, Dinornithiformes), in Quaternary Science Reviews, vol. 105, dicembre 2014, pp. 126-135, Bibcode:2014QSRv..105..126P, DOI:10.1016/j.quascirev.2014.09.025.
  15. ↑ Scientists To Resurrect Tallest Bird To Have Ever Lived On Earth, su www.ndtv.com. URL consultato il 31 luglio 2025.
  16. ↑ Patrick Greenfield, It's 12ft tall, covered in feathers and has been extinct for 600 years – can the giant moa bird really be resurrected?, su The Guardian, 11 luglio 2025, ISSN 0261-3077. URL consultato il 31 luglio 2025.
  17. ↑ Sascha Pare, 'We're bringing back avian dinosaurs': De-extinction company claims it will resurrect the giant moa in next 10 years, su Live Science, 10 luglio 2025. URL consultato il 31 luglio 2025.

Bibliografia

  • Sheila Brands, classification, genus Dinornis, su Project: The Taxonomicon (taxonomy.nl), Systema Naturae 2000, 14 agosto 2008. URL consultato il 4 febbraio 2009 (archiviato dall'url originale il 5 novembre 2007).

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