Etruscologia

Frontespizio di De Etruria Regali nell'edizione del 1723
Copertina della quarta edizione (1957) di Etruscologia di Massimo Pallottino

L'etruscologia è la disciplina accademica che studia la civiltà etrusca in tutte le sue manifestazioni: la storia, l'arte, l'archeologia, la religione e la lingua. Per la natura eccezionale del suo oggetto di studio, una civiltà con una lingua non indoeuropea parzialmente decifrata e una produzione materiale di straordinaria ricchezza, l'etruscologia ha assunto nel corso del Novecento il carattere di disciplina autonoma all'interno delle scienze dell'antichità, pur mantenendo stretti legami con l'archeologia classica, la storia greca e quella romana, la linguistica, l'epigrafia e, più recentemente, l'archeogenetica.[1]

L'interesse per gli Etruschi ha radici lontane: già nel Rinascimento il tema etrusco fu oggetto di speculazioni antiquarie, spesso a fini identitari e politici, come nella costruzione del mito dell'Etruria come progenitrice della Toscana medicea promossa sotto Cosimo I de' Medici.[2] Una prima svolta scientifica si ebbe con il Saggio di lingua etrusca (1789) di Luigi Lanzi, che applicò per la prima volta criteri sistematici allo studio delle iscrizioni etrusche.[3] Nel XIX secolo contributi decisivi vennero dalla filologia tedesca, in particolare con Die Etrusker (1828) di Karl Otfried Müller.[4]

La disciplina raggiunse piena autonomia istituzionale solo nel XX secolo: il 27 aprile 1926, nel Salone dei Duecento di Palazzo Vecchio a Firenze, si aprì il I Convegno Nazionale Etrusco, promosso soprattutto per volontà di Antonio Minto, da cui scaturirono la rivista Studi Etruschi (fondata nel 1927), ancora oggi il principale organo scientifico del settore, e l'Istituto Internazionale di Studi Etruschi (fondato nel 1932), che coordina la ricerca a livello internazionale.[5][6] La vera e propria fondazione teorica della disciplina viene comunemente attribuita a Massimo Pallottino, la cui opera Etruscologia (prima edizione 1942) ne definì il metodo: non più la ricerca delle origini degli Etruschi come problema centrale, ma la ricostruzione storica della loro civiltà a partire dalla documentazione interna, integrando archeologia, linguistica e storia dell'arte in un approccio interdisciplinare.[7][8]

Oggi l'etruscologia si avvale anche di strumenti scientifici come l'archeogenetica e le analisi isotopiche, che hanno contribuito a risolvere alcune questioni di lunga durata. In particolare, ricerche genomiche condotte su individui dell'età del Ferro provenienti dall'Etruria hanno dimostrato l'assenza di apporti migratori dall'Anatolia o dall'Egeo in età protostorica, confermando l'origine autoctona degli Etruschi nell'Italia centrale.[9][10]

Storia

Gli Etruschi, pur essendo una civiltà letterata artefice della diffusione dell'alfabeto in tutta l'Italia centrale e settentrionale, non hanno lasciato testimonianze letterarie. Tutti i testi della letteratura etrusca, comprese le Tuscae historiae di cui un piccolo passo è ricordato da Censorino, sono andati perduti o distrutti,[11] così come sono state smarrite le traduzioni latine. È arrivato fino a noi un corpus di circa 13 000 iscrizioni in lingua etrusca di carattere prevalentemente religioso, raccolte nel Corpus Inscriptionum Etruscarum (CIE) e nel Thesaurus linguae Etruscae (TLE). Esistono inoltre in forma di editio minor il Testimonia Linguae Etruscae (TLE) curato da Massimo Pallottino e l'Etruskische Texte (ET) curato da Helmut Rix. Il Corpus Speculorum Etruscorum (CSE) invece raccoglie tutti gli specchi bronzei etruschi.

