Scuola morava
La scuola morava (in serbo Моравска школа?, Moravska škola), anche nota come stile moravo (in serbo Моравски стил?, Moravski stil), fu un movimento artistico sviluppatosi in Serbia tra il 1370 ed il 1459, sotto le dinastie Lazarević e Branković che governarono la Serbia Moravica prima ed il Despotato di Serbia poi, parte del più ampio contesto della Scuola serbo-bizantina di architettura e pittura. Le strutture architettoniche morave comprendono alcuni dei più celebri monasteri serbi e sono oggi candidati per l'inclusione nel Patrimonio dell'umanità UNESCO.
I principali committenti della scuola furono i despoti Lazar Hrebeljanović, Stefano III Lazaro e Đurađ Branković ed il loro seguito di boiardi (soprattutto i magnati, i velikaš), con la prima donazione attestata nel sepolcro regio di Lazarica. Il principale risultato della Scuola morava fu lo splendore dei suoi elementi scultorei: la plastica decorativa della pietra ivi raggiunta rappresenta uno dei risultati artistici più originali della produzione artistica serba medievale. Gli elementi decorativi caratteristici della scuola, riscontrati sia sugli edifici sia nell'oreficeria/gioielleria,[1] erano tipicamente arabeschi geometrici con ornamenti floreali stilizzati ed intrecci, scarsi di dettagli figurativi. La scultura era solitamente dipinta e quindi molto vivida.[2] Rispetto ad altre manifestazioni della scuola serbo-biozantina, l'esperienza morava coinvolse però anche le altre arti: pittura, con alcuni degli affreschi più celebri dell'arte medievale serba,[3] e letteratura.[4]
La definizione di "Scuola morava" (in serbo Моравска школа?, Moravska škola) e la sua identificazione quale "stile nazionale" precipuo del Despotato si dovette allo storico dell'arte francese Gabriel Millet al principio del XX secolo.[5][N 1]
Contesto
L'effimero esperimento politico dell'Impero serbo, erede del Regno di Serbia, collassò alla morte di Stefano Uroš V di Serbia nel 1371.[6][N 2] Nella valle della Morava occidentale, la c.d. "Serbia storica", originò allora un principato autonomo per opera del boiardo Lazar Hrebeljanović.[7] Questa "Serbia Moravica" divenne il Despotato di Serbia quando, morto Lazar nella battaglia della Piana dei Merli (1389) contro l'Impero ottomano,[8][9] suo figlio Stefano III Lazaro, costretto a barcamenarsi tra il Regno d'Ungheria, gli Ottomani ed il sempre più debole Impero bizantino, fu riconosciuto come despota nel 1402 sia dal sultano sia dal basileus.[10]

Stefano III Lazaro riuscì abbastanza abilmente a gestire tanto i turchi, che nel frattempo premevano in maniera sempre più consistente su Costantinopoli, quanto gli ungheresi e nel 1402 fece di Belgrado la sua capitale: intraprese ingenti lavori di potenziamento delle fortificazioni cittadine ed espanse la città bassa sulla sponda meridionale del Danubio, attorno alla nuova cattedrale ortodossa.[11][12] Il collasso ottomano causato dalla battaglia di Angora (1402) nel c.d. "Interregno ottomano" permise a Stefano di rafforzare la sua posizione.
La situazione fu certamente più complessa e confusa per il suo nipote ed erede Đurađ Branković che dovette riparare per alcuni anni in Ungheria mentre i turchi occupavano la sua capitale, Smederevo (1439-1444).[13][14] Con la conquista ottomana di Costantinopoli (1453), la pressione turca sul Despotato si fece sempre più pressante a discapito degli inetti successori di Đurađ, i fratelli Lazar II Branković e Stefan III Branković che finirono con il perdere il regno in favore di Stefano Tomašević, figlio del re di Bosnia Tommaso, poi rapidamente costretto a cedere la Serbia al sultano Maometto II (1459).[15][16]
Storia
Durante i turbolenti decenni del Despotato di Serbia (1370-1459), si verificò comunque nella valle della Morava e negli altri domini dei Lazarević-Branković una notevole attività artistica, anzitutto edilizia,[17] apparentemente incongrua al suo contesto ma che diventa comprensibile nella più ampia chiave di lettura di una volontà egemonica serba sui Balcani.[N 2][18] Fondamentale fu poi la disponibilità di manovalanza di cui la Morava poté disporre quanto divenne il centro dell'immigrazione dai limitrofi territori soggetti alle periodiche razzie degli akinci ottomani.[19]
Lazarević
Già Lazar Hrebeljanović si distinse come attivo ktetor ("fondatore/abbellitore") di chiese e monasteri:[19] il Monastero di Ravanica (1375-1377)[20] e la cappella palatina Lazarica a Kruševac (1375-1378),[21] la ristrutturazione del Monastero di Stara Pavlica (1375-1380),[22][23] la chiesa del cimitero di Smederevo (molto similare alla Lazarica)[24] ed il Monastero di Ljubostinja (1388), commissionato dalla sua fresca vedova, Milica di Serbia,[25] mentre uno dei suoi magnati (velikaš), Vukašin, commissionava il Monastero di Rudenica al volgere del secolo.[26][27][28] Il Monastero di Drenča (1379-1382) fu fondato dal velikaš Ivaniš e dal priore athonita Doroteo di Hilandar,[29][30] mentre meno chiara risulta la fondazione o ristrutturazione del monastero di Naupara, vicino Kruševac, menzionato da Lazar in un documento del 1382 come parte del patrimonio di Drenča.[31]

Fu poi il figlio di Lazar, Stefano III Lazaro, già costruttore della grande fortezza di Belgrado, a proseguire con la decorazione pittorica di Rudenica[26] e l'erigenda del grande monastero-fortezza di Manasija (1413-1417),[32][33] mentre il velikaš Bogdan commissionava il Monastero di Kalenić (1415) con un catholicon sulla falsariga della Lazarica.[34][35]
Durante il regno di Stefano III, maturò poi una vera e propria rinascenza serbo-morava, parallela a quella paleologa.[4] Poeta ed artista, oltreché abile politico, Stefano III radunò presso di sé una delle più fornite biblioteche dell'area dei Balcani per l'epoca ed egli stesso produsse componimenti che sono alla base della successiva letteratura serba. I meriti della Scuola morava, anzitutto architettonici, vennero riconosciuti nel resto dell'ecumene ortodosso già al volgere del XIV secolo. Nel voivodato di Valacchia (parte dell'attuale Romania), a metà strada tra il Despotato di Serbia ed il Mar Nero, il catholicon del Monastero di Cozia, necropoli reale dei Drăculeștii voluta dal voivoda Mircea il Vecchio (1386-1418), è opera non prettamente bizantina ma bizantino-morava.[36][37] Molto più a nord, nella Rus' di Kiev ormai soggetta al Giogo tataro, chiare influenze morave si riscontrano in diverse chiese della Repubblica di Novgorod (v.si Scuola di Novgorod).[38] Anche la produzione pittorica raggiunse allora il suo apice, con gli affreschi di Manasijia e Kalenić.
