Stele di Novilara
| Stele con la battaglia navale | |
|---|---|
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| Autore | sconosciuto |
| Data | età del ferro, cronologia discussa |
| Materiale | arenaria |
| Ubicazione | Museo archeologico Oliveriano, Pesaro |

Stele di Novilara è la denominazione convenzionale di un gruppo di lastre in arenaria, figurate e in alcuni casi iscritte, riferite al tratto di costa compreso fra Pesaro e Novilara, nella provincia di Pesaro e Urbino. Il gruppo comprende quattro stele figurate e cinque documenti epigrafici, la cui cronologia è stata complessivamente collocata fra il VII e il V secolo a.C.[1]
La denominazione è largamente convenzionale: di tutti i pezzi uno solo proviene con certezza dalla necropoli di Novilara, mentre gli altri sono stati acquisiti dai musei attraverso il mercato antiquario o in circostanze non documentate.[2] Le iscrizioni, redatte in una lingua non riconducibile a nessuna di quelle note dell'Italia antica, hanno costituito la base per la definizione di un gruppo linguistico detto "nord piceno".
Sull'autenticità di questi documenti sono stati avanzati dubbi fin dagli anni novanta dell'Ottocento, riproposti da Alfredo Trombetti nel 1928; a partire dagli anni duemila la questione è stata riaperta su basi epigrafiche, iconografiche e tecniche, e gli studi più recenti concludono per l'attribuzione dell'intero corpus epigrafico a un falsario ottocentesco.[3]
Composizione del gruppo
Le iscrizioni furono raccolte dal linguista Joshua Whatmough nei Prae-Italic Dialects of Italy (1933) sotto l'etichetta di "Northern East Italic", che ne annoverava sei. Tre sono state successivamente espunte: la cosiddetta bilingue di Pesaro (PID 346), la cui porzione non latina è etrusca senza margini di dubbio, l'iscrizione su tessera d'osso (PID 342), anch'essa avvicinabile all'etrusco, e quella sul bronzetto di Osimo o di Staffolo (PID 347), di aspetto italico. Al corpus è stata invece aggiunta una stele acquistata dal museo di Ancona nel 1911.[2]
I documenti epigrafici comunemente considerati sono quindi quattro:[4]
- la stele di Pesaro (PID 344), frammentaria, conservata al Museo archeologico Oliveriano, l'unica di accertata provenienza da scavo: emerse nel sepolcreto Servici, dove era impiegata come segnacolo funerario, e ne sopravvive la porzione di sinistra di due righe;
- la stele Pigorini I (PID 343), l'unica conservata per intero, con dodici righe di testo su una faccia e una raffigurazione sull'altra;
- la stele Pigorini II (PID 345), frammentaria, con tre righe complete e tracce di una quarta, anch'essa figurata sulla faccia opposta;[N 1]
- la stele di Ancona, frammentaria, con una riga superstite e tracce di una seconda, incise sotto una figurazione.
A questi Valentina Belfiore aggiunge una stele proveniente da Rimini, per alcuni aspetti riconducibile allo stesso gruppo.[1]
Le stele figurate comprendono, oltre alle due del Museo Pigorini che recano anche un testo, la grande lastra anepigrafe con la scena di battaglia navale conservata a Pesaro.[5][N 2]
Storia dei rinvenimenti
Il sito entrò nelle cronache archeologiche nel 1871, quando al congresso di archeologia preistorica di Bologna venne esposta la stele anepigrafe con la naumachia. Il pezzo era affiorato nel 1860 a San Nicola in Valmanente, localita posta all'incirca a mezza via fra Pesaro e Novilara, ed era poi finito al museo Oliveriano. Nel 1866 una lastra analoga per forma, materiale e misure era stata riconosciuta a Novilara nell'orto parrocchiale, dove serviva da tavolo; la si diceva proveniente dai terreni della parrocchia in contrada Tomba.[6]
Nel 1891 Gian Francesco Gamurrini condusse una breve esplorazione nel podere Servici; l'anno successivo Edoardo Brizio avviò una campagna di scavo estesa ai fondi Servici e Molaroni, proseguita fino al giugno 1893, di cui Raniero Mengarelli tenne la direzione sul terreno.[7] Fu in quel contesto che il 12 ottobre 1892 emerse il frammento iscritto PID 344.[8]