L'imperatore Claudio, amante della civiltà etrusca, appassionato studioso e sposato con l'etrusca Plauzia Urgulanilla, compose un'opera monumentale sugli Etruschi scritta in greco e suddivisa in venti libri dal titolo Τυρρηνικά (traslitterazione: Tyrrhenikà). Anche questa imponente opera risulta perduta in epoca medievale.[12]

Importanti informazioni storiche sugli Etruschi ci vengono fornite dagli storici greci e romani, anche se in modo frammentato, contraddittorio e non organico: Erodoto, Ellanico di Lesbo, Livio, Dionigi di Alicarnasso. La maggioranza delle informazioni si ricavano così dalle numerose fonti archeologiche, presenti in buono stato di conservazione in tutti i territori che costituiscono ancora oggi l'antica Etruria.

Dalle origini al Rinascimento

L'interesse per gli Etruschi affonda le radici nel Rinascimento fiorentino. A partire dalle speculazioni del frate domenicano Annio da Viterbo (1432?-1502), confluite nelle Antiquitates (1498), gli Etruschi vennero considerati progenitori dei Toscani, fornendo un'antica identità alla formazione del Granducato voluto da Cosimo I de' Medici, che si autodefinì dux Etruriae.[1] In questo contesto risultò di importanza decisiva la serie di rinvenimenti di grandi bronzi: ad Arezzo la Minerva nel 1541 e la Chimera nel 1553, e nei pressi del lago Trasimeno l'Arringatore nel 1566. Questi capolavori insospettati parvero un impressionante concretamento dell'utopia del passato etrusco che accomunava intellettuali e dinasti.[13] Fu Giorgio Vasari a cogliere con cultura di storico e sensibilità d'artista il carattere inequivocabilmente etrusco della Chimera, riconoscendone la «maniera etrusca» nella stilizzazione della criniera, e a porre per primo l'esigenza di dare contenuti morfologici alla categoria dell'etruscità.[13] Costituito il Granducato, il tema etrusco venne progressivamente confinato nell'ambito della cultura cortigiana ed encomiastica, trasferendosi nel corso del XVII secolo in provincia, entro una letteratura municipalistica tesa a valorizzare i monumenti scoperti casualmente.[1]

Il Settecento: l'«etruscheria» e le prime istituzioni

La pubblicazione postuma del De Etruria Regali Libri Septem dello storico scozzese Thomas Dempster, composto probabilmente tra il 1616 e il 1619 su commissione del granduca Cosimo II de' Medici, rimasto manoscritto per oltre un secolo e infine dato alle stampe a Firenze tra il 1723 e il 1726 per iniziativa del viaggiatore inglese Thomas Coke, con la cura editoriale dell'antiquario Filippo Buonarroti, diede impulso a un fervore erudito che la storiografia successiva ha definito con il termine di etruscheria.[14][1][2]

In un momento nel quale il declino dei Medici rendeva nuovamente urgente una ricerca d'identità toscana, il dibattito si concentrò sulla decifrazione delle iscrizioni, sulle origini degli Etruschi e sull'interpretazione delle scene su vasi e urne, con risultati spesso più entusiastici che scientifici. Protagonisti di questa stagione furono i massimi antiquari del secolo: Scipione Maffei, Anton Francesco Gori, autore del monumentale Museum Etruscum (1737-43), Giovan Battista Passeri e Mario Guarnacci.[13] Nel 1726 nacque a Cortona l'Accademia Etrusca, che divenne il principale foro scientifico del settore, mentre a Firenze sorgeva nel 1735 la Società Colombaria.[15] Sul piano della storia dell'arte, Johann Joachim Winckelmann dedicò pagine significative all'arte etrusca proponendo un modello di sviluppo tripartito, mentre il filologo Christian Gottlob Heyne elaborò da Gottinga una periodizzazione stilistica alternativa in cinque fasi, e l'antiquario francese Anne-Claude-Philippe de Caylus inserì nel suo Recueil (1752-67) le antichità etrusche accanto a quelle egizie, greche, romane e celtiche, anticipando un approccio comparativo che i contemporanei non seppero apprezzare pienamente.[13]

La vera fondazione dell'etruscologia come disciplina scientifica si deve a Luigi Lanzi (1732-1810), gesuita formatosi a Roma e antiquario regio degli Uffizi sotto Pietro Leopoldo. Con la pubblicazione nel 1789 del Saggio di lingua etrusca, Lanzi applicò per la prima volta criteri sistematici allo studio delle iscrizioni etrusche: ne realizzò la raccolta su basi filologiche, ne propose una prima interpretazione grammaticale e stabilì un metodo che separava definitivamente la ricerca scientifica dall'erudizione antiquaria. Contestualmente, una sua rigorosa critica stilistica gli consentì di riassegnare alla Grecia i vasi figurati fino ad allora ritenuti etruschi (1807), correggendo uno degli equivoci più radicati dell'«etruscheria».[1][3] È a Lanzi, e non a Dempster, che la storiografia disciplinare riconosce il titolo di fondatore dell'etruscologia moderna.[16]