Branković
Đurađ Branković dovette anzitutto consolidare il suo regno: ceduta Belgrado agli Ungheresi, costruì come nuova capitale l'imponente fortezza di Smederevo con accluso palazzo (1427-1430),[39] prendendo a modello le mura di Costantinopoli seppur taluni aspetti richiamino la coeva architettura militare gotica.[40][41] Alla committenza del velikaš Radič Postupović si dovette invece, nel medesimo periodo, la fondazione dei monasteri di Vraćevšnica (1428-1431) e Milentija (1430). Quando Smederevo cadde in mano turca (1439), il Despota Branković fece costruire il castello di Vršac, la cui architettura richiama sia la fortezza di Smederevo sia il monastero-fortezza di Manasija.[42] Sempre alla committenza di Branković si dovette il nuovo catholicon del Monastero di Agiou Pavlou (1447) sul Monte Athos.
Architettura
Nella Penisola balcanica, il dominio dell'Impero bizantino s'indebolì nel VII e VIII secolo causa le migrazioni di Slavi e Proto-bulgari, cioè proprio durante un'importante fase di transizione nella storia architettonica bizantina.[43] Ciò favori lo sviluppo ivi di un'architettura contaminata, favorita poi dalla contesa religiosa tra il Papa ed il Patriarca di Costantinopoli dalla necessaria evangelizzazione dei pagani. Nel periodo tardo bizantino (1204-1453),[44] la frammentazione dell'impero, iniziata con la vittoria crociata nell'assedio di Costantinopoli (1204), portò ad una frammentazione della progettazione ecclesiastica ed all'intensificarsi di esperienze/innovazioni regionali che acuirono le peculiarità architettoniche balcaniche.[45] Entro questo eterogeneo contesto, la c.d. "Rinascenza paleologa" fornì spunti e suggerimenti (fondamentale lo sviluppo dei parekklesion intesi come grandi mausolei aristocratici affrescati da integrare nella planimetria di chiese preesistenti, il cui capostipite fu alla Chora)[46] ma certo non funse, come inizialmente sovra-stimato, da medium unificatore.[47]
La regione della Macedonia e, nella fattispecie, la sua capitale, Salonicco, giocò un ruolo essenziale negli sviluppi architettonici bizantini del Trecento.[48][49] Ivi si sviluppò un distintivo tipo di cupola ecclesiastica, caratterizzata da un tamburo poligonale con colonnine arrotondate agli angoli, interamente in mattoni e facciate con tre archi arretrati l'uno nell'altro attorno a una stretta monofora. Le chiese svilupparono pianta con naós cupolato e periscopio avvolto su tre lati. Le tessalonicesi San Pantaleone, Santa Caterina e Santi Apostoli hanno tutte cupole su portici ambulacrali.[49][50] Il quinconce dei Santi Apostoli di Salonicco (c. 1329) è esemplificativo dello stile tardo-bizantino, tanto quanto la chiesa del monastero di Gračanica, costruito intorno al 1311 nel Kosovo, parte del Regno di Serbia[51] di Stefano Uroš II Milutin che aveva anche strappato ai Paleologi la Macedonia.[52] L'architetto e le maestranze di Gračanica, la cui chiesa è da taluni valutata come «il culmine del design architettonico tardo-bizantino»,[50][53] provenivano probabilmente proprio da Salonicco[54][49] e furono impiegate da Stefano Uroš II anche per il nuovo catholicon (1300-1316) del Monastero di Hilandar, sul Monte Athos.[55][56]
L'innovazione, in Gračanica, fu la re-interpretazione delle forme bizantine. L'altezza del nucleo strutturale fu quasi raddoppiata poggiando la cupola centrale non sull'incrocio delle volte a botte della crociera ma su una seconda croce più alta e stretta ottenuta con i timpani ogivali. Lo stesso accorgimento fu seguito per le quattro cupole minori, trasformando il tetto in un ammasso verticale di cupole su piedistalli cubici: un agglomerato gerarchico d'unità a torre che estremizza il gusto bizantino-paleologo per il verticalismo in uno dei più fantasiosi risultati dell'architettura tardo-bizantina.[57] Il catholicon di Hilandar funse invece da medium per il passaggio in Serbia della pianta athonita a triconco,[56] riscontrabile già nel catholicon del Monastero di Lešje costruito intorno agli Anni 1360.[58]
Le caratteristiche essenziali dell'architettura morava, diretta erede delle sperimentazioni architettoniche di Stefano Uroš II, furono la pianta trilobata, con abside radiale, navata unica con volta a botte, nartece occidentale ed un ricco ornamento plastico policromo, soprattutto in facciata.[59] Il catholicon di Ravanica (1375-1377) può essere considerato l'espressione inaugurale di questo stile[60] che traeva le sue caratteristiche dall'architettura del Monte Athos, dall'architettura serbo-bizantina degli Anni 1340-1350 e da altre fonti ad oggi non del tutto chiare.[61] La presenza di absidi laterali lungo i fianchi della chiesa di Ravanica suggerisce chiaramente la crescente importanza della formula monastica athonita, in contrasto con lo schema a cupola quinconce bizantino tipico del clero secolare serbo (evidente per esempio nella Cattedrale di Nostra Signora di Ljeviš, sempre commissionata da Stefano Uroš II),[62][63] e questa "pianta athonita" derivatane fu ripresa a Ljubostinja (1388) e, trent'anni dopo, a Kalenić (1415).[59] L'aspetto più enigmatico di quest'architettura sono i suoi elementi scultorei, la cui quantità, esuberanza e varietà di motivi hanno resistito a ogni tentativo d'interpretazione.[61]
