Domenico Pino
| Domenico Pino | |
|---|---|
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| Ministro della Guerra del Regno d'Italia | |
| Durata mandato | 17 marzo 1805 – marzo 1806 |
| Monarca | Napoleone Bonaparte |
| Predecessore | carica creata |
| Successore | Marie-François Auguste de Caffarelli du Falga |
| Ministro della Guerra della Repubblica Italiana | |
| Durata mandato | 13 agosto 1804 – 17 marzo 1805 |
| Presidente | Napoleone Bonaparte |
| Predecessore | Alessandro Trivulzio |
| Successore | carica abolita |
| Dati generali | |
| Professione | Militare |
| Firma |
|
| Domenico Pino | |
|---|---|
| Nascita | Milano, circa 1760 |
| Morte | Cernobbio, 29 marzo 1826 |
| Dati militari | |
| Paese servito | |
| Forza armata | |
| Anni di servizio | 1796-1814 |
| Grado | Generale di divisione |
| Comandanti | Eugenio di Beauharnais |
| Guerre | Guerre rivoluzionarie francesi Guerre napoleoniche |
| Campagne | Campagna d'Italia (1796-1797) Campagna d'Italia (1800) Campagna d'Italia (1805) Campagna di Russia Campagna d'Italia (1813-1814) |
| Battaglie | Assedio di Kolberg (1807) Assedio di Roses (1808) Battaglia di Llinars Battaglia di Molins de Rei Battaglia di Malojaroslavec |
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Domenico Pino (Milano, 1760 ca. – Cernobbio, 29 marzo 1826) è stato un generale e politico italiano.
Fu uno dei militari italiani di maggiore fama durante l'epoca della Rivoluzione francese e dell'età napoleonica, diventando nel corso della propria carriera un generale di divisione dell'esercito del Regno d'Italia e Ministro della guerra dello stesso regno. Iniziò la propria carriera assecondando gli ideali giacobini e rivoluzionari, per poi servire l'Impero napoleonico e ottenere grazie ad esso fama, fortuna e diversi titoli nobiliari. Caduto in disgrazia agli occhi di Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno d'Italia, prese parte al complotto che portò alla fine dell'esperienza napoleonica dell'Italia settentrionale e indirettamente alla sua successiva occupazione austriaca.
Biografia
I primi anni e le guerre rivoluzionarie francesi
Domenico Pino nacque a Milano,[1][N 1] figlio di Francesco Pino e Margherita Lonati. Il padre, di professione commerciante, permise al figlio di avere una vita agiata ed un'ottima istruzione, facendolo studiare al Collegio Gallio di Como.[2] Questo portò alla formazione di alcuni vizi e tratti della personalità che lo accompagnarono nella vita adulta,[3] tra cui il vizio del gioco d'azzardo, che molto presto lo portò ad essere tallonato da numerosi creditori.[4] Dopo aver passato i primi anni della sua vita in dissolutezza,[5] si arruolò nell'esercito del Ducato di Parma, raggiungendo il grado di capitano di cavalleria.[2][6] La sua vita ebbe una prima svolta in seguito all'arrivo dei francesi di Bonaparte a Milano: infiammato da uno spirito patriottico e forse cogliendo la possibilità di fare carriera e sfuggire ai suoi creditori, Pino si arruolò come un semplice granatiere all'interno della Legione Lombarda, in via di costituzione nell'ottobre del 1796.[2][5] Partecipò all'occupazione del territorio del Ducato di Parma tra il 1796 ed il 1797[1][2] e probabilmente prese parte anche alla battaglia di Arcole.[2]
