Dinomenidi

La Sicilia sotto Emmenidi e Dinomenidi
«I figli di Deinomane, lo asserisco, Gelone e Gerone,
Polizelo e Trasibulo posero codesti tripodi,
dopo che sconfissero stirpi barbare, e agli Ellenici
diedero gran spinta per la loro libertà»

I Dinomenidi furono una dinastia di tiranni greci di Sicilia. Essi presero il nome dal capostipite, Dinomene, vissuto verso il VI sec. a.C., il quale ebbe quattro figli: Gelone, Gerone I, Polizelo e Trasibulo, divenuti tutti tiranni sicelioti. La fine del loro dominio si attesta nel 465 a.C. con la fase rivoluzionaria che portò all'esilio di Trasibulo, l'ultimo figlio di Dinomene, da Siracusa a Locri. Tuttavia alcuni personaggi influenti, come Gerone II, rivendicarono molti decenni più tardi l'appartenenza a questa famiglia, narrandone le discendenze.

Storia

Albero genealogico

 Dinomene il Vecchio
αVI a.C. ω491 a.C.
 
    
 Gelone
α540 a.C. ω478 a.C.
⚭ Damarete[3]
fl. 478 a.C.
 Gerone I
α? ω467/466 a.C.
Polizelo
fl. 478 a.C.
⚭ Damarete[4]
fl. 478 a.C.
Trasibulo
fl. 466 a.C.
  
   
Ierocle?[5]
α? ω?
un figlio
Dinomene il Giovane
fl. 470 a.C.

Origini

Albero genealogico dei Dinomenidi incluso nel libro "Delle memorie istoriche dell'antica città di Gela nella Sicilia" del 1753.

L'origine della dinastia va ricercata nella figura di Teline, un sacerdote originario dell'isola di Telo che secondo lo storico Erodoto sarebbe stato un antenato di Gelone. Così racconta nelle sue Storie:

(greco antico)
«[...] τοῦ δὲ Γέλωνος τούτου πρόγονος, οἰκήτωρ ὁ ἐν Γέλῃ, ἦν ἐκ νήσου Τήλου τῆς ἐπὶ Τριοπίῳ κειμένης: ὃς κτιζομένης Γέλης ὑπὸ Λινδίων τε τῶν ἐκ Ῥόδου καὶ Ἀντιφήμου οὐκ ἐλείφθη. ἀνὰ χρόνον δὲ αὐτοῦ οἱ ἀπόγονοι γενόμενοι ἱροφάνται τῶν χθονίων θεῶν διετέλεον ἐόντες, Τηλίνεω ἑνός τευ τῶν προγόνων κτησαμένου τρόπῳ τοιῷδε. ἐς Μακτώριον πόλιν τὴν ὑπὲρ Γέλης οἰκημένην ἔφυγον ἄνδρες Γελῴων στάσι ἑσσωθέντες: τούτους ὦν ὁ Τηλίνης κατήγαγε ἐς Γέλην, ἔχων οὐδεμίαν ἀνδρῶν δύναμιν ἀλλὰ ἱρὰ τούτων τῶν θεῶν: ὅθεν δὲ αὐτὰ ἔλαβε ἢ αὐτὸς ἐκτήσατο, τοῦτο δὲ οὐκ ἔχω εἰπεῖν: τούτοισι δ᾽ ὦν πίσυνος ἐὼν κατήγαγε, ἐπ᾽ ᾧ τε οἱ ἀπόγονοι αὐτοῦ ἱροφάνται τῶν θεῶν ἔσονται.»
(italiano)
«[...] Un antenato di questo Gelone, abitante di Gela, proveniva dall’isola di Telo, situata nei pressi del Triopio: costui, quando Gela fu fondata dai Lindi di Rodi e da Antifemo, li seguì. Col tempo i suoi discendenti divennero e continuarono a essere ierofanti delle Dee Ctonie, carica che Teline, uno dei loro avi, aveva ottenuto nel modo seguente. Alcuni cittadini di Gela, avendo avuto la peggio in una contesa tra opposte fazioni, si erano rifugiati nella città di Mactorio, situata sopra Gela. Teline li ricondusse a Gela, pur non disponendo di nessuna forza militare, ma soltanto degli oggetti sacri di queste dee: da dove li avesse presi o se fosse stato lui stesso a procurarseli, non sono in grado di dirlo: in ogni caso, confidando in tali oggetti, fece tornare gli esuli a patto che i suoi discendenti fossero sacerdoti delle Dee.»