- Monastero di Ravanica (1375-1377)
- Cappella palatina "Lazarica" (1375-1378)
Monastero di Ljubostinja (1388)
Monastero di Kalenić (1415)
Nartece di Manasija (1413-1417)
Negli ultimi anni dell'indipendenza della Serbia, l'imminente minaccia delle forze ottomane spinse a un grande impegno nella fortificazione anche negli edifici religiosi (fenomeno in realtà verificatosi anche altrove nei Balcani):[18] così il monastero Manasija (1407-1418) incorpora un sistema di imponenti mura, dieci torri e un'enorme maschio. Costruito da Stefano III Lazaro, il monastero fu non solo il suo sepolcro ma anche l'ultimo grande centro culturale serbo prima della conquista ottomana nel 1459.[64][33] Della fortezza di Kruševac, da cui Lazar Hrebeljanović costruì il Despotato, rimangono purtroppo solo pochi ruderi e la cappella palatina Lazarica. Tra i più celebri esempi di architettura militare del despotato, figurano invece la fortezza di Belgrado, la fortezza di Smederevo, la più grande fortificazione tardo-medievale dei Balcani,[65] e la fortezza di Golubac. Si tratta di opere raffinate, apparentemente dovute anch'esse ad iniziale lascito architettonico macedone,[55] che mescolano la tradizione fortificatoria bizantina (il modello più spesso richiamato è quello della Torre del Marmo nelle Mura di Costantinopoli)[66] con quella gotico-occidentale – tendenza questa già riscontrabile nella fortezza trecentesca della strategica comunità mineraria di Novo Brdo (Kossovo). Similari ma meno imponenti altre fondazioni del tempo come il castello di Koznik o quello di Vršac.[18]
Torre del Despota nella Fortezza di Belgrado

Scultura

Come anticipato, la caratteristica più evidente ed enigmatica dell'architettura morava è l'abbondanza e varietà della decorazione, scultorea ma non solo.[61] La decorazione architettonica, d'intento cromatico, era ottenuta dall'alternanza di file di mattoni rossi e fasce di malta. Le sculture vere e proprie ornavano i rosoni (a Ljubostinja e Naupara oltreché a Kalenić), le finestre, i portali d'ingresso tra il nartece ed il naós.[59] Il monumentale portale della navata di Kalenić e i rosoni sul lato ovest di Naupara sono enumerati tra i capolavori della scultura serba.[68] I mattoni potevano anche essere disposti per comporre delle scritte, come nel caso del Mali Grad, il Palazzo di Branković a Smederevo.[69]
Il gusto moravo per la decorazione scultorea comprendeva anche un forte elemento di antiquarismo, tendenza riscontrata, negli anni del Despotato, anche nella gioielleria. Nel già citato Palazzo del Despota di Smederevo le facciate erano decorate da spolia romane appositamente trasportate lungo il Danubio dai ruderi di Viminacium (la moderna Kostolac).[70] Si trattava di una moda estetica sempre di derivazione costantinopolitana, originatasi nel Periodo Medio Bizantino e poi diffusasi nei Balcani.[71]

La scultura decorativa in pietra della Scuola morava è considerata la più originale espressione dell'arte serba. Gli elementi decorativi sono caratterizzati da arabeschi geometrici e ornamenti floreali stilizzati, raramente con rappresentazioni figurative. Frammenti di decorazioni scultoree provenienti dalla chiesa di Santo Stefano, quasi completamente distrutta, nel villaggio di Milentija, ora esposti al Museo nazionale di Serbia (Belgrado), dimostrano che gli elementi decorativi e le figure erano dipinti, creando un effetto di vivido realismo[2] ben evidente nel catholicon di Rudenica.[28] Presente su numerosi edifici, dalla Lazarica di Kruševac fino a Naupara (costruita sul modello della Lazarica), Rudenica, Veluce, Ljubostinja e Milentija, lo stile decorativo mostra affinità con l'architettura dei regni di Armenia e Georgia, il mondo islamico e persino la Repubblica di Venezia e l'Occidente. La sua persistenza fino al XV secolo, sulle facciate di chiese come il catholicon di Kalenić (1413-1417), rivela la vitalità di questo nuovo mezzo espressivo che nelle fasi successive incorporerà forme umane e animali, spesso legate a temi mitologici presumibilmente tratti da miniature di manoscritti.