Tra il 1798 ed il 1799, Pino fu impegnato in vari incarichi tra l'Italia centrale e quella settentrionale. In questo periodo, comunque, ottenne la promozione a generale di brigata.[2] La sua visione politica dell'epoca, fortemente rivolta verso l'idea di un'Italia indipendente, lo portò ad avvicinarsi al generale Giuseppe Lahoz Ortiz, un militare milanese che condivideva la sua stessa ideologia.[1][7] Durante la guerra della Seconda coalizione, il generale francese Montrichard, sospettoso dell'amicizia tra i due generali, li richiamò a Bologna e li rimosse dal loro comando, accusandoli di eccessivo patriottismo e di complottare assieme ai ribelli antifrancesi. Lahoz rimase fedele alla causa indipendentista e disertò, mettendosi alla testa di una colonna di soldati italiani ribelli, mentre Pino si recò ad Ancona, roccaforte sotto il comando del generale Monnier, e contribuì alla difesa della città dalle forze alleate, dimostrando di aderire pienamente alla causa rivoluzionaria.[2][8] Diversi mesi dopo, i due generali italiani si ritrovarono avversari durante l'assedio della città marchigiana: gli alleati riuscirono a prendere la città il 13 novembre ma durante l'assedio Lahoz fu vittima di un proiettile, molto probabilmente sparato uno degli uomini di Pino.[1][2][9] Come tutti i soldati della guarnigione, fu portato in Francia come prigioniero di guerra, con l'obbligo di non combattere contro le forze alleate per sei mesi.[1][4] La sua fedeltà a Monnier, dimostrata anche grazie al coraggio e alla dedizione esibite durante la difesa di Ancona, gli permise di partecipare alla campagna di Marengo, sebbene senza prenderne parte attiva,[10] e di ottenere rapidamente una promozione a generale di divisione.[2] Durante questa campagna, Ugo Foscolo, poi divenuto suo intimo amico, fu uno dei suoi aiutanti di campo.[7]
Nel 1801 fu messo al comando di una divisione di soldati italiani nell'Armata d'Italia, sotto il comando del generale Brune, e poi trasferito in Toscana,[1] dove ebbe modo di partecipare ad un piccolo scontro nei pressi di Siena.[11] Le lotte in Italia furono presto fermate dall'armistizio di Treviso e in seguito dalla pace di Lunéville:[12] Pino fu richiamato nella Repubblica Cisalpina, dove ebbe costanti screzi con Francesco Melzi d'Eril, vicepresidente della Repubblica, che lo accusava di inaffidabilità politica e di avere un temperamento troppo focoso.[2] Fu inviato nel 1804 nell'Armata delle Coste dell'Oceano ma si ruppe una gamba durante il viaggio e fu costretto a tornare in Italia. Napoleone, non potendosi servire del generale sul campo, lo fece ministro della guerra della Repubblica con un decreto del 13 agosto 1804 in sostituzione di Alessandro Trivulzio.[1][13]
Le imprese in Germania e in Spagna

Conservò il proprio incarico di ministro della guerra anche dopo la formazione del Regno d'Italia nel marzo 1805, senza distinguersi particolarmente per alcuna azione intrapresa durante il suo mandato.[13] Ricevette il titolo di Gran Dignitario dell'Ordine della Corona ferrea nel febbraio del 1806.[2] Nel marzo 1806, il generale Caffarelli du Falga prese il suo posto come ministro e Pino, ottenuto il posto di primo capitano della Guardia d'Onore di Napoleone il 14 ottobre, fu presto inviato in Germania, dove i francesi ed i loro alleati erano impegnati nella guerra contro Prussia e Russia.[14] Prima partecipò all'assedio di Kolberg, sotto la guida dei generali Teulié e Fontanelli, ed in seguito, nonostante la pace di Tilsit fosse già stata firmata, si spostò per completare l'assedio di Stralsund, sotto la supervisione dei marescialli Brune e Mortier.[6][14] Il valore della divisione italiana di Pino fu riconosciuto dall'imperatore, che fece il generale Conte dell'Impero. Rientrò in Italia per un breve periodo nel 1808,[15] durante il quale si unì in matrimonio con la celebre ballerina Vittoria Peluso, vedova del marchese Bartolomeo Calderara.[16]