E ancora:

(greco antico)
«ἔχοντος δὲ Ἱπποκράτεος τὴν τυραννίδα, ὁ Γέλων ἐὼν Τηλίνεω τοῦ ἱροφάντεω ἀπόγονος, πολλῶν μετ᾽ ἄλλων καὶ Αἰνησιδήμου τοῦ Παταίκου ὃς ἦν δορυφόρος Ἱπποκράτεος.»
(italiano)
«Mentre Ippocrate esercitava la tirannide, Gelone, discendente dello ierofante Teline, era guardia del corpo di Ippocrate, insieme a molti altri, tra i quali Enesidemo figlio di Pateco.»

Dalla discendenza di Teline sarebbe quindi arrivato Dinomene, il capostipite da cui la dinastia prende nome, e poi a seguire Gelone e i suoi fratelli.

Da segnalare che parola οἰκήτωρ (abitante) usata da Erodoto è stata a volte trascritta con iniziale maiuscola e fraintesa per un nome proprio di persona, tradotto letteralmente come "Ecetore" e creando dei fraintendimenti: ne fu vittima lo storico licatese Carlo Filiberto Pizolanti, che nella sua ricostruzione della storia di Gela vide in Ecetore un avo dello stesso Teline e quindi il primo, vero antenato della dinastia.[6]

Il dominio della prima casata

Da Gela a Siracusa

«Gelone sottomise a Siracusa tutta la metà orientale della Sicilia e le diede un posto fra le grandi potenze del mondo. Ma era uno splendore effimero. La rivoluzione che atterrò la dinastia dei Dinomenidi, distrusse anche l'impero fondato dai grandi principi di quella casa.»

Gelone, come accennato da Erodoto, si distinse in battaglia conquistando la fiducia di Ippocrate, tiranno di Gela, al punto da essere nominato capo della cavalleria geloa. Alla sua morte, avvenuta nel 491 a.C. mentre cercava di conquistare Ibla, gli succedette a discapito dei figli Euclide e Cleandro, diventando così il nuovo tiranno della città[7]. Qualche anno dopo, destreggiandosi nelle diatribe siracusane tra gamóroi e killichirioi, riuscì a imporre il proprio volere e nell'anno 485 a.C. si fece incoronare primo tiranno di Siracusa: con tale gesto divenne contemporaneamente tiranno di due città, Gela e Siracusa, che fino ad allora erano state rivali.[8]

Nello stesso anno Gelone decise di abbandonare permanentemente il trono di Gela, trasferendosi a Siracusa e lasciando la sua città natale nelle mani del fratello Gerone, che ne diventò nuovo tiranno. Questo gesto segnò un momento importante per la storia della Sicilia greca: la città di Gela, che fino ad allora era stata la più potente della Sicilia, perse gradualmente importanza politica in favore di Siracusa, che al contrario diventò sempre più centrale:

(greco antico)
«ὁ δὲ ἐπείτε παρέλαβε τὰς Συρηκούσας, Γέλης μὲν ἐπικρατέων λόγον ἐλάσσω ἐποιέετο, ἐπιτρέψας αὐτὴν Ἱέρωνι ἀδελφεῷ ἑωυτοῦ, ὁ δὲ τὰς Συρηκούσας ἐκράτυνε, καὶ ἦσάν οἱ πάντα αἱ Συρήκουσαι: αἳ δὲ παραυτίκα ἀνά τ᾽ ἔδραμον καὶ ἔβλαστον. τοῦτο μὲν γὰρ Καμαριναίους ἅπαντας ἐς τὰς Συρηκούσας ἀγαγὼν πολιήτας ἐποίησε, Καμαρίνης δὲ τὸ ἄστυ κατέσκαψε, τοῦτο δὲ Γελῴων ὑπερημίσεας τῶν ἀστῶν τὠυτὸ τοῖσι Καμαριναίοισι ἐποίησε [...]»
(italiano)
«Gelone, dopo aver preso possesso di Siracusa, si curava assai meno di regnare su Gela, che aveva affidato al fratello Gerone; lui stesso invece fortificava Siracusa: e Siracusa per lui era tutto. Essa, in breve tempo, crebbe e divenne fiorente. In effetti Gelone condusse a Siracusa tutti gli abitanti di Camarina (di cui distrusse la città), conferendo loro la cittadinanza di Siracusa; e fece altrettanto con più della metà degli abitanti di Gela [...]»

