Teodoro Lechi

Teodoro Lechi
NascitaBrescia, 16 gennaio 1778
MorteMilano, 2 maggio 1866
Dati militari
Paese servito Repubblica Cisalpina
Regno d'Italia
 Regno di Sardegna
Forza armataArmata d'Italia
Guardia Reale Italiana
Regia Armata Sarda
GradoGenerale d'armata
GuerreGuerre rivoluzionarie francesi
Guerre napoleoniche
Prima guerra d'indipendenza italiana
CampagneCampagna d'Italia (1800)
Campagna di Russia
Campagna d'Italia (1813-1814)
BattaglieBattaglia di Austerlitz
Battaglia di Wagram
Cinque giornate di Milano
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Teodoro Lechi (Brescia, 16 gennaio 1778 – Milano, 2 maggio 1866) è stato un generale italiano. Fu uno dei militari italiani più importanti del periodo napoleonico. Divenne un'icona del patriottismo italiano, battendosi prima per la conservazione e l'indipendenza del Regno d'Italia napoleonico, poi prendendo parte attiva nelle Cinque giornate di Milano del 1848.

Biografia

Gli inizi e le guerre rivoluzionarie francesi

Teodoro Lechi nacque il 16 gennaio 1778 a Brescia.[1] Fu il quattordicesimo dei diciannove figli di Faustino Lechi, conte bresciano, e Doralice Bielli. Ricevette un'istruzione domestica assieme ai fratelli e alle sorelle.[2][3] L'arrivo dei francesi in Italia risvegliò in lui e nei fratelli un forte spirito patriottico: il 18 marzo 1797, guidati da Giuseppe, i Lechi guidarono una rivoluzione a Brescia, rovesciando le autorità veneziane locali e portando alla nascita della Repubblica Bresciana. Poco dopo, Teodoro entrò come volontario all'interno della Legione Bresciana, avviando la propria carriera militare, e ricevette poco dopo il grado di capitano dei granatieri.[4] Al termine della guerra, dopo la fusione nelle varie repubbliche dell'Italia settentrionale a formare la Repubblica Cisalpina, Lechi fu inviato a Rimini e poi a Pesaro sotto il generale Berthier, in quella che poi sarebbe diventata la 6ª Legione Cisalpina.[5] Dopo una nuova spedizione in Valtellina, dopo essere stato promosso a capobattaglione, la brigata di Lechi venne inglobata nella divisione Desolles.[6]

Nel 1799 prestò servizio in Italia, combattendo al fianco delle truppe francesi contro gli austro-russi del generale Suvorov. Seguì i francesi nella progressiva ritirata oltre all'Adda, poi in Piemonte ed in Francia. Dopo lo scioglimento della sua divisione, si unì allo stato maggiore del fratello Giuseppe. Anche il padre combatté al loro fianco e dopo l'occupazione di Brescia, non potendo tornare a casa, così come i figlio, si ritirò in Liguria. I due fratelli, quindi, incontrarono nuovamente i resti della loro famiglia, emigrata a Genova.[7] La permanenza in Liguria fu piuttosto breve: Bonaparte ordinò al fratello Giuseppe Lechi di radunare i superstiti dell'esercito cisalpino e di guidarli in Francia, dove si sarebbero uniti all'Armata di Riserva.[8][9][N 1] I due fratelli parteciparono quindi alla campagna d'Italia del 1800: dopo essere scesi dal San Bernardo e aver superato il forte di Bard, raggiunsero la Lombardia e liberarono Brescia, Lecco e Bergamo dagli austriaci nei primi giorni di giugno. I suoi uomini contribuirono indirettamente alla vittoria di Marengo, bloccando i rinforzi austriaci provenienti da Mantova.[10][11] L'anno seguente, alla ripresa delle ostilità tra Francia e Austria, i fratelli Lechi furono i responsabili della conquista del Trentino. Teodoro, protagonista della presa di Trento, fu fatto colonnello.[1][12][13]

Nel 1803, inizialmente seguì il fratello Giuseppe, partito per una spedizione contro il Regno di Napoli, ma giunto a Rimini fu richiamato: Murat, che stava riorganizzando l'esercito italiano, lo volle come colonnello dei granatieri della Guardia Presidenziale. Una volta acquisito il nuovo incarico, partì verso Parigi dove fu testimone dell'incoronazione di Napoleone.[1][14]

