Offensiva di Vienna

Offensiva di Vienna
parte del fronte orientale della seconda guerra mondiale
Truppe sovietiche sfilano nel centro di Vienna; sullo sfondo è visibile la guglia dello Stephansdom
Data16 marzo - 13 aprile 1945
LuogoVienna, Terzo Reich
EsitoVittoria sovietica
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
400 000 soldati e circa 420 mezzi corazzati (forze totali del Gruppo d'armate Sud)[1][2]745 600 soldati (di cui 100 900 bulgari) con circa 750 mezzi corazzati (forze totali del 3º Fronte ucraino e della 46ª Armata del 2º Fronte ucraino)[1][3]
Perdite
dati non disponibiliSovietici: 38 661 morti e dispersi
129 279 feriti
Bulgari: 2 698 morti e dispersi
7 107 feriti[4]
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L'offensiva di Vienna fu una battaglia combattuta nella fase finale della seconda guerra mondiale sul Fronte orientale tra l'Armata Rossa sovietica e la Wehrmacht tedesca.

La battaglia, iniziata il 16 marzo 1945 con l'offensiva sovietica a partire dalle posizioni raggiunte in Ungheria dopo la caduta di Budapest, si concluse il 13 aprile 1945 con la vittoria dell'Armata Rossa e la conquista di Vienna da parte dei soldati sovietici del 3º Fronte ucraino del maresciallo Fëdor Tolbuchin, nonostante l'accanita difesa di alcune unità dell'Esercito e delle Waffen-SS. Le truppe tedesche, ormai in disgregazione dopo la sconfitta, ripiegarono in rotta verso ovest, mentre le unità dell'Armata Rossa raggiunsero una nuova prestigiosa vittoria di importanza sia strategico-militare sia politica, in relazione ai possibili sviluppi della situazione internazionale dopo l'imminente crollo finale del Terzo Reich.

La conquista sovietica di Vienna precedette di pochi giorni la battaglia finale di Berlino che ebbe inizio il 16 aprile 1945.

Situazione strategica

La caduta di Budapest il 14 febbraio 1945, dopo una lunga e sanguinosa battaglia, non aveva affatto convinto Adolf Hitler a rinunciare a difendere ad oltranza il settore meridionale del Fronte orientale; al contrario, il Führer aveva continuato a concentrare ulteriori forze corazzate di riserva nell'area, non per difendere l'accesso all'Austria che era ormai direttamente minacciata, ma per organizzare una nuova controffensiva con l'obiettivo totalmente irrealistico di riconquistare la capitale ungherese e addirittura marciare di nuovo in Romania[5]. Il Gruppo d'armate Sud al comando del generale Otto Wöhler quindi aveva organizzato, con il rinforzo dell'intera 6. SS-Panzer-Armee del generale Sepp Dietrich, trasferita dal settore delle Ardenne sul Fronte occidentale, una massa offensiva che, a partire dal 6 marzo 1945, aveva sferrato nella regione del lago Balaton, la cosiddetta "Operazione Risveglio di primavera"[6].

La disperata controffensiva tedesca del Balatan si concluse entro il 16 marzo 1945 con un completo fallimento; dopo qualche successo iniziale le Panzer-Division delle Waffen-SS e della Wehrmacht, intralciate anche dalle difficoltà del clima piovoso e del terreno fangoso per il disgelo primaverile, vennero rapidamente fermate e subirono forti perdite a causa della potente e ben organizzata difesa sovietica del 3º Fronte ucraino, al comando del maresciallo Fëdor Tolbuchin[7].

Ancor prima dell'inizio della controffensiva tedesca del Balaton, Stalin e lo Stavka sovietico avevano già diramato, il 17 febbraio 1945, una direttiva dettagliata con le indicazioni operative per riprendere l'offensiva generale dell'Armata Rossa nel settore meridionale del Fronte orientale dopo la caduta di Budapest. La direttiva prevedeva una offensiva generale in direzione contemporaneamente di Bratislava, Brno, Vienna, l'Austria e infine la Germania meridionale. l'attacco principale in direzione di Vienna avrebbe dovuto essere sferrato a nord del Danubio dal 2º Fronte ucraino del maresciallo Rodion Malinovskij, a cui sarebbe stata assegnata specificatamente la 9ª Armata della Guardia, proveniente dalle riserve strategiche, proprio per l'attacco alla ex-capitale austriaca[8].

La controffensiva tedesca del 6 marzo 1945 e alcuni insuccessi tattici locali nella testa di ponte sul Hron cambiarono in parte la situazione strategica e provocarono da parte dell'alto comando sovietico una radicale revisione della pianificazione; di conseguenza lo Stavka decise, su consiglio anche del maresciallo Semën Timošenko, il "rappresentante" dell'alto comando per coordinare le operazioni del 2° e 3° Fronte ucraino[9], che l'offensiva principale verso Vienna sarebbe stata sferrata, entro il 15-16 marzo 1945, non più a nord ma a sud del Danubio e sarebbe stata affidata al 3º Fronte ucraino del maresciallo Tolbuchin, a cui sarebbero state assegnati importanti rinforzi tra cui la 9ª Armata della Guardia, proveniente dalle riserve del comando supremo. I piani del maresciallo Tolbuchin prevedevano di distruggere le forze tedesche a nord del lago Balaton e quindi marciare su Sopron e Pápa, secondo una direzione nord-occidentale; il maresciallo Malinovskij avrebbe dovuto collaborare a questa offensiva schierando le sue armate del fianco sinistro a sud del Danubio in direzione di Győr[10]. Il 16 marzo 1945, alla vigilia dell'offensiva sovietica, lo Stavka modificò ancora un suoi piani; il maresciallo Tolbuchin venne ancora rinforzato con il trasferimento al suo fronte della potente 6ª Armata corazzata della Guardia del generale Andrej Grigor'evič Kravčenko, equipaggiata con 406 carri armati e cannoni semoventi, per affrontare i mezzi corazzati tedeschi della 6. SS-Panzer-Armee, mentre il maresciallo Malinovskij avrebbe impegnato a sud del Danubio nella marcia su Vienna solo la 46ª Armata del generale Aleksandr Petrusevskij con dodici divisioni di fucilieri[10].

