Storia della Cina
La storia della Cina e della sua civiltà ha origine dai piccoli insediamenti sorti lungo le vallate del Fiume Giallo (che è considerato la "culla della civiltà cinese") e del Fiume Azzurro intorno al 3000 a.C.
Le prime informazioni della storia scritta della Cina risalgono alla dinastia Shang (1600-1046 a.C.).[1] Gli ossi oracolari con i primi caratteri cinesi della dinastia Shang sono stati datati attraverso il radiocarbonio al 1250 a.C., servivano a effettuare divinazioni sul futuro e da essi si compiono studi sulla paleografia, filologia dei caratteri e sul cinese antico. La cultura, letteratura e filosofia cinesi iniziarono il loro sviluppo durante la successiva dinastia Zhou (1046-256 a.C.).
La dinastia Zhou cominciò a cedere alle pressioni interne ed esterne durante l'VIII secolo a.C. e la sua abilità nel controllare i signorotti locali, andò indebolendosi fino al punto che il territorio si suddivise in piccoli Stati regionali, dando inizio al periodo delle primavere e degli autunni, che sfociò successivamente nel periodo dei regni combattenti. Nel 221 a.C. Qin Shi Huangdi unificò i bellicosi regni locali e creò il primo Impero cinese. Le successive dinastie della storia cinese svilupparono sistemi burocratici che permisero all'imperatore della Cina di mantenere il controllo dei suoi vasti territori.
L’impero cinese era il terzo più vasto dell’antichità, dopo i soli imperi achemenide e Xiongnu. La sua superficie massima era di 8 milioni di km² sotto la dinastia Han unita (6,5 in seguito).[2] Sotto la dinastia Yuan, cioè il khanato mongolo (1279-1368) durante il quale Marco Polo visitò la Cina, riuscì a raggiungere persino i 15 milioni di km², nel 1330, e la stessa estensione fu mantenuta con i Qing, i successori dei Ming (15 milioni nel 1790; l'ultimo Imperatore abdica nel 1912), mentre si colloca al terzo posto la dinastia Tang (13,72 milioni nel 715).[3][4] Durante la dinastia Tang, la Cina impose il suo sistema tributario a Giappone, Corea e Vietnam, stabilendo un'influenza assoluta in Asia orientale[5][6]. Nel corso della sua storia i vari imperi cinesi furono i più vasti del mondo in almeno 54 occasioni, sotto 49 diverse dinastie fino al XIX secolo.[7][8][9] Globalmente invece la Cina fu il quinto impero più vasto della storia, quattro volte più vasto dell'impero romano di Traiano. Al suo apice governava il 40% della popolazione mondiale, sotto la dinastia Han nel II secolo a.C., risultando in questo il terzo impero per popolazione dopo quello mediano e achemenide. Nell'era moderna, invece, l'impero del Grande Qing governava il 36,6% della popolazione mondiale nel XIX secolo.[2][7][10]
La storia cinese risulta così caratterizzata dall'alternanza di periodi di unità e divisioni. In qualche occasione il territorio fu dominato da popoli provenienti dall'Asia centrale, che furono poi assimilati nella popolazione Han. Influenze culturali e politiche da molte parti del continente asiatico, portate da ondate successive di immigrazione, espansione e assimilazione culturale, sono parte della moderna cultura della Cina.
Preistoria e protostoria
Le culture paleolitiche e neolitiche

I più antichi resti umani finora identificati in Cina sono rappresentati dall'uomo di Yuanmou (Homo erectus yuanmouensis), scoperto nello Yunnan e datato a circa 1,64 milioni di anni fa. Nella Cina settentrionale, la presenza di specie umane è testimoniata dall'uomo di Lantian (Homo erectus lantianensis), un cranio femminile rinvenuto nello Shaanxi e datato tra 1 milione e 750000 anni fa, associato a uno strumentario litico. Il sito di maggiore rilevanza per il Paleolitico inferiore restano le grotte di Zhoukoudian, dove i resti dell'uomo di Pechino (Homo erectus pekinensis), risalenti a un periodo compreso tra 700000 e 230000 anni fa, sono stati rinvenuti insieme a oltre centomila manufatti litici. I dati archeologici suggeriscono che già queste popolazioni dominassero le tecniche di conservazione del fuoco e inserissero regolarmente cibi cotti nella propria dieta.[11] Tra i 200000 e i 40000 anni fa, nel Paleolitico medio, in Cina si diffuse stabilmente anche l'Homo di Denisova, come documentato dalla mandibola di Xiahe, dal cranio di Harbin e dai fossili di Xujiayao.[12] Successivamente le comunità denisoviane si ibridarono con Homo sapiens, giunto in Cina almeno 80000 anni fa come testimoniato dai fossili rinvenuti nella grotta di Fuyan.[13] L'arrivo di Homo sapiens portò nel Paleolitico superiore anche alla diffusione delle industrie microlitiche, sviluppatesi 29000 anni fa lungo il corso Fiume Giallo e poi espanse dalle steppe settentrionali fino all'Altopiano del Tibet e alle regioni meridionali dello Yunnan e del Guangdong.[14]

Indicativamente 12000 anni fa, con la fine dell'ultima glaciazione e l'inizio dell'Olocene, l'innalzamento delle temperature favorì la nascita dell'agricoltura e dell'allevamento stanziale anche nella Cina settentrionale, dove l'economia di sussistenza si incentrò sulla coltivazione del miglio nei terreni fertilizzati dal löss del Fiume Giallo. Lo sviluppo culturale prese avvio nell'area nordorientale con la cultura di Xinglongwa e Hongshan, rinomati per l'eccellenza dei manufatti in giada, fino alle cinte murarie in pietra di Laohushan. Le civiltà del fiume giallo invece si sivlupparono nella Pianura Centrale, che passò dalle prime fasi agricole della cultura di Peiligang a quella di Yangshao, caratterizzata dalla ceramica dipinta, culminando nel centro protourbano fortificato di Taosi. Parallelamente, lo Shandong vide l'evoluzione dalla cultura di Houli a quella di Dawenkou, caratterizzata da vasi bianchi e i primi segni pittografici, fino alla cultura di Longshan con la sua ceramica nera a guscio d'uovo, mentre nell'alto corso del fiume la tradizione pittorica policroma di Majiayao lasciò il passo alla cultura di Qijia, che introdusse la prima metallurgia del rame e del bronzo. Tra il III e il II millennio a.C., l'intensificarsi delle interazioni tra queste culture portò a una precoce rivoluzione urbana e all'elaborazione di segni scritti di tipo pittografico, ponendo le basi strutturali per la successiva fioritura delle prime dinastie storiche della Cina arcaica.[15]
Nel bacino del Fiume Azzurro, la differenziazione geografica impose invece un'agricoltura basata sulla risicoltura nei suoli acquitrinosi della valle, le cui radici affondavano nei siti neolitici di Yuchanyan e Xianrendong, dove riso e vasi di terracotta erano già emersi intorno al X millennio a.C. Lungo questo asse idrografico meridionale, la media valle si distinse per una precoce transizione urbana che, partendo dal substrato della cultura di Pengtoushan, portò agli insediamenti recintati in terra battuta di Shijiahe nel corso del III millennio a.C. Contemporaneamente, la bassa valle espresse società complesse come Hemudu e la cultura di Liangzhu, quest'ultima dedita alla produzione di cong, manufatti in giada usati come beni di prestigio e indicatori di una marcata stratificazione sociale. Questo dinamismo politico e territoriale stimolò la formazione di organizzazioni protostatali complesse, anticipando di almeno un millennio rispetto ai testi classici la nascita delle società di tipo statale, e connesse stabilmente in un unico grande mosaico anche le numerose tradizioni periferiche, montane o costiere, che gravitavano attorno al macro-sistema fluviale, tra cui Baodun nel Sichuan, Karuo in Tibet, Shixia nel Guangdong e Beinan a Taiwan.[15]
La storiografia tradizionale e la dinastia Xia

La storiografia tradizionale della civiltà cinese fu redatta principalmente tra il V secolo a.C. e il III secolo d.C. includendo anche nuclei testuali più antichi, ma comunque non anteriori al XI-VIII secolo a.C. Questi testi furono scritti in un primo momento dagli intellettuali della scuola confuciana, che riorganizzarono i documenti antichi per strutturare un sistema organico e razionale a supporto delle propria filosofia. A partire dal II secolo a.C. i teorici della dinastia Han rilessero questo materiale per legittimare il nuovo assetto sociale e politico, formulando in modo definitivo dottrine fondamentali come la successione dinastica e il mandato celeste all'interno di una cornice unitaria. Lo Shujing (lett. "Classico dei documenti"), la cui redazione è tradizionalmente attribuita a Confucio, poneva agli inizi della storia due soli saggi sovrani: Yao e Shun. Il epoca Han lo storico Sima Qian, nel suo monumentale Shiji (lett. "Memorie di uno storico"), ampliò questo quadro elencando cinque sovrani predinastici: Huangdi, Zhuanxu, Ku oltre a Yao e Shun. successivamente alla serie dei cinque sovrani vennero anteposti altri tre sovrani predinastici, i cosiddetti "tre augusti", comunemente identificati in Fuxi, Nuwa e Shennong. Le figure dei tre augusti e cinque imperatori assunsero una funzione di unificazione genealogica, venendo descritti come i progenitori comuni dei fondatori delle prime dinastie.[16]
La dinastia Xia (夏S, XiàP), 2070-1600 a.C. circa, è la prima dinastia ereditaria cinese, sviluppatasi quando sul territorio apparvero le prime forme statali all'interno di una società fortemente stratificata in cui l'agricoltura, la tecnica, l'artigianato e l'arte videro un forte impulso. Regnò su una vasta area attraversata dal Fiume Giallo, comprendente le attuali regioni dell'Henan e Shandong a est, Shanxi a ovest, l'Hubei a sud e l'Hebei a nord. Il primo sovrano fu il grande Yǔ, ricordato soprattutto per le grandi opere di regolazione delle acque. La dinastia governò con diciassette sovrani che si susseguirono per quattordici generazioni. L'ultimo sovrano, il corrotto Jie, fu detronizzato da Shang Tang che diede inizio alla dinastia Shang. Anche se oggetto di una vasta tradizione orale, la reale esistenza e storicità di questa dinastia fu a lungo messa in dubbio e fu ipotizzato fosse solo stata creata dal mito. Alla fine degli anni cinquanta gli importanti ritrovamenti archeologici nel sito di Erlitou (città di Yanshi, nello Henan) chiarirono di molto le cose. Durante la dinastia vide la luce una propria cultura collocabile tra la cultura di Longshan e quella Shang antica. L'esistenza di un'organizzazione statale sembra dimostrata dalle fondamenta di enormi palazzi a Erlitou. Tali opere non sarebbero state possibili senza mezzi coercitivi e l'utilizzo di abbondante manodopera. La società era fortemente gerarchizzata e questo è riscontrabile nella differenza delle tombe e delle abitazioni. Economicamente la cultura Xia era basata sull'agricoltura. Erano prodotti attrezzi agricoli, vasellame in terracotta e in bronzo; venivano praticati i sacrifici umani. Non sono note le cause della fine della cultura Xia.
La Cina pre-imperiale (1600-221 a.C.)
Dinastia Shang (c. 1600-1046 a.C.)