Della stele Pigorini I si ebbe notizia sulla stampa nell'autunno dello stesso 1892. L'anno dopo fu Brizio a portarla all'attenzione del Ministero della pubblica istruzione, e il 18 giugno 1893 Felice Barnabei ne dava comunicazione all'Accademia dei Lincei presentandola senz'altro come una scoperta avvenuta nella necropoli di Novilara. Brizio si espresse in termini più cauti: la stele non proveniva dagli scavi governativi ma era stata rinvenuta tre anni prima del loro inizio, e il proprietario si era deciso a mostrarla, per il tramite di una terza persona, solo dopo che il ritrovamento del frammento del sepolcreto Servici era stato annunciato dai giornali come un evento di grande rilievo. Quanto alla provenienza, Brizio riteneva che il pezzo venisse da San Nicola in Valmanente, cioè dalla stessa località della stele con la battaglia navale.[9] Acquistata per lo Stato, la stele passò dapprima al Museo nazionale romano e successivamente al Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini.[10][N 3]
La stele Pigorini II apparteneva al marchese Giovanni Segni di Orvinio. Una commissione ministeriale formata da Luigi Pigorini, Lucio Mariani e Roberto Paribeni ne raccomandò l'ingresso nelle raccolte statali, pur senza riuscire a stabilire in che modo fosse stata trovata né perché si trovasse nella capitale. Il proprietario la diceva venuta da Fano; Mariani, colpito dall'affinità di materiale e di lavorazione con gli altri pezzi, la ricondusse invece a San Nicola in Valmanente. Della stele di Ancona si conosce soltanto la vendita al museo cittadino nel 1911: a cederla fu un impiegato di banca riminese, per il tramite di un intermediario.[11]
Le ricerche nella necropoli proseguirono con Innocenzo Dall'Osso nel 1912 e, dopo altri interventi, con la campagna di emergenza del 2012-2013 legata all'ampliamento dell'autostrada adriatica, che ha indagato l'intero fondo Molaroni portando alla luce 186 sepolture.[12]
Le stele figurate
La stele con la battaglia navale
La lastra conservata a Pesaro presenta una scena articolata in due registri. In quello superiore è una grande imbarcazione a vela spiegata, con l'albero, il pennone e una vela quadra composta da più teli, i rematori lungo la murata, il timoniere a poppa e un uomo addetto alla vela; nel registro inferiore due imbarcazioni minori sono impegnate in uno scontro. La superficie del mare è indicata da una linea continua sotto gli scafi, con pesci allineati al di sotto. Le prue recano polene zoomorfe, probabilmente teste taurine.[13]
La scena è stata letta in almeno tre modi: come celebrazione del commercio marittimo adriatico, come memoria di un atto di pirateria condotto da una nave locale contro imbarcazioni greche, e come ricordo di un'azione militare di un aristocratico locale contro pirati.[14]
Francesco Tiboni ha però osservato che l'organo di governo raffigurato non è il consueto timone laterale a remo dell'antichità mediterranea, bensì un timone unico assiale fissato al dritto di poppa, soluzione che nel Mediterraneo non compare prima del pieno medioevo e si afferma solo nella seconda metà del XII secolo; e che la nave vittoriosa combatte senza albero e lo esibisce invece dopo la vittoria, tattica che presuppone l'introduzione della trireme. Poiché la precisione con cui sono resi albero, vele e timone esclude l'imperizia dell'incisore, Tiboni conclude che la collocazione cronologica tradizionale del monumento debba essere seriamente riesaminata, tanto più che del suo rinvenimento non si conoscono tempi, luoghi e modalità.[15]
Le stele del Museo Pigorini
La faccia figurata della stele Pigorini I si articola in due registri. In quello superiore, sotto un simbolo interpretato come sacrale, due armati si affrontano con la lancia mentre una terza figura di corporatura maggiore, cinta da un perizoma, osserva stringendo un oggetto non identificabile con certezza; ai lati due guerrieri o cacciatori assistono con le armi in posizione inoffensiva, e in basso tre corpi giacciono al suolo, separati dal registro inferiore da due elementi ondulati di significato non chiaro. Il registro inferiore mostra due scene di caccia grossa, con un cacciatore alle prese con un orso e un altro con un grande bovide.[16]