Il generale Lothar Rendulic, comandante del Gruppo d'armate Sud dal 6 aprile 1945
Il generale Wilhelm Bittrich, comandante del II SS-Panzerkorps a Vienna

Le truppe tedesche del Gruppo d'armate Sud del generale Wöhler avevano subito gravi perdite di uomini ed equipaggiamenti nel corso della breve controffensiva del lago Balaton, ma rimanevano ancora una forza efficiente e combattiva costituita da numerose divisioni Waffen-SS e Panzer-Division; il settore che sarebbe stato attaccato dai sovietici era difeso principalmente dalla 6. Armee del generale Hermann Balck e dalla 6. SS-Panzerarmee del generale Dietrich che si trovava ancora schierata nel piccolo saliente conquistato nel corso della sua breve offensiva. Lo stato maggiore del Gruppo d'armate Sud aveva individuato da giorni i preparativi dell'offensiva sovietica e il 14 marzo il generale Wöhler aveva proposto a Hitler di far risalire il I SS-Panzerkorps verso nord, fuori dal saliente, per rinforzare il IV SS-Panzerkorps che era schierato a nord del lago Balaton, ma Hitler fino alla notte del 15 marzo, quando era ormai troppo tardi, non autorizzò questo movimento[11].

Resti di mezzi corazzati tedeschi e ungheresi, tra cui un Panzer IV, distrutti dai sovietici durante l'offensiva del lago Balaton.

Nel complesso le armate tedesche disponevano di meno di 400.000 soldati con ancora circa 400 carri armati e cannoni d'assalto; il 3° Fronte ucraino e il 2° Fronte ucraino avevano una netta superiorità di uomini, con effettivi quattro volte maggiori, e di artiglieria, nove volte più numerose di quelle tedesche, mentre i mezzi corazzati erano all'inizio numericamente pari a quelli a disposizione del Gruppo d'armate Sud[12][13].

Il maresciallo Tolbuchin intendeva sferrare l'attacco principale sul suo fianco destro con due armate, la 9ª Armata della Guardia del generale Glavolev e la 4ª Armata della Guardia del generale Zachvataev, che avrebbero colpito il fianco e le retrovie delle forze tedesche ancora schierate tra i laghi Balaton e Velence; le truppe nemiche avrebbero perso le vie di comunicazione con le retrovie e sarebbero quindi state accerchiate e distrutte con la partecipazione anche della 26ª Armata e della 27ª Armata, in questo modo si sarebbe aperta la strada per una veloce avanzata fino alle frontiere occidentali dell'Ungheria[14]. La 9ª armata della Guardia aveva la missione principale di attaccare a nord del lago Balaton ed era costituita da truppe numerose, ben addestrate e relativamente fresche, ma era fortemente carente di mezzi corazzati e di semoventi pesanti pur dovendo affrontare truppe tedesche equipaggiati con molti panzer; è probabile che lo Stavka sottovalutò la capacità di resistenza delle divisioni Waffen-SS[9]. La 4ª Armata della Guardia in particolare aveva un compito particolarmente difficile, dovendo attaccare a nord del lago Velence e conquistare la munita piazzaforte di Székesfehérvár, mentre le altre due armate del 3° Fronte ucraino nella prima fase non si sarebbero mosse e avrebbero atteso i risultati degli attacchi principali[15].

Contemporaneamente all'offensiva del 3° Fronte ucraino, la 46ª Armata del 2° Fronte ucraino del maresciallo Malinovskij avrebbe attaccato più a nord e dopo lo sfondamento del fronte nemico avrebbe marciato in parte su Komárom per intercettare le linee di comunicazione delle truppe tedesche attestate nella regione di Esztergom, e in parte sarebbe avanzata direttamente verso la sponda meridionale del Danubio e verso Bratislava[13].

La battaglia

La prima fase dell'offensiva

Il maresciallo Tolbuchin, ultimo a destra, insieme al generale bulgaro Vladimir Stojčev, secondo da sinistra, durante i giorni dell'offensiva su Vienna.

L'offensiva del maresciallo Tolbuchin ebbe inizio il pomeriggio del 16 marzo e venne preceduta da un intenso bombardamento di artiglieria nonostante l'insufficienza delle munizioni che impedì di sfruttare tutta la potenza di fuoco disponibile; l'attacco della 9ª Armata della Guardia e della 4ª Armata della Guardia incontrò subito l'aspra resistenza delle divisioni tedesche del IV SS-Panzerkorps del generale Herbert Gille e i sovietici non raggiunsero gli obiettivi previsti per il primo giorno, avanzando solo per 3-7 chilometri. Le truppe sovietiche mancavano di un forte supporto di mezzi corazzati, disponendo solo di 152 semoventi leggeri SU-76, mentre i tre corpi mobili dI riserva avevano, tra tutti e tre, solo 187 mezzi corazzati ed erano ancora schierati a est del lago Balaton[16].

I carri armati sovietici T-34/85 avanzano alla periferia di Vienna.

Nei giorni seguenti le due armate sovietiche continuarono l'offensiva, supportati dagli interventi continui delle Forze aeree sovietiche, e ampliarono lentamente il varco nelle linee nemiche ma i tedeschi continuarono ad opporre forte resistenza[13]. L'alto comando tedesco era determinato soprattutto a difendere il caposaldo di Székesfehérvár per coprire le linee di comunicazione della 6. SS-Panzerarmee ancora incuneata a sud del lago Balaton; a questo scopo le divisioni SS "Wiking" e SS "Totenkopf" del IV SS-Panzerkorps, che disponevano ancora di 73 panzer[17], difesero disperatamente con grande ostinazione, a costo di pesanti perdite, le loro posizioni per guadagnare tempo[18][19][20].

Per accelerare l'avanzata il maresciallo Tolbuchin nella serata del 16 marzo richiese direttamente a Stalin, l'intervento immediato delle riserve meccanizzate della 6ª Armata corazzata della Guardia del generale Kravčenko; il dittatore diede subito il suo consenso ma i circa 400 carri armati dell'armata corazzata dovettere effettuare una lunga marcia di trasferimento di circa 100 chilometri per raggiungere le posizioni di partenza e poterono entrare in azione solo il 19 marzo 1945[3]; inoltre entrarono in combattimento anche la 27ª Armata e la 26ª Armata che guadagnarono terreno verso Polgárdi e Lepsény mettendo ancor più in difficoltà i tedeschi. L'irruzione dei carri armati sovietici della 6ª Armata corazzata della Guardia tuttavia non fu immediatamente risolutiva, il comando tedesco riuscì a far risalire verso nord il I SS-Panzerkorps del generale Hermann Priess con la SS "Leibstandarte Adolf Hitler" e la SS "Hitlerjugend", equipaggiati con 82 panzer, che rallentò l'avanzata dei mezzi corazzati che furono intralciati anche dal terreno fangoso[21].