La dinastia Shang (商朝), detta anche dinastia Yīn (殷代) (circa 1650 a.C.-1046 a.C.), è la seconda dinastia cinese, ma solo la prima di cui si abbiano conferme storiche, e regnò sulla parte nordorientale della Cina, nella valle del Fiume Giallo. La dinastia Shang seguì la semi-mitica dinastia Xià e precedette la dinastia Zhōu.
La dinastia Shang sarebbe stata fondata da un comandante che si ribellò all'ultimo sovrano della dinastia Xià. La civiltà Shang era basata sull'agricoltura e praticava la caccia e l'allevamento di animali. Aveva anche sviluppato un complesso sistema di scrittura, nonché tecniche di fusione del bronzo e di produzione di vasellame molto avanzate.
Le Memorie di uno storico di Sima Qian affermano che la capitale della dinastia Shang cambiò sei volte. L'ultimo e il più importante trasferimento fu quello nella città di Yin Xu, nel 1350 a.C., che segnò l'età d'oro della dinastia. La denominazione di dinastia Yin è diventato un popolare sinonimo di dinastia Shang.
A quanto risulta dalle ultime scoperte archeologiche cinesi, la dinastia Shang ebbe inizio nel 1766 a.C. quando Shang Tang rovesciò Jie, l'ultimo sovrano della dinastia Xia, ristabilendo la pace e istituendo un governo più umano. Durante questo periodo dinastico la città più importante fu Yin che divenne capitale e centro sociale-economico della Cina settentrionale.
La forma di governo era teocratica con a capo una successione di re le cui principali funzioni erano forse rituali più che politiche. Il trono era ereditario e venne trasmesso di padre in figlio per trenta generazioni, con i nomi dei sovrani che vennero registrati da Sima Qian.
Alla dinastia Shang succedette la dinastia Zhou (1046-256 a.C.) al termine della battaglia di Muye.
Dinastia Zhou (1046-256 a.C.)
Alla fine del II millennio a.C. la dinastia Zhou cominciò ad affermarsi nella valle del Fiume Giallo sconfiggendo la dinastia Shang. Originariamente era un popolo che viveva nella regione a ovest del regno degli Shang e il sovrano degli Zhou, il re Wu, era stato nominato protettore occidentale dai re Shang.
Sconfitti gli Shang nella battaglia di Muye (1046 a.C.), il re Wu diede inizio alla dinastia Zhou che, con le sue sottodinastie, ebbe la più lunga durata tra le dinastie cinesi, regnando dal 1046 al 256 a.C. Re Wu invocò il concetto di "mandato divino" per legittimare la sua presa di potere, concetto che fu fondamentale per legittimare il regno di quasi tutte le dinastie seguenti.
Durante la dinastia Zhou maturò la filosofia cinese, con personalità come Confucio e Laozi, fondatori del confucianesimo e del taoismo, che influenzarono il pensiero cinese fino ai giorni nostri.
Periodo delle primavere e degli autunni (770-454 a.C.)
Il periodo delle primavere e degli autunni (春秋時代) fu un periodo della storia cinese dal 770 a.C. al 454 a.C. Prende il nome dalle cronache di quel tempo, gli Annali delle primavere e degli autunni, tradizionalmente attribuiti a Confucio, che narrano gli avvenimenti dello Stato di Lu dal 770 a.C. al 481 a.C.
In realtà il periodo delle primavere e degli autunni (Chunqiu) termina nel 454 a.C., anno in cui il principato di Jin si divide in tre Stati indipendenti (Han, Wei e Zhao). In questo periodo i capi militari locali al servizio della dinastia Zhou ingaggiarono una guerra interna allo scopo di affermare la propria egemonia. La situazione si aggravò inoltre ulteriormente con l'invasione di alcune popolazioni straniere provenienti da nord-ovest, tra cui i barbari del Quanrong, che costrinse gli Zhou a spostare la capitale più a est, da Hao a Luoyang. Ebbe così inizio la seconda era della dinastia Zhou: la dinastia Zhou orientale.
Emersero sette Stati principali, in perenne lotta tra loro: Han, Zhao, Wei, Yan, Qin, Qi e Chu; i prìncipi (wáng) di quegli Stati detenevano tutto il potere, ma continuarono solo formalmente a servire la dinastia dominante.
Fu questo un periodo molto ricco per lo sviluppo della filosofia cinese; sorsero infatti, in risposta ai profondi cambiamenti del mondo politico, le cosiddette Cento scuole di pensiero, così come alcuni fra i più influenti movimenti (il confucianesimo, il taoismo, il legismo e il moismo).
Periodo dei regni combattenti (475-221 a.C.)
Con Stati combattenti o regni combattenti o Zhan Guo (cinese: 战国; pinyin: Zhànguó) si indica il periodo storico cinese che va dal 475 a.C. al 221 a.C.
Il periodo dei regni combattenti vide numerosi Stati – Han, Wei, Zhao, Qi, Qin, Yan e Chu – combattere per la supremazia nell'antica Cina. A imporsi fu lo Stato di Qin, che per raggiungere questo scopo ricorse a ogni mezzo: dallo scontro militare alla manovra diplomatica, dall'inganno all'assassinio degli avversari.
La fase conclusiva del processo di unificazione ebbe inizio con l'ascesa al trono di Qin del re Ying Zheng nel 247 a.C., sovrano dalle rare capacità organizzative e dall'eccezionale senso strategico, che conquistò nell'ordine: Han (230 a.C.), Wei (225 a.C.), Chu (223 a.C.), Zhao e Yan (222 a.C.) e Qi nel 221 a.C., unificando così la Cina e dando inizio alla dinastia Qin. Ying Zheng si rinominò Qin Shihuangdi, nome che si rifaceva agli antichi sovrani mitici.
Il periodo dei regni combattenti vide il fiorire della lavorazione del ferro, che sostituì il bronzo nelle armi. La sfera d'influenza della cultura cinese si allargò ad aree come lo Shu (l'attuale Sichuan) e lo Yue (l'odierno Zhejiang).
La fondazione dell'Impero: i Qin e gli Han (221 a.C. - 220 d.C.)
Il primo imperatore cinese e la dinastia Qin (221-206 a.C.)

