Guerriero di Capestrano

Guerriero di Capestrano
Autoresconosciuto
DataVI secolo a.C.
Materialecalcare
Altezza209 cm
UbicazioneMuseo archeologico nazionale d'Abruzzo, Chieti
Coordinate42°16′00.01″N 13°46′00″E

Il Guerriero di Capestrano è una scultura in calcare locale rinvenuta nel 1934 nel territorio di Capestrano, in provincia dell'Aquila, e conservata a Chieti nel Museo archeologico nazionale d'Abruzzo. Raffigura un personaggio maschile stante, armato e riccamente ornato, ed è il pezzo meglio conservato e più noto della statuaria medio-adriatica, la produzione di stele e statue funerarie in pietra diffusa tra il tardo VII e il V secolo a.C. nell'area corrispondente all'odierno Abruzzo e alle regioni contigue.[1]

La statua proviene da una necropoli utilizzata per circa un millennio nella piana del Tirino, nel territorio in età storica attribuito ai Vestini.[2] Sul pilastrino di sostegno è incisa un'iscrizione in paleosabellico, la cui lettura, discussa, secondo Adriano La Regina menziona il nome del personaggio raffigurato, un re di nome Nevio Pompuledio, e quello dello scultore, Aninis.[3]

Rinvenimento e scavi

Le circostanze del ritrovamento

La statua fu rinvenuta nel 1934, in più parti e nel corso di alcuni mesi, durante i lavori di scasso di un vigneto condotti da un contadino sul terreno di proprietà di Michele Castagna.[N 1]

Nel resoconto pubblicato dallo scavatore, Giuseppe Moretti, il contadino, mentre scavava attorno a una grossa pietra per rimuoverla, si accorse che ne emergevano forme umane, ma non vi diede peso; poco dopo scoprì a qualche metro di distanza un elmo grande come uno scudo e, sotto di esso, un busto di donna. I tre pezzi rimasero abbandonati sul terreno per una ventina di giorni, finché il comandante della locale stazione dei carabinieri non riconobbe sulla figura, ripulita dalla pioggia, le parti di un'armatura e ne fece dare notizia alle autorità.[4] Secondo la scheda di catalogo, gli scavi della Soprintendenza alle antichità di Roma diretti da Moretti furono avviati grazie all'interessamento di padre D. Egizi.[5]

Le campagne di scavo

Lo scavo, condotto nel dicembre 1934 sul luogo del rinvenimento, permise di recuperare in più pezzi tutte le parti mancanti della statua maschile a eccezione della cresta del copricapo, e portò alla scoperta di trentatré tombe di età diversa, ventuno delle quali di VII-VI secolo a.C.[6] Nulla invece fu ritrovato della figura femminile.

Una seconda campagna, condotta fra il 17 giugno e il 2 agosto 1937, restituì un'altra statua maschile munita di pilastrini e recante un'iscrizione dello stesso tipo, e la parte inferiore della statua femminile.[7] Di questa campagna non fu pubblicato nulla e i due frammenti risultano oggi dispersi.[8] Sulla base della documentazione d'archivio si ritiene che presso la tomba 3 fossero originariamente collocate tre o quattro statue in pietra, una femminile e le altre maschili.[9]

Le ricerche nella necropoli sono proseguite negli anni sessanta a opera dell'Università di Pisa, negli anni settanta e nel 1992 con interventi della Soprintendenza, e dal 2003 con campagne sistematiche.[10]

Vicende conservative

I materiali del 1934, insieme alle due sculture, furono depositati al Museo nazionale romano; durante la guerra la statua fu nascosta entro dolii e interrata non lontano dal museo, insieme all'Afrodite di Cirene.[5] Nel dicembre 1945 il Guerriero e il torso femminile furono trasferiti al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, e infine a Chieti in due riprese, nel 1958 e nel 1962.[11]

Il primo restauro, condotto sotto la direzione di Moretti, ricongiunse i due tronconi mediante perni in lega metallica affogati nel piombo e integrò con vistose aggiunte la cresta del copricapo e i calzari.[12] Un secondo intervento, affidato al restauratore Pico Cellini in occasione della mostra romana del 1969, smontò tali integrazioni e riportò in luce le tracce di colore rosso.[13]