I pezzi realizzati per il monastero di Kalenić sono valutati come i più significativi: oltre alle raffigurazioni della Vergine Maria, vi figurano scene mitologiche e rappresentazioni d'animali, tra cui un grifo, un leone e un orso. Questi elementi figurativi si legano ad una seconda fase nella produzione della scuola e si riscontrano nei soli edifici del Quattrocento. Trassero probabilmente ispirazione dalle miniature di manoscritti come il Salterio serbo[72] e manifestano il convergere di tradizioni iconografiche sia bizantine sia gotico-occidentali.[73][N 3]
Pittura

Nel generale contesto della pittura bizantina, la produzione pittorica serba del XIV-XV secolo, in ragione sia dello spirito di conquista dei sovrani serbi sia del loro alto livello culturale,[N 2] fu di qualità eccezionale,[74] raggiunta anche grazie al ricorso di maestranze esperte, provenienti da Costantinopoli e, come valso per la produzione architettonica, da Salonicco.[3][75] Di alcuni di questi maestri conosciamo anche il nome: come Macario Zografo che affrescò il cahtolicon del monastero di Ljubostinja su committenza della vedova di Lazar Hrebeljanović, Milica e che fu poi autore di un'importante icona.[76][77] Al volgere del periodo moravo, già prima della conquistata ottomana del Despotato (1459), la pittura serba entrò in una fase di stagnante decadenza.[75]
La valutazione dei traguardi pittorici della scuola morava risente pesantemente dello stato di conservazione degli stessi. Nella fattispecie degli affreschi, molte delle chiese costruite dai Lazarević-Branković furono purtroppo danneggiate durante le rappresaglie turche o comunque dopo il 1459: nel caso appena citato del monastero di Ljubostinja, per esempio, buona parte degli affreschi è stato distrutto durante un incendio del catholicon appiccato dagli ottomani.[76] Lo stesso discorso vale per la produzione di icone, i dati relativi alla produzione delle quali sono scarsissimi.[77]
Affresco

Gli «eccellenti cicli di affreschi»[75] della Scuola morava sono tra i migliori esempi di arte serba e si avvicinano al naturalismo ed alla tensione dinamica dello stile gotico internazionale,[78] solitamente antitetico rispetto alla pittura bizantina.[79] Le Nozze di Cana a Kalenić ed il ritratto di Stefano III Lazaro e i Santi Guerrieri a Manasija sono le raffigurazioni più famose. Lo stile cortese degli affreschi traeva spesso ispirazione dalla pittura delle miniature dell'epoca e rappresenta il culmine pittorico della Rinascenza paleologa. La contaminazione stilistica tra arte serbo-bizantina ed arte gotica è ben evidente nel ricorrere di taluni stilemi decorativi orientali (viticci incisi, intrecci e palmette) su di una struttura più occidentale.[80]
Gli affreschi di Manasija sono caratterizzati da una potente solennità e ricchezza chiaramente mirante ad esaltare la figura del Despota-ktetor: la grande raffigurazione di Stefano III Lazaro in paramenti dorati; i santi guerrieri Areta, Nestore e Nikita dalle splendide panoplie impreziosite d'oro; ecc.[33] Lo stile riprende ed amplificata gli affreschi di altre fondazioni legate alla committenza principesca, come quelli (superstiti) di Macario Zografo nel catholicon di Ljubostinja che mancano però quella qualità degli affreschi di Manasija e Kalenić.[25]
Gli affreschi di Kalenić, veramente innovativi,[77] si distinguono per l'intimità e la sottile rappresentazione psicologica delle figure (facendo delle Nozze di Cana non una semplice sfilata di volti ieratici ma un campionario di figure "umane"), elemento questo di forte similitudine con la coeva pittura gotica occidentale lontano invece dalla produzione costantinopolitana.[35][79][81]
Icone

Come anticipato, i dati relativi ad icone prodotte da maestri moravi sono scarsissimi,[77] cosa strana dato che, nell'Europa ortodossa del XV secolo, buona parte dell'impianto decorativo della chiesa era costituito dalla grande iconostasi[82] e che i monasteri serbi disponevano certamente di botteghe di icone proprie, gestite dai monaci stessi.[83] Proprio negli anni del Despotato, per esempio, entro i confini culturali dell'ecumene serbo ma nella Pelagonia ormai direttamente controllata dagli ottomani, presso il Monastero di Zrze, furono dipinte due delle icone più pregevoli del periodo tardo-bizantino, seppur legate allo stile "arido" della coeva pittura costantinopolitana: un Salvatore e fonte della vita (1393), opera di Giovanni Zografo,[83] e la celebre Pelagonitissa (1421) di suo fratello Macario Zografo.[77][83][84]
Icone richiamanti l'evoluzione pittorica sperimentata negli affreschi di Kalenić (i colori lussuosi e le espressioni di potente pathos dei ritratti) – icone "morave" – sono invece rarissime: un'icona dei Cinque Martiri conservata presso il monastero di Hilandar[77] e l'icona dei SS. Simone e Sava oggi conservata al Museo nazionale di Serbia (Belgrado).[85]
Miniatura
Il sopracitato Salterio serbo (fine XIV secolo), pur oggi considerato uno dei manoscritti tardo-bizantini più preziosi, veicolava ancora la produzione pittorica "caotica", sia nelle miniature sia negli affreschi, del collassante Impero serbo. Brilla pertanto per la potenza dei suoi colori e la varietà delle sue 148 miniature, molte delle quali a piena pagina, ma non per la qualità dei disegni né per la loro organizzazione.[86]