Nel 247 a.C. Ying Zheng divenne re dello Stato di Qin e ben presto, grazie alle sue grandi doti strategiche, a un forte esercito e spesso ricorrendo all'inganno e all'assassinio degli avversari, sconfisse gli altri sei regni che occupavano il territorio cinese: Zhao, Han, Wei, Yan, Qi e Chu (vedi la voce Guerre di unificazione dello stato di Qin).
Con la sconfitta di Qi, nel 221 a.C. Ying Zheng realizzò infine l'unificazione della Cina e assunse il titolo di Qin Shi Huang Di ("primo imperatore della dinastia Qin"). Questo atto fu una sfida alla tradizione perché fino ad allora i termini Huang e Di erano stati utilizzati esclusivamente per indicare i grandi imperatori della più remota antichità, che avevano dato origine alla civiltà. Ying Zheng si poneva così sul loro stesso piano, sottolineando il fatto che non aveva bisogno della tradizione per legittimare il proprio potere. Si accinse quindi a realizzare una serie di riforme, sotto il consiglio del primo ministro legista Li Si, che avrebbero lasciato un'impronta indelebile nella storia cinese. L'antica aristocrazia venne infatti esautorata, le famiglie nobili furono costrette a trasferirsi nella capitale Xianyang, l'intero territorio venne diviso in distretti raccolti in governatorati e tutte le unità di misura vennero unificate così come la moneta e la scrittura. Per favorire la comunicazione tra le diverse regioni venne imposto un unico scartamento assiale per i carri e fu costruita un'ampia rete stradale per un totale di circa 6000 km.
Shi Huang Di produsse un rinforzamento delle difese settentrionali del Paese innalzate per proteggere il territorio dalle incursioni dei cosiddetti barbari Hsiungnu. L'opera, secondo il grande storico cinese Sima Qian, venne affidata al generale Meng Tian (蒙恬S, Méng TiánP) e al suo esercito di 300 000 uomini. L'obiettivo imperiale doveva essere quello di collegare i vari pezzi di muraglia già esistenti ottenendo, come risultato, la Grande Muraglia. Affinché nessuno potesse dubitare della sua autorità invocando la tradizione, Shi Huang Di accolse la proposta di Li Si e nel 213 a.C. decretò che tutti i testi antichi fossero bruciati per cancellare il ricordo del passato, fatta eccezione per quelli di argomento scientifico e tecnico.
I fattori che determinarono la caduta della dinastia furono numerosi: innanzitutto la frenesia con cui Shi Huang Di aveva attuato la sua politica e la spietatezza dei metodi punitivi da lui adottati, come il principio della responsabilità collettiva (se una persona commette un reato, tutto il suo clan di appartenenza ne sarebbe stato colpevole). Migliaia di contadini erano stati costretti ad abbandonare i campi per andare a combattere o per partecipare ai lavori di costruzione della Grande Muraglia, delle strade, dei canali e dei palazzi imperiali. Le realtà locali furono sconvolte anche a causa dell'unificazione della moneta e del sistema di scrittura.
La dinastia non sopravvisse alla morte del suo primo imperatore nel 210 a.C., il governo non fu in grado di gestire la situazione e l'azione della corte fu pressoché paralizzata da intrighi di corte e lotte per il potere. A seguito di un complotto attuato dal primo ministro Li Si e dall'eunuco Zhao Gao, l'erede al trono fu costretto a suicidarsi. Zhao Gao si sbarazzò anche di Li Si, che fu imprigionato e messo a morte. Al trono fu posto Er Huang Di ("secondo imperatore"), secondogenito di Shi Huang Di, che venne anch'egli presto ucciso. Il potere passò a Ziying, nipote del primo Imperatore, il quale non osò assumere il titolo di "terzo imperatore".
Mentre il governo era dilaniato da lotte intestine, nel 209 a.C. scoppiò una grande rivolta popolare che si espanse per tutto l'Impero. Le forze principali dei ribelli erano comandate da Xiang Yu, che nel 206 a.C. ottenne la resa di Qin, mise a sacco la capitale e fece uccidere l'imperatore Zi Ying, e da Liu Bang, che trasferì la capitale a Chang'an e, nel 206 a.C., si proclamò imperatore della nuova dinastia Han, assumendo in seguito il nome di Gao Zu.
L'età classica cinese e la Dinastia Han (206 a.C. - 220 d.C.)
Questo periodo comprende gli anni della Dinastia Han Occidentale (206 a.C.-9 d.C.) e Orientale (25-220 d.C.) e quelli dell'usurpazione della Dinastia Xin (9-23 d.C.). La dinastia Han (漢朝T, 汉S, HàncháoP) governò la Cina dal 206 a.C. al 220 d.C. Fu preceduta dalla dinastia Qin e seguita dal periodo dei tre regni. La dinastia Han diede in seguito anche il suo nome alla popolazione etnica cinese per differenziarsi dalle numerose altre minoranze etniche presenti in Cina.
La dinastia fondata dalla famiglia Liu (劉T, 刘S, LiúP) regnò sulla Cina per quattro secoli diffondendo la sua influenza sul Vietnam, l'Asia centrale, la Mongolia e la Corea.
Durante la dominazione Han il confucianesimo divenne la filosofia ufficiale di Stato e l'agricoltura e il commercio prosperarono, tanto che la popolazione raggiunse i cinquanta milioni di abitanti, di cui tre milioni abitavano la capitale Chang'an (長安T, 长安S), di fatto la più grande metropoli del suo tempo. La dinastia Han venne anche interrotta per un periodo che va dal 9 d.C. al 25 d.C. durante il quale il sovrano Wang Mang instaurò una nuova dinastia, la dinastia Xin, con una politica basata sugli ideali dei classici confuciani, ma la dinastia declinò rovinosamente colla morte del sovrano avvenuta nel 23 d.C.[17]
La dinastia Han si divide in due periodi: il primo detto dinastia degli Han anteriori (前漢T, Qian HanP) o anche dinastia Han occidentali (西漢T, Xī HànP) fiorì dal 206 a.C. al 9 d.C. ed ebbe come capitale Chang'an. Il secondo periodo è definita dinastia degli Han posteriori (Hou Han 後漢) o anche dinastia Han orientali (Dong Han 東漢) dal 25 d.C. al 220 d.C. con capitale Luoyang, più a est rispetto a Chang'an, da cui il nome dinastico. Attualmente si predilige la distinzione tra orientali e occidentali per evitare confusione con la meno nota dinastia degli Han posteriori del periodo delle cinque dinastie e dieci regni, sebbene gli storici cinesi, come Sima Guang, abbiano utilizzato l'altra distinzione.
Durante la dinastia Han si ebbero grandi progressi intellettuali, letterari, artistici e scientifici. Fu perfezionata la scoperta della carta, tanto da poterla utilizzare quale supporto per la scrittura e soppiantare così il precedente sistema su seta o su piccole liste di bambù. Durante questa dinastia visse il più famoso storico cinese, Sima Qian (司馬遷) (145 a.C.-86 a.C.), il cui Shiji (史記) o Memorie storiche fornisce tavole genealogiche, biografie e cronache dai tempi dei sovrani leggendari fino ai tempi dell'imperatore Wudi 漢武帝(141 a.C.-87 a.C.).

La forza militare della dinastia Han permise all'impero di espandersi a occidente nella pianura desertica del Tarim, dove erano situate le città-stato e i principati dei Tocari, Saci e Sogdiani nella provincia del Xinjiang-Uigur, attualmente di etnia prevalentemente uigura. In questo modo la via della seta veniva resa sicura fino al Pamir, ai confini con la Battriana, nell'odierno Afghanistan.
Anche il Vietnam settentrionale e la Corea furono invasi dagli eserciti Han. In questo periodo si sviluppa il sistema di tributi in base al quale stati periferici indipendenti o semi-indipendenti pagano una sorta di omaggio formale di sottomissione alla Cina, inviano doni e stabiliscono sistemi di commercio regolato, in cambio della pace e del riconoscimento alla legittimità al governo locale. Anche l'invio di principesse cinesi servì a mantenere l'equilibrio diplomatico con i vicini, soprattutto con le tribù e le confederazioni nomadi del nord, in particolare con i Xiongnu e i Wusun.
Il Medioevo cinese e il periodo di disunione (220-589)
Con il periodo dei tre regni inizia il cosiddetto "Medioevo cinese", che comprende anche il periodo dei sedici regni (dinastia Jin) e il periodo delle dinastie del Nord e del Sud. Il termine del Medioevo cinese è dunque il 589, anno di riunificazione della Cina per opera della dinastia Sui[18].
I caratteri in comune tra il Medioevo cinese e quello europeo sono[19]:
- un lungo periodo di anarchia e di guerre continue;
- il ritorno alle economie di sussistenza; il fervore religioso (cristiano in Europa, buddista in Cina),
- il ruolo unificante della religione e della cultura in un contesto politico completamente mutato,
- la continuazione dell'idea imperiale (in Europa gli eredi dell'idea imperiale furono l'imperatori bizantini e in Cina la dinastia Jin orientale)
- il ruolo dei barbari, responsabili della fine dell'impero, ma poi, assorbita la cultura precedente, protagonisti di una restaurazione imperiale.
Tre regni (220-280)

Il periodo dei tre regni (cinese semplificato: 三国; cinese tradizionale: 三國; Pinyin Sānguó) è un periodo della storia della Cina. In senso strettamente accademico si riferisce al periodo tra la fondazione del regno Wei nel 220 e la conquista del regno Wu da parte della dinastia Jìn nel 280. Molti storici cinesi fanno comunque risalire l'inizio di questo periodo all'insurrezione dei Turbanti Gialli nel 184.
Dinastia Jin e periodo dei sedici regni (265-420)
Dopo il periodo dei tre regni la riunificazione avvenne sotto la dinastia Jìn, che può essere divisa in due fasi: la dinastia Jìn occidentale (265-316), che fu in grado di unificare la Cina, e la dinastia Jìn orientale (317-420), che continuarono a governare il sud della Cina.
Nell'anno 263 le truppe del regno Wei conquistavano lo Stato di Shu, cosicché i tre regni divennero due. Nel 265 Sima Yan, della prestigiosa famiglia Sima, discendente di Sima Qian, sconfisse l'imperatore Wei, togliendo così il potere alla famiglia Cao e instaurando la dinastia Jìn. Nell'anno 280 i Jìn conquistarono il regno di Wu, di modo che riuscirono a riunificare sotto la nuova dinastia l'antico impero Han.
La riunificazione non durò molto tempo. La corte Jìn in Luoyang fu sempre più minacciata dai popoli nomadi del nord che avevano formato vari stati e avevano una grande tradizione militare; difatti riuscirono a conquistare le capitali della dinastia Jìn: Luoyang nel 311 e Chang'an nel 316. Così lo Stato Jìn scomparì dal nord della Cina, che rimase diviso in ben sedici regni.
La conquista del nord da parte dei popoli nomadi o seminomadi provocò un importante esodo della popolazione verso il sud. La corte Jìn si ricostituì nella città di Jiankang, molto più a meridione, vicino alla attuale Nanchino, dove continuarono a governare fino al 420.
Gli storici cinesi hanno così dato il nome di "periodo dei sedici regni" all'epoca compresa fra il 304 e il 439, durante la quale il nord della Cina attraversò una fase di frammentazione politica e di caos. Questi sedici regni inoltre erano retti da popoli di etnia non cinese.
Periodo delle dinastie del Nord e del Sud (440-589)