La stele Pigorini II, frammentaria, è divisa in tre fasce: in alto la prua di una nave con un guerriero che imbraccia uno scudo rotondo e, a terra, un secondo guerriero che attinge acqua a una fonte, oltre la quale è un elemento triangolare a reticolo; al centro una scena di vittoria, con un armato che incalza alle spalle tre avversari mentre un quarto giace riverso; in basso un albero con un uccello fra i rami e un leone rampante presso il tronco, due triangoli e una figura umana seduta il cui sguardo incrocia un oggetto in volo.[17]
Lorenzo Braccesi ha proposto nel 2009 una lettura unitaria di entrambe. Nella prima riconosce un sanguinoso rito di passaggio all'età adulta, una prova agonistica di sopravvivenza arbitrata dal personaggio più maturo, funzionalmente accostabile al ver sacrum, al cui superamento seguirebbe l'ammissione alla comunità dei cacciatori adulti. Nella seconda riconosce invece una Iliupersis: il guerriero presso la fonte sarebbe Achille, che secondo una tradizione risalente ai poeti del ciclo e ampiamente svolta da Licofrone fa sgorgare una sorgente balzando a terra sulla spiaggia di Troia; di conseguenza gli armati sulla nave sarebbero Achei, la civetta e il leone personificherebbero rispettivamente Atena ed Eracle, e l'oggetto in volo potrebbe essere un neonato precipitato dalle mura. Braccesi osserva che la circolazione di leggende del ciclo troiano in ambito piceno non sorprenderebbe, essendo state ricondotte a motivi troiani anche le stele daunie.[18]
Le iscrizioni
Tutti i testi hanno andamento sinistrorso e impiegano un'interpunzione che un'analisi preinterpretativa indica come verbale, realizzata per lo più con un trattino orizzontale o obliquo. Il testo della stele Pigorini I occupa dodici righe entro una cornice rettilinea sopra e sotto e ondulata a volute sui due fianchi; le lettere ne seguono l'andamento sinuoso e riempiono per intero lo spazio disponibile, addossate le une alle altre e in qualche caso incastrate fra loro, il che presuppone una progettazione accurata e un'esecuzione di qualità. Delle quarantacinque parole individuate nei quattro testi, quarantuno provengono da questa sola iscrizione.[19]
L'alfabeto è un normale alfabeto greco completo, non un alfabeto "riformato" di matrice etrusca, come mostra la presenza di beta, gamma e omicron; la tipologia di lambda e my rende però verosimile una mediazione etrusca, a condizione di collocarne l'arrivo nella fase in cui in Etruria si insegnava ancora a scrivere partendo dall'alfabeto greco completo, cioè nel VII o al più nei primi decenni del VI secolo a.C.[20] Vi si rilevano tre peculiarità rispetto al modello: un'ypsilon marcata da un diacritico, un secondo segno per sibilante ottenuto modificando il sade, e un terzo segno, dall'aspetto di una R maiuscola, cui si attribuisce concordemente il valore di una occlusiva dentale sonora.[21]
Sul piano linguistico il lessico appare disomogeneo. Alcune parole trovano riscontro nel greco, altre nel latino, altre nell'italico, altre ancora nell'etrusco, e per la stessa parola sono stati proposti confronti divergenti; anche la morfologia è ambigua, perché le uscite in -n, -m e -s ricorrono in tutto il panorama linguistico dell'Italia preromana. L'attribuzione al greco proposta da Vittorio Benini, quella all'italico sostenuta da Mario Lopes Pegna e da Alessandro Morandi, e quella all'etrusco difesa da Elia Lattes e da Francesco Ribezzo sono state tutte giudicate non probanti; contro l'interpretatio etrusca Agostiniani rileva in particolare che la lingua delle stele mostra un sistema vocalico a cinque fonemi e ignora sia la f sia le occlusive aspirate, e che vi mancano la morfologia agglutinante, i genitivi in l e le marche di plurale caratteristiche dell'etrusco.[22]
Un rilievo a parte spetta ai tentativi di Silvio Ferri e Michele Durante, che hanno ipotizzato una complementarità fra il testo e la raffigurazione sul retro: Ferri vi vedeva un funerale, e supponeva quindi che una parte delle parole fossero nomi di caduti in battaglia; per Durante di una cerimonia religiosa, con rotem e isperion intesi come "oriente" e "occidente" e polem isairon come "la città di Pesaro". Agostiniani giudica entrambe le costruzioni tanto eleganti quanto inverificabili.[23] Braccesi, dal canto suo, riconosce nella forma soteri della stele Pigorini II un prestito dal greco riferibile all'epiteto di Zeus Salvatore, e vi collega il culto della romana Salus attestato nel lucus Pisaurensis.[24] Agostiniani osserva però che la corrispondenza con soter e sotris della stele Pigorini I, unica concordanza fra i testi del gruppo, è incerta, perché la sibilante iniziale non è la stessa nelle due iscrizioni.[2]