Il disastro di Bailén e le difficoltà incontrate dalle forze dell'esercito francese nel placare le insurrezioni in Spagna portarono Napoleone a schierare una grande quantità di truppe nella penisola iberica. Gli italiani non furono esentati dalla chiamata: la divisione Pino abbandonò la penisola italiana in agosto, dirigendosi verso la Catalogna. A Perpignano si unirono alle divisioni di Souham e Chabot per andare a formare il VII Corpo, sotto il comando del generale Saint-Cyr.[17][18] Il primo incarico che il corpo d'armata dovette affrontare fu assediare Roses. Le truppe spagnole presenti nel forte accanto alla città, unita agli scarsi mezzi a disposizione degli assedianti, avevano reso complicata l'operazione, vanificando due tentativi il 15 ed il 30 novembre. Pino, allora, iniziò una serie di manovre diversive per tenerne occupata la guarnigione mentre il resto delle truppe italiane e l'artiglieria attaccavano la città: questa cadde il 5 dicembre. Pochi giorni dopo la guarnigione spagnola fu evacuata dalla flotta inglese ed il forte fu rapidamente distrutto.[19][20] Il 16 dicembre, il VII Corpo fu protagonista di uno scontro a Llinars con le forze del generale spagnolo Vives per liberare la città di Barcellona dal blocco anglo-spagnolo: gli italiani di Pino, messi nell'avanguardia, furono presto vittima del fuoco dell'artiglieria nemica e fu necessario l'intervento delle altre divisioni francesi per risollevare la situazione e concludere positivamente la battaglia.[20][21] Dopo aver aperto una breccia nel blocco nemico e rafforzato la guarnigione della capitale catalana, le forze di Saint-Cyr si diressero verso Molins de Rei, dove spagnoli e napoleonici si scontrarono per l'ennesima volta il 21 dicembre: Pino fu incaricato di gestire l'attacco principale. La vittoria arrise ai napoleonici, che riuscirono a battere gli spagnoli e ad impadronirsi della loro artiglieria, sebbene non riuscirono ad approfittare del successo per assediare gli sconfitti.[20][22]

Dopo aver trascorso diverso tempo nei quartieri invernali, l'armata di Saint-Cyr iniziò il 1809 dedicandosi all'assedio di Gerona, dove il generale spagnolo Álvarez si era barricato. L'assedio durò a lungo e fu costellato di numerose schermaglie e scaramucce, dove gli italiani ebbero solitamente la meglio. Nel frattempo, il 6 ottobre il comando del VII Corpo era passato al maresciallo Augereau, che adottò un approccio molto diverso da quello di Saint-Cyr, più lento e metodico: Augereau fece attaccare le varie colonne spagnole che si muovevano attorno alla città, in modo da indebolirne la guarnigione e impedire l'arrivo di rinforzi in suo soccorso. All'interno di questo schema, il 7 novembre gli italiani di Pino si distinsero nella presa di Hostalric. La strategia di Augereau si dimostrò molto efficace e Gerona cadde il successivo 10 dicembre.[23][24] Dopo aver abbandonato la Spagna in favore di Parigi, Pino rimase lontano dalla sua divisione fino al successivo settembre, lasciando il comando a Fontanelli. Quando questi fu richiamato in Italia per organizzare altre divisioni da spedire in Spagna, Pino assunse temporaneamente il comando degli italiani in Catalogna il 20 settembre. La sua permanenza fu breve: in contrasto con i metodi del maresciallo MacDonald, si finse malato ed abbandonò Barcellona.[25]
Nello stesso anno, Pino divenne un membro della nobiltà napoleonica. Innanzitutto fu nominato conte del Regno d'Italia, poi, raggiunta Parigi, fu elevato a conte dell'Impero e Grand'Ufficiale della Legion d'Onore.[2] La conferma del titolo di conte giunse con lettere patenti il 9 marzo 1810.[26] La maggior parte della nobiltà napoleonica vantava solo un titolo francese o uno italiano, per cui Pino rappresenta un'eccezione rispetto allo standard dell'epoca.