Fu un altro popolo di etnia non cinese, i tuoba, coloro che riuscirono a unificare il nord della Cina sconfiggendo tutti questi piccoli Stati e proclamando la dinastia Wei del Nord nel 440. Con il settentrione unificato la Cina rimase divisa in due Stati: quello a nord, nel quale si succederanno le cosiddette dinastie settentrionali: Wei del Nord, Wei dell'Est, Wei dell'Ovest, Qi del Nord e Zhou del Nord; e un altro al sud, nel quale, essendo sconfitto l'ultimo imperatore Jin nel 420, si succedettero quattro dinastie nella corte di Jiankang: Song, Qi, Liang e Chen.
La rinascita imperiale: i Sui e i Tang (581-907)
Dinastia Sui (581) e riunificazione della Cina (589-618)
La dinastia Wei cadde nel 534. Il Nord sprofondò nuovamente nel caos finché il nobile Yang Jian (morto nel 604) sbaragliò tutti i suoi rivali e riuscì a fondare la dinastia Sui (581-618). Sebbene abbia avuto vita breve, l'impero Sui si distinse per alcuni successi significativi, il principale dei quali fu la riunificazione della Cina: Yang Jian ebbe infatti il grande merito di portare il Sud sotto la giurisdizione di un impero che aveva il suo fulcro di potere nel Nord.
Suo figlio, Sui Yangdi, passò alla storia come un sovrano inetto, dedito alle donne e al vino più che alla politica; sotto il suo regno l'impero visse un rapido declino. Tuttavia fu proprio Yangdi a dare un contributo fondamentale alla riunificazione del paese: ordinò infatti la costruzione del Canale imperiale, una grandiosa opera di ingegneria che congiungeva una serie di canali preesistenti, collegando la bassa Valle dello Yangzi a Chāng'ān (l'attuale Xī'ān) tramite il Fiume Giallo (Huáng Hé). Il Canale, che fu poi deviato ed esteso verso nord quando Bĕijīng divenne capitale della dinastia Yuan, rimase la principale via di comunicazione tra la Cina settentrionale e meridionale fino al tardo Ottocento.
Dopo aver promosso tre campagne militari in territorio coreano, conclusesi tutte in modo disastroso, Yangdi divenne molto impopolare, tanto che dovette affrontare varie rivolte e infine morì assassinato nel 618 per mano di uno dei suoi più alti funzionari.
Dinastia Tang (618-907)
Caratterizzata da una straordinaria fioritura letteraria, la dinastia Tang è considerata da molti storici l'età d'oro dell'impero cinese. Una testimonianza della prolifica produzione poetica dell'epoca (618-906) è offerta dalla raccolta di oltre 48.000 composizioni intitolata Le trecento poesie T'ang (Einaudi, Torino 1961), tanto amata dai cinesi che non è raro sentirne citare alcuni versi nel corso delle più svariate conversazioni.
Successore di Sui Yangdi fu uno dei suoi più illustri generali, Li Yuan, che conquistò la capitale, fondò la dinastia Tang e nell'arco di un decennio si liberò di tutti gli aspiranti eredi al trono. Per impedire che si venissero a ricreare centri di potere regionali in opposizione al governo centrale, l'impero fu suddiviso in 300 prefetture (zhōu) e 1500 distretti (xiàn), secondo un assetto amministrativo che, con qualche modifica, è mantenuto ancora oggi.
La politica intrapresa da Li Yuan fu proseguita dal figlio, il famoso Taizong (626-49), celebrato dai confuciani di epoca posteriore come modello di sovrano virtuoso, per il rapporto che lo legava al suo saggio ministro Wei Zheng (580-645). Allo stesso tempo la relazione dell'imperatore con la bella Wu Zetian (che successivamente si diede il nome di Wu Zhao) sembrava esemplificare i peggiori errori in cui un governatore potesse incorrere.
In seguito alla morte di Taizong, la sua concubina Wu (625-705) divenne sempre più influente a corte, tanto che nel 690 riuscì a fondare una propria dinastia, i Zhou: fu l'unica donna in tutta la storia cinese a ricoprire ufficialmente il ruolo di imperatrice. Nota per la sua spietatezza (si dice che abbia fatto uccidere persino il figlio), Wu Zhao fu tuttavia capace di portare l'impero alla sua massima espansione, annettendo vasti territori a nord della Grande Muraglia e spingendo i confini occidentali fino al cuore dell'Asia centrale. La ricca collezione di testi e dipinti custodita a Dūnhuáng, nel Gānsù, testimonia l'intensità dei traffici commerciali che si svolgevano lungo la Via della Seta in direzione dell'India, della Persia e del Mediterraneo. Nel corso dei secoli VII e VIII, le principali città, tra cui la capitale Cháng'ān, il porto fluviale di Yángzhōu e il porto marittimo di Guǎngzhōu, erano affollate di mercanti stranieri. In seguito l'imperatrice trasferì la capitale a Luòyáng, che vantava una posizione più facilmente accessibile ai rifornimenti.
Sul piano della politica interna, Wu rinnovò l'apparato burocratico, sostituendo ad alcuni funzionari di origine aristocratica gli scolari che avevano superato gli esami di stato. La sua devozione al buddhismo, tuttavia, suscitò l'ostilità dei funzionari confuciani che, nel 705, la costrinsero ad abdicare a favore di Xuanzong.
Prese le redini del potere, l'imperatore Xuanzong riportò la capitale a Cháng'ān e ricostituì le guarnigioni permanenti, affidandone il comando ad alcuni generali scelti tra i gruppi etnici minoritari che popolavano le frontiere dell'impero. Tale strategia, motivata dalla convinzione che questi personaggi, lontani dagli intrighi di corte e dalla vita politica centrale, non potessero covare idee sovversive e premeditare colpi di stato, si rivelò fallimentare: infatti fu proprio un generale di origine per metà turca e per metà sogdiana posto a capo delle truppe di stanza nel Nord ad approfittare della situazione per scatenare una ribellione. La cosiddetta rivolta di An Lushan (questo era il nome del generale) si sviluppò su ampia scala, tanto che raggiunse la capitale, e si protrasse per circa otto anni, costringendo alla fuga moltitudini di persone e mietendo innumerevoli vittime.
Sebbene non avesse raggiunto l'obiettivo di rovesciare la dinastia Tang, la ribellione ebbe importanti ripercussioni, comportando il declino dell'aristocrazia e la contemporanea ascesa di una classe militare di mercenari, il cui sostegno era indispensabile per la sopravvivenza della corte. L'impero dipese sempre più dal Sud e cominciò a chiudere le porte all'Asia centrale e occidentale. Riaffiorarono idee e culti del passato, in particolare si manifestò un rinnovato attaccamento al confucianesimo, destinato a reimporsi come dottrina di stato sotto i Song. Il buddhismo, invece, fu bandito dall'imperatore Wuzong dall'842 all'845; sebbene tale divieto sia stato in seguito abolito, la religione non riconquistò mai più in Cina il prestigio e l'ampio seguito di cui aveva goduto nella prima fase della dinastia.
Nel corso dei secoli VII e IX l'impero Tang andò incontro a un lento declino. Sul confine nord-occidentale i tibetani sconfissero le truppe imperiali, mentre a sud il regno di Nanzhao, che aveva la capitale a Dàlǐ, nello Yúnnán, cominciò ad avanzare mire espansionistiche sul Sìchuān. Inoltre nella regione centrale del Fiume Yangzi e nel Zhèjiāng l'imposizione di tasse sempre più gravose e il contemporaneo verificarsi di una serie di calamità naturali provocarono tra la popolazione rurale un diffuso malcontento che culminò nella rivolta di Huang Chao (874-84). Il paese sprofondò nel caos, finché, nel 907, la capitale dell'impero Tang cadde.
Periodo delle cinque dinastie e dieci regni (907-960)
Dopo la fine della dinastia Tang, con la fondazione della dinastia Liang nel nord della Cina, inizia una fase di instabilità in cui, in un breve periodo, si succedettero cinque dinastie nel settentrione della Cina (dinastia Liang posteriore, dinastia Tang posteriore, dinastia Jìn posteriore, dinastia Han posteriore e dinastia Zhou posteriore); mentre nel sud apparirono dieci regni indipendenti. Questa epoca, dal 907 al 960, è conosciuta dagli storici cinesi come il periodo delle "cinque dinastie e dieci regni", o semplicemente delle "cinque dinastie".
La svolta Song e le dinastie del nord (960-1279)
La dinastia Song settentrionale (960-1127)
Al crollo dell'impero Tang seguì un altro periodo di frammentazione che si concluse con l'instaurazione della dinastia dei Song settentrionali (960-1127). Si trattava di un impero piuttosto piccolo stretto tra due regni barbarici, quello della dinastia Liao (che controllava una striscia di territorio a sud della Grande Muraglia), con il quale aveva rapporti pacifici, e quello della dinastia Xixia, che invece premeva sul confine nord-occidentale. Nel 1126 la capitale dei Song, Kāifēng, cadde nelle mani di un terzo popolo non cinese, i jurchen, che in passato si erano schierati a fianco dei Song contro i Liao. La corte si trasferì allora a sud, stabilendo la nuova capitale a Hángzhōu: cominciò così il periodo dei Song meridionali (1127-1279).
Antenati dei Manciù, i jurchen fondarono la dinastia Jin, la cui capitale si trovava nei pressi dell'odierna Pechino, e stipularono con i Song meridionali un trattato che riconosceva quale confine dei due regni il Fiume Huái. Tuttavia pretesero dai loro «vicini» il pagamento di tributi sotto forma di seta, tè e argento.
L'impero Song, sia settentrionale sia meridionale, tuttavia è considerato dagli storici un'epoca di grande vitalità economica e culturale. Furono compiuti notevoli progressi in campo scientifico, in particolare nell'archeologia, nella matematica, nell'astronomia, nella geografia e nella medicina, ma fiorirono anche discipline quali la filosofia, la poesia, la pittura e la calligrafia. La diffusione della risicoltura, a partire dall'VIII secolo, comportò non solo un aumento della produzione agricola, ma anche un'eccedenza della manodopera, che poté così essere reimpiegata in attività fino ad allora marginali, come quella mineraria, e in settori già sviluppati, come la produzione di ceramiche e la tessitura della seta. Si iniziarono anche a coltivare piante da tè e alberi della lacca e furono inventati la polvere da sparo e il carattere mobile. Altri importanti passi avanti furono compiuti nella fabbricazione della carta e nell'industria tipografica e gli intensi traffici commerciali con il Sud-est asiatico e il Giappone consentirono ai Song di esportare valuta in rame sempre più lontano.
Tutti questi progressi agevolarono l'urbanizzazione e l'ascesa della classe dei mercanti. Sotto i Song settentrionali, Kāifēng, popolata dai nuovi ricchi e sempre meno controllata dalla classe aristocratica in decadenza, si affermò come un dinamico centro politico, commerciale e culturale. Alcune restrizioni imposte dai Tang furono abolite e la popolazione urbana acquisì sempre maggiore libertà: in seguito alla revoca del coprifuoco, nelle città fiorì la vita notturna e Hángzhōu, capitale dei Song meridionali, attraversò una fase di vero e proprio splendore, tanto che divenne nota in tutto l'impero per la sua insuperabile bellezza, reputazione di cui gode tuttora.
Sotto la dinastia Song, inoltre, agli apici della scala sociale emerse un nuovo ceto, destinato a contraddistinguere la realtà cinese fino al XIX secolo, ossia finché il confucianesimo si impose come dottrina di stato. Si trattava di un'élite di burocrati, che avevano ottenuto la loro carica dopo aver studiato a lungo per superare tutta una serie di prove scritte: i Song avevano infatti perfezionato ed esteso il sistema degli esami, fissando come principale criterio di selezione dei funzionari amministrativi la conoscenza dei testi classici confuciani.
La dinastia Song meridionale e le dinastie del nord (1127-1279)
Mentre i letterati Song erano impegnati a speculare sui codici morali, in Mongolia cominciava a emergere la figura di Gengis Khan (1167-1227). Figlio di un capotribù, iniziò la sua trionfante ascesa al potere per vendicare l'assassinio del padre e nel 1206 fu nominato capo supremo di tutti i mongoli. Questo popolo, disprezzato per alcuni costumi giudicati frutto di ignoranza e povertà, aveva già sfidato più volte i cinesi, ma senza alcun successo. Nel 1211 Gengis Khan volse nuovamente lo sguardo verso l'impero cinese, due anni dopo si aprì una breccia nella Grande Muraglia e nel 1215 conquistò Bĕijīng (Pechino). Combatté la dinastia Jin a nord-est, sbaragliò la resistenza del regno Xixia a ovest e avanzò verso la Russia. Ai suoi discendenti lasciò il nucleo del futuro impero mongolo, i cui confini nel periodo di massimo splendore arrivarono fino all'Ucraina, alla Persia, alla Corea e ai margini settentrionali del Vietnam.
La dinastia Jin cadde nel 1234, mentre Hángzhōu, la capitale dei Song meridionali, fu conquistata nel 1276. La corte fuggì e l'impero Song crollò definitivamente nel 1279.
La dominazione mongola: la dinastia Yuan (1271-1368)
Dinastia Yuan e il khanato mongolo (1279-1368)
Fu il nipote di Gengis, Kublai Khan, a fondare la dinastia Yuan e a regnare sull'impero più esteso della storia cinese. Gli stranieri furono facilmente inglobati in questa immensa realtà multietnica e, in seguito alla riapertura delle vie terrestri, nel continente asiatico giunsero numerosi missionari e mercanti europei, il più famoso dei quali fu Marco Polo. I mongoli fondarono la capitale, Khanbalig, nel sito dove oggi sorge Běijīng, ma dello splendido palazzo del khan oggi resta soltanto un'enorme urna di giada custodita nel Parco Beihai.
Kublai Khan suddivise la popolazione in quattro gruppi, i nan, ossia i cinesi della Cina meridionali, gli han, ovvero gli abitanti della Cina settentrionale, i semu, comprendendo i vari stranieri provenienti dall'Asia occidentale e centrale e i mongoli, riservando a questi ultimi i posti al vertice dell'apparato amministrativo. Il sistema degli esami imperiali fu ripristinato nel 1315, ma le quote favorivano fortemente i mongoli e i loro alleati non cinesi, suscitando il risentimento dei letterati han.
Pur eccellendo nell'arte militare, a livello politico ed economico i sovrani Yuan non seppero gestire adeguatamente un impero tanto vasto e presto si trovarono a dover affrontare una insormontabile opposizione: intorno alla metà del XIV secolo, dopo meno di un secolo di dominio mongolo, nella Cina settentrionale e centrale esplosero le prime rivolte.
Un ruolo fondamentale nell'organizzazione delle ribellioni che scossero l'impero Yuan fu svolto da società segrete e sette religiose, tra le quali spiccò quella dei Turbanti Rossi, seguaci di una religione sincretica in cui confluivano elementi tratti da buddhismo, manicheismo, taoismo e confucianesimo. Nel 1367 Zhu Yuanzhang, orfano e novizio buddhista, prese le redini della rivolta e l'anno seguente fondò la dinastia Ming, riportando nelle mani dell'etnia han il controllo dell'impero.
La restaurazione autoctona: la dinastia Ming (1368-1644)
L'ascesa dei Ming
Uomo di scarsa cultura, Zhu Yuanzhang dimostrò grandi doti di leader e si rivelò un sovrano abile e forte, seppur spietato. Sebbene sia ricordato soprattutto per il suo dispotismo (nel corso di due epurazioni dell'apparato amministrativo fece uccidere circa 10.000 funzionari insieme alle loro famiglie), si impegnò molto per riportare la Cina al passato splendore dopo la caduta degli Yuan.
Yuanzhang stabilì la capitale a Nánjīng, ma già agli inizi del XV secolo la corte si era nuovamente trasferita a Běijīng. La città fu infatti sottoposta a grandi lavori di ricostruzione sotto l'imperatore Yongle, sul trono dal 1403 al 1424, al quale si deve anche l'iniziativa di far realizzare la Città Proibita, il maestoso palazzo imperiale che si può ammirare tuttora inalterato nella struttura. A sud della città fortificata sorse un grande quartiere commerciale e residenziale, a sua volta racchiuso da mura nel 1522. Běijīng mantenne questo aspetto fino alla metà del XX secolo.
Sul piano della politica estera, i primi imperatori Ming trascurarono l'Asia centrale, rivolgendo le proprie mire verso il Sud-est asiatico. In particolare Yongle, che aveva fatto precipitare la Cina in una guerra civile dopo aver usurpato il potere al nipote, tentò di crearsi le credenziali di sovrano intraprendendo un'ambiziosa politica espansionistica orientata oltremare: nel 1405 lanciò la prima di sette grandi spedizioni marittime. Al comando del generale eunuco Zheng He (1371-1433), la flotta imperiale, costituita da oltre 60 vascelli di dimensioni maggiori e 255 navi più piccole, trasportò 28.000 uomini verso terre remote. Nel corso della quarta e della quinta spedizione, compiute rispettivamente nel 1413 e nel 1417, le navi raggiunsero Aden. Fine principale di questi viaggi era imporre il pagamento di tributi a nuovi stati: alla capitale giunsero persino due ambasciate diplomatiche dall'Egitto.
L'isolamento e l'arrivo dei primi europei
Nel 1439 i mongoli invasero l'impero Ming, riuscendo a catturare e a tenere in prigionia per un anno l'imperatore. A seguito di questo evento, i sovrani adottarono una strategia di isolamento e rafforzarono i confini: nella seconda metà del XV secolo la Grande Muraglia fu estesa di quasi 1000 km, raggiungendo la straordinaria lunghezza per la quale è considerata una delle più imponenti opere architettoniche mai realizzate. La costa, tuttavia, era più difficile da difendere tanto che, intorno alla metà del XVI secolo, i governatori dovettero compiere sforzi immani per tenere lontani i pirati dal paese.
In questo periodo sbarcarono in Cina anche alcuni europei. I Ming non chiusero le porte a questi stranieri e nel 1557 concessero ai portoghesi il diritto di stabilire una base commerciale a Macao. Insieme ai mercanti cominciarono presto ad arrivare anche i missionari, in particolare i gesuiti che, guidati dall'indomito Matteo Ricci, penetrarono nell'entroterra e riuscirono persino a insediarsi a corte, dove suscitarono grande ammirazione per le loro conoscenze scientifiche e per l'abilità con cui stampavano i canoni. La presenza portoghese aprì la Cina ai contatti commerciali diretti con il Nuovo Mondo. Ciò permise l'importazione di nuove colture, quali patate e mais, e l'esportazione di prodotti cinesi tra cui tè, ceramiche e porcellane. Il commercio divenne un'importante attività economica, alla quale diedero impulso anche le banche istituite dai mercanti. Proprietari terrieri e fittavoli presero l'abitudine di vivere lontani dalle loro terre e la migrazione dalle campagne verso le città si intensificò.
Il declino dell'impero Ming
L'impero Ming era minato dal potere acquisito dagli eunuchi e dalle rivalità tra i funzionari di alto rango. Per mantenere l'ordine occorrevano fermezza e autorità, doti che invece sembravano mancare ai sovrani Ming. Zhu Houchao, sul trono dal 1505 al 1521, arrivò ad affidare la gestione degli affari di stato al capo degli eunuchi pur di avere più tempo da dedicare alle concubine. Sotto un suo successore, Tianqi (1621-28), il potere era nelle mani dell'eunuco Wei Zhongxian (1568-1627), il quale epurò i vertici della burocrazia e promosse un culto della personalità facendo erigere templi in proprio onore.
In un contesto storico sfavorevole, la mancanza di una leadership forte ebbe conseguenze deleterie per la sopravvivenza della dinastia Ming. Infatti in Manciuria si consolidò lo stato militarizzato dei jurchen, fondatori della dinastia Qing. Contemporaneamente, una serie di inondazioni e siccità aveva ridotto allo stremo vaste aree della Cina settentrionale, favorendo fenomeni di banditismo, che sfociarono poi in aperte ribellioni. Nel 1644 Pechino cadde definitivamente ad opera di un contadino ribelle di nome Li Zicheng, che occupò il trono imperiale per un solo giorno, trascorso il quale fu costretto alla fuga dalle truppe cinesi, schieratesi a fianco dei mancesi.
L'ultimo Impero: la dinastia Qing (1644-1912)
L'ascesa mancese