Tra gli esempi più importanti di miniatura serba della Scuola morava si annoverano il Tetravangelo di Radoslav (1429), di cui sopravvivono purtroppo solo 12 fogli oggi alla Biblioteca nazionale russa. Campeggiano in queste pagine le grandi miniature dei Quattro Evangelisti nel cui stile sono chiaramente richiamati i paralleli sviluppi pittorici degli affreschi di Kalenić e Manasija, tanto che gli studiosi tendono ad identificare il miniaturista del tetravangelo nel maestro frescante di Kalenić o in un membro di quella bottega.[87][88]
Arti decorative

Soprattutto per quanto concerne la gioielleria e l'oreficeria, la produzione del Despotato fu caratterizzata da una sofisticata fusione di elementi bizantini, tradizional-slavi e gotico-internazionali. I principali centri di produzione furono Ragusa/Dubrovnik, Cattaro e Novo Brdo, i cui giacimenti concorsero a fare di Đurađ Branković l'allora potentato più ricco d'Europa.[89] Ben evidente un forte gusto antiquario che spinse gli artigiani del Tre-quattrocento ad affiancare ai lussuosi orecchini bizantini a pendente[90] l'imitazione di forme e tecniche decorative (oltreché materiali come la corniola) della gioielleria antico-romana, oltre a riutilizzare pietre preziose romane negli anelli realizzati per i magnati serbi.[91] La penetrazioni di uno stile anzitutto decorativo gotico-internazionale, legata sia alla migrazione di minatori Sassoni di Transilvania sia agli stretti rapporti con il Regno d'Ungheria, sono invece ben evidenti nella produzione della ceramica e della toreutica, soprattutto dei candelabri e delle coppe d'argento in forma di piattino poco profondo, con base circolare o ovale, derivate dagli antichi "piatti da vino" ma il cui lusso eclissava la contemporanea produzione costantinopolitana.[92] Si originò così uno stile ibrido, ben rappresentato da anelli gotici con testa ellissoidale e rosetta alla base ma dalla decorazione bizantina secondo i modelli già riscontrati negli affreschi ecclesiastici.[80]
Anche la tessitura fu interessata dalla produzione di pezzi importanti, principalmente paramenti liturgici ed icone tessili oltreché iscrizioni su tessuti. Tra gli autori dei pezzi primeggia la figura della monaca Jefimija, già vedova del Despota di Ser poi ritiratasi nel monastero di Ljubostinja insieme alla despota Milica, cui si dovette la realizzazione del paramento per le porte reali dell'iconostasi di Hilandar.[93][94]
Letteratura

Gli Anni 1370 segnano l'inizio della separazione tra alfabeto latino e cirillico nelle cancellerie della repubblica marinara di Ragusa.[95] Al principio del regno di Stefano III Lazaro si distingue la figura letteraria della summenzionata Jefimija cui è attribuito un Encomio del principe Lazar (in serbo Похвала кнезу Лазару?, Pohvala knezu lazaru, 1402) ricamato in filo d'argento sul sudario di Lazar Hrebeljanović – primo poema lirico sopravvissuto nella letteratura serba. La prima opera nota di Jefimija fu il Lamento in morte del figlio Uglješa (in serbo Туга за младенцем Угљешом?, 1366-1371) riportato sul retro di un'icona donata alla famiglia al battesimo del piccolo.[93][94]
Fondamentale fu poi l'impatto culturale di Stefano III, poeta ed artista oltreché abile politico, che, a partire dal polo culturale di Manasija, originò un vero e proprio "Rinascimento serbo".[4] Il monastero-fortezza di Manasija, inizialmente pensato come centro per l'esicasmo,[32] divenne invece un polo culturale attraendo a sé monaci ortodossi di disparata provenienza (diversi bulgari in fuga dai turchi oltreché cenobiti del Monte Athos) che promossero la copiatura dei manoscritti (anzitutto di molte opere di filosofia greca)[96] e l'attività letteraria. Il cenobio arrivò ad ammassare una biblioteca di 20000 libri, la più grande dei Balcani, alcuni dei quali sopravvivono oggi nella biblioteca del Patriarcato di Peć. L'eccellenza di questa produzione, nota come "Scuola di Rešava", cambiò la storia della letteratura e delle lingue slave meridionali, estendendo la sua influenza in tutti i Balcani ortodossi e nel mosaico di principati della Rus' di Kiev.
Tra i più famosi studiosi di Manasija si enumerano i bulgari Costantino di Kostenets, biografo di Stefano III Lazaro,[97][98][99] e Grigorij Camblak, prolifico scrittore religioso, e l'agiografo Pacomio il Serbo. Lo stesso Despota Stefano fu autore di una delle opere letterarie più importanti della Serbia, la Parola d'amore (in serbo Слово љубве?, Slovo ljubve, 1409), un compianto poetico per il fratello Vuk Lazarević. Altre opere attribuitegli furono un componimento in morte del padre Lazar (1389) e l'iscrizione su di una stele di marmo deposta sul sito della battaglia di Kosovo (1404), la c.d. "Pietra Gazimestan" (in serbo Газиместан камен?, Gazimestan kamen, 1404). Ulteriore esempio del fermento culturale che interessò la Morava negli anni del Despotato è il c.d. "Codice dei minatori" (1412), una summa delle leggi inerenti alle miniere nello strategico centro metallifero di Novo Brdo.[100]
Note
Esplicative
- ↑ Analisi critica recente delle teorie di Millet 1919 in Mal'tseva 2018, pp. 745-747.