Le guerre napoleoniche

Alcuni soldati della Guardia Reale Italiana nel 1810

Di ritorno da Parigi, Lechi fu fatto deputato del Regno d'Italia, assistendo ad una nuova incoronazione di Bonaparte. Subito dopo l'incoronazione del nuovo monarca, la sua famiglia ebbe l'onore di ospitarlo nella loro dimora di Montirone. Circa un mese dopo l'incoronazione venne nominato Cavaliere della Legion d'Onore e scudiero del Re d'Italia, rifiutando poi questo secondo onore, poi assegnato al fratello Angelo.[1][15][16] Tornato a Parigi, Lechi ricevette personalmente da Napoleone le aquile per gli stendardi dei suoi battaglioni. Il 1° ottobre partì da Strasburgo per accompagnare Napoleone durante le guerra contro l'Austria: assistette alla disfatta degli austriaci presso Ulma e partecipò alla battaglia di Austerlitz.[1][17] Qualche mese più tardi, il 17 maggio 1806, accompagnò Bonaparte a Monaco di Baviera, in occasione delle nozze tra Eugenio di Beauharnais e la principessa Augusta Amalia di Baviera: nell'occasione, Lechi fu nominato generale di brigata e ricevette il titolo di Commendatore dell'Ordine della Corona ferrea.[18][19] A seguito dello scoppio della guerra della Quarta coalizione, Lechi fu inviato a combattere sotto la supervisione del generale Marmont in Dalmazia contro le truppe russe e montenegrine. Rimase sul litorale adriatico per quasi tre anni, nonostante la pace di Tilsit avesse sugellato il passaggio della Dalmazia ai napoleonici.[20][21] Tornò in Italia in occasione della guerra della Quinta coalizione, incontrando il viceré Eugenio a Vicenza poco dopo la battaglia di Sacile. Seguì Eugenio nella sua campagna contro le forze dell'arciduca Giovanni: si distinse nella battaglia di Caldiero sotto la guida del generale Bonfanti e partecipò alla battaglia di Raab. Il 6 luglio partecipò alla battaglia di Wagram.[22][23] Terminata la guerra, il 15 agosto fu nominato Barone dell'Impero. Tornato a Milano con la Guardia Reale, passò il 1810 ed il 1811 ampliando la propria collezione di opere d'arte.[1]

Nel 1812 Lechi partecipò alla campagna di Russia nel ruolo di comandante della Guardia Reale italiana. Fu assegnato al IV Corpo, principalmente composto da soldati italiani, sotto il comando del principe Eugenio. Partiti da Milano il 10 febbraio, i suoi uomini trascorsero diversi mesi in Polonia prima di attraversare il Niemen il 1° luglio. Partecipò in seguito alla battaglia di Ostrowno, dove il IV Corpo respinse 20000 soldati russi assieme al maresciallo Murat, alla battaglia di Smolensk e poi alla battaglia di Borodino, dove i soldati della Guardia misero in fuga un corpo di cosacchi che si era impossessato delle loro carovane. Entrò a Mosca assieme al resto dell'esercito, rimanendo nella capitale fino alla successiva partenza il 19 ottobre.[24][25] I suoi uomini si distinsero soprattutto nel corso della battaglia di Malojaroslavec: dopo che i rinforzi dei russi ebbero messo in difficoltà le divisioni di Delzons e Broussier, il principe Eugenio mandò in avanti gli uomini della Guardia Reale assieme alla divisione Pino, riuscendo prima a riprendere la cittadina russa e poi a resistere all'arrivo di un altro corpo dell'esercito russo.[26] Seppur ridotti in numero, gli uomini di Lechi servirono valorosamente anche nel resto della ritirata dalla Russia, combattendo a Vjaz'ma, a Krasnoi e alla Beresina.[27][28]

Tornato in Italia nel febbraio del 1813, Lechi si mise subito all'opera per ricostituire la Guardia Reale, andata quasi distrutta nella precedente campagna. Dopo essere stato premiato con il titolo di Ufficiale della Legion d'Onore, Lechi fu messo al comando di una delle divisioni dell'esercito di Eugenio e destinato a difendere l'Italia dall'esercito austriaco.[29] Nel settembre del 1813, impiegato nella Carniola, Lechi subì due sconfitte, una a San Marein e la seconda a Weichselburg.[30] Combatté nella battaglia di Bassano durante la ritirata dei franco-italiani verso l'Adige e prese parte alla difesa della linea del Mincio, combattendo l'8 febbraio nell'omonima battaglia e respinse gli austriaci da Salò il 17 dello stesso mese.[31][N 2] A seguito della convenzione di Schiarino-Rizzino, Lechi si fece portavoce della volontà dell'esercito italiano, schieratosi apertamente in favore della nomina di Eugenio a nuovo re d'Italia.[32][33] I successivi eventi di Milano stroncarono questa possibilità e nonostante le insistenze con Pino e gli altri comandanti dell'esercito italiano per proseguire la lotta, alla fine si dovette arrendere all'occupazione austriaca dell'Italia settentrionale.[34] Assieme agli altri ufficiali della Guardia Reale, ufficialmente sciolta, Lechi ne bruciò le insegne e le bandiere e ne mangiò le ceneri. Le aquile, invece, furono affidate a Lechi, che promise di proteggerle in modo che non finissero nelle mani degli austriaci.[35]