Soldati e Panzer IV della SS "Leibstandarte Adolf Hitler" durante la battaglia in Ungheria.

Il 20 marzo tuttavia neppure le divisioni del I SS-Panzerkorps poterono più trattenere l'avanzata sovietica; i reparti corazzati della SS "Leibstandarte" inflissero dure perdite ai carri sovietici ma alla fine si disgregarono[22]; inoltre Stalin, ritenendo possibile distruggere finalmente le divisione scelte Waffen-SS, richiese di intensificare l'offensiva e ordinò anche un massiccio bombardamento aereo con oltre 100 bombardieri medi North American B-25 Mitchell sulle retrovie e le vie di comunicazione tedesche[23]. Le forze sovietiche principali finalmente arrivarono a dieci chilometri dal lago Balaton, e il 22 marzo la situazione dei tedeschi divenne quasi disperata. Mentre gli ultimi 16 panzer della SS "Leibstandarte Adolf Hitler", schierati per difendere la strada per Várpalota, venivano attaccati in pieno dalla massa dei carri armati sovietici, la 6. SS-Panzerarmee del generale Dietrich era quasi completamente accerchiata a sud di Székesfehérvár e disponeva ancora solo di uno stretto passaggio di circa due chilometri di larghezza, colpito costantemente dall'artiglieria sovietica, per ripiegare verso nord[13]. Nonostante le richieste del generale Wöhler che temeva un nuovo accerchiamento come a Budapest, in un primo momento Hitler rifiutò di autorizzare la ritirata da Székesfehérvár mentre la situazione diveniva sempre più diffiicile; il pomeriggio del 22 marzo i sovietici entrarono a Várpalota[24].

Carri M4 Sherman del 9° Corpo meccanizzato della Guardia avanzano verso Vienna.

Il 22 e 23 marzo l'alto comando tedesco riuscì ancora, grazie all'intervento e alla tenace resistenza anche della SS "Hohenstaufen" con 59 panzer e della 23. Panzer-Division con 18 carri armati[25], a mantenere aperto il varco e coprire la disordinata ritirata delle truppe della 6. Armee e anche della 6. SS-Panzerarmee che alla fine riuscirono a ripiegare dal saliente a sud del lago Balaton e sfuggirono dalla trappola dopo aver perso molti soldati e gran parte dell'equipaggiamento e del materiale pesante; in questa fase della battaglia rimasero uccisi molti ufficiali veterani delle Waffen-SS, tra cui il maggiore Heinz von Westernhagen, il capitano Hans Malkomes e il maggiore Werner Pötschke[26]. Un reparto corazzato della SS "Leibstandarte" il 22 marzo venne sorpreso vicino Hajmáskér da un battaglione di carri M4 Sherman della 46ª Brigata corazzata della Guardia (9° Corpo meccanizzato della Guardia) guidato dal capitano Dmitrij Loza e venne quasi distrutto perdendo oltre 20 carri armati, 50 automezzi e più di 250 morti[27]. Il 23 marzo cadde infine Székesfehérvár, difesa fino all'ultimo dalla SS "Wiking", mentre i sovietici iniziavano già l'attacco alla Selva Baconia e superavano la linee nemiche a Veszprém che cadde nel pomeriggio dello stesso giorno[15].

L'Armata Rossa a Vienna.

La manovra del maresciallo Tolbuchin per accerchiare le truppe tedesche nel saliente tra i laghi Balaton e Velence quindi non era perfettamente riuscita soprattutto a causa, oltre che per la tenace resistenza tedesca, della carenza di munizioni per l'artiglieria, della mancanza di carri di supporto alla fanteria, della lentezza dell'avanzata iniziale, dell'insufficienza delle forze corazzate principali e anche per l'intervento in ritardo della 6ª Armata corazzata della Guardia. Nonostante questi errori, tuttavia le armate tedesche avevano subito pesanti perdite ed ora, nella fase di ritirata generale, si stavano disgregando, mentre l'avanzata sovietica divenne progressivamente più rapida[15]. Il generale Balck, comandante della 6. Armee, comunicò all'OKH che le truppe, in particolare le Waffen-SS, avevano perso la loro coesione, erano demoralizzate ed evitavano il combattimento cercando solo di mettersi in salvo[28]. Il comando tedesco prese misure repressive contro sbandati e disertori per cercare di fermare la dissoluzione delle sue forze[29]; lo stesso Adolf Hitler, alla notizia della disfatta delle divisioni scelte Waffen-SS, manifestò estrema delusione e irritazione[30]; il 6 aprile anche il comandante in capo del Gruppo d'armate Sud, generale Wöhler venne destituito e sostituito dal combattivo generale Lothar Rendulic[19].

Mentre anche il maresciallo Malinovskij estendeva la sua offensiva e avanzava con successo liberando la valle del fiume Hron, occupando con le forze della 46ª Armata Komárom e Esztergom entro il 25 marzo, e aprendo in questo modo la strada per Bratislava, il maresciallo Tolbuchin continuò l'inseguimento dei resti della 6. Armee e della 6. SS-Panzerarmee ormai in rotta. Dopo aver raggiunto e occupato Pápa, le armate sovietiche il 28 marzo superarono anche il fiume Raab a Sárvár nonostante i tentativi tedeschi di costituire una linea difensiva dietro questo corso d'acqua, conquistarono Sopron il 1 aprile 1945 e raggiunsero il confine con l'Austria nella regione di Keszeg[31]. Il maresciallo Tolbuchin, dopo aver sbaragliato la resistenza del nemico e aver catturato circa 45.000 prigioneri tra soldati tedeschi e ungheresi, si trovava ora in posizione per attaccare la vecchia capitale imperiale e seconda capitale del Terzo Reich, Vienna.

L'avvicinamento a Vienna

Le colonne motorizzate sovietiche entrano a Vienna.