Le campagne in Russia e in Italia
Il generale Pino ritornò in azione nel 1812, partecipando alla campagna di Russia. Fu messo a capo di una delle divisioni del IV Corpo, sotto il comando del viceré d'Italia, Eugenio di Beauharnais.[1][2][27] Le sue truppe, per la maggior parte italiane, ammontavano ad un totale di circa 12000 uomini.[28] Partito il 17 febbraio da Milano, raggiunse la Polonia, radunandosi assieme al resto della Grande Armée sulla Vistola e attraversò il Niemen a giugno. La marcia dell'esercito francese dal Niemen alla Moscova durò due mesi e, sebbene le truppe del principe Eugenio non fossero state particolarmente utilizzate in battaglia, erano state pesantemente colpite dalle malattie e dalle asperità della guerra: erano stremati dal caldo, i loro cavalli morivano a causa della mancanza di foraggio, le razioni di cibo erano poche e l'ansia di dover inseguire il nemico così a lungo senza riuscire a sconfiggerlo gravavano sui soldati italiani.[29] Molto spesso, il viceré impiegò la divisione Pino in compiti secondari, tanto che non riuscì a partecipare a numerose battaglie perché vi giunse in ritardo,[30] come accadde ad esempio a Borodino, dove il resto del IV Corpo di distinse e giocò un ruolo importante per il risultato finale dello scontro.[31] La divisione Pino entrò a Mosca assieme al IV Corpo ma fu destinata al castello di Petrovsky, dove rimase dal 16 al 24 settembre, prima di fare ritorno a Mosca.[32]

Dopo la partenza dei napoleonici da Mosca nell'ottobre 1812, il IV Corpo andò a comporre l'avanguardia della colonna francese, avendo un ruolo centrale nella battaglia di Malojaroslavec, svoltasi il 24 ottobre: la cittadina rappresentava un punto di passaggio obbligato per raggiungere Kaluga, obiettivo di grande importanza nella marcia dei francesi, e i russi di Dochturov si erano impadroniti del luogo, sbarrando il cammino dell'esercito di Bonaparte. Il principe Eugenio mandò in avanti le divisioni Delzons e Broussier, senza però ottenere un risultato positivo. Incalzato dall'arrivo della colonna di Raevskij, Eugenio si risolse a mandare in campo gli uomini di Pino: il coraggio e la determinazione dei soldati italiani furono determinanti per la vittoria, riuscendo prima a riprendere la cittadina e poi a contenere i russi, nel frattempo rinforzati dall'arrivo del VIII corpo del generale Borozdin. Nel corso della battaglia, il generale Pino prese personalmente parte agli scontri: rimase ferito ad una mano e alla gamba, dovendo abbandonare il campo di battaglia per ricevere le adeguate cure, mentre suo fratello Giacomo, suo aiutante di campo, morì nel corso degli scontri. Alla fine della giornata, la divisione Pino fu decimata negli scontri. La condotta degli italiani fu ampiamente lodata da entrambi gli schieramenti,[33][34] ma questo non fu sufficiente a salvare il rapporto tra Pino ed Eugenio, che stava continuando ad incrinarsi:[2][35] Pino aveva mal sopportato il trattamento riservato alla sua divisione, sostanzialmente tenuta alla larga dagli scontri maggiori nonostante i suoi soldati fossero di prim'ordine, impedendo al generale e ai suoi uomini di ottenere la gloria sul campo.[35] Per il resto della ritirata dalla Russia, Pino, ferito gravemente ed impossibilitato a condurre le sue truppe, rimase nelle retrovie della sua divisione, lasciando che i suoi ufficiali guidassero i soldati al posto suo.[36] Questo non gli impedì di compiere i suoi doveri di militare: durante il passaggio della Beresina riuscì ad evitare che lui, la sua scorta ed il maresciallo Oudinot venissero catturati dai russi.[36][37]
Dopo essere tornato in Italia ed essersi ripreso dalle ferite, Pino fu messo a comando di uno dei tre corpi d'armata che andarono a costituire l'esercito di Eugenio di Beauharnais durante la difesa dell'Italia dagli eserciti della coalizione tra il 1813 ed il 1814. Pino fu nuovamente messo alla guida delle truppe italiane e destinato a combattere tra Carniola e Istria. La condotta di Pino, agli occhi del viceré, fu deludente: agli inizi di settembre, incaricato di guidare le sue truppe in avanscoperta in Carniola, Pino contravvenne agli ordini e fece ritorno a Laybach, temendo di essere attaccato dai vari frazionamenti delle divisioni al comando di von Radivojevich mentre il 14 settembre fallì nel distruggere la divisione di Nugent a Jelschane, permettendo agli austriaci di mantenere attivo il fronte in Istria. Alla luce di questi risultati, dopo nemmeno un mese di campagna, Pino fu sostituito al comando della sua divisione dal generale Palombini, formalmente per motivi di salute.[2][38][39] Il rapporto tra Pino e Eugenio dopo questo fatto si sgretolò definitivamente e il generale italiano divenne molto presto uno dei più accaniti oppositori del viceré.[2] In seguito, Pino ebbe un ruolo minore durante l'invasione dell'Emilia-Romagna da parte di Nugent, riprendendo brevemente il possesso di Ferrara il 26 novembre.[40]