L'Ottocento: filologia, grandi scavi e corpora

Nel XIX secolo lo studio delle antichità etrusche assunse carattere sempre più scientifico. Contributi decisivi vennero dalla filologia tedesca, in particolare con Die Etrusker (1828) di Karl Otfried Müller, che sottopose la documentazione disponibile a una critica rigorosa di tipo storico-filologico.[4] A Roma, il sodalizio scientifico degli «Iperborei» guidato da Eduard Gerhard diede origine nel 1829 all'Instituto di Corrispondenza Archeologica, antenato del futuro Deutsches Archäologisches Institut, improntando la ricerca etrusca a un'archeologia filologica attenta all'attendibilità della documentazione e alla tassonomia.[13] In Italia, Luigi Lanzi fu tra i primi a riconoscere agli Etruschi una propria identità culturale e linguistica distinta dal mondo romano, contribuendo a conferire dignità scientifica alla disciplina.[17]

Con il Romanticismo si aprì la grande stagione degli scavi e delle scoperte, che alimentò un mercato antiquario vivacissimo e consentì la concentrazione dei reperti nelle grandi raccolte europee. Vi contribuì l'erudito umbro Giovanni Battista Vermiglioli, che elaborò le prime interpretazioni sistematiche delle necropoli e delle iscrizioni etrusche.[17] Di primo piano fu anche il ruolo dei fratelli Campanari di Toscanella (oggi Tuscania), tra i più celebri scavatori e antiquari dell'Ottocento: le loro campagne alimentarono musei e collezioni in tutta Europa e nel 1837 proposero al pubblico londinese del Pall Mall una mostra-mercato di memorabile impatto espositivo.[13] Protagonista assoluto del collezionismo fu il marchese Giampietro Campana, le cui straordinarie raccolte di antichità etrusche si dispersero nei maggiori musei europei, dal Louvre al British Museum, in seguito al suo dissesto finanziario.[17] Le esplorazioni si concentrarono soprattutto nello Stato Pontificio: Perugia, le necropoli rupestri del Viterbese, Tarquinia e Vulci. Il primo museo interamente dedicato agli Etruschi fu il Museo Gregoriano Etrusco, inaugurato in Vaticano nel 1837.[1] George Dennis offrì nell'opera Cities and Cemeteries of Etruria (1848) una sintesi divulgativa di alto valore scientifico, più volte ristampata fino al 1907, mentre il francese Jules Martha pubblicò nel 1889 la prima trattazione d'insieme dell'arte etrusca (L'art étrusque), ancora condizionata dal pregiudizio winckelmanniano dell'inimitabilità dell'arte greca.[13]

Tra le acquisizioni epigrafiche fondamentali del secolo va ricordato il cosiddetto Liber linteus zagabriensis, un calendario liturgico etrusco trascritto su un telo di lino acquistato dal Museo di Zagabria nel 1862 e riconosciuto come il testo etrusco più lungo pervenutoci; e il modello bronzeo di fegato ovino rinvenuto a Settima di Gossolengo (Piacenza) nel 1877, concepito per l'addestramento degli indovini praticanti l'epatoscopia.[13] Nella seconda metà del secolo emerse Isidoro Falchi, medico di formazione ma archeologo per passione, che rivoluzionò la conoscenza dell'Etruria settentrionale con i suoi scavi in Maremma, riportando alla luce la città di Vetulonia, dimenticata per secoli.[17] Accanto a lui operò Luigi Adriano Milani, fondatore e primo direttore del Museo Topografico dell'Etruria di Firenze, nato nel Palazzo della Crocetta dopo il 1880 e destinato a diventare il nucleo dell'attuale Museo Archeologico Nazionale di Firenze; Milani introdusse un approccio moderno all'esposizione, organizzando i materiali secondo criteri scientifici e territoriali innovativi per l'epoca.[17]