Descrizione

Dettaglio del busto con i dischi-corazza e il copricapo

Materiale e tecnica

La scultura è ricavata da un unico blocco di calcare in facies di rampa carbonatica del Miocene medio, riferibile al Gruppo di Bolognano, i cui affioramenti si trovano in destra idrografica del Tirino, quindi nell'area stessa della necropoli; il copricapo è invece ricavato da un blocco distinto.[14] La lavorazione è stata condotta con scalpelli a punte diverse e a punta piatta, con una lisciatura finale ottenuta mediante un abrasivo soffice.[15]

La figura poggia su un plinto ed è affiancata da due pilastrini che salgono dalla base fino ai gomiti. Secondo le misure prese da Moretti l'altezza è di 2,09 m con l'elmo e senza il plinto, e di 1,71 m senza l'elmo, mentre il plinto conserva una porzione grezza destinata a essere interrata.[N 2][16] La figura umana è dunque di dimensioni prossime al vero.

La statua era policroma: restano tracce abbondanti di rosso, la cui natura è stata riconosciuta mediante fluorescenza a raggi X in un pigmento a base di ferro, riconducibile a ocra rossa o a ematite.[17]

Il volto e la maschera

La presenza di una maschera sul volto, sostenuta fin dai primi studi ma negata da altri studiosi, che vi vedevano un effetto del trattamento plastico del viso,[18] è stata confermata dalle indagini in fluorescenza ultravioletta condotte nell'ambito del progetto ARS: il volto è coperto da uno strato pittorico bianco che si arresta sulla fronte, non prosegue nel copricapo e segue i bordi laterali del viso, mentre l'incarnato è reso con una quantità minore di bianco.[19]

Sulla funzione della maschera il dibattito resta aperto: Vincenzo d'Ercole ritiene difficilmente accettabile l'ipotesi della maschera funeraria, mai attestata in contesti medio-adriatici, e propone piuttosto una protezione del viso di tipo cavalleresco, eventualmente con frontale basculante.[20]

Il copricapo

Il copricapo del Guerriero

Il grande copricapo discoidale, di 65 cm di diametro, è ricavato da un blocco a parte e fissato al capo mediante un tenone; sulla sommità reca le tracce di una cresta oggi perduta.[21] Analoghi alloggiamenti per un copricapo lavorato a parte si riscontrano sulle stele di Penna Sant'Andrea, sulla testa di Loreto Aprutino e su quella di Manoppello.[22]

L'ipotesi che si trattasse di uno scudo, un clipeus pinnatus portato eccezionalmente sul capo, fu avanzata da Silvio Ferri nel 1949[23] e ripresa nella voce dell'Enciclopedia dell'Arte Antica del 1959,[24] ma fu abbandonata già nel supplemento del 1973 della stessa enciclopedia, dopo che i restauri avevano mostrato che il lophos ricadeva posteriormente in una coda.[25] Giovanni Colonna la considera oggi definitivamente superata.[26]

Secondo Colonna il copricapo è la traduzione in pietra di un petaso, il cappello a falda larga di cuoio, feltro o paglia ampiamente documentato nell'iconografia greca, etrusca e italica. Lo stesso copricapo è attestato in contesti diversi e su un'area vasta: sulle stele sipontine, sulle statue acroteriali sedute di Murlo, sui cosiddetti «scudi» garganici su colonnetta a fungo da Monte Saraceno e sui dischi della necropoli di Comino presso Guardiagrele; l'accostamento con le statue di Murlo era già stato proposto da Colonna in precedenza.[27]

La sua ambientazione originaria in regioni di allevamento come la Tessaglia e l'Etolia, la sua presenza fra gli attributi di Ermes, dio dei pastori e dei viandanti, e il suo uso nell'arte delle situle come attributo del ceto più elevato ne farebbero un'allusione simbolica alla ricchezza e al potere derivanti dal possesso di bestiame: il copricapo alluderebbe cioè alla qualità di pastore prima ancora che a quella di guerriero.[28]

Armamento offensivo

Sui pilastrini laterali sono raffigurate due lance con cuspide foliata e sauroter, lunghe rispettivamente 129 e 136 cm, munite sull'asta di un uncino che ne agevolava il lancio.[20] Armando Cherici vi riconosce l'hasta amentata, arma polivalente adatta tanto al brandeggio quanto al getto, e osserva che i due pilastrini sono comunque indispensabili alla statica della scultura.[29]