Cospiratore contro Eugenio e gli ultimi anni

Dopo il trattato di Fontainebleau e la convenzione di Schiarino-Rizzino, l'esistenza dello stesso regno italiano era messa in dubbio e la possibilità di mantenere le attuali istituzioni statali in vita erano legate ad una concessione fatta dal maresciallo Bellegarde, che aveva dato la possibilità agli italiani di inviare una delegazione al cospetto delle potenze vincitrici della guerra, raccoltesi a Parigi. Dopo una lunga sessione straordinaria del Senato il 17 aprile, la delegazione fu scelta e le speranze di Eugenio di diventare re d'Italia furono infrante. Tre giorni dopo, in una nuova sessione, una folla, probabilmente aizzata e guidata da Federico Confalonieri, minacciò i senatori, chiedendo che venissero convocati i Collegi Elettorali e venissero istituite delle elezioni. Tale richiesta non era nuova: una lista di illustri cittadini milanesi aveva presentato quella stessa mattina una petizione analoga. Alla testa della lista, vi era proprio Domenico Pino, recentemente appuntato come capo della Guardia Civica milanese. La situazione si fece critica quando la folla iniziò ad entrare nel palazzo del Senato, costringendo i senatori, terrorizzati all'idea di un possibile linciaggio, ad approvare in fretta e furia le loro richieste e a fuggire dal palazzo. Ottenuto quanto chiesto, la massa si diresse verso il Ministero della Finanze, dove trovarono e linciarono il ministro Giuseppe Prina. I disordini durarono per l'intera giornata e solo verso le ultime ore della sera Pino e le esigue forze a sua disposizione riuscirono a riportare la città alla tranquillità.[41][42][43]
Il ruolo preciso di Pino in questi avvenimenti non è chiaro, sebbene sia evidente che sia stata una delle figure chiave che hanno portato alla rivolta: vi sono testimonianze di alcuni suoi incontri con il generale napoletano Filangeri, probabilmente indirizzati a fare di Gioacchino Murat il nuovo re d'Italia, ed è altrettanto noto che avesse dirottato alcuni reparti della Guardia Civica verso la zona del Ticino, in realtà tranquilla. Pochi giorni più tardi, quando alcuni ufficiali dell'esercito gli chiesero di intervenire per supportare la causa di Eugenio, egli rispose che l'Austria avrebbe rappresentato un buon padrone, dimostrandosi del tutto indifferente alle sorti del regno, purché questi non conducessero al governo da parte di Eugenio. Poco tempo dopo fu ufficializzata la formazione del Regno Lombardo-Veneto alle dipendenze dell'Impero austriaco.[2][43][44] Pino, compromesso dal ruolo avuto nelle vicende della rivolta di Milano, non ebbe più alcun ruolo all'interno dell'esercito o dell'apparato amministrativo. Il maresciallo Bellegarde lo mise in pensione e il generale italiano decise di trascorrere a Cernobbio gli ultimi anni della sua vita, sostanzialmente in isolamento volontario con il grado di tenente-maresciallo, riconosciutogli dal governo austriaco.[7][45] Morì nella sua residenza il 29 marzo 1826.[2]
Onorificenze
Araldica
| Stemma | Descrizione | Blasonatura | |
|
Domenico Pino
Conte dell'Impero francese |
Inquartato: al 1º, il quarto dei conti militari; al 2º, di verde alla testa di cavallo d'oro; al 3º, di rosso alla spada alta in palo d'oro; al 4º, d'argento al pino sradicato di verde, accostato da due leoni controrampanti di nero.[46] | |
Note
Note esplicative
Note bibliografiche
- 1 2 3 4 5 6 7 8 Weil, p. 457.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 Antonino De Francesco, PINO, Domenico - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 14 gennaio 2026.
- ↑ Lombroso, p. 125.
- 1 2 Pellini, p. 191.
- 1 2 Lombroso, p. 126.
- 1 2 Pellini, p. 190.
- 1 2 3 Cappello, p. 73, nota 2.
- ↑ Lombroso, pp. 127-128.
- ↑ Lombroso, pp. 128-134.
- ↑ Lombroso, p. 135.
- ↑ Lombroso, pp. 135-136.