Nei primi anni del XVII secolo il clan Jurchen degli Aisin Gioro, sotto il comando di Nurhaci conquistò l'egemonia sui popoli Jurchen, arrivando a unificare tutte le tribù della Manciuria nel 1616. Nel 1618, con la proclamazione delle "Sette lagnanze", Nurhaci diede inizio all'offensiva aperta contro la dinastia Ming. Attraverso un'accorta azione diplomatica, il Nurhaci ottenne il supporto dei mongoli orientali, mentre sul piano interno avviò una profonda centralizzazione dello Stato; per indebolire i clan tradizionali istituì il sistema delle "bandiere", divisioni amministrative che accentravano il potere militare, economico e politico. Il figlio di Nurhaci, Huang Taiji, proseguì l'opera del padre e nel 1636 fondò ufficialmente la dinastia Qing, riprendendo l'offensiva contro l'impero Ming. La svolta decisiva avvenne però nel 1644, un mese dopo la caduta di Pechino per mano dell'esercito ribelle di Li Zicheng. I Manciù, guidati dal reggente Dorgon, strinsero un'alleanza strategica con il generale lealista Ming Wu Sangui: il 27 maggio 1644, a seguito della battaglia del passo Shanhai, l'esercito di coalizione rovesciò l'effimera dinastia Shun fondata dai ribelli e impose il dominio della dinastia Qing sull'intera Cina, con l'insediamento a Pechino del giovane imperatore Shunzhi.[20]