Sul piano della raccolta sistematica dei materiali, Gerhard curò gli Etruskische Spiegel (1839-1897), mentre Heinrich Brunn e Gustav Körte pubblicarono I rilievi delle urne etrusche (1870-1916). Nel 1885 Carl Pauli avviò il Corpus Inscriptionum Etruscarum (CIE), raccolta sistematica delle iscrizioni etrusche ispirata al modello del Corpus Inscriptionum Latinarum di Theodor Mommsen.[18] L'unità d'Italia favorì l'apertura di grandi musei a vocazione etruscologica: a Firenze (1870), a Bologna (1881) e a Roma con il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (1889), cui si affiancarono le importanti raccolte locali di Tarquinia, Chiusi, Perugia e Orvieto.[1]

Il Novecento: l'istituzionalizzazione e la scuola di Pallottino

Nei primi decenni del XX secolo si aprì una rinnovata stagione di entusiasmi etruschi, innescata dalla scoperta delle statue fittili acroteriali del tempio del Portonaccio a Veio, riportate alla luce nel maggio del 1916: lo stupefacente «Apollo che cammina» fu subito esibito all'ammirazione dei visitatori del Museo di Villa Giulia, suscitando l'interesse di artisti militanti come Arturo Martini, che vi riconoscevano un modello di antichità non classicistico e non greco.[13] In questo clima si inserisce la figura di Alessandro Della Seta, direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene fino al 1939, quando ne fu rimosso in conseguenza delle leggi razziali, e autore di ricerche sull'isola di Lemno, dove era documentato l'uso di una lingua identica all'etrusco d'Italia.[13]

Il 27 aprile 1926, alle ore 16, nel Salone dei Duecento di Palazzo Vecchio a Firenze, si aprì il I Convegno Nazionale Etrusco, promosso soprattutto per volontà di Antonio Minto, il quale era convinto che l'iniziativa avrebbe potuto dare un impulso importante alla ricostruzione della storia antica della penisola italiana. I lavori, che durarono fino al 4 maggio e videro la partecipazione dei maggiori archeologi del tempo, tra cui Ranuccio Bianchi Bandinelli, allora giovane promessa della disciplina, ebbero come relazioni portanti quella di Luigi Pareti sulle origini etrusche, di Bartolomeo Nogara sulla lingua etrusca e di Pericle Ducati sull'arte e la civiltà etrusche.[5] Da quel convegno scaturirono tre fondamentali iniziative: la rivista Studi Etruschi (1927), ancora oggi il principale organo scientifico del settore; un convegno internazionale, che si aprì esattamente due anni dopo; e l'ente di ricerca che è denominato oggi Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici (fondato nel 1932).[5][6]

Nel corso degli anni Trenta Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1975), inizialmente uno dei più promettenti etruscologi della sua generazione, elaborò una radicale critica delle concezioni etniche dell'arte, approdando a un rifiuto della categoria stessa di etruscità come espressione autonoma, e nell'asserita originalità dell'arte etrusca riconoscendo niente più che lo scarto dialettale di imitatori indigeni rispetto al modello greco. Il saggio Palinodia, apparso nel 1942, chiuse simbolicamente questa stagione.[13]

La vera svolta teorica si deve a Massimo Pallottino (Roma, 1909-1995), la cui Etruscologia (prima edizione 1942, Hoepli) definì il metodo della disciplina: non più la ricerca delle origini degli Etruschi come problema centrale, bensì la ricostruzione storica della loro civiltà a partire dalla documentazione interna, integrando archeologia, linguistica e storia dell'arte in un approccio sistematico.[7] L'opera, divenuta immediatamente testo di riferimento in Italia e all'estero, conobbe sette edizioni fino al 1984 e fu tradotta in francese (1949), inglese (1955), tedesco e spagnolo (1965), polacco (1968) e ungherese (1988).[19] Pallottino fu il primo titolare della cattedra universitaria di etruscologia alla Sapienza di Roma e diresse il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Durante gli scavi da lui avviati a Pyrgi (Santa Severa) a partire dal 1957, l'8 luglio 1964 furono rinvenute le celebri lamine auree, due in lingua etrusca e una in lingua fenicia: documento eccezionale per la comprensione della lingua etrusca e dei rapporti politici tra Etruschi e Cartaginesi.[20] Nel 1982 Pallottino ricevette il Premio Balzan per le scienze dell'antichità.[19]