Il motivo di questo trasferimento fu puramente geografico: da Siracusa era possibile controllare la costa ionica e avere più facilmente il controllo sullo stretto, luogo che Ippocrate si era assicurato con la conquista di Zancle, ma che ora era stato sottratto alla città da Anassilao[9]. Gelone era spinto da forti ambizioni e il suo nome si diffuse così in fretta che nel 481 a.C. ricevette dai Greci una richiesta di aiuto per respingere i Persiani, richiesta che il tiranno rifiutò con disprezzo.[10]

La lotta per la successione

Gerone I fu il quarto tiranno di Gela e il secondo di Siracusa.

Gelone morì senza lasciare eredi, dunque nominò come suo successore il secondo dei Dinomenidi, il fratello Gerone I o Ierone, il quale per venire a Siracusa lasciò il comando di Gela in mano a Polizelo, terzogenito della casata. Polizelo tuttavia godeva delle simpatie dei siracusani, i quali, forse anche considerando che egli aveva sposato l'amata vedova di Gelone, Demarete, lo acclamavano ancor di più di quanto facessero con Ierone.

Ierone, provando gelosia per questo atteggiamento e temendo di perdere il regno appena acquisito, provò a sbarazzarsi del fratello inviandolo in una spedizione bellica in Italia, affidandogli le forze armate di Sibari che chiedevano aiuto contro Crotone. Ma Polizelo intuendo le oscure intenzioni del fratello si rifiutò di partire e andò a rifugiarsi presso il tiranno di Akragas, Terone, nonché suo suocero perché padre di Demarete[11].

Il figlio di Terone, Trasideo, ottenne il governo di Imera ma trattò con crudeltà i suoi abitanti, per cui questi chiesero a Gerone I di prendere il posto di Trasideo nella loro polis, convinti che il sovrano aretuseo avrebbe accettato perché adirato con Terone che proteggeva suo fratello Polizelo. Ma Gerone preferì raccontare del tradimento imerese direttamente a Terone, anziché accettare la corona che gli veniva offerta. E facendo ciò, ottenne quel che voleva; il tiranno di Akragas per ringraziarlo gli riconsegnò tra le mani Polizelo. Per Imera la punizione fu fatale, vennero puniti gli abitanti e la città rimase spopolata e in seguito ripopolata con Dori e genti della Grecia per volere di Terone. Su questo crudele finale, l'ombra della colpa ricadde su Gerone I, colpevole di aver tradito la fiducia che gli imeresi avevano risposto in lui.

Polizelo e Demarete tornarono sotto la benevolenza di Gerone, entrambi morirono poco tempo dopo e si racconta che Terone fu rattristato dal destino dei due sposi assediati dal cognato che portava la corona aretusea. Gela pare venne retta da un periodo democratico dopo la scomparsa di Polizelo[12].

Le guerre e l'ultimo tiranno

Nel frattempo Gerone dovette affrontare le mire espansionistiche di Akragas, che divenendo nota ai più ed essendo governata da Trasideo, ruppe l'alleanza stipulata da suo padre e dichiarò guerra a Siracusa con l'appoggio di Cartagine. Noncurante che in precedenza Terone e Gelone avessero sconfitto i cartaginesi ad Imera proprio con un patto che univa le due poleis, la mossa di Trasideo fu errata e dopo essere stato sconfitto da Gerone, si adirò contro le ire dei suoi stessi cittadini, i quali per mano di Metone, padre del grande filosofo agrigentino Empedocle, lo cacciarono e stabilirono nella propria terra un governo democratico poiché Empedocle, dopo aver ricevuto da Akragas l'offerta di divenirne signore, rifiutò e la polis si diede quindi nuove leggi, mandando ambasciatori presso la corte del dinomenide Gerone a domandargli la pace che egli volentieri concesse[13].

Gerone rese grande il nome dei Dinomenidi sconfiggendo gli etruschi in Campania e riportando delle vittorie ad Olimpia che gli valsero le lodi di Pindaro, che così lo apostrofò:

«re placido co' cittadini, liberale co' buoni e maraviglioso padre agli stranieri»

Dopo altre battaglie di rilievo, Gerone si ammalò e morì. Lasciò un figlio, Dinomene, al quale affidò le terre etnee mentre il suo posto nella capitale venne preso dall'ultimo dei figli di Dinomene il Vecchio, Trasibulo. Alcuni studiosi, rifacendosi ad un passo di Aristotele, sostengono che Trasibulo fosse in realtà stato nominato come reggente e non come sovrano definitivo, poiché Gelone aveva lasciato un figlio e che questi era stato affidato allo zio fino alla maggiore età. Ma le cronache non narrano dell'esistenza di questo figlio, eppure Aristotele afferma che Trasibulo fomentava le passioni del giovane e lo distraeva dal potere affinché egli potesse governare al suo posto[15].