Nonostante la presa di Pechino e il progressivo riconoscimento della nuova dinastia da parte della maggioranza dei vertici politici e militari, la transizione non fu immediata. I lealisti della dinastia Ming migrarono in massa verso le regioni meridionali, in particolare nel Guangdong, dando vita a un movimento di resistenza armata. Questa opposizione, sebbene costantemente indebolita da rivalità e lotte intestine, riuscì a protrarsi fino al 1661 con la cattura e la resa di Yǒnglì, l'ultimo imperatore Ming.[21] Nei fatti anche dopo la sconfitta dei Ming, il controllo diretto da parte dei Qing si fermava al Fiume Azzurro, nelle regioni più meridionali il potere era gestito dai generali cinesi, che godevano di molta autonomia dal potere centrale. Tra questi signori della guerra il più potente era Wu Sangui, che nel 1673 si rivoltò contro l'imperatore Kangxi, che intendeva estendere il dominio centrale verso lo Yunnan. La cosiddetta rivolta dei Tre Feudatari, dopo gli inziali successi subì un forte arresto nel 1678, in seguito alla morte di Wu Sangui, estinguendosi definitivamente nel 1681. L'ultima minaccia al potere della dinastia Qing fu la rivolta del generale lealista Ming Coxinga, che nel 1662, dopo la vittoria nell'assedio di Forte Zeelandia e la sconfitta degli olandesi a Taiwan, era riuscito a rifugiarsi nell'isola fondando il Regno di Tungning. I Qing allora instaurarono un embargo contro l'isola, che portò Taiwan sotto il dominio della dinastia Qing, dopo la vittoria nella battaglia di Penghu del 1683.[22]
L'apogeo dei Qing

Alla morte di Shunzhi nel 1661, l'aristocrazia mancese impose una brusca battuta d'arresto alla sinizzazione delle istituzioni. La svolta si compì con la presa del potere da parte del giovane Kangxi, che per centralizzare lo Stato e indebolire l'oligarchia mancese si alleò con l'élite burocratica e intellettuale cinese. Promotore del neoconfucianesimo, fu tollerante verso il buddismo e inizialmente aperto verso le missioni gesuitiche a Pechino, poi osteggiate in seguito alla "controversia dei riti cinesi" del 1705. Kangxi durante il suo regno promosse lavori infrastrutturali come le opere per regolamentazione delle acque del Fiume Giallo e la manutenzione del Gran Canale. L'ascesa al trono di Yongzheng (1723-1735) invece portò a un governo più centralizzato, che sottomise la burocrazia al potere imperiale e ridusse l'influenza politica della nobiltà cinese, riabilitando al contempo le classi sociali più marginalizzate. L'imperatore risanò le finanze pubbliche, rimuovendo le esenzioni fiscali della gentry, e razionalizzò gli stipendi dei funzionari contrastando la corruzione. Pur dimostrando un'apertura verso le fedi orientali e il buddismo tibetano, Yongzheng mantenne un atteggiamento ostile nei confronti dei missionari cristiani. Il culmine dell'espansione territoriale dell'Impero Qing fu però raggiunto da Qianlong (1735-1796). Oltre alle conquiste militari l'imperatore si dedicò a un'importante attività di mecenatismo, ma al contempo attuò una vasta opera di censura attraverso l'inquisizione letteraria. Le lunghe campagne militari e le ingenti spese di corte logorarono negli ultimi anni del suo regno le finanze dello Stato, mentre la corruzione indebolì l'apparato burocratico.[23]


La dinastia Qing, dopo aver ottenuto il dominio sulla Cina, estesero la loro influenza verso le tribù nomadi dell'Asia centrale e della Manciuria. Nel frattempo la conquista russa della Siberia portò nel 1653 allo scontro con i Qing, che arrestarono l'avanzata russa nell'area dell'Heilongjiang, la parte meridionale del bacino dell'Amur. Il timore cinese di una potenziale alleanza tra i l'Impero russo e il Khanato degli Zungari, portò i cinesi a stabilizzare i confini e i rapporti con i russi, arrivando a stipulare il trattato di Nerčinsk (1689) e successivamente il trattato di Kjachta (1727). Alla fine del XVII secolo I Qing ottennero la sottomissione dei khalkha, mentre del 1696 inflissero la prima sconfitta agli zungari. Nel 1720 le armate Qing scacciarono gli zungari dal Tibet, che furono sconfitti definitivamente nell'Ili nel 1757, quando l'imperatore Qianlong ordinò il massacro sistematico della loro nobiltà. La sollevazione delle comunità musulmane locali prima sottomesse agli zungari, fu repressa nel 1759 con l'annessione dell'intera area, ribattezzata Xinjiang ("Nuova Provincia"). Negli ultimi decenni del XVIII secolo, l'attivismo militare della dinastia Qing si spinse fino ai confini meridionali dell'Impero, arrivando a sottomettere Birmania (1769), Vietnam (1788) e Nepal (1792). Al culmine del suo splendore, l'Impero Qing esercitava una sovranità senza precedenti tra le dinastie della storia cinese.[24]

Tra il 1741 e il 1794 la popolazione cinese passò da 143000000 a 313000000, potendo contare sul miglioramento delle tecniche agricole, sull'introduzione di nuove colture dal Nuovo Mondo e sullo sviluppo di un'efficiente rete di distribuzione interna. Parallelamente aumentarono le colture da esportazione come il tabacco, la canna da zucchero, il tè e il cotone, spingendo province ricche come il Guangdong a riconvertire i campi e a importare il riso dall'estero. La stabilità interna consentì anche l'espansione delle manifatture storiche, come la seta di Suzhou e la porcellana di Jingdezhen. Per quanto riguarda la proprietà fondiaria nel 1669, l'imperatore Kangxi ridistribuì le terre terre pubbliche appartenute alla nobiltà Ming ai contadini, e varò una riforma del fisco basata esclusivamente sulla proprietà terriera, che sarà poi estesa a tutto l'Impero da Yongzheng e Qianlong. La crescita demografica portò alla sinizzazione della Manciuria, e alla colonizzazione agraria delle province meridionali come lo Yunnan, il Guizhou e e il Guangxi, a discapito delle popolazioni locali. Le città maggiori e più sviluppate rimasero quelle del Jiangnan, affacciate sul oceano e dedite al commercio come Suzhou e Yangzhou. L'espansione delle città mercantili venne favorita anche dalle politiche liberiste di Yongzheng e Qianlong, che consentirono ai mercanti di estendere i loro traffici a livello internazionale raggiungendo la Mongolia e il Sud-est asiatico, dove fondarono persino la Repubblica di Lanfang nel Borneo.[25] Il fulcro del commercio internazionale però divenne la città di Canton, dove stabilirono uffici commerciali dei mercanti inglesi (1699), francesi (1728) e statunitensi (1784). Tra il 1781 e il 1793, il valore delle merci acquistate dagli occidentali, come tè, seta e porcellana, superò di circa sei volte quello dei beni venduti, generando un forte deficit commerciale per il Regno di Gran Bretagna e un enorme afflusso di introiti per le casse imperiali. Per correggere questo squilibrio dovuto al "sistema di Canton" il governo britannico tentò la via diplomatica inviando a Pechino diverse delegazioni tra il 1793 e il 1834.[26]
L'imperialismo occidentale e le rivolte interne