Sul torace pende una lunga spada con elsa a croce, inserita in un fodero con ricco puntale semicircolare; elsa, puntale e ghiera recano decorazioni con figure antropomorfe e zoomorfe. Il tipo, ampiamente documentato nei corredi abruzzesi, è stato definito «spada tipo Capestrano».[30] Sopra il fodero è raffigurato un lungo coltello, interpretato da d'Ercole e Cella come cote per mantenere affilata la lama[31] e da Cherici come coltellaccio monotagliente, di natura non necessariamente bellica.[32]

Nella mano destra la figura impugna un'ascia trapezoidale a occhio, di tipo pressoché privo di confronti nel record archeologico regionale.[31] Moretti vi riconosceva un attributo di comando,[33] mentre Cherici la considera un'arma d'uso e osserva che il termine appropriato in italiano sarebbe «scure».[34] Per Colonna l'ascia rende esplicito il valore di segno di rango assunto dal gesto delle braccia.[35]

Armamento difensivo

Un complesso sistema di cinghie sorregge sul petto e sul dorso una coppia di dischi-corazza (kardiophylakes). A lungo ritenuti privi di decorazione centrale, e per questo accostati agli esemplari di tipo Mozzano documentati nelle necropoli vestine di Bazzano e Fossa,[36] essi si sono rivelati decorati: le indagini del progetto ARS hanno riconosciuto sul disco posteriore la figura dell'animale fantastico noto come «drago dei Vestini», di cui restano tracce anche sul disco anteriore.[37]

Dal cinturone che stringe i fianchi pendono due mitre, a difesa della zona inguinale e di quella lombare, con bordo decorato a meandro.[36] Fu Moretti a riconoscere per primo in questo elemento la mitra nota dalle armature omeriche, confrontandolo con l'esemplare bronzeo del Museo di Ancona e con quello romboidale da Veio.[38]

I piedi calzano sandali stretti da corregge. La presenza di schinieri, indicata da parte della letteratura divulgativa, non è a oggi dimostrata: le indagini multispettrali ne hanno riconosciuto la probabile presenza sulla scultura di Collelongo detta «Gambe del Diavolo», e la verifica sul Guerriero è stata annunciata come prossimo passo della ricerca.[39]

Ornamenti

Il Guerriero di profilo

La figura porta al collo un torque a fascia con capi aperti sul retro e pendaglio quadrangolare, un'armilla al braccio destro e due al sinistro, dalla inferiore delle quali pendono elementi trapezoidali che richiamano da vicino i pendagli in ambra della stessa forma. Un repertorio di collari e pendagli analogo ricorre sulla stele di Guardiagrele e sulle statue transalpine di Hirschlanden e del Glauberg.[40] Nella tomba 1 di Villa Clara a Matelica un'armilla bronzea rinvenuta in posizione anatomica corrisponde a quelle raffigurate sulla statua.[41]

L'iscrizione

Sul pilastrino, entro una fascia dipinta di rosso, corre un'iscrizione in lingua paleosabellica, o sudpicena, disposta verticalmente dal basso verso l'alto e con andamento sinistrorso. La fascia è larga 5 cm in basso e 3,5 in alto, le lettere raggiungono un'altezza massima di 3,7 cm, il testo si estende per 96,7 cm e presenta nella parte superiore una lacuna di 9 cm.[42]

Il testo è redatto in scriptio continua, caso pressoché unico nel corpus sudpiceno insieme all'iscrizione su pisside da Campovalano; il segno costituito da un punto non è un divisore di parola ma ha il valore fonetico di /o/, acquisizione dovuta a Gerhard Radke e confermata dopo la scoperta delle stele di Penna Sant'Andrea.[43][N 3]

La decifrazione ha attraversato una lunga serie di tentativi, dalla prima lettura di Francesco Ribezzo del 1935, che interpretava il testo come non italico e lo collegava all'etrusco, fino alle proposte più recenti.[44] La lettura oggi discussa è quella proposta da Adriano La Regina:

ma kuprí koram opsút aninis raki nevíi pomp[uled]íi

tradotta come «me bella immagine fece Aninis per il re Nevio Pompuledio».[45] Helmut Rix, nei Sabellische Texte, e successivamente Calderini, Neri e Ruggeri sulla base di un nuovo apografo ottenuto con laser scanner, hanno proposto di leggere ani{ni}s rakinelís pomp[úne]í, intendendo rakinelís come gentilizio di Aninis: in questa lettura la menzione del re scompare.[46]