Il piano dell'Alto comando sovietico comunicato il 1 aprile 1945 prevedeva che le truppe del 3º Fronte ucraino attaccassero Vienna con una classica manovra a tenaglia; il maresciallo Tolbuchin, schierato a sud del Danubio, avrebbe sferrato l'assalto da tre direzioni: da sud-est con la 4ª Armata della Guardia del generale Zachvataev rinforzata dal 1° Corpo meccanizzato delle Guardia, equipaggiato con carri americani M4 Sherman; da sud e da sud-ovest dalla 6ª Armata corazzata della Guardia del generale Kravčenko, costituita dal 5° Corpo corazzato della Guardia, dal 9° Corpo meccanizzato della Guardia e dal 18° Corpo corazzato, e da una parte della 9ª Armata delle Guardia del generale Glavolev. Una altra parte della 9ª Armata delle Guardia avrebbe manovrato più a ovest per intercettare le vie di uscita dei tedeschi verso occidente. Gli aerei della 17ª Armata aerea e di una parte della 5ª Armata aerea avrebbero supportato l'avanzata del 3° Fronte ucraino[32]. Il 6 aprile lo Stavka decise di far intervenire anche la 46ª Armata del 2° Fronte ucraino del maresciallo Malinovskij che, rinforzata dal 23° Corpo corazzato e dal 2° Corpo meccanizzato della Guardia, sarebbe passata sulla riva sinistra del Danubio per cercare di aggirare la capitale austriaca da nord; in appena tre giorni la 46ª Armata del generale Petrusevskij, con 46.000 soldati, 138 mezzi corazzati, 743 cannoni e 543 automezzi completò con successo il passaggio a nord del Danubio grazie all'intervento della Flottiglia del Danubio[33].

Il capitano Ivan Timofeevič Gončarov, comandante del reparto che conquistò la stazione centrale di Vienna
Il capitano Dmitrij Fëdorovič Loza, comandante dei carri armati sovietici che entrarono per primi a Vienna

L'offensiva su Vienna venne accompagnata, secondo le direttive dello Stavka del 2 aprile 1945 dalla distribuzione di proclami indirizzati alla popolazione austriaca in cui veniva affermato solennemente che l'Armata Rossa combatteva solo contro l'esercito tedesco e non contro la popolazione austriaca che veniva invitata a collaborare con i soldati sovietici per mantenere l'ordine e conservare le pacifiche attività economiche. L'obiettivo dei sovietici era annientare il nemico e liberare gli austriaci dalla "schiavitù nazista"; sarebbe stata ripristinata l'indipendenza dell'Austria e l'ordine esistente prima del 1938[34]. Il Terzo Reich era intenzionato a difendere ad oltranza Vienna e l'Austria dove erano state concentrate numerose fabbriche belliche e costitutiva anche un importante nodo di comunicazioni ferroviarie e fluviali; tuttavia la popolazione austriaca in generale accolse in modo favorevole le truppe sovietiche e non seguì gli appelli alla resistenza ad oltranza diramati dalle autorità naziste[34].

Vienna inoltre non era pesantemente fortificata e non disponeva di un sistema difensivo paragonabile a quello che a Budapest aveva rallentato per mesi l'avanzata dell'Armata Rossa, tuttavia nelle vie di accesso alla città le unità Waffen-SS superstiti della 6. SS-Panzerarmee cercarono di frenare la marcia sovietica organizzando imboscate con piccoli nuclei di mezzi corazzati, minando le vie d'accesso principali e facendo saltare in aria ponti e nodi di comunicazione. I reparti della SS "Leibstandarte Adolf Hitler", della SS "Wiking" e della 17ª Divisione fanteria difesero con abilità la linea difensiva organizzata sul fiume Leita e inflissero forti perdite alle unità corazzate della 6ª Armata corazzata della Guardia. Alcune brigate del generale Kravčenko rimasero con pochissimi carri ancora in azione ma alla fine riuscirono ad avanzare verso Wiener Neustadt, mentre le armate di fucilieri si avvicinavano alla periferia orientale e meridionale di Vienna[35].

Due soldati sovietici soccorrono un commilitone ferito durante i combattimenti a Vienna.

Il 5 aprile il maresciallo Tolbuchin modificò i suoi piani per l'assalto diretto a Vienna; la 4ª Armata della Guardia avrebbe dovuto attaccare i quartieri orientali e sud-orientali della grande città, mentre la 9ª Armata della Guardia avrebbe assaltato i settori meridionali e contemporaneamente avrebbe condotto un movimento di aggiramento verso ovest; l'armata corazzata del generale Kravčenko invece, dopo essersi concentrata, avrebbe dovuto marciare direttamente a nord per intercettare le vie di comunicazione di Vienna verso nord-ovest e quindi avrebbe a sua volta attaccato la capitale austriaca da ovest in collegamento con la 9ª Armata della Guardia. L'attacco diretto a Vienna ebbe inizio il mattino del 6 aprile[36].

Carri M4 Sherman del 1° Corpo meccanizzato della Guardia muovono all'interno del Ring di Vienna.

Furono le unità della 4ª Armata della Guardia, rinforzate dal 1° Corpo meccanizzato della Guardia e dal 39° Corpo fucilieri della Guardia, che entrarono per primi nella periferia meridionale e orientale di Vienna e iniziarono violenti combattimenti urbani lungo gli ampi vialoni della città, attraverso piccoli canali e all'interno degli edifici delle fabbriche cittadine. Di fronte all'accanita resistenza dei tedeschi, il primo tentativo di irrompere in profondità non ebbe successo; il generale Zachvataev, comandante della 4ª Armata della Guardia, diramò disposizioni esecutive immediate per migliorare la disciplina delle truppe e le loro capacità tattiche negli scontri urbani[37]. Nel frattempo i carri armati della 6ª Armata corazzata della Guardia avanzavano con successo per aggirare a ovest e sud-ovest la capitale; l'armata corazzata era estremamente a corto di mezzi corazzati a causa delle continue perdite e la formazione di punta, la 46ª Brigata corazzata della Guardia, rinforzata da un reggimento di cannoni semoventi pesanti, riuscì con solo di 13 carri armati e quattro ISU-152 a raggiungere e superare il Wienerwald, prima di arrivare ai sobborghi occidentali di Vienna e proseguire verso la Stazione ferroviaria Ovest[36].