Egli fu l'ultimo tiranno di Gela, governò per un solo anno poiché il suo tempo fu travolto dallo scoppio della rivoluzione.

Rivoluzione e conseguenze

La rivoluzione scaturì dal malgoverno di Trasibulo, il quale venne considerato dei Dinomenidi il peggiore. Probabilmente fatto storico non trascurabile fu anche l'espandersi di quella forma politica definita democrazia che da Atene fece sentire il suo influsso anche in Sicilia. I siracusani, oppressi dai pretendenti al potere assoluto, stavolta non perdonarono le ambizioni egoistiche del dinomenide e gli dichiararono una vera e propria guerra volta a cacciarlo dal trono ereditato.

Trasibulo raccolse le sue forze militari, facendo leva sui mercenari e sugli alleati da Catania, raggiungendo il numero di 15.000 uomini armati. I siracusani mandarono ambasciatori alle città vicine e ricevettero l'aiuto sperato sia dai sicelioti che dai siculi, in più potevano contare sull'armata nazionale che si pose contro il tiranno[16].

Il dinomenide tentò un primo scontro frontale in mare, ma ebbe la peggio perdendo molte delle sue galee. Allora tentò di avere maggior fortuna sulla terraferma ma anche lì fu sconfitto e dovette venire alla resa, concordando la pace con i siracusani in cambio del definito esilio che venne stabilito a Locri.

Con il suo allontanamento cessò di governare la dinastia dei Dinomenidi in Sicilia.

Discendenti

Archimede, secondo le ipotesi di alcuni studiosi, potrebbe essere un discendente dei Dinomenidi.

Gerone II, quasi due secoli dopo la scomparsa dell'ultimo dinomenide, rivendicò l'appartenenza a tale antica famiglia. Egli disse di essere figlio di Ierocle, un nobile siracusano che diceva discendere direttamente da Gelone. Ciò non sarebbe ovviamente possibile se Gelone non lasciò prole, ma se Aristotele nel suo passaggio avesse effettivamente ragione ad affermare che vi fosse un figlio suo tenuto segreto, allora si spiegherebbe l'origine di tale discendenza.

Ierone II visse al tempo di Archimede, il quale, secondo Plutarco[17], era suo parente. Le cronache narrano di una unione tra Ierone II e Archimede, poiché il primo fu protettore del secondo e questi mise il suo genio al servizio della patria e dell'umanità.

Il padre di Archimede, secondo interpretazione degli storici, fu Fidias, un astronomo siracusano, che il matematico stesso nomina nella sua opera Arenario (il contatore dei granelli di sabbia) in lingua greca Αρχιμήδης Ψαμμίτμς, Arquímedes Psammites. Che legami ci fossero tra Fidias e Gerone II non è chiaro, ma se l'ipotesi sostenuta da Plutarco fosse reale, ciò implicherebbe per Archimede un legame dinastico con la nobile famiglia dei Dinomenidi[18]. Nel testo del Mazzucchelli si fa molta attenzione alle parole dei vari storici al riguardo. Per contrapporre un peso alle parole di Plutarco, si prende ad esempio l'espressione usata da Cicerone nel descrivere il genio archimedeo come humilem homunculum a pulvere et radio excitabo, ovvero un uomo umile vissuto lontano dagli onori di corte. Stessa descrizione ne dà un altro romano, Silio Italico che lo definisce in questi termini: Nudus opum; sed cui coelum terraeque paterent[18]. Vi è per cui una netta differenza tra i fasti greci che lo definiscono intimo della corte ieroniana e le cronache romane che invece ne decantano un aspetto umile e povero.

Lo studioso Giacomo Buonanni[19], contemporaneo settecentesco del Mazzuchelli, trova una via di mezzo dichiarando che egli crede sì che Archimede fosse parente di Gerone II come stabilisce Plutarco, ma non crede che lo stesso abbia discendenze di stirpe reale. Di simile opinione fu anche Vincenzo Mirabella.