La Regina ha replicato osservando che il segno letto da Rix come lambda è un digamma il cui tratto inferiore, affievolito dall'escoriazione della superficie, è leggibile con luce radente, e che la presunta s sinuosa finale non trova confronti nelle altre s dell'iscrizione.[47] Nella stessa direzione Anna Dionisio ha rilevato che la forma rakinelís è priva di confronti sabellici e che è sociologicamente implausibile che il dedicante si firmi con formula bimembre mentre il personaggio raffigurato sia indicato con il solo prenome.[48] Sul piano linguistico l'equivalenza di raki con il latino regi è stata giudicata inattesa da Heiner Eichner e priva di valore per la questione della regalità italica da Laura Cappelletti.[49] Colonna, nel 2017, ha definito convincente la lettura di La Regina.[26]

Interpretazione

La statua è stata letta in modi assai diversi nel corso del Novecento. Moretti vi riconobbe l'immagine eroizzata di un capo dei Vestini posta come segnacolo presso la sua tomba;[50] Axel Boëthius accolse questa lettura e propose inoltre di vedere nei pilastrini con le lance il defunto esposto in piedi durante il funerale, secondo un uso ricordato da Polibio.[51] Silvio Ferri e Louise Adams Holland proposero invece di riconoscervi l'effigie sostitutiva di un devotus sopravvissuto, secondo la procedura descritta da Livio,[52] ipotesi stroncata da Massimo Pallottino in un intervento del 1949 significativamente intitolato Capestranezze.[53]

Contro la lettura funeraria in senso stretto si sono espressi Valerio Cianfarani, osservando che il gesto delle braccia non trova riscontro nelle necropoli della zona a cominciare da quella di Capestrano,[25] e Colonna, per il quale le statue-stele adriatiche raffigurano il defunto e non i suoi avi come in Etruria, e il gesto assume valore di segno di rango.[35] L'ipotesi del defunto sorretto dalle lance è stata tuttavia ripresa da Hartmut Schickler in relazione al Guerriero di Hirschlanden.[54]

Nella lettura oggi prevalente la scultura è un sema eretto presso una sepoltura eminente, destinato a rendere visibile alla collettività il rango del personaggio raffigurato.[55] La sepoltura di riferimento è stata individuata nella tomba 3 degli scavi del 1934, che si distingue per l'orientamento anomalo, la ricchezza del corredo e la struttura a fossa con ampio loculo laterale.[56]

Inquadramento

La statuaria medio-adriatica

Il Guerriero appartiene alla serie delle statue-stele medio-adriatiche, diffuse secondo Colonna su un areale vastissimo, da Numana alla valle del Sinello e nell'interno fino al Fucino.[57] Colonna distingue tre gruppi tipologici: stele a erma, stele a lastra grezza e statue-stele; nelle sculture più antiche della terza serie la dipendenza dalla stele è rivelata dai pilastri che inquadrano la figura a partire dalle ascelle, come nel torso di Pallano e nel Guerriero stesso.[58] Già nel 1973 Cianfarani aveva riconosciuto in questa serie il passaggio graduale dalla stele alla statua a tutto tondo, concludendo che l'evoluzione era avvenuta entro culture locali e che la conoscenza di quanto avveniva altrove aveva avuto significato di stimolo più che di insegnamento.[25]

La definizione di questa produzione come «picena», adottata in occasione della mostra del 1999, è stata criticata da La Regina, secondo il quale essa travisa il significato dei monumenti, dal momento che le stele di Penna Sant'Andrea documentano semmai la contrapposizione identitaria fra l'ethnos sabino e quello piceno.[59]

Le premesse etrusche

La statua B dalla necropoli di Casa Nocera a Casale Marittimo, 700-680 a.c. circa Museo archeologico nazionale di Firenze

Sull'origine dell'impulso verso la statuaria in pietra alcuni studiosi concordano nell'indicare l'Etruria, ma divergono sui percorsi. Colonna, che presenta la propria ricostruzione in termini espressamente ipotetici, ritiene che i primi apporti siano venuti dall'Etruria nord-occidentale, dove sarebbero stati attivi scultori vicino-orientali giunti in precedenza a Caere per la Tomba delle Statue di Ceri, e in particolare da Vetulonia attraverso la mediazione di Caere e di Capena; la cifra stilistica dei Guerrieri di Capestrano, Rapino, Pallano e Collelongo richiamerebbe i bronzetti nord-etruschi del Gladiatorentypus e i maestri etrusco-corinzi di Vulci di seconda generazione.[60] Adriano Maggiani, pubblicando le due statue della necropoli di Casa Nocera a Casale Marittimo, rinvenute nel 1987 e le più antiche sculture a tutto tondo dell'arte etrusca, deriva invece il loro autore dalla tradizione dei plasticatori e bronzisti operanti a Vetulonia nella prima metà del VII secolo.[61]