La questione del "nord piceno"
La localizzazione dei rinvenimenti nel settore settentrionale delle Marche portò a definire questi testi come "nord piceni", in contrapposizione alle testimonianze "sud picene" restituite dalle Marche meridionali; la contrapposizione fu formalizzata da Vittore Pisani nel 1953, muovendo dalla nozione whatmoughiana di Northern East Italic.[1] La denominazione East Italic, che presupponeva un raggruppamento comprendente entrambi i settori, è considerata obsoleta.[2]
Poiché il gruppo linguistico riposa interamente sui documenti di Novilara, il riconoscimento della loro non autenticità ne comporta la dissoluzione: Belfiore ne trae la conseguenza in modo esplicito: caduto anche l'ultimo testo epigrafico, viene meno la categoria stessa di "nord piceno".[25] Chiara Delpino, nel presentare gli scavi 2012-2013, considera ormai caduta l'idea che sul piano epigrafico e linguistico il Piceno si dividesse fra un settore settentrionale e uno meridionale.[26]
La questione dell'autenticità
I dubbi sull'autenticità sono antichi. Già negli anni novanta dell'Ottocento, secondo la testimonianza di Lattes, lo stato di conservazione della stele Pigorini I, eccellente a fronte della natura friabile dell'arenaria, aveva reso esitante più di un visitatore del Museo delle Terme. La questione fu poi sollevata pubblicamente da Trombetti in occasione del primo Congresso internazionale etrusco.[27][N 4]
Nel 2003 Agostiniani ha riaperto la questione su basi epigrafiche e linguistiche, concludendo che la stele di Pesaro va nettamente distinta dalle altre tre, che presentano innovazioni grafiche prive di giustificazione nella pratica scrittoria coeva, testi sostanzialmente oscuri, un lessico eterogeneo e una morfologia dal colore genericamente indoeuropeo. Osservando che tutti e tre i pezzi non da scavo furono oggetto di vendita, e che al gruppo è associato il nome di Wolfgang Helbig, egli ha formulato un caveat sulla loro possibile natura di falsi, precisando che le sue considerazioni non costituiscono una prova, la quale non potrebbe venire che da una ricostruzione documentaria delle circostanze della falsificazione.[28]
In senso opposto si è espresso nel 2008 Pierpaolo Di Carlo, secondo il quale le "incongruenze" paleografiche possono valere come caratteristiche di una tradizione marginale e mal documentata: altre tradizioni marginali dell'Italia antica, come la messapica o alcune scritture greche della Magna Grecia, presentano anomalie analogamente inspiegabili rispetto al canone etrusco-italico senza che se ne metta in dubbio l'autenticità. Di Carlo restringe inoltre il corpus pertinente alle sole PID 343 e PID 344, avanzando seri dubbi sulla stele Pigorini II ed escludendo dalla trattazione quella di Ancona.[29]
La ricerca successiva ha spostato l'argomentazione sul terreno iconografico e tecnico. Nell'ambito di un progetto dell'Università di Innsbruck dedicato ai monumenti litici dell'Italia antica, Belfiore ha riesaminato tecniche di esecuzione e motivi decorativi del gruppo, individuando i modelli cui si ispirano le raffigurazioni.[30]
Sulla faccia figurata della stele Pigorini II due scudi sono ornati da linee radiali e punti. La decorazione non trova riscontro nelle raffigurazioni di armati del VII e VI secolo a.C., dove gli scudi recano di norma episemi figurati oppure motivi a petali e a spirale, come sulle più antiche stele etrusche e su quelle daunie. L'archeologo svizzero Arnold von Salis aveva già osservato che un ornato del genere non compete a uno scudo ma alla ruota di un carro da corsa, e ne aveva concluso che l'incisore avesse frainteso il proprio modello; Belfiore ritiene invece che il fraintendimento sia intenzionale e identifica il modello nelle tavole del volume che Giovanni Carlo Conestabile della Staffa dedicò nel 1874 a due dischi bronzei del museo di Perugia. Quei dischi, noti fin dall'Ottocento e allora riferiti alla protezione del torace o allo scudo, sono stati assegnati all'ornamento femminile solo dal 1990, grazie ai contesti di scavo di località Cretaro ad Avezzano: gli scudi della stele, che appartengono a figure maschili, riproducono quindi un motivo che si è poi rivelato femminile.[31]