Nel 1955 Pallottino organizzò la Mostra dell'arte e della civiltà etrusca, nata al Kunsthaus di Zurigo e approdata al Palazzo Reale di Milano, con l'intento di «portare la intellettualità moderna direttamente in contatto con il mondo delle forme e delle idee degli antichi Etruschi»; la mostra toccò poi Parigi, L'Aia, Oslo e Colonia, dimostrando la capacità del contenitore-mostra di raggiungere un pubblico assai più ampio di quello del museo tradizionale.[13] Nel 1986 il volume collettivo Rasenna. Storia e civiltà degli Etruschi, coordinato da Giovanni Pugliese Carratelli per Vanni Scheiwiller, sancì il superamento definitivo dei vecchi equivoci etnico-nazionali e la piena affermazione del modello della città-stato come chiave interpretativa della civiltà etrusca.[13]

Tra gli allievi e continuatori di Pallottino si annoverano alcune delle figure più influenti dell'etruscologia della seconda metà del Novecento. Mauro Cristofani (Roma, 1941-1997), membro dell'Accademia Nazionale dei Lincei e considerato il suo più diretto erede scientifico, dominò per trent'anni i campi dell'archeologia e dell'epigrafia etrusche; dal 1981 diresse l'Istituto per l'Archeologia Etrusco-Italica del Consiglio Nazionale delle Ricerche e fece parte del consiglio direttivo dell'Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici.[21] Gilda Bartoloni, anch'essa allieva di Pallottino, ha rinnovato lo studio delle necropoli e delle aristocrazie dell'Italia protostorica, curando l'Introduzione all'Etruscologia (Hoepli, 2012), il principale manuale universitario italiano della disciplina.[8] Sul piano internazionale, Larissa Bonfante (Napoli, 1931 - New York, 2019), professoressa emerita alla New York University e membro fondatrice della sezione americana dell'Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici, fu la massima autorità degli studi etruschi nel mondo anglofono, con ricerche particolarmente importanti sulla lingua e sul costume; nel 2007 le fu attribuita la Gold Medal Award for Distinguished Archaeological Achievement dell'Archaeological Institute of America.[22] Nel campo degli studi francesi si sono distinti Jacques Heurgon e Dominique Briquel, specializzato nell'analisi delle fonti antiche sulla civiltà etrusca e nei rapporti tra Etruschi e mondo romano.

Dal momento che gli Etruschi ebbero una decisiva influenza sulla nascita e sviluppo della civiltà romana, molti etruscologi sono anche studiosi di storia, archeologia e cultura dell'antica Roma.

La rivista scientifica principale è Studi Etruschi, pubblicata annualmente dall'Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici con sede a Firenze. Più recente è la rivista statunitense Etruscan Studies: Journal of the Etruscan Foundation, che ha cominciato la pubblicazione nel 1994.

Sul piano istituzionale, l'etruscologia è riconosciuta in Italia come settore scientifico-disciplinare autonomo (L-ANT/06, «Etruscologia e antichità italiche»), con insegnamenti attivi presso numerosi atenei. La formazione dell'etruscologo richiede competenze integrate di storico delle fonti letterarie e di archeologo, necessarie per confrontare documentazione testuale e materiale e ricavarne modelli interpretativi sulla civiltà etrusca nel più ampio contesto dell'Italia preromana.[8]

Lista dei più importanti etruscologi

In ordine cronologico per nascita:

Antichità

1500 - 1799

XIX secolo

XX secolo

1900
1910
1920
1930
1940
1950
  • Luca Cerchiai (1955)
  • Giovanna Bagnasco Gianni (1958)
1960
1970
  • Valentino Nizzo (1975)