- 1 2 3 La creazione dell'Impero serbo, pur effimera da un punto di vista politico, si costituì però, culturalmente, come l'ultimo passo nella creazione di un "Ecumene serbo" spaziante dal Mare Adriatico al Mar Nero cui i Re di Serbia si erano votati a partire dal principio del XIV secolo - v.si (EN) Mihailo St. Popović, The “Medieval Serbian Oecumene” – Fiction or Reality?, in Bikić 2016, pp. 37-43, 2016.
- ↑ La figura del leone nella scultura morava è stata oggetto di approfondimenti, in relazione alla figura del Despota Stefano III Lazaro, quale celebrazione di gusto classico/antiquario del suo valore – (EN) Branislav Cvetkovic, Imago leonis in Despot Stefan’s Iconography, in IKON, vol. 2, 2009, pp. 137-146, DOI:10.1484/J.IKON.3.37.
Bibliografiche
- ↑ Zečević e Gajić 2016, p. 176.
- 1 2 (EN) Christopher Deliso, Culture and Customs of Serbia and Montenegro, ABC-CLIO, 2008, p. 154, ISBN 978-0-3133-4437-4.
- 1 2 Tania Velmans, PITTURA – Area bizantina, in Enciclopedia dell'arte medievale, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1998, pp. 525-545.
- 1 2 3 Van Antwerp Fine 1994, pp. 525-526.
- ↑ Millet 1919, pp. 152-198, cap. L'École de la Morava.
- ↑ Ćirković 1992, pp. 79-80.
- ↑ Van Antwerp Fine 1994, pp. 387-389.
- ↑ Ćirković 1992, pp. 80-85.
- ↑ Van Antwerp Fine 1994, pp. 408-414.
- ↑ Van Antwerp Fine 1994, pp. 425-427 e 509-510.
- ↑ Van Antwerp Fine 1994, pp. 522-526.
- ↑ (SR) Daliborka Mučibabić, Mapa zakopanog blaga Beogradske tvrđave, su politika.rs, Politika, 5 dicembre 2010.
- ↑ Ćirković 1992, pp. 88-91.
- ↑ Van Antwerp Fine 1994, pp. 526-560.
- ↑ (EN) Petre Guran, Slavonic Historical Writing in South-Eastern Europe, 1200–1600, in Sarah Foot e Chase F. Robinson (a cura di), The Oxford History of Historical Writing: 400–1400, vol. 2, 2012, p. 328, ISBN 978-0-19-923642-8. URL consultato il 19 dicembre 2013.
- ↑ Van Antwerp Fine 1994, p. 575.
- ↑ Ćurčić 2004, p. 74.
- 1 2 3 (EN) Slobodan Ćurčić, Architecture in the Age of Insecurity. An Introduction to Secular Architecture in the Balkans, 1300–1500, in S. Ćurčić e E. Hadjitryphonos (a cura di), Secular Medieval Architecture 1300–1500, and Its Preservation, Salonicco, 1997, pp. 19-51.
- 1 2 Van Antwerp Fine 1994, p. 387.
- ↑ Mileusnić 1997, pp. 172-177.
- ↑ Millet 1919, pp. 159-172.
- ↑ Millet 1919, pp. 154-158.
- ↑ Mileusnić 1997, pp. 150-152.
- ↑ Millet 1919, pp. 158-159.
- 1 2 Mileusnić 1997, pp. 114-118.
- 1 2 Millet 1919, pp. 178-181.
- ↑ Mileusnić 1997, pp. 182-183.
- 1 2 (EN) Branka M. Gugolj, Rudenica and its place in the Moravian Serbia architecture, in Зборник радова Филозофског факултета у Приштини, 53(3), 2023, pp. 243-261, DOI:10.5937/zrffp53-45580.
- ↑ Deroko 1985, p. 197.
- ↑ (SR) Manastir Drenča, Drenča, su spomenicikulture.mi.sanu.ac.rs, Accademia serba delle scienze e delle arti.
- ↑ (SR) Manastir Naupara, Naupare, su spomenicikulture.mi.sanu.ac.rs, Accademia serba delle scienze e delle arti.
- 1 2 Van Antwerp Fine 1994, p. 525.
- 1 2 3 Mileusnić 1997, pp. 120-125 e 182.
- ↑ Millet 1919, pp. 181-191.
- 1 2 Mileusnić 1997, pp. 100-106.
- ↑ Mango 1974, p. 345.
- ↑ R. Theodorescu, Valacchia e Oltenia, in Enciclopedia dell'arte medievale, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2000, pp. 475-478.
- ↑ (FR) Véra Traimond, Architecture de la Russie ancienne X-XV s., éditeur Hermann, Parigi, 2003, p. 170, ISBN 2 7056 6433 5.
- ↑ Ćirković 1992, pp. 100-104.
- ↑ (EN) Slobodan Ćurčić, Visible and invisible aspects of building the fortified palace of Smederevo and its historical significance, in Zbornik radova Vizantoloskog instituta, 2013, pp. 835-851.