Belfiore rileva inoltre che la scena figurata di quella stele impiega motivi propri dell'età orientalizzante, mentre l'iscrizione sulla faccia opposta non può essere attribuita a un momento anteriore alla fine del VI secolo a.C.[32] Sulla faccia figurata della stele con l'iscrizione lunga ha inoltre osservato figure disposte di tre quarti, resa dello spazio che si afferma solo dopo il V secolo a.C., e la presenza di due sagome oblunghe che trovano corrispondenza quasi esatta in un rilievo assiro da Nimrud di età di Tiglatpileser III, dove sono serpenti acquatici, immagine già circolante in riproduzioni a stampa dalla metà dell'Ottocento.[33]
Sul piano tecnico, le rare tracce di degrado sulla stele con l'iscrizione lunga risalgono all'azione di scalpelli, di gradine a due punte e di utensili a punta stellata, e questi ultimi entrano in uso soltanto nell'Ottocento; sulle stele frammentarie i solchi di figure e lettere proseguono oltre la frattura anziché arrestarsi, il che indica che decorazione e testo furono eseguiti su lastre già rotte o danneggiate.[34]
Quanto all'alfabeto, la compresenza di segni propri dell'osco e del messapico, delle lingue sabelliche, del sudpiceno, del greco e dell'etrusco produce una grafia di aspetto etruscoide ma internamente contraddittoria, mentre un vocabolario di aspetto greco innestato su una morfologia a metà strada fra etrusco, italico e greco si colloca bene nel clima creato fra Otto e Novecento dalla fortuna della teoria di una presenza illirica nell'Italia antica. L'argomento decisivo riguarda il sade modificato: la sua forma dipende dal fraintendimento di un noto documento etrusco, il vaso Galassi di Cerveteri, nella lettura che ne diede Corssen nel 1874 e che fu corretta solo da Aldo Neppi Modona nel 1926. La creazione del primo falso novilarese si colloca quindi fra il 1874 e il 1892, anno in cui la scoperta cominciò a essere presentata e discussa.[35] Il termine iniziale coincide con quello indicato, per via del tutto indipendente, dal volume di Conestabile utilizzato come modello per gli scudi.[N 5]
I caratteri anomali condivisi da tutte le iscrizioni del gruppo hanno infine gettato un pregiudizio anche sull'unica proveniente dallo scavo del sepolcreto Servici, che a un approfondimento storico-antiquario risulta emersa dagli strati superficiali. La ricerca antiquaria ha inoltre documentato il coinvolgimento di un individuo determinato nelle acquisizioni delle stele da parte dei musei dell'epoca, persona compresa fra le conoscenze di Helbig.[25]
Stele Pigorini I (PID 343), la faccia con il duello e la caccia
Stele Pigorini I (PID 343), l'altra faccia
Stele Pigorini II (PID 345), la faccia con la nave, gli armati e gli animali
Stele Pigorini II (PID 345), l'altra faccia
Note
Note esplicative
- ↑ Numero di inventario 79897-10575; fu edita da Lucio Mariani nel 1908.
- ↑ La voce riprende la numerazione convenzionale delle iscrizioni introdotta nei Prae-Italic Dialects of Italy (PID) e correntemente usata nella letteratura specialistica.
- ↑ Le collezioni del Museo Pigorini sono oggi parte del Museo delle Civiltà di Roma.
- ↑ Nella letteratura successiva si è spesso affermato che i dubbi fossero stati espressi per la prima volta da Trombetti in quella sede; Agostiniani mostra che risalgono invece al momento stesso dell'acquisizione del pezzo.
- ↑ Le due argomentazioni, quella paleografica sul sade e quella iconografica sugli scudi, muovono da documenti diversi e convergono sullo stesso anno.
Note bibliografiche
- 1 2 3 Belfiore 2026, p. 471.
- 1 2 3 4 Agostiniani 2003, p. 115.
- ↑ Belfiore 2026, pp. 470-474.
- ↑ Agostiniani 2003, pp. 116-119.
- ↑ Braccesi 2009, p. 61.