Fantarcheologia, ideologia e pseudoscienza

La storia dell'etruscologia è attraversata, fin dalle origini, da un filone parallelo di speculazioni fantarcheologiche e fantalinguistiche che hanno affiancato, e talvolta condizionato, lo sviluppo della disciplina scientifica. Questo filone comprende elaborazioni ideologiche prodotte in contesti politici precisi, teorie amatoriali prive di metodo, e nella fase più recente la diffusione di pseudoscienza attraverso canali di comunicazione di massa. Le sue radici risalgono al XVI secolo, quando il mistico francese Guillaume Postel attribuì agli Etruschi il ruolo di rappresentanti di un filone culturale alternativo alla tradizione greco-romana, in funzione di posizioni antagoniste rispetto al potere ecclesiastico. Questo interesse si inseriva nel più ampio fenomeno rinascimentale della ricerca di civiltà "alternative" rispetto alla continuità greco-romano-cristiana: gli eruditi dell'epoca elaborarono genealogie fantastiche che collegavano popoli antichi — Celti, Egiziani, popolazioni mesopotamiche, e talvolta le stesse "tribù perdute" d'Israele — in un sistema alternativo di storia universale, nel quale anche gli Etruschi trovarono collocazione. Poiché in questo schema strettamente genealogico erano le origini a determinare il carattere e la storia di un popolo, la questione delle origini etrusche acquisì fin da allora una centralità sproporzionata rispetto a qualunque altro aspetto della civiltà etrusca, una centralità che i successivi nazionalismi ottocenteschi avrebbero ulteriormente amplificato rilanciando, in chiave politica, le stesse ossessioni genealogiche.[23][24]

Le origini del fenomeno

La natura linguisticamente isolata dell'etrusco e la relativa scarsità di testi letterari hanno storicamente favorito interpretazioni arbitrarie, rendendo la questione etrusca terreno privilegiato per esercizi speculativi.[25] Nel Settecento questo interesse antiquario assunse la forma istituzionalizzata nota come Etruscheria, un movimento erudito che, accanto a contributi scientifici significativi, produsse anche speculazioni prive di fondamento metodologico; sarebbe tuttavia errato identificarlo con i fenomeni pseudoscientifici e nazionalistici successivi, dei quali costituisce al più un lontano precedente culturale.[26]

Il passaggio dagli approcci speculativi settecenteschi al metodo storico-comparativo fu graduale: figure chiave come Graziadio Isaia Ascoli e Ariodante Fabretti applicarono il metodo comparativo indoeuropeo alle lingue italiche nel corso dell'Ottocento, gettando le basi dell'etruscologia moderna, ma senza eliminare del tutto la produzione di ipotesi prive di fondamento metodologico.[27]

Già nel XVIII e XIX secolo, dilettanti e studiosi locali privi di formazione filologica avanzarono ipotesi basate su accostamenti forzati tra lingue diverse, suggestioni esotiche o riletture fantastiche di fonti antiche, collocando il popolo etrusco in connessione con Atlantide, con popoli nordeuropei o con civiltà mesopotamiche. Ancora negli anni cinquanta del Novecento lo storico André Piganiol poteva impiegare la formula evocativa di un'Etruria «frammento di Babilonia in Italia», a testimonianza della persistenza di tale immaginario orientalizzante anche nella storiografia professionale.[28]

La strumentalizzazione politica del passato etrusco assunse forme concrete anche nella fabbricazione di falsi documentari. A Trento nel 1813, nel momento del distacco della città dal Tirolo e dell'annessione al Regno d'Italia napoleonico, comparve un'iscrizione etrusca apocrifa che richiamava l'italianità del territorio facendo leva sulla tradizione che identificava i Reti, antico popolo delle Alpi, come Etruschi rifugiatisi verso nord per sfuggire alle invasioni galliche. Nel 1872, nel retroterra di Nizza, apparve un'altra iscrizione falsa, ricalcata sul Corpus Inscriptionum Italicarum di Ariodante Fabretti, destinata a dimostrare l'italianità della contea proprio nel momento in cui questa veniva ceduta alla Francia. Nello stesso clima culturale si inserisce l'acquisto della collezione Casuccini di Chiusi da parte del Museo di Palermo, interpretato da Sassatelli come una rivendicazione di italianità proiettata fino all'estremo meridionale della Penisola.[29]

Sul piano linguistico, l'etrusco è divenuto uno dei bersagli privilegiati della fantalinguistica, definita da Luciano Agostiniani «passionismo», ovvero del fenomeno per cui lingue antiche non completamente comprese vengono "decifrate" attraverso accostamenti arbitrari con lingue moderne, secondo un metodo sistematicamente privo di fondamento comparativo.[30][31] Pallottino stesso, in un'intervista rilasciata nel 1984, descriveva con ironia il fenomeno, riferendo di possedere un voluminoso dossier di proposte di decifrazione accumulate nel corso dei decenni, accomunate dalla caratteristica di ricominciare sempre da capo, «come se noi non avessimo fatto nulla, come se la lingua etrusca fosse a zero».[32]