- ↑ (SR) Pod vlašću proklete Jerine, in Srpsko Nasleđe: Istorijske Sveske, vol. 7, luglio 1998. URL consultato il 17 luglio 2007. (Estratto da Ljubomir Petrović, Smederevo 1430–1930.)
- ↑ (SR) Dušan Belča, Mala istorija Vršca, Vršac, 1997.
- ↑ Ousterhout 2008b, p. 358.
- ↑ Bayet 2014, pp. 157-188.
- ↑ Ousterhout 2008b, p. 361.
- ↑ Ćurčić 2004, pp. 72-73.
- ↑ Ćurčić 2004, pp. 65-66.
- ↑ Ćurčić 2004, pp. 67-68.
- 1 2 3 (EN) Slobodan Ćurčić, The Role of Late Byzantine Thessalonike in Church Architecture in the Balkans (PDF), in Alice-Mary Talbot (a cura di), Dumbarton Oaks Papers, No. 57: Symposium on Late Byzantine Thessalonike, Dumbarton Oaks Research Library and Collection, Washington DC, 2003, pp. 65-84.
- 1 2 Ousterhout 2008b, p. 362.
- ↑ Rosser 2011, p. 137.
- ↑ Ćurčić 2004, p. 71.
- ↑ Melaragno 1991, p. 41.
- ↑ Rosser 2011, p. 215.
- 1 2 Ćurčić 2004, p. 67.
- 1 2 (EN) Slobodan Ćurčić, The Architectural Significance of the Hilandar Kafolikon, Fourth Annual Byzantine Studies Conference. Abstracts of Papers, University of Michigan Press, 1978, pp. 14–15.
- ↑ (EN) Slobodan Ćurčić, Gračanica. King Milutin's Church and its Place in Late Byzantine Architecture, Pennsylvania State University Press, 1979.
- ↑ (SR) Manastir Sv. Bogorodice, Lešje, su spomenicikulture.mi.sanu.ac.rs, Accademia serba delle scienze e delle arti.
- 1 2 3 Mango 1974, pp. 312-323.
- ↑ Petković 1999, p. 562.
- 1 2 3 Mal'tseva 2018, passim.
- ↑ Ćurčić 2004, p. 70.
- ↑ (EN) Slobodan Ćurčić, "Renewed from the Very Foundations": The Question of the Genesis of the Bogorodica Ljeviska in Prizren, a cura di Judson J. Emerick, Archaeology in architecture: studies in honor of Cecil L. Striker, von Zabern, 2005, ISBN 9783805334921.
- ↑ Ćurčić 2004, pp. 74-75.
- ↑ Ćurčić 2013, p. 835.
- ↑ Ćurčić 2013, pp. 842-846.
- ↑ Ćurčić 2013, p. 836.
- ↑ Millet 1919, pp. 184-191.
- ↑ Ćurčić 2013, p. 847.
- ↑ Ćurčić 2013, p. 846.
- ↑ (EN) H. Saradi, The Use of Ancient Spolia in Byzantine Monuments: The Archaeological and Literary, in Evidence, International Journal of the Classical Tradition, 3(4), 1997, pp. 395-423.
- ↑ (EN) Slobodan Ćurčić, Some Uses (and Reuses) of Griffins in Late Byzantine Art, in Christopher Moss e Katherine Kiefer (a cura di), Byzantine East, Latin West: Art-Historical Studies in Honor of Kurt Weitzmann, princeton University Press, 1995, pp. 597-604.
- ↑ (SR) J. Maksimović, Srpska srednjovekovna skulptura, Novi Sad, 1972.
- ↑ Lazarev 1967, p. 294.
- 1 2 3 Lazarev 1967, p. 392.
- 1 2 Mileusnić 1997, p. 118.
- 1 2 3 4 5 6 Svetozar Radojčić, IL GRANDE LIBRO DELLE ICONE: Icone della Jugoslavia dal XIII secolo fine del XVII secolo, su monumentaserbica.branatomic.com.
- ↑ Velmans 1972, passim.
- 1 2 Lazarev 1967, p. 317.
- 1 2 Zečević e Gajić 2016, p. 178.
- ↑ Lazarev 1967, pp. 391-392.
- ↑ Radojčić 1963, p. xii.
- 1 2 3 Lazarev 1967, p. 394.
- ↑ Evans 2004, tav. 92 pp. 170-171.
- ↑ Radojčić 1963, p. xiii.
- ↑ (SR) Svetozar Radojčić, Минхенски српски псалтир [Il Salterio serbo di Monaco], in Zbornik Filozofskog fakulteta, vol. 7, University of Belgrade Press, 1963, ISSN 0350-848X.
- ↑ (SR) Vojislav J. Djuric, Slikar Radoslav i freske Kalenića [Il pittore Radoslav e gli affreschi di Kalenić], in Zograf, vol. 2, 1967, pp. 21-29, ISSN 0350-1361.
- ↑ Evans 2004, tav. 168 pp. 283-284.
- ↑ Zečević e Gajić 2016, p. 175.
- ↑ Zečević e Gajić 2016, pp. 179-180.
- ↑ (EN) Ivana Popović, The splendor of Roman ornaments and the jewellery of the Middle Ages, in Bikić 2016, pp. 79-90, 2016.
- ↑ Zečević e Gajić 2016, pp. 180-183.
- 1 2 (SR) Јефимија – прва српска песникиња, su riznica.hilandar.org. URL consultato il 5 agosto 2023.
- 1 2 (EN) Zaga Gavrilović, Women in Serbian politics, diplomacy and art at the beginning of Ottoman rule, in Elizabeth M. Jeffreys (a cura di), Byzantine Style, Religion and Civilization: In Honour of Sir Steven Runciman, Cambridge University Press, 2006, pp. 72–90, ISBN 978-0-521-83445-2.