Agli inizi del XIX secolo i mercanti britannici si trovarono in difficoltà a esportare la propria manifattura in Cina, decisero allora di intensificare lo smercio dell'oppio prodotto dalla Compagnia britannica delle Indie orientali nel Bengala. La diffusione della droga, oltre ai danni sociali, drenò l'argento dall'economia cinese provocando la svalutazione del rame e mettendo così in gravi difficoltà i contadini. Nonostante i divieti imperiali, tra il 1800 e il 1838 lo smercio dell'oppio aumentò di venti volte, portando con sé anche l'aumento della corruzione e della criminalità organizzata. Per fronteggiare la situazione, nel 1839 l'imperatore Daoguang (1820-1850) inviò a Canton il commissario plenipotenziario Lin Zexu, che contrastò alla diffusione dell'oppio, anche con il sequestro dei carichi britannici. L'evento provocò l'immediata reazione della Gran Bretagna, che scatenò la prima guerra dell'oppio, conclusasi con la capitolazione cinese dopo l'occupazione di Canton, Shanghai e Ningbo. La pace venne sancita nel 1842 dal trattato di Nanchino, il primo dei cosiddetti "trattati ineguali" imposti dalle potenze straniere alla Cina. I successivi accordi bilaterali di Humen (1843) con la Gran Bretagna, Wanghia (1844) con gli Stati Uniti, e Whampoa (1844) con la Francia, modificarono radicalmente la sovranità doganale e giuridica della Cina. Alle potenze straniere furono date delle concessioni territoriali autonome e Hong Kong fu ceduta alla Gran Bretagna, mentre i porti cinesi furono riaperti al libero commercio con dazi doganali limitati al 5%, provocando il collasso dell'economia rurale locale, già in difficoltà per la crescita demografica.[27]

La crisi provocò, già sul finire del XVII secolo, il fiorire di società segrete religiose che offrivano protezione ai ceti emarginati, diffondendo ideali di egualitarismo socio-economico e promuovendo rivolte contro la dinastia Qing, come ribellione del Loto Bianco del 1796. L'ulteriore aggravio delle condizioni socioeconomiche provocò nel 1850 la rivolta dei Taiping. Guidata da Hong Xiuquan, un carismatico intellettuale di etnia Hakka che si proclamava fratello minore di Gesù, la rivolta unì contadini, artigiani e minoranze discriminate sotto un'ideologia sincretica e monoteista. I Taiping fondarono un vero e proprio stato indipendente, il Regno Celeste della Grande Pace, stabilendo la capitale a Nanchino. Il nuovo regime teocratico introdusse riforme rivoluzionarie di uguaglianza ed emancipazione femminile, ma le lotte interne e la pressione degli eserciti regionali, sostenuti da contingenti mercenari anglo-francesi, portarono alla soppressione dei Taiping nel 1864.[28] Nella seconda metà del XIX secolo le rivolte interne si moltiplicarono. Contemporaneamente alla rivolta dei Taiping l'autorità imperiale dovette affrontare anche la rivolta dei Nian (1851-1868), mentre la lunga rivolta dei Dungani (1862-1877) coinvolse le popolazioni musulmane dello Shaanxi, del Gansu, del Ningxia e dello Xinjiang. Nel complesso, tra il 1860 e il 1885 la Cina contò un centinaio di insurrezioni, che indebolirono l'Impero causando decine di milioni di vittime.[29]

Nel 1856, Gran Bretagna e Francia sfruttarono le rivolte interne della Cina per scatenare la seconda guerra dell'oppio. Dopo alcuni scontri, ed essere entrati nella capitale, gli anglo-francesi imposero i trattati di Tientsin (1858) e la convenzione di Pechino (1860), ottenendo ulteriori privilegi commerciali, ma scatenando una forte xenofobia popolare. La Russia sfruttò questa debolezza per annettere parte dell'Heilongjiang con il trattato di Aigun (1858), dello Xinjiang con il trattato di Tarbagatai (1864), per poi occupare l'Ili nel 1871 e definire i confini con il trattato di Livadia (1879) e il trattato di San Pietroburgo (1881). In questo periodo la manifattura locale crollò a causa dei vantaggi fiscali delle merci occidentali, diffuse da grandi intermediari cinesi. Gli anglo-francesi conquistarono anche i tradizionali stati tributari della Cina: la Birmania divenne una colonia britannica, mentre i francesi colonizzarono il Vietnam, monopolizzando l'economia della Cina meridionale.[30] Per tentare di fermare il declino cinese, l'imperatore Tongzhi (1861-1875) varò una serie di riforme che diedero inizio un "movimento di autorafforzamento" dell'Impero, guidato dall'applicazione delle tecniche occidentali. Durante la restaurazione Tongzhi si svilupparono le prime industrie pesanti cinesi e ci fu una parziale restaurazione dell'economia agraria, mentre sul piano istituzionale fu creato lo Zongli Yamen per gestire più efficacemente i rapporti con le potenze occidentali. In una seconda fase (1872-1885) le grandi imprese furono poste sotto il controllo statale attraverso i capitalisti cinesi, ma nonostante alcuni progressi furono la loro crescita fu limitata dalla mancanza di capitali e manodopera specializzata.[31]
La colonizzazione e la caduta dell'Impero

Nella seconda metà del XIX secolo anche l'Impero giapponese si rivelò essere una minaccia vitale per la dinastia Qing, specialmente dopo l'invasione di Taiwan (1874) e del Regno delle Ryūkyū (1879), e la firma di "trattati ineguali" con la Corea della dinastia Joseon, tradizionalmente stato tributario dell'Impero cinese. Nel 1894 il Giappone invase la Corea, provocano l'intervento della Cina e lo scoppio della prima guerra sino-giapponese, da cui la Cina uscì confitta nel 1895 con la firma del trattato di Shimonoseki. Il trattato fu però contestato dal Triplice Intervento di Francia, Germania e Russia, che obbligarono le truppe giapponesi al ritiro dalla penisola di Liaodong. La debolezza dell'Impero cinese consentì alle potenze occidentali di moltiplicare le loro concessioni territoriali, che nei primi anni del XX secolo erano gestite da Germania, Gran Bretagna, Russia, Giappone, Francia, Belgio, Italia e Austria-Ungheria, oltre che a estendere le proprie reti ferroviarie in funzione coloniale. Il malcontento popolare verso l'occupazione straniera fu canalizzato dalla Società di giustizia e concordia, che nel 1899 diede inizio alla ribellione dei Boxer. Con il supporto dell'imperatrice vedova Cixi, nell'estate del 1900 i boxer scatenarono l'assedio delle legazioni occidentali, sedato dall'arrivo dei contingenti dell'alleanza delle otto nazioni con l'occupazione di Pechino e l'invasione russa della Manciuria. Con firma nel 1901 del protocollo dei Boxer all'Impero cinese fu di fatto privato dell'autonomia finanziaria, inoltre la Manciuria fu spartita nel 1904 con la guerra russo-giapponese, mentre nello stesso anno avvenne anche la spedizione britannica in Tibet.[32]
A livello interno, la sconfitta inferta dal Giappone, spinse nel 1898 l'imperatore Guangxu e i modernisti dai Kang Youwei ad avviare la cosiddetta "riforma dei cento giorni", inizialmente sostenuta del generale Yuan Shikai, e poi interrotta da un colpo di Stato condotto dall'Imperatrice vedova Cixi e dai conservatori. Parallelamente, si affermò una corrente occidentalista radicale che considerava il passato cinese un ostacolo allo sviluppo, rintracciando l'origine della potenza occidentale nelle sue istituzioni politiche. I sostenitori di questa posizione si rifugiarono nella colonia britannica di Hong Kong e in Giappone, dove nel 1905 Sun Yat Sen fondò la Tongmenghui, una società segreta volta a superare definitivamente le istituzioni imperiali cinesi basandosi sull'ideale dei "Tre Principi del Popolo": nazionalismo, democrazia e benessere.[33] La svolta conservatrice intrapresa dall'imperatrice vedova Cixi, nel tentativo di salvare la dinastia Qing e la giustificazione del "mandato del cielo", non riuscì a bloccare il processo delle riforme istituzionali e delle trasformazioni economico-sociali. La riforma dell'esercito nei fatti frammentò l'organizzazione militare a livello provinciale, portando alla rinascita dei signori della guerra, mentre le riforme amministrative e istituzionali non furono sufficienti a fare recuperare la fiducia verso l'impero alla gentry, che si orientò invece verso l'ideale repubblicano. Nonostante le divisioni interne, tra il 1907 e il 1911 la Tongmenghui promosse ben otto insurrezioni, l'occasione decisiva avvenne però nell'ottobre 1911, con lo scoppio della rivolta di Wuchang che portò nel 1912 alla caduta dell'Impero.[34]
Il periodo repubblicano (1912-1949)
La transizione repubblicana e l'ascesa di Yuan Shikai

La rivoluzione cinese ebbe inizio il 10 ottobre 1911 con la rivolta di Wuchang, promossa da organizzazioni che puntavano a rovesciare la dinastia Qing tra cui spiccava la Tongmenghui di Sun Yat-sen. L'insurrezione si estese rapidamente, spingendo la corte imperiale a nominare primo ministro il generale Yuan Shikai nel tentativo di salvare la monarchia. Tuttavia, i rivoluzionari offrirono al generale la presidenza della futura repubblica in cambio dell'appoggio del Nuovo Esercito. Il 1º gennaio 1912 venne proclamata a Nanchino la Repubblica di Cina con Sun Yat-sen presidente provvisorio, carica che cedette poco dopo allo stesso Yuan Shikai.[35] Il secolare sistema imperiale crollò definitivamente il 12 febbraio 1912 con l'abdicazione del giovanissimo imperatore Pu Yi, evento che portò all'autonomia o all'indipendenza immediata di territori periferici come il Tibet, lo Xinjiang e il Khanato di Mongolia.[36]
In vista delle elezioni del dicembre 1912 per l'Assemblea nazionale, Sun Yat-sen trasformò il suo movimento nel Kuomintang (Partito Nazionalista Cinese), che ottenne la vittoria elettorale. La transizione democratica fu però interrotta nel marzo 1913 dall'assassinio del primo ministro designato Song Jiaoren, a cui seguì una svolta autoritaria di Yuan Shikai. Il presidente sciolse il parlamento, mise fuorilegge il Kuomintang e represse duramente la seconda rivoluzione attuata dai nazionalisti. Convinto della necessità di un potere centralizzato per garantire l'ordine, Yuan avviò nel 1915 un progetto di restaurazione imperiale proclamandosi imperatore; il tentativo sollevò tuttavia una vastissima opposizione popolare e militare, che sfociò nella cosiddetta guerra di protezione nazionale, che terminò solo con la morte del generale il 6 giugno 1916. La scomparsa di Yuan Shikai lasciò la Cina in una profonda instabilità politica, frammentando il paese sotto il controllo di diverse fazioni militari guidate dai signori della guerra.[37] Nel frattempo, nonostante la neutralità, il coinvolgimento nella prima guerra mondiale aggravò la fragilità del paese: nel 1914 l'Impero giapponese occupò il Kiao-Ciao tedesco, nello Shandong, e l'anno successivo impose all'imperatore le "ventuno richieste", che estesero l'influenza nipponica sulla Cina.[38]
Il periodo dei signori della guerra e la riunificazione