Parallelamente, la letteratura e le arti hanno svolto un ruolo determinante nel fissare nell'immaginario collettivo l'immagine di un popolo esoterico e misterioso, fornendo il terreno emotivo su cui le speculazioni pseudoscientifiche hanno trovato un pubblico ricettivo: nella letteratura anglosassone, da Etruscan Places di D. H. Lawrence a Those Barren Leaves di Aldous Huxley, in quella italiana da Cardarelli a Savinio, gli Etruschi sono stati ripetutamente evocati come strumento di articolazione dei temi della perdita, dell'estinzione e della continuità spirituale, alimentando quella che Pallottino definiva una «passione morbosa» del pubblico.[32][33][34]

Strumentalizzazione ideologica

Né la tesi dell'autoctonia né quella dell'alloctonia degli Etruschi sono invenzioni del Novecento: entrambe affondano le radici nelle fonti antiche, la prima in Dionigi di Alicarnasso, la seconda in Erodoto, e avevano attraversato secoli di dibattito storiografico prima di essere strumentalizzate in chiave ideologica. La loro appropriazione politica nel periodo fascista e nazista rientra nel più generale fenomeno europeo di uso dell'archeologia e della storia antica al servizio delle identità nazionali, documentato in contesti tanto diversi quanto la Spagna franchista, l'URSS staliniana e i nazionalismi balcanici.[35]

Nel Novecento, la civiltà etrusca divenne pertanto oggetto di strumentalizzazione da parte di ideologie nazionaliste e razziste. In Italia, tra l'Unità e il fascismo, gli studi etruschi furono incoraggiati, secondo l'analisi di Marie-Laurence Haack, da un nazionalismo che vedeva negli Etruschi i precursori di Roma e gli antenati degli Italiani; il fascismo orientò quindi la disciplina verso la tesi dell'autoctonia, in contrapposizione alla tesi dell'alloctonia promossa dalla Germania nazista, che identificava gli Etruschi come individui di razza orientale inferiore che avevano corrotto la purezza spirituale dell'antica Roma, posizione sostenuta dall'ideologo nazionalsocialista Alfred Rosenberg, nel Der Mythus des 20. Jahrhunderts (1930); tale impostazione fu sviluppata sul piano della eugenetica razziale anche dal genetista nazista Eugen Fischer.[36][37] La costruzione del cosiddetto «tipo fisico etrusco» si fondava in larga misura sulla lettura dei profili rappresentati negli affreschi delle necropoli di Tarquinia, interpretati come ritratti etnici fedeli della popolazione. Si trattava tuttavia di un equivoco metodologico: le convenzioni figurative di quelle pitture (il profilo marcato, il naso adunco, gli occhi a mandorla) riflettono una formula artistica diffusa nelle immagini del Mediterraneo orientale, adottata nell'arte etrusca arcaica, e non documentano i caratteri fisici reali degli Etruschi; solo a partire dalla fine del IV secolo a.C. si iniziano a incontrare nell'arte etrusca indizi di ritrattistica fisiognomica in senso proprio.[38][39] All'interno del fascismo italiano la questione non fu tuttavia pacifica: l'antropologia fisica fascista si divise tra chi applicava categorie craniometriche agli Etruschi in senso autoctono e chi in senso orientalizzante, mentre intellettuali come Evola e Cogni riprendevano la demonizzazione rosenberghiana in chiave spiritualista o biologista.[40][41][42]