- ↑ Lombroso, pp. 136-137.
- 1 2 Lombroso, pp. 137-138.
- 1 2 Lombroso, p. 138.
- ↑ Lombroso, p. 139.
- ↑ Vincenzo Forcella, Iscrizioni delle Chiese e Degli altri edifici di Milano dal secolo 8 ai giorni nostri, Bortolotti di Giuseppe Prato, 1891, p. 270. URL consultato il 15 gennaio 2026.
- ↑ Lombroso, p. 141.
- ↑ Hugo, p. 107.
- ↑ Lombroso, pp. 142-143.
- 1 2 3 Hugo, p. 108.
- ↑ Lombroso, pp. 143-145.
- ↑ Lombroso, pp. 145-146.
- ↑ Lombroso, pp. 149-152.
- ↑ Hugo, pp. 138-143.
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- ↑ (FR) Albert Révérend, Armorial du Premier Empire, vol. 4, Parigi, Annuaire de la noblesse, 1897, p. 54. URL consultato il 6 agosto 2026.
- ↑ Lombroso, p. 158.
- ↑ de Vaudoncourt, pp. 85-86.
- ↑ Lombroso, pp. 159-160.
- ↑ Lombroso, pp. 161-166.
- ↑ de Vaudoncourt, pp. 100-104.
- ↑ Lombroso, p. 166.
- ↑ Cappello, pp. 198-211.
- ↑ Lombroso, pp. 166-170.
- 1 2 Lombroso, p. 161.
- 1 2 Lombroso, pp. 170-172.
- ↑ Cappello, pp. 274-275.
- ↑ (FR) Abel Hugo, France militaire. Histoire des l'armées françaises de terre et de mer de 1792 a 1833., vol. 5, Parigi, Delloye, 1837, pp. 156-162.
- ↑ Lombroso, pp. 172-173.
- ↑ (FR) Abel Hugo, France militaire. Histoire des l'armées françaises de terre et de mer de 1792 a 1833., vol. 5, Parigi, Delloye, 1837, pp. 161-162.
- ↑ Romualdo Bonfadini, Mezzo secolo di patriotismo, Fratelli Treves, 1886, pp. 76-118.
- ↑ Leopoldo Armaroli e Carlo Verri, La rivoluzione di Milano dell'Aprile 1814, Litres, 2 dicembre 2021 [1897], ISBN 978-5-04-063943-4.
- 1 2 Pellini, pp. 5-189.
- ↑ (EN) Reuben John Rath, The Fall of the Napoleonic Kingdom of Italy (1814), New York, Columbia university, 1941, ISBN 978-0-374-96718-5.
- ↑ Lombroso, p. 174.
- ↑ Albert Révérend, Armorial du premier empire, Parigi, Honoré Champion Libraire, 1897, p. 54. URL consultato l'11 agosto 2026.
Bibliografia
- Girolamo Cappello, Gli Italiani in Russia nel 1812, Unione arti grafiche, 1912.
- (FR) Frédéric François Guillaume de Vaudoncourt, Histoire politique et militaire du prince Eugène Napoléon, vice-roi d'Italie, vol. 2, Parigi, P. Mongie, 1828.
- (FR) Abel Hugo, France militaire. Histoire des l'armées françaises de terre et de mer de 1792 a 1833., vol. 4, Parigi, Delloye, 1838.
- Giacomo Lombroso, Vite dei primarj generali ed ufficiali italiani, che si distinsero nelle Guerre napoleoniche dal 1796 al 1815, vol. 2, Milano, Borroni e Scotti, 1843.
- (FR) Charles Mullié, Biographie des célébrités militaires des armées de terre et de mer: de 1789 à 1850, vol. 2, Poignavant, 1851.
- Silvio Pellini, Il general Pino e la morte del ministro Prina, Novara, Tipografia Fratelli Miglio, 1905.
- (FR) Maurice-Henri Weil, Le Prince Eugène et Murat 1813-1814, vol. 1, Parigi, Albert Pontemoing Editeur, 1902.
Voci correlate
Altri progetti
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Collegamenti esterni
- Pino, Domenico, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Alberto Baldini, PINO, Domenico, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1935.
- Pino, Doménico, su sapere.it, De Agostini.
- Antonino De Francesco, PINO, Domenico, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 83, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2015.
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