Il 7 aprile le avanguardie della 6ª Armata corazzata raggiunsero le rive del Danubio a nord-ovest della città che quindi si trovava ora sotto attacco da tre direzioni: sud, ovest ed est. Questa riuscita manovra disgregò in modo decisivo lo schieramento della 6. SS-Panzerarmee del generale Dietrich; il I SS-Panzerkorps del generale Hermann Priess con la SS "Leibstandarte Adolf Hitler" del generale Otto Kumm e la SS "Hitlerjugend" del generale Hugo Kraas, si trovò tagliato fuori dalla città e dovette ripiegare verso ovest nel Wienerwald, mentre il II SS-Panzerkorps del generale Wilhelm Bittrich venne respinto dentro Vienna e dovette organizzare in fretta la difesa della capitale austriaca[38]. Il generale Bittrich disponeva per difendere Vienna della SS "Das Reich", della SS "Totenkopf", della 6. Panzer-Division e della Führer Grenadier Division appena arrivata da nord proveniente dall'area di Berlino; si trattava di formazioni combattive ed esperte ma molto logorate e con gravi carenze di armi ed equipaggiamenti.

Soldati sovietici davanti all'Hofburg.
Soldati sovietici nelle vie del centro di Vienna.

Le difese di Vienna erano insufficienti anche se erano stati organizzate trincee anticarro, ostacoli fissi, barricate nelle strade principali e postazioni fortificate all'interno dei grandi edifici storici; il II SS-Panzerkorps inoltre era rinforzato da alcuni battaglioni indipendenti, distaccamenti del Volkssturm e della Hitlerjugend e dalla 24. FlaK-Division[39]. Le formazioni tedesche del generale Bittrich si schierarono soprattutto a sud del Danubio per fronteggiare l'assalto sovietico, mentre la Führer Grenadier Division rimase a nord del fiume; la 6. Panzer-Division difendeva l'area del Prater, mentre la SS "Totenkopf" del generale Hellmuth Becker e soprattutto la SS "Das Reich" del generale Rudolf Lehmann sbarravano l'area centrale a sud del fiume; in particolare la SS "Das Reich", che costituiva l'elemento più forte e combattivo della guarnigione, era schierata a difesa del Ring, del canale del Danubio e dei ponti principali sul Danubio, mentre i pochi carri armati e pezzi d'artiglieria della divisione erano raggruppati nel parco del Castello di Schonbrunn e vicino alla Stazione Ovest[40].

Il Commissario nazista per la difesa di Vienna era Baldur von Schirach che aveva subito dichiarato la città "Festung" ("fortezza") e quindi da difendere a oltranza; egli cercò di mobilitare la popolazione per effettuare lavori di fortificazione, costruire trincee ed eriggere barricate, ma tra la popolazione viennese i sentimenti antinazisti erano predominanti e non era presente alcun entusiamo per la difesa ad oltranza della capitale che avrebbe verosimilmente provocato enormi distruzioni all'area urbana e monumentale di Vienna[36]. In realtà la situazione appariva disperata e i simpatizzanti nazisti e i funzionari del Partito stavano cercando di abbandonare la città prima dell'arrivo delle temute truppe sovietiche. Il tenente colonnello Otto Skorzeny, inviato da Hitler a Vienna in missione speciale, comprese rapidamente, di fronte alla situazione di confusione e demoralizzazione generale, che la battaglia era persa e la città sarebbe rapidamente caduta; dopo alcune discussioni polemiche con il generale Rendulic, l'ufficiale ripartì subito da Vienna senza aver raggiunto alcuni risultato[41].

Era attivo inoltre un movimento di resistenza austriaca antinazista, conosciuto con il codice "0-5" che cercò di sabotare il tentativo tedesco di difendere la città e prese anche contatto con il comando sovietico che tuttavia si mostrò dubbioso e circospetto sospettando una manovra di inganno[36]; la Resistenza austriaca cercò comunque di aiutare i sovietici a cui comunicò importanti informazioni sullo schieramento difensivo tedesco[34].

L'assalto a Vienna

Artiglieria sovietica in azione nel centro di Vienna.

Nella fase finale della guerra le truppe sovietiche erano ormai molto esperte di combattimenti urbani; per l'attacco all'area maggiormente urbanizzata di Vienna vennero quindi subito organizzati gruppi d'assalto costituiti da soldati pesantemente equipaggiati con mitragliatrici, armi automatiche, fucili anticarro, granate ed equipaggimenti speciali. Piccoli gruppi di carri armati e cannoni semoventi erano sistematicamente aggregati ai gruppi d'assalto per fornire una schiacciante potenza di fuoco. I gruppi d'assalto cercavano di muovere rapidamente evitando le posizioni esposte lungo i viali e spostandosi lungo i muri e le recinzioni; il fuoco dell'artiglieria e dei mezzi corazzati fu impiegato soprattutto per annientare le posizioni tedesche sui tetti e nei piani alti degli edifici. Grazie a queste veloci tattiche d'assalto e al supporto di fuoco dei mezzi corazzati, i sovietici, dopo le difficoltà iniziali, riuscirono ad avanzare velocemente dentro Vienna[42].

Carri M4 Sherman del 1° Corpo meccanizzato della Guardia in azione nel centro di Vienna.

L'8 aprile le forze sovietiche fecero ulteriori progressi avvicinandosi al centro; nonostante l'aspra resistenza, fu occupato l'Arsenale e vennero conquistate la Stazione Sud, da parte del reparto guidato dal capitano Ivan Gončarov della 30ª Brigata meccanizzata della Guardia (9° Corpo meccanizzato della Guardia)[38], e la Stazione Est, mentre il 5° Corpo corazzato della Guardia, appartenente alla 6ª Armata corazzata della Guardia, raggiunse i sobborghi settentrionali di Vienna e poi iniziò a muovere verso sud-est con l'obiettivo di collegarsi con il 1° Corpo meccanizzato della Guardia e la 4ª Armata della Guardia che avanzavano progressivamente da sud e sud-est[43]. Questa manovra metteva in pericolo le posizioni della SS "Das Reich" che rischiava di essere tagliata fuori dal Danubio; la divisione quindi durante la notte abbandonò il parco di Schönbrunn e ripiegò nonostante la difficile situazione verso il canale del Danubio, dove arretrarono anche gli ultimi carri armati e il kampfgruppe del obersturmbannführer (tenente colonnello) Otto Weidinger che si aprirono la strada dopo violenti combattimenti[44]. Il 9 aprile il perimetro difensivo tedesco venne stabilizzato a sud del canale del Danubio tra il Nordbrücke e il Prater[45].

Un Panzer IV della SS "Das Reich" nel centro di Vienna.