Come ha mostrato Antonino De Francesco, la posizione autoctona di Pallottino si inseriva nel più lungo mito ottocentesco e novecentesco dell'antichità della nazione italiana; nel dopoguerra, Pallottino traghettò l'uso degli Etruschi come simbolo dell'identità italica nell'Italia repubblicana, depurandolo dalle connotazioni razziali esplicite del periodo fascista. Va tuttavia osservato che la vulgata propagandistica del regime aveva orientato il grande pubblico verso una lettura orientalista degli Etruschi; il consolidarsi del consenso autoctonista si produsse quindi nel dopoguerra, favorito anche dal rigetto del mito romano che aveva ossessionato la cultura fascista, e non costituisce pertanto una semplice proiezione ideologica del periodo del regime. Come ribadito da Enrico Benelli, ridurre l'autoctonismo di Pallottino a un prodotto del fascismo, come fa talvolta la pseudostoria per screditarne le conclusioni scientifiche, significa ignorare sia la complessità del dibattito interno al fascismo stesso, sia il valore autonomo di un lavoro metodologico che ha fondato l'etruscologia moderna come disciplina.[24][43][44] In senso opposto, la teoria dell'origine orientale fu rivendicata come titolo di prestigio dal nazionalismo turco, che negli anni trenta la incorporò nella "Tesi della storia turca" sostenuta istituzionalmente da Atatürk.[31][45]

Il fenomeno contemporaneo

Il progressivo consolidarsi del consenso scientifico sulla formazione autoctona della civiltà etrusca non dipende esclusivamente dalla tradizione di scuola riconducibile a Pallottino, ma trova fondamento indipendente nei risultati dell'archeologia preistorica e protostorica italiana, sviluppatasi in particolare a partire dal lavoro di Renato Peroni.[24][46][47] L'evidenza archeologica relativa ai millenni precedenti la comparsa della civiltà etrusca non mostra tracce di migrazioni di massa da spiegare una discontinuità culturale; la nascita delle civiltà italiche del periodo storico appare piuttosto come esito di processi evolutivi interni, con apporti culturali esterni che si manifestano come fenomeni di contatto e scambio, non come sostituzioni di popolazione.[24][47]

Un filone particolarmente persistente della pseudostoria etrusca costruisce la propria narrazione in forma di smascheramento accademico: secondo questo schema, la comunità scientifica avrebbe imposto per ragioni di conformismo o di interesse corporativo una teoria ufficiale sulle origini degli Etruschi, soffocando le prove di una provenienza orientale; gli etruscologi sarebbero descritti come epigoni acritici di Pallottino, incapaci o non disposti a fare i conti con le fonti antiche, a cominciare da Erodoto. Questo schema narrativo, che trasforma una questione storiografica in una vicenda di complotto, è stato analizzato come una delle forme più caratteristiche della pseudoarcheologia, nella quale l'appello all'autorità di una fonte antica selezionata viene contrapposto all'intero edificio della ricerca moderna.[24][48]

Nella fase attuale, la diffusione di Internet e dei social media ha ampliato considerevolmente la circolazione di teorie pseudoscientifiche sull'etruscologia, spesso riproponendo motivi ottocenteschi in veste aggiornata; un ruolo crescente è svolto in particolare da documentari televisivi e contenuti audiovisivi a tema pseudoarcheologico, che raggiungono un pubblico assai più ampio di quello della divulgazione accademica.[48] Una causa strutturale del perdurare del fenomeno in Italia è individuata da Benelli nella scarsa propensione degli accademici italiani all'alta divulgazione, che ha lasciato il campo libero a una produzione pseudoscientifica autofinanziata, le cui contraddizioni interne finiscono paradossalmente per rafforzare nei lettori la percezione che dell'etrusco non si sappia «in realtà nulla di certo».[23][24] Ne è esempio il topos del «popolo misterioso», che permea guide divulgative e materiali turistici sugli Etruschi: lo storico Christopher Smith ha definito questa rappresentazione una «trovata commerciale molto utile e redditizia, ma anche ingannevole», osservando che gli Etruschi non furono più misteriosi della maggior parte dei popoli dell'Italia arcaica.[49] Questo divario tra i luoghi comuni diffusi a livello popolare, complice anche una divulgazione commerciale priva di scrupoli, e le reali acquisizioni della ricerca riflette una sfida più generale che la pseudoarcheologia e la fantalinguistica pongono alla comunicazione scientifica nelle discipline storiche e linguistiche, tanto più difficile da colmare quanto più il campo della divulgazione è lasciato privo di voci accademiche.[31][48]

Note

  1. 1 2 3 4 5 6 7 Mauro Cristofani, L'etruscologia, in Il Mondo dell'Archeologia, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani), 2002.
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