- ↑ (EN) Miloš Ivanović, Cyrillic Correspondence Between the Commune of Ragusa and Ottomans 1396-1458, in State and Society in the Balkans Before and After Establishment of Ottoman Rule, The Institute of History, Belgrado, 2017, pp. 43–63, ISBN 9788677431259.
- ↑ (EN) Boris Milosavljević, Basic Philosophical Texts in Medieval Serbia (PDF), in Balcanica, vol. 39, 2008, pp. 79-102, DOI:10.2298/BALC0839079M.
- ↑ Ćirković 1992, pp. 100-101.
- ↑ Van Antwerp Fine 1994, p. 510.
- ↑ (EN) Ninoslava Radošević, Laudes Serbiae: The Life of Despot Stephan Lazarević by Constantine the Philosopher, Зборник радова Византолошког института, 1986, pp. 445-451.
- ↑ Ćirković 1992, pp. 123-124.
Bibliografia
Studi
- In italiano
- Sima M. Ćirković, I Serbi nel Medioevo, Jaka Book, 1992, ISBN 9788816601222.
- S. Petković, SERBIA, in Enciclopedia dell'arte medievale, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1999, pp. 555-563.
- In altre lingue
- (EN) Helen C. Evans (a cura di), Byzantium: Faith and Power (1261–1557), Catalogo della mostra al The Metropolitan Museum of Art, Yale University Press, 2004.
- (EN) Slobodan Ćurčić, Religious Settings of the Late Byzantine Sphere, in Evans 2004, pp. 65-94, 2004.
- (SR) Aleksandar Deroko, Monumentalna i dekorativna arhitektura u srednjevekovnoj Srbiji, Naučna knjiga, Belgrado, 1985.
- (SR) Vojislav J. Đurić (a cura di), Моравска школа и њено доба: Научни скуп у Ресави 1968, Filozofski fakultet, Odeljenje za istoriju umetnosti, 1972.
- (FR) Tania Velmans, Infiltrations occidentales dans la peinture murale byzantine au XIVe et au début du XVe siècle, in Đurić 1972, pp.37-48, 1972.
- (FR) Vojislav J. Đurić, La peinture murale de Resava: Ses origines et sa place dans la peinture byzantine, in Đurić 1972, pp.277-291, 1972.
- (SR) Nadežda Katanić, Dekorativna kamena plastika Moravske škole, Prosveta, Republički zavod za zaštitu spomenika kulture, Belgrado, 1998, ISBN 86-07-00205-8.
- (EN) Svetlana V. Mal'tseva, Historiography of the Morava Architecture: Controversial Points of the Study, in S.V. Mal'tseva, E.Iu. Staniukovich-Denisova e A.V. Zakharova (a cura di), Actual Problems of Theory and History of Art: Collection of articles, vol. 8, St. Petersburg University Press, 2018, pp. 742-756, ISSN 2312-2129.
- (FR) Gabriel Millet, L'ancien art serbe: Les eglises, Boccard, Parigi, 1919.
- (SR) Slobodan Mileusnić, Средњовековни манастири Србије [Monasteri medievali della Serbia], Православна реч, 1997, ISBN 9788676392940.
- (EN) Svetozar Radojčić, The Icons of Serbia and Macedonia, Lyle Stuart, 1963.
Consultazione
- In italiano
- Richard Krautheimer, Architettura paleocristiana e bizantina, Einaudi, Torino, 1986, ISBN 88-06-59261-0.
- Viktor Nikitich Lazarev, Storia della pittura bizantina, Ed. it. rielaborata e ampliata dall'A., Einaudi, 1967.
- Cyril Mango, Architettura bizantina, Milano, 1974.
- In altre lingue
- (EN) Charles Bayet, Byzantine Art, Parkstone International, New York, 2014, ISBN 978-1-78310-385-0.
- (EN) Vesna Bikić (a cura di), Processes of Byzantinisation and Serbian archeology, Byzantine heritage and Serbian art, I, Belgrado, 2016.
- (EN) Emina Zečević e Mila Gajić, Byzantine templates and the style of gothic-internationality of Serbian artisanal and artistic expression, in Bikić 2016, pp. 175-184, 2016.
- (EN) Slobodan Ćurčić e Euangelia Chatzētryphōnos (a cura di), Secular Medieval Architecture in the Balkans 1300-1500 and Its Preservation, AIMOS, Salonicco, 1997.
- (EN) Elizabeth Jeffreys, John Haldon e Robin Cormack (a cura di), The Oxford Handbook of Byzantine Studies, Oxford University Press, 2008, ISBN 978-0-19-925246-6.
- (EN) Robert G. Ousterhout, 2.7.2: Churches and Monasteries, in Jeffreys, Haldon e Cormack 2008, 2008.
- (EN) Michele G. Melaragno, An Introduction to Shell Structures: the Art and Science of Vaulting, Van Nostrand Reinhold, New York, 1991, ISBN 978-1-4757-0225-5.
- (EN) John H. Rosser, Historical Dictionary of Byzantium, 2ª ed., Scarecrow Press, Lanham, 2011, ISBN 978-0-8108-7477-0.
- (EN) John Van Antwerp Fine, The Late Medieval Balkans: A Critical Survey from the Late Twelfth Century to the Ottoman Conquest, University of Michigan Press, 1994, ISBN 0472100793.
Collegamenti esterni
- (EN) Moravska škola, su srpskikod.org.