- ↑ Delpino 2022, p. 211.
- ↑ Delpino 2022, pp. 211-212.
- ↑ Di Carlo 2008, p. 3.
- ↑ Agostiniani 2003, pp. 123-124.
- ↑ Agostiniani 2003, p. 123.
- ↑ Agostiniani 2003, p. 124.
- ↑ Delpino 2022, pp. 212, 217.
- ↑ Tiboni 2009, pp. 400-403.
- ↑ Tiboni 2009, p. 400.
- ↑ Tiboni 2009, pp. 403-405.
- ↑ Braccesi 2009, pp. 61-62.
- ↑ Braccesi 2009, pp. 62-63.
- ↑ Braccesi 2009, pp. 62-64.
- ↑ Agostiniani 2003, pp. 115-117.
- ↑ Agostiniani 2003, p. 117.
- ↑ Agostiniani 2003, pp. 117-118.
- ↑ Agostiniani 2003, pp. 119-120.
- ↑ Agostiniani 2003, pp. 120-121.
- ↑ Braccesi 2009, p. 64.
- 1 2 Belfiore 2026, p. 474.
- ↑ Delpino 2022, p. 229.
- ↑ Agostiniani 2003, pp. 122-123.
- ↑ Agostiniani 2003, pp. 122, 124.
- ↑ Di Carlo 2008, pp. 1-3, 10-11.
- ↑ Belfiore 2019, p. 81.
- ↑ Belfiore 2019, pp. 81-85; Belfiore 2026, p. 472.
- ↑ Belfiore 2019, p. 82.
- ↑ Belfiore 2026, p. 472.
- ↑ Belfiore 2026, pp. 472-473.
- ↑ Belfiore 2026, pp. 473-474.
Bibliografia
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- (DE) Valentina Belfiore, Eine Novilara-Stele und die Bronzescheiben mit geometrischer Verzierung im 19. Jahrhundert, in Simon Hye e Ulrike Töchterle (a cura di), UPIKU:TAUKE. Festschrift für Gerhard Tomedi zum 65. Geburtstag, Bonn, Habelt, 2019, pp. 81-86.
- Valentina Belfiore, Falsi epigrafici 'italici': il caso delle stele di Novilara, in Giuliana Calcani (a cura di), Archeologia e legalità, Roma, Roma TrE-Press, 2026, pp. 469-478, ISBN 979-12-5977-603-7.
- Lorenzo Braccesi, Le stele figurate di Novilara, in Mare Internum. Archeologia e culture del Mediterraneo, vol. 1, 2009, pp. 61-64.
- Chiara Delpino, Recenti indagini nella necropoli di Novilara: dati acquisiti e prospettive di ricerca, in Nicoletta Frapiccini e Alessandro Naso (a cura di), Archeologia Picena. Atti del convegno internazionale di studi (Ancona, 14-16 novembre 2019), Roma, Quasar, 2022, pp. 211-231, ISBN 978-88-5491-321-9.
- Pierpaolo Di Carlo, L'enigma nord-piceno. Saggio sulla lingua delle stele di Novilara e sul loro contesto culturale, collana Quaderni del Dipartimento di linguistica dell'Università di Firenze, Studi 7, Firenze, Unipress, 2008.
- (EN) Francesco Tiboni, The Ships on the Novilara Stele, Italy: Questions of Interpretation and Dating, in The International Journal of Nautical Archaeology, vol. 38, n. 2, 2009, pp. 400-405, DOI:10.1111/j.1095-9270.2009.00238.x.
Approfondimenti
- (DE) Karl Wilhelm Beinhauer, Untersuchungen zu den eisenzeitlichen Bestattungsplätzen von Novilara, Frankfurt am Main, 1985.
- (EN) Valentina Belfiore, Alessandro Naso e Stefano Lugli, Novilara Stelae. A Stylistic, Epigraphical and Technological Study in a Middle Adriatic Epigraphical and Sculptural Context, collana Universitätsforschungen zur prähistorischen Archäologie, 363, Bonn, Habelt, 2021.
- Edoardo Brizio, La necropoli di Novilara, in Monumenti antichi dell'Accademia dei Lincei, vol. 5, 1895, pp. 85-488.
- Alessandro Morandi, Le iscrizioni di Novilara, in Studia Oliveriana, vol. 8-9, 1988-1989, pp. 105-135.
Voci correlate
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