Il carcere, il 1848 e gli ultimi anni

Teodoro Lechi generale d'armata dell'esercito piemontese

Nei successivi mesi del 1814, gli ufficiali dell'esercito italiano, in parte inglobati in quello austriaco, organizzarono una congiura, atta a liberare il nord della penisola dal dominio straniero. Scoperti dalla polizia austriaca, i congiurati, tra cui lo stesso Lechi, furono incarcerati, processati e condannati a morte, sebbene quest'ultima sentenza sia poi stata commutata in svariati anni di carcere. La misura iniziale, di cinque anni di carcere venne poi tradotta in diciotto mesi nel 1817 e quindi in dodici per concessione reale. Questo provvedimento, tuttavia, comportò la cancellazione di tutti gli onori ricevuti nei vent'anni al servizio di Napoleone e la restituzione delle ricompense concesse ai generali italiani al ritorno dalla Russia.[36][37][38] Trascorse la prigionia a Mantova.[39][40] Lechi tornò in libertà nel 1818. Costretto a vendere le proprietà milanesi e parte della propria collezione di dipinti, si trasferì a Brescia, dove visse in relativa tranquillità per venticinque anni. Nel 1829 si sposò con la contessa Clara Martinengo Cesaresco, dalla quale ebbe un figlio, Luigi Faustino.[1][41] Tornò a Milano solo nel 1844.[40]

Lechi, seppur anziano, tornò brevemente in attività nel 1848, in occasione dei moti milanesi. Il governatore della città lo incaricò di comandare la Guardia Civica e Lechi si presentò al palazzo del comune per accettare tale incarico. Tale palazzo fu poi assaltato dai militari di Radetzky: tutti gli uomini presenti in tal sede furono arrestati e condotti nelle prigioni del Castello Sforzesco. Liberato il 23 marzo dalla prigionia e rimasto uno dei pochi uomini capaci di incarichi così delicati, Lechi fu nominato membro del governo provvisorio milanese, del quale assunse il comando di tutte le forze armate il 26 marzo.[42][43] Formato un piccolo esercito, si diresse verso Pavia e da lì, viaggiando su dei battelli a vapore lungo il Po, raggiunse ed occupò Mantova, sorprendendo gli austriaci.[44] Lechi venne poi a contatto con i generali piemontesi, trovandoli particolarmente inadatti: suggerì di prendere la ferrovia che portava da Milano a Treviglio per attaccare rapidamente le retrovie austriche o di percorrere le valli del Chiese e del Sarca per andare a liberare Trento, congiungersi con i rivoltosi in Veneto e tagliare le comunicazioni austriache con Vienna, ma tali suggerimenti non vennero applicati. Dopo la resa di Peschiera, consegnò i propri uomini ai piemontesi.[45] Il 1° agosto, per motivi di salute e di età, il re Carlo Alberto gli concesse il grado di generale d'armata, il riposo e il titolo di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.[46][47] In tale occasione, consegnò le due aquile della Guardia Reale al re Carlo Alberto.[35][47]

Lasciò Milano per il Piemonte, dove rimase per qualche anno, trovando ospitalità dopo la fine della guerra, dopo l'occupazione della Lombardia da parte degli austriaci. L'anno seguente, per i cinquant'anni di servizio, ricevette la Medaglia mauriziana.[47][48] Nel 1852 si recò in Francia per rivedere Parigi e gli Invalides, che nel frattempo avevano ricevuto i resti di Bonaparte. Fu ospite di Luigi Napoleone, che rivolse all'anziano generale numerosissime domande sulla condotta dello zio e sulle sue esperienze in guerra. Il presidente francese lasciò al generale una tabacchiera e fece di lui un Commendatore della Legion d'Onore, elevandolo negli anni seguenti a Grand'Ufficiale e inviandogli la Medaglia di Sant'Elena.[48][49] Tornò a Milano solo dopo il 1859, rimanendovi sino alla morte, avvenuta il 2 maggio 1866. Per sua testamento, disse che avrebbe preferito essere sepolto nella tomba di famiglia a Brescia se questa fosse stata italiana al momento della sua morte, altrimenti a Genova, accanto al padre, se la sua città natale fosse stata sotto il dominio austriaco. A lui è dedicato il monumento di Antonio Tantardini nell'emiciclo orientale del Cimitero monumentale di Brescia.[50][51]