Dal 9 aprile erano in corso aspri e sanguinosi combattimenti urbani nel centro di Vienna; il Ring venne devastato dalla violenza degli scontri tra le squadre d'assalto delle Waffen-SS che cercavano disperatamente di guadagnare tempo per coprire la testa di ponte sul canale del Danubio e le truppe sovietiche in avanzata da tre direzioni. L'artiglieria sovietica venne impiegata in massa per distruggere gli edifici e le posizioni fortificate nemiche; il fuoco dell'artiglieria e dei mortai sovietici, e i combattimenti ravvicinati di strada, provocarono grandi danni ai palazzi monumentali del Ring, agli edifici della Kärntnerstraße e al Graben; subirono gravi distruzioni anche il Burgtheater e la Wiener Staatsoper[43].

SOldati sovietici marciano dentro Vienna.

I sovietici guadagnarono gradualmente terreno e il distaccamento meccanizzato d'avanguardia del 9° Corpo meccanizzato della Guardia equipaggiato con carri M4 Sherman e cannoni semoventi ISU-152 al comando del capitano Dmitrij Loza, a mezzogiorno del 10 aprile arrivò vicino al Municipio di Vienna e all'Università[46]. Nell'area del Prater il 20° Corpo fucilieri della Guardia della 4ª Armata della Guardia dovette combattere per giorni per avanzare e respingere la 6. Panzer-Division rinforzata da qualche carro armato della SS "Das Reich"; la resistenza al Prater continuò fino alla mattina del 13 aprile quando la 6. Panzer-Division abbandonò la posizione e iniziò a passare a nord del Danubio[47].

Durante questi violenti combattimenti, i membri della Resistenza austriaca avevano cercato di aiutare le truppe sovietiche, guidandole lungo le strade del centro, mentre alcuni avevano partecipato direttamente agli scontri aprendo il fuoco contro le truppe tedesche; i civili tentarono di evitare la distruzione della città sollecitando i soldati tedeschi a ritirarsi e ostacolando i loro tentativi di costituire nuove posizioni difensive negli edifici e nelle cantine del sottosuolo[43]. Nonostante i tentativi delle SS e dei nazisti di reprimere con misure di brutale rappresaglia questa resistenza civile, la situazione era ormai fuori controllo per i tedeschi sempre più pressati nella stretta testa di ponte a sud del Danubio.

I soldati sovietici davanti al Parlamento di Vienna sul Ring.

La situazione dei tedeschi era ancor più critica perché stava avanzando a nord del Danubio anche la 46ª Armata minacciando di colpire alle spalle le truppe Waffen-SS che difendevano ostinatamente la testa di ponte sul canale del Danubio. L'alto comando tedesco era estremamente preoccupato per una possibile avanzata sovietica da nord; i tedeschi della Führer Grenadier Division quindi si batterono accanitamente per mantenere aperta la via di ritirata a nord di Vienna e, dopo pesanti combattimenti lungo la valle della Morava, riuscirono a rallentare l'avanzata da est e nord-est della 46ª Armata del generale Petrusevskij[48].

Soldati della SS "Das Reich" al ponte di Floridsdorf l'ultimo giorno della battaglia di Vienna; il militare con l'impermeabile lungo è il tenente colonnello Otto Weidinger.

Nella notte del 11 aprile le truppe sovietiche della 4ª Armata della Guardia iniziarono ad attraversare il canale e riuscirono a passare con successo il corso d'acqua artificiale; dopo sanguinosi combattimenti venne anche conquistata l'isola creata dalla confluenza del canale nel Danubio[43]. A questo punto il generale Bittrich, dopo aver fatto saltare in aria la maggior parte dei ponti sul fiume per ostacolare le manovre del nemico, disponeva solo di due ponti per la ritirata a nord del fiume: il Reichsbrücke, dove già si stavano avvicinando i reparti del 20° Corpo fucilieri della Guardia e il 1° Corpo meccanizzato della Guardia, e il ponte di Floridsdorf.

Il 12 aprile 1945 il maresciallo Tolbuchin sferrò l'attacco finale a Vienna, preceduto da un potente sbarramento di artiglieria che continuò per 15 minuti; l'assalto venne condotto metodicamente ed ebbe successo; i cannoni vennero impiegati per eliminare i punti di fuoco tedeschi o per accompagnare le squadre di fucilieri, le unità corazzate non si attardarono ad eliminare i centri di resistenza ma proseguirono subito direttamente verso il Danubio, mentre fu migliorata la cooperazione tra fucilieri, mezzi corazzati, artiglieria e genieri; infine intervennero anche con efficacia gli aerei da supporto ravvicinato Ilyushin Il-2 Šturmovik e i bombardieri della 17ª Armata aerea[49].

Soldati della SS "Das Reich" nei pressi del ponte di Floridsdorf.

Il mattino del 13 aprile un battaglione della 7ª Divisione aviotrasportata sovietica diede l'assalto al Reichsbrücke; mentre alcuni soldati riuscivano ad arrivare sotto il ponte e a rimuove le cariche di demolizione, altri uomini raggiunsero e occuparono il ponte in collegamento con truppe da sbarco trasportate dalla Flottiglia del Danubio. L'operazione ebbe pieno successo e il Reichsbrücke venne occupato intatto[49]. La situazione delle truppe tedesche nella testa di ponte a sud del Danubio divenne quindi quasi disperata; venne organizzata l'immediata ritirata generale: dopo il ripiegamento della 6. Panzer-Division, anche i pochi carri armati della SS "Das Reich" lasciarono la zona del Prater e raggiunsero il ponte di Floridsdorf dove era in combattimento a copertura dell'ultimo ponte il kampfgruppe del tenente colonnello Weidinger[50].

Un soldato sovietico sul tetto del Parlamento di Vienna.

I soldati del kampfgruppe Weidinger coprirono la ritirata a nord del Danubio degli altri reparti della SS "Das Reich", mentre i carri armati superstiti, tra cui il Panzer V Panther del oberscharführer (sergente maggiore) Ernst Barkmann che fu ferito nei combattimenti, cercavano di supportare i panzergranatieri; fallirono invece i tentativi di riportare a sud del fiume altri carri armati per rinforzare la difesa del ponte di Floridsdorf fino al completamento della ritirata[51], e anche l'ultimo Panzer IV rimasto in azione venne messo fuori uso dai sovietici[52]. Infine il tenente colonnello Weidinger ordinò la ritirata e la notte del 13-14 aprile i soldati tedeschi rimasti a sud del fiume attraversarono il ponte di Floridsdorf e passarono sulla riva settentrionale del Danubio da dove ripresero il ripiegamento verso ovest[53].