Il vuoto di potere successivo al 1916 inaugurò il periodo dei signori della guerra, in cui comandanti militari si contesero le massime cariche della repubblica. Molti stravolsero il panorama politico divisi in fazioni derivate dall'Corpo d'armata del Pei-yang di cui era stato comandante Yuan Shikai, tra cui spiccavano la cricca di Anhui di Duan Qirui, la cricca di Zhili di Feng Guozhang e la cricca del Fengtian in Manciuria. Nel 1917 l'esercito stroncò un effimero tentativo di restaurazione Manciù del generale Zhang Xun, dando il via a una serie di conflitti aperti tra le "cricche". Nel frattempo, Sun Yat-sen fondò a Canton la Giunta di Protezione Costituzionale a capo del Movimento di protezione della costituzione per riunificare il paese, ma l'ostruzionismo dei generali meridionali, focalizzati sulla propria autonomia, fece fallire il progetto.[39] Verso la fine della prima guerra mondiale, il primo ministro Duan Qirui dichiarò guerra alla Germania con il sostegno nipponico, sperando di recuperare lo Shandong. Tuttavia, la conferenza di Versailles assegnò la provincia al Giappone, scatenando per protesta il movimento del 4 maggio 1919.[40]

Questo sentimento scontento radicalizzò la politica: Sun Yat-sen rifondò nel 1919 il Kuomintang e nel 1921 nacque a Shangai il Partito Comunista Cinese. Nel 1924 i due partiti siglarono il "Fronte Unito" e, grazie ai finanziamenti sovietici, istituirono l'Accademia militare di Whampoa sotto la guida di Chiang Kai-shek, dove fu costituito l'esercito rivoluzionario. Tra il 1924 e il 1925 l'esercito rivoluzionario consolidò il governo nazionalista di Canton sconfiggendo il generale del Guangdong Chen Jiongming. Nell'autunno del 1924, il colpo di Pechino di Feng Yuxiang aprì uno spiraglio diplomatico, ma il tentativo di riunificazione fallì con la morte di Sun Yat-sen il 12 marzo 1925. La sua scomparsa scatenò forti tensioni sociali, culminate nel movimento del 30 maggio, e una profonda crisi politica interna al Kuomintang si diffuse un clima di tensione tra i sostenitori e gli antagonisti del Fronte Unito, che sfociarono nella "crisi di marzo" del 1926. Il 1º luglio 1926 Chiang Kai-shek avviò la spedizione del Nord contro i signori della guerra Wu Peifu e Zhang Zuolin, conquistando entro il 1927 le province meridionali. Al termine di questa fase, i contrasti interni al Fronte Unito tra comunisti e nazionalisti divennero insanabili, al punto che tra l'11 e il 12 aprile 1927, Chang Kai-shek represse brutalmente le milizie operaie nel massacro di Shanghai, dissolvendo il Fronte Unito e costringendo i comunisti alla clandestinità. I nazionalisti proseguirono soli verso nord: dopo la fuga e l'uccisione di Zhang Zuolin per mano di ufficiali giapponesi nell'incidente di Huanggutun, presero Pechino, formalizzando l'unificazione del paese sotto il nuovo governo di Nanchino il 10 ottobre 1928.[41]
Il decennio di Nanchino e la guerra civile

Saliti al potere, i nazionalisti ridisegnarono lo Stato secondo i principi di Sun Yat-sen, sebbene il sistema si caratterizzasse per una forte centralizzazione e per la personalizzazione del potere nelle mani del generalissimo Chiang Kai-shek. Nonostante la formale riunificazione, il governo centrale dovette muovere guerra ai comandanti provinciali tra il 1929 e il 1931 per ridurne le truppe, ma la frammentazione persistette.[42] Parallelamente si aggravò l'espansionismo giapponese: il 18 settembre 1931 l'incidente di Mukden offrì il pretesto per l'invasione giapponese della Manciuria e la creazione dello stato fantoccio del Manciukuò. La reazione popolare si tradusse nel boicottaggio delle merci nipponiche e in scontri armati a Shanghai all'inizio del 1932. Tra il 1933 e il 1935 l'avanzata giapponese proseguì quasi incontrastata, costringendo Nanchino al penalizzante armistizio di Tanggu, poiché il governo nazionalisti preferì concentrare le forze contro i comunisti anziché contrastare l'invasore esterno.[43]

Il Partito Comunista Cinese (PCC), costretto alla clandestinità dal 1927, istituì l'Armata Rossa e creò diverse basi rurali basate sul modello dei soviet. Nel novembre 1931 nacque la Repubblica Sovietica Cinese, un vero e proprio anti-Stato che introdusse la riforma agraria e la legge sul matrimonio nelle aree controllate. Per eliminare questa minaccia, Nanchino lanciò cinque "campagne di accerchiamento"; se le prime quattro fallirono, la quinta (1933-1934) portò allo smantellamento delle basi rosse. Nell'ottobre 1934 i comunisti, guidati da Mao Zedong, intrapresero la drammatica "Lunga marcia" verso il nord-ovest, resistendo per oltre un anno ad attacchi e guerriglie prima di ricongiungersi, stremati, nello Shaanxi. Dal 1936 la città di Yan'an divenne il nuovo quartier generale del PCC, che avviò negoziati con i nazionalisti per un'alleanza anti-giapponese. Nel dicembre 1936 Chiang Kai-shek, mentre era impegnato a lanciare un ulteriore attacco contro i comunisti, fu rapito dal generale Zhang Xueliang nell'incidente di Xi'an; l'evento, unito alle pressioni dell'Unione Sovietica sul PCC, portò alla fine della guerra civile e alla nascita del Secondo Fronte Unito anti-giapponese. Le ostilità riesplosero il 7 luglio 1937 con l'incidente del ponte di Marco Polo, dando inizio alla seconda guerra sino-giapponese.[44]
L'occupazione giapponese e la rivoluzione comunista

L'avanzata nipponica nella seconda guerra sino-giapponese fu fulminea: cadute Pechino e Shanghai, il governo nazionalista si rifugiò a Chongqing e i giapponesi espugnarono la capitale provocando il brutale massacro di Nanchino. Entro il 1938 l'invasore controllava le aree industriali e ferroviarie, stabilizzando il fronte. Nei territori occupati l'Impero giapponese istituì vari governi collaborazionisti, Nel 1937 fu stabilito a Pechino il Governo provvisorio della Cina settentrionale guidato da Wang Kemin, mentre nel 1938 venne fondato il Governo riformato della Repubblica di Cina con a capo Liang Hongzhi, infine nel 1940 fu creato l regime fantoccio della Repubblica di Nanchino guidato dal dissidente nazionalista Wang Jingwei. Nel frattempo, il Secondo Fronte Unito crollò nel 1941 con l'incidente della Nuova Quarta Armata, in cui i nazionalisti attaccarono i comunisti.[45]

L'ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale e l'inizio della guerra del Pacifico mutò gli equilibri, inserendo la Cina tra le grandi potenze alleate con la con la conferenza del Cairo. Dopo la vittoria degli Alleati, la Cina ottenne un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma si trovò divisa: i nazionalisti ripresero il controllo del paese con l'aiuto americano, mentre i comunisti mantennero diverse basi rurali, rafforzate dall'invasione sovietica della Manciuria nell'agosto del 1945. Le mediazioni statunitensi portarono a un effimero cessate il fuoco nel gennaio 1946 e successivamente convocata la Conferenza politica consultiva del popolo cinese; tuttavia, il mancato rispetto degli accordi fece riesplodere la guerra civile. Nonostante l'iniziale superiorità del Kuomintang finanziato dagli Stati Uniti, l'avanzata dell'Esercito Popolare di Liberazione divenne sempre più inarrestabile. Tra gennaio e novembre 1949 furono conquistate dai comunisti Pechino, Nanchino, Shanghai e Canton. Il 1º ottobre 1949 Mao Zedong proclamò la Repubblica Popolare Cinese, costringendo Chiang Kai-shek e i nazionalisti a rifugiarsi a Taiwan.[46]
La Cina contemporanea: la Repubblica Popolare (dal 1949)
L'era maoista e le mobilitazioni di massa
Le riforme economiche e l'apertura all'esterno
L'ascesa economica e la proiezione globale
Note
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Bibliografia
- Mario Sabattini e Paolo Santangelo, Storia della Cina, collana Storia universale, Editori Laterza, 2005.
- Guido Samarani, La Cina contemporanea dalla fine dell'impero a oggi, Torino, Einaudi, 2017, ISBN 978-88-06-23016-6.
Voci correlate
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Collegamenti esterni
- (EN) history of China, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- (EN) Storia della Cina, in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton Company.
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