Massoneria

Massone, fu tra i dignitari della loggia di Brescia Amalia Augusta.[52]

Onorificenze

Medaglia Mauriziana al merito - nastrino per uniforme ordinaria
«per i X lustri di servizio»

Note

Note esplicative

  1. ↑ Faverzani afferma che i fratelli Lechi resistettero all'assedio di Genova. Questo è in netta contraddizione con le quanto affermato dalle altre fonti, che riferiscono che i due militari furono diretti in Francia ben prima dell'aprile del 1800, quando l'assedio ebbe inizio. Probabilmente, l'autore confonde Teodoro e Giuseppe con altri loro famigliari, effettivamente presenti a Genova.
  2. ↑ Faverzani afferma che Lechi partecipò alla battaglia di Lipsia. Questo è del tutto errato: come comandante della Guardia Reale italiana, Lechi rimase sempre nelle strette vicinanze di Eugenio di Beauharnais, seppur prendendo raramente parte attiva agli scontri.

Note bibliografiche

  1. 1 2 3 4 5 6 7 LECHI, Teodoro - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 16 gennaio 2026.
  2. ↑ Lombroso, p. 218.
  3. ↑ Gallia, pp. 3-4.
  4. ↑ Gallia, p. 4.
  5. ↑ Lombroso, p. 219.
  6. ↑ Gallia, p. 6.
  7. ↑ Gallia, pp. 6-7.
  8. ↑ Gallia, pp. 8-9.
  9. ↑ Lumbroso, p. 7.
  10. ↑ LECHI, Giuseppe - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 17 gennaio 2026.
  11. ↑ Gallia, pp. 9-10.
  12. ↑ Gallia, pp. 11-12.
  13. ↑ Lombroso, p. 220.
  14. ↑ Gallia, pp. 12-13.
  15. ↑ Lombroso, pp. 220-221.
  16. ↑ Gallia, pp. 14-15.
  17. ↑ Gallia, pp. 15-18.
  18. ↑ Gallia, pp. 17-18.
  19. ↑ Lombroso, p. 221.
  20. ↑ Gallia, p. 18.
  21. ↑ Lombroso, pp. 221-222.
  22. ↑ Gallia, pp. 19-20.
  23. ↑ Lombroso, pp. 222-223.
  24. ↑ Gallia, p. 21.
  25. ↑ Lombroso, pp. 226-234.
  26. ↑ Lombroso, pp. 167-170, 234.
  27. ↑ Gallia, p. 22.
  28. ↑ Lombroso, pp. 234-240.
  29. ↑ Gallia, pp. 22-23.
  30. ↑ (FR) Abel Hugo, France militaire. Histoire des armées françaises de terre et de mer de 1792 à 1837, Parigi, Delloye, 1838, p. 158.
  31. ↑ Gallia, p. 23.
  32. ↑ de Castro, p. 302.
  33. ↑ Gallia, pp. 23-25.
  34. ↑ Gallia, pp. 25-26.
  35. 1 2 Gallia, p. 27.
  36. ↑ Gallia, pp. 28-30.
  37. ↑ de Castro, p. 315.
  38. ↑ Lumbroso, p. 15.
  39. ↑ Gallia, p. 30.
  40. 1 2 Lumbroso, p. 22.
  41. ↑ Gallia, pp. 30-31.
  42. ↑ Gallia, p. 31.
  43. ↑ Lumbroso, pp. 22-23.
  44. ↑ Gallia, pp. 31-32.
  45. ↑ Gallia, pp. 33-34.
  46. ↑ Gallia, p. 34.
  47. 1 2 3 Lumbroso, p. 23.
  48. 1 2 Gallia, p. 36.
  49. ↑ Lumbroso, pp. 23-24.
  50. ↑ Gallia, p. 37.
  51. ↑ Lumbroso, p. 24.
  52. ↑ Enrico Oliari, "La R.L. Amalia Augusta di Brescia", Hiram, n. 3, 2019, p. 30.

Bibliografia

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