Fin dalla ore 14.00 del 13 aprile l'Alto comando sovietico aveva già dichiarato nel suo comunicato la conclusione vittoriosa della battaglia per Vienna; la capitale austriaca era stata completamente liberata; nello stesso giorno lo Stavka inviò le nuove istruzioni strategiche al maresciallo Tolbuchin per continuare le operazioni in Austria dopo la caduta della grande città e la disordinata ritirata delle forze tedesche[43]. Le nuove direttive prevedevano che le armate del 3° Fronte ucraino del fianco sinistro e del centro avrebbero marciato subito verso Graz, mentre il fianco destro sarebbe avanzato verso Sankt Pölten, la 9ª Armata della Guardia sarebbe passata in riserva mentre la 6ª Armata corazzata della Guardia sarebbe tornata sotto il controllo del 2° Fronte ucraino del maresciallo Malinovskij; entro 48 ore le armate sovietiche furono di nuovo in movimento su tutto il fronte[43].

Bilancio e conclusione

T-34/85 sovietici avanzano in Austria dopo la caduta di Vienna.

La vittoria a Vienna ebbe grande importanza strategica a breve termine: entro il 15 aprile 1945 le armate sovietiche del maresciallo Tolbuchin completarono con successo la manovra indicata dallo Stavka e raggiunsero la linea fiume Morava-Stockerau-Sankt Pölten-Gloggnitz-est di Maribor; su questo fronte i sovietici temporaneamente arrestarono l'avanzata dopo aver preso il controllo di una regione strategica compresa tra i confini di Jugoslavia, Ungheria e Austria che, insieme alla caduta di Vienna, metteva in grande difficoltà le linee di comunicazione delle armate tedesche ancora schierate in Jugoslavia e Italia settentrionale. La manovra immediata del 3° Fronte ucraino a ovest di Vienna inoltre aggirava il fianco meridionale del raggruppamento tedesco presente in Cecoslovacchia e apriva la strada a una manovra a tenaglia in direzione di Praga[54]. Il maresciallo Tolbuchin annunciò, nel suo bilancio finale delle operazioni del 3° Fronte ucraino dal 6 marzo al 15 aprile 1945, la cattura di 130.000 prigionieri tedeschi e ungheresi, e la distruzione di 1.350 mezzi corazzati e 2.250 cannoni nemici[55].

Soldati sovietici, armati di mitra PPŠ-41, nella città di Vienna.

Anche se Hitler affermò nel suo ultimo proclama alla vigilia della battaglia di Berlino, che Vienna sarebbe "tornata tedesca"[56], il Gruppo d'armate Sud del generale Rendulic che il 30 aprile prese il nuovo nome di Gruppo d'armate Ostmark non aveva alcuna possibilità di riprendere la capitale austriaca e neppure poteva resistere a lungo sulle posizioni raggiunte dai sovietici alla metà del mese di aprile; nei primi giorni di maggio 1945, mentre si concludeva la battaglia di Berlino, l'Armata Rossa riprese l'offensiva sferrando l'offensiva di Praga con le forze combinate del 1° Fronte ucraino, del 4° Fronte ucraino, del 2° Fronte ucraino e del 3° Fronte ucraino. Le armate del maresciallo Tolbuchin, oltre a collaborare alla manovra su Praga, si spinsero in profondità in Austria e raggiunsero entro il 10 maggio 1945 la linea Linz-Landl-Klagenfurt dove si congiunsero con le truppe americane della 3ª Armata del generale George Patton, concludendo in quel territorio il lungo percorso di guerra, coronato dalla conquista di Vienna[34].

La statua del soldato sovietico collocata in cima alla colonna centrale del Heldendenkmal der Roten Armee a Vienna, edificato in ricordo della vittoria sovietica.

Ancora più importanti furono le conseguenze politiche della vittoria sovietica a Vienna; fin dal 9 aprile, mentre si combatteva ancora all'interno della città, Stalin e il governo sovietico avevano pubblicato una importante dichiarazione ufficiale che confermava come l'Unione Sovietica entrava in Austria come liberatrice, non intendeva impadronirsi di una parte del teritorio austriaco e non aveva l'obiettivo politico di modificare il regime sociale e la struttura economica del paese. La dichiarazione tranqullizzò le forze politiche democratiche austriache che iniziavano a tornare all'attività libera e venne bene accolta; durante la battaglia i movimenti democratici austriaci stavano già preparando un governo affidato alla guida di Karl Renner, capo dei socialdemocratici austriaci, che ricevette la fiducia del comando del 3° Fronte ucraino; il maresciallo Tolbuchin ricevette l'incarico da Mosca di comunicare ai democratici austriaci che l'Armata Rossa avrebbe appoggiato il governo in via di formazione[34].

L'equipaggio di un carro armato T-34/85 accolto cordialmente dalla popolazione di Vienna.

Il 27 aprile 1945 venne quindi costituito il primo governo democratico guidato da Renner, formato da una coalizione di comunisti, socialdemocratici e popolari; il primo atto del governo democratico fu una solenne dichiarazione in cui si ripristinava, dopo i tragici anni dell'Anschluss, l'indipendenza dell'Austria e il suo ritorno tra i paesi democratici e liberi, in uno spirito di amicizia con l'Unione Sovietica che aveva liberato gran parte del territorio austriaco e la sua storica capitale[57]. Per il momento iniziava, secondo le indicazione inter-alleate della European Advisory Commission, il regime di occupazione combinata delle quattro potenze vincitrici della seconda guerra mondiale che sarebbe terminato nel 1955 con la Dichiarazione di neutralità austriaca e il ritiro definitivo degli eserciti alleati.

Vienna venne pesantemente danneggiata dagli aspri combattimenti tra truppe sovietiche e tedesche dentro l'area urbana centrale; i primi giorni le devastazioni furono notevoli con vasti incendi, cadaveri nelle strade e resti di mezzi motorizzati ed equipaggiamenti sparsi lungo gli ampi vialoni; anche l'area monumentale non fu risparmiata dagli scontri e subì danni considerevoli. La popolazione viennese soffrì grandi disagi, prima per la violenza dei combattimenti e per le distruzioni, dopo la battaglia per la grave carenza di mezzi di sostentamento e rifornimenti essenziali; il comando sovietico cercò di controllare la situazione e assicurare il sostentamento dei civili fornendo rapidamente gli indispensabili aiuti alimentari, ricevendo il ringraziamento delle autorità del governo Renner[43][58].