Venendo a Ierone II, egli ebbe un figlio che chiamò Gelone II, dandogli il nome che ricalcava il ricordo sempre caro nella memoria dei siracusani per Gelone I. La sorte di tale discendenza fu comunque sfortunata poiché dopo un lungo regno di pace, l'insidia di Roma portò scompiglio nella politica aretusea; nacquero le fazioni filo-romane che volevano consegnare la polis nelle mani dei consoli capitolini e nacquero le fazioni patriottiche che volevano tenere fuori dalla loro porta Roma. Di tal caus ne subirono le immediate conseguenze i discendenti dell'ultimo grande tiranno, Gerone II. Suo nipote, Geronimo, essendo stato posto sul trono ad età troppo giovane, venne ucciso da un complotto politico a soli sedici anni. Poi la furia del popolo si rivolse verso le principesse reali; Demarata e Armonia, figlie ieroniane, vennero cercate e uccise, come ci racconta Valerio Massimo in un racconto pieno di particolari[20]. E la stessa sorte toccò a Eraclea, altra figlia di Ierone II e moglie di Zoippo, zio di Geronimo, ella si rifugiò con le sue due figlie presso un tempietto dedicato agli dei che aveva in casa, sperando così di scoraggiare i suoi aggressori trovandosi in luogo sacro, ma non vi fu nulla da fare, venne uccisa e poco dopo vennero uccise per strada le sue due figlie. Troppo tardi giunse l'ordine popolare che bloccava ogni rappresaglia con la famiglia reale[21]. La polis si avviò verso la Seconda guerra punica e toccò ad Archimede la responsabilità di difenderne le mura con il suo ingegno.

Dinomenidi ed Emmenidi

Gli Emmenidi (in greco Εμμενίδαι) furono un'antica casata nobiliare di Agrigento. Con gli Emmenidi i Dinomenidi ebbero le unioni matrimoniali più frequenti. Gelone sposò la figlia del tiranno agrigentino Terone, Demarete, inaugurando così l'alleanza tra le due famiglie. Non si conosce tuttavia la data di tale matrimonio[22].

Per volere del tiranno stesso, la vedova Demarete si risposò nel 478-477 a.C. con Polizelo dei Dinomenidi. Gerone I, il quale ebbe tre mogli diverse, si unì nel terzo matrimonio con una emmenide, di cui le fonti tacciono il nome, figlia del tiranno Senocrate, fratello di Terone[22]. E Terone sposò la figlia di Polizelo in seconde nozze verso il 485 a.C.[22]

Gli Emmenidi si dissero originari di Rodi o di Tera, anche se Pindaro li definì d'origine tebana[23]. Il rapporto che essi stabilirono con i Dinomenidi servì a formare un solido legame tra le tre poleis d'origine dorica di Sicilia: Agrigento-Gela-Siracusa, ma tale legame venne spezzato dall'emmenide Trasideo, il quale, ponendosi contro il dinomenide Gerone I, portò allo scontro le rispettive poleis da essi governate. Egli fu l'ultimo tiranno degli Emmenidi.