L'Armata Rossa subì forti perdite nell'offensiva su Vienna e poi nei combattimenti dentro la città; secondo i dati statistici ufficiali sovietici, il 3° Fronte ucraino del maresciallo Tolbuchin e il 2° Fronte ucraino del maresciallo Malinovskij ebbero 38.661 soldati morti e 129.277 feriti nel periodo 16 marzo-15 aprile 1945; le truppe bulgare che parteciparono alle operazioni subirono altre 9.805 perdite; solo nel periodo della battaglia per la liberazione della capitale austriaca, dal 6 al 13 aprile, i sovietici ebbero oltre 17.000 soldati morti[59]. Fin dal mese di agosto 1945 nella Schwarzenbergplatz di Vienna venne inaugurato il Monumento agli Eroi dell'Armata Rossa eretto per commemorare tutti i soldati sovietici caduti durante la battaglia per la liberazione della grande città austriaca.

Note

  1. 1 2 D. Glantz-J. House, La grande guerra patriottica dell'Armata Rossa, p. 376.
  2. ↑ K. Nevenkin, Bloody Vienna, pp. 9-13.
  3. 1 2 K. Nevenkin, Bloody Vienna, pp. 17-19.
  4. ↑ D. Glantz-J. House, La grande guerra patriottica dell'Armata Rossa, p. 377.
  5. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, pp. 102-103.
  6. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, pp. 221-222.
  7. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, p. 222.
  8. ↑ J. Erickson, The road to Berlin, p. 511.
  9. 1 2 K. Nevenkin, Bloody Vienna, p. 8.
  10. 1 2 J. Erickson, The road to Berlin, p. 515.
  11. ↑ F. Duprat, Le campagne militari delle SS, p. 189.
  12. ↑ D. Glantz/J. House, La Grande guerra patriottica dell'Armata Rossa, p. 376.
  13. 1 2 3 4 AA.VV., L'URSS nella seconda guerra mondiale, vol. 5, p. 1824.
  14. ↑ J. Erickson, The road to Berlin, pp. 515-516.
  15. 1 2 3 J. Erickson, The road to Berlin, p. 516.
  16. ↑ K. Nevenkin, Bloody Vienna, pp. 16-17.
  17. ↑ K. Nevenkin, Bloody Vienna, p. 10.
  18. ↑ J. Ericskon, The road to Berlin, p. 516.
  19. 1 2 E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, p. 223.
  20. ↑ M. Afiero, Storia militare delle SS, pp. 763-764.
  21. ↑ K Nevenkin, Bloody Vienna, pp. 21-22.
  22. ↑ M. Afiero, I panzer della Leibstandarte. 1940-1945, p. 92.
  23. ↑ K. Nevenkin, Bloody Vienna, pp. 23-24.
  24. ↑ E. Ziemke, Stalingrad to Berlin, p. 453.
  25. ↑ K.Nevenkin, Bloody Vienna, p. 25.
  26. ↑ M. Afiero, I panzer della Leibstandarte. 1940-1945, pp. 92-93.
  27. ↑ K.Nevenkin, Bloody Vienna, p. 27.
  28. ↑ E. Ziemke, Stalingrad to Berlin, p. 454.
  29. ↑ AA.VV., L'URSS e la seconda guerra mondiale, vol. 5. p. 1827.
  30. ↑ V. Ullrich, Hitler. La caduta, p. 511. Hitler richiese l'immediata rimozione delle banda da braccio a tutti i soldati delle Waffen-SS delle divisioni coinvolte nella sconfitta.
  31. ↑ J. Erickson, The road to Berlin, p. 517.
  32. ↑ K. Nevenkin, Bloody Vienna, p. 115.
  33. ↑ K.Nevenkin, Bloody Vienna, p. 115.
  34. 1 2 3 4 5 AA.VV., L'URSS nella seconda guerra mondiale, vol. 5, p. 1830.
  35. ↑ J. Erickson, The road to Berlin, p. 549.
  36. 1 2 3 4 J. Erickson, The road to Berlin, p. 550.
  37. ↑ K. Nevenkin, Bloody Vienna, pp. 115-116.
  38. 1 2 K.Nevenkin, Bloody Vienna, p. 117.
  39. ↑ K.Nevenkin, Bloody Vienna, p. 107.
  40. ↑ J. Lucas, Da Reich, pp. 184-185.
  41. ↑ E. Ziemke, Stalingrad to Berlin, p. 456.
  42. ↑ K. Nevenkin, Bloody Vienna, p. 117.
  43. 1 2 3 4 5 6 7 J. Erickson, The road to Berlin, p. 551.
  44. ↑ J. Lucas, Ds Reich, pp. 184-185.
  45. ↑ J. Lucas, Das Reich, p. 186.
  46. ↑ K. Nevenkin, Bloody Vienna, p. 122.
  47. ↑ J. Lucas, Das Reich, p. 187.
  48. ↑ K. Nevenkin, Bloody Vienna, p. 123.
  49. 1 2 K. Nevenkin, Bloody Vienna, pp. 123-124.
  50. ↑ J. Lucas, Das Reich, pp. 187-188.
  51. ↑ J. Lucas, Das Reich, pp. 187-189.
  52. ↑ K. Nevenkin, Bloody Vienna, p. 125.
  53. ↑ J. Lucas, Das Reich, p. 189.
  54. ↑ J. Erickson, The road to Berlin, pp. 551-552.
  55. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, p. 224.
  56. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, p. 227.
  57. ↑ AA.VV., L'URSS nella seconda guerra mondiale, vol. 5, pp. 1830-1833.
  58. ↑ AA.VV., L'URSS nella seconda guerra mondiale, vol. 5, p. 1837.
  59. ↑ D. Glantz/J. House, La Grande guerra patriottica dell'Armata Rossa, pp. 377 e 438.

Bibliografia

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  • Massimiliano Afiero, I panzer della Leibstandarte. 1940-1945, s.l., Soldiershop, 2025.
  • Eddy Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, Novara, DeAgostini, 1971.
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Voci correlate

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