Note

  1. ↑ Scholia in Pindari Pythica, I, 152b; cfr. Antologia palatina, VI, 214.
  2. ↑ Francesco Carubia, Autori classici greci in Sicilia, Edizioni Boemi, 1996 (PDF), su fulviofrisone.com. URL consultato l'8 aprile 2026 (archiviato dall'url originale il 13 agosto 2021).
  3. ↑ Figlia di Terone, tiranno di Akragas (cfr. Guido Libertini, Terone, su treccani.it, 1937. URL consultato l'11 ottobre 2016.). Imposto il figlio Trasideo come tiranno a Imera, si alleò con Gelone di Siracusa. Per siglare il patto Terone offrì in sposa al tiranno di Siracusa la figlia. L'alleanza permise di respingere i Cartaginesi di Amilcare nella battaglia di Imera del 480 a.C.
  4. ↑ Alla morte di Gelone, nel 478 a.C., sposò in seconde nozze Polizelo.
  5. ↑ Nobile siracusano che sostenne di discendere da Gelone. Fu padre di Gerone II.
  6. ↑ Carlo Filiberto Pizolanti, Delle memorie istoriche dell'antica città di Gela nella Sicilia, Palermo, 1753, p. 125.
    «Mi fò lecito pertanto di così trarre da Ecetore la discendenza a Gelone, col far che Ecetore fosse padre di Teline, Teline padre di Diomene, e Diomene di Gelone, a cui aggiungo tre altri fratelli costantemente a lui dati dagli antichi scrittori, e furono Gerone, Trasibolo, e Polizzello.»
  7. ↑ Erodoto, 155, v.1, in Storie, vol. 7.
    «Quando anche Ippocrate, dopo aver esercitato la tirannide per lo stesso numero di anni del fratello Cleandro, morì presso la città di Ibla nel corso di una spedizione contro i Siculi, allora Gelone finse di aiutare i figli di Ippocrate, Euclide e Cleandro, contro i concittadini che non volevano più essere loro sudditi; ma in realtà, appena ebbe vinto in battaglia gli abitanti di Gela, assunse lui stesso il potere, privandone i figli di Ippocrate.»
  8. ↑ Erodoto, 155, v.2, in Storie, vol. 7.
    «Dopo questo colpo di fortuna, Gelone ricondusse da Casmene a Siracusa i Siracusani chiamati gamoroi, che erano stati cacciati dal popolo e dai loro schiavi, detti cilliri, e si impadronì anche di questa città: infatti il popolo di Siracusa, nell’imminenza dell’attacco di Gelone, si consegnò a lui e gli consegnò la città.»
  9. ↑ Rosalba Panvini, Gelas: storia e archeologia dell'antica Gela, Torino : Società editrice internazionale, 1996, p. 75, ISBN 978-88-05-05501-2. URL consultato l'8 aprile 2026.
  10. ↑ Erodoto, 157, in Storie, vol. 7.
  11. ↑ Pareti, 1997, pag. 199.
  12. ↑ Di Blasi, Gambacorta 1844, pag. 92.
  13. ↑ Di Blasi, Gambacorta 1844, pag. 93.
  14. ↑ Fazello, 1831, pag. 100.
  15. ↑ de Presle, de Pastoret, 1856, pag. 88.
  16. ↑ de Presle, de Pastoret, 1856, pag. 90.
  17. ↑ Vite parallele, Vita de Marcello, 14, 7
  18. 1 2 Mazzuchelli, Orsolini, Scalvino, 1737, pag. 3.
  19. ↑ Delle antiche Siracuse, 1717
  20. ↑ Di Blasi, Gambacorta 1844, pag. 397.
  21. ↑ Di Blasi, Gambacorta 1844, pag. 398.
  22. 1 2 3 Braccesi, De Miro, 1992, pag. 72.
  23. ↑ Treccani.it Enciclopedia Italiana (1932) - Emmenidi, su treccani.it.

Bibliografia

  • Giammaria Mazzuchelli, Carlo Orsolini, Pietro Scalvino, Notizie istoriche e critiche intorno alla vita, alle invenzioni, ed agli scritti di Archimede siracusano del co. Gian-Maria Mazzucchelli bresciano, Gian-Maria Rizzardi, 1737.
  • Carlo Filiberto Pizolanti, Delle memorie istoriche dell'antica città di Gela nella Sicilia libri IV. Opera postuma., Valenza, 1753.
  • Tommaso Fazello, Storia di Sicilia, Deche due: Tradotte in Lingua Toscana, Volume 3, 1831.
  • Erodoto Alicarnasseo, Le nove Muse tradotte ed illustrate da Andrea Mustoxidi corcirese, tomo 4, Milano, coi tipi di Paolo Andrea Molina, 1842.
  • Giovanni Evangelista Di Blasi, Gambacorta, Storia del regno di Sicilia dell'epoca oscura e favolosa sino al 1774: seguita da un'appendice sino alla fine del secolo XVIII, Volume 1, 1844.
  • Charles Marie Wladimir Brunet de Presle, Claude-Emmanuel de Pastoret, Ricerche sullo stabilimento dei Greci in Sicilia sino al tempo in cui quest'isola divenne provincia romana, A. Russo, 1856.
  • Lorenzo Braccesi, Ernesto De Miro, Agrigento e la Sicilia greca: atti della settimana di studio, Agrigento, 2-8 maggio 1988, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 1992, ISBN 88-7062-799-3.
  • Nicola Bonacasa, Antonella Mandruzzato, Lo stile severo in Grecia e in Occidente: aspetti e problemi, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 1995, ISBN 88-7062-882-5.
  • Luigi Pareti, Storia della regione lucano-bruzzia nell'antichità, Volume 1, Edizioni di storia e letteratura, 1997, ISBN 978-88-6372-346-5.
  • Lorenzo Braccesi, Hesperia, 9, Studi sulla grecità di occidente, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 1998, ISBN 88-8265-008-1.

Collegamenti esterni