Maggiani stesso avvicina le sculture di Casale Marittimo ai monumenti funerari di area adriatica, alla testa di Numana e alle statue di Capestrano, «di diversi decenni più recenti», con le quali giudica non infondato supporre un lontano rapporto di parentela; esclude però che le due statue etrusche siano segnacoli tombali, poiché rappresentano dolenti e non i defunti con i loro simboli di rango.[61] Un elemento tecnico comune è la modalità di installazione: le statue di Casale Marittimo erano dotate di lunghi tenoni sotto i piedi e piantate nel terreno, come il plinto del Guerriero, la cui porzione grezza era destinata a restare interrata.[62]

Su questo quadro pesa però un'obiezione di metodo. Corinna Riva ha contestato il modello secondo cui l'orientalizzante nasce sul versante tirrenico e si trasmette per via commerciale alle aree periferiche, osservando che nell'area interna medio-adriatica l'ostentazione funeraria compare prima che in Umbria e che alcune fra le più antiche tombe a carro dell'Italia centrale provengono da quel comparto: dato che a suo giudizio mette in discussione l'assunto secondo cui la deposizione del carro nelle sepolture di rango sarebbe un uso etrusco adottato dalle altre élite italiche. Nella stessa direzione va la proposta, da lei ripresa, di leggere parte degli avori come prova di contatti diretti con il Mediterraneo orientale per via adriatica, e non di una mediazione etrusca.[63][N 4]

Il legame fra i due comparti non corre del resto in una sola direzione: nella tomba A a carro di Casa Nocera è stato rinvenuto un elmo di tipo piceno, e la stessa necropoli ha restituito una fibula-affibbiaglio a pettine in argento simile a quella di una tomba a carro di Fabriano.[64]

I confronti transalpini

Il Guerriero di Hirschlanden, VI secolo a.C., conservata al Landesmuseum Württemberg di Stoccarda

Il Guerriero è stato ripetutamente accostato alle due statue-stele rinvenute in Germania, il Guerriero di Hirschlanden, venuto alla luce il 5 novembre 1962 presso Stoccarda, e la statua del Glauberg, scoperta nel 1996 in Assia; entrambe sono peraltro più tarde, la prima databile al 540-520 a.C. circa e la seconda in età lateniana.[65]

Friedrich-Wilhelm von Hase esclude che il Guerriero possa essere considerato un prototipo diretto di Hirschlanden, giudicando troppo diversi lo stile e la concezione della figura, e osservando che la statua tedesca è nuda e itifallica con pochi simboli di rango mentre quella abruzzese è vestita e armata di tutto punto; per lui la nudità e l'itifallismo appartengono a una tradizione hallstattiana autonoma.[66] Riconduce invece a influenze etrusco-italiche due particolari: la posizione delle gambe robuste e parallele, che si incontra in Etruria dalla metà del VII secolo nelle statue di Casale Marittimo, e il gesto delle braccia, che giudica identico a quello del Guerriero.[66]

Su quest'ultimo punto Ian Armit e Philomena Grant hanno obiettato che la somiglianza è solo superficiale, perché il gesto si articola in due varianti sistematiche: il Guerriero di Capestrano e la statua del Glauberg portano il braccio destro sul petto, mentre il Guerriero di Hirschlanden porta il sinistro, variante che nelle altre attestazioni è associata prevalentemente a figure femminili, fra cui la stessa Dama di Capestrano.[67] Sull'ampiezza del fenomeno va inoltre considerato che lo schema delle braccia ripiegate ricorre in alcune centinaia di stele e menhir distribuiti dai Pirenei al Mar Nero e di cronologia assai diversa.[68]

Datazione

La cronologia della statua è discussa. Colonna la colloca nel secondo quarto o alla metà del VI secolo a.C. sulla base dei dischi-corazza,[35] datazione seguita da Calderini, Neri e Ruggeri anche per ragioni epigrafiche.[69] D'Ercole propone invece un abbassamento alla fine del VII e agli inizi del VI secolo, sulla base del confronto con i corredi delle necropoli vestine.[70]

L'abbattimento

La statua fu abbattuta in antico. La mappatura della velocità ultrasonica ha mostrato che le fratture sono nette e simmetriche e riconducibili a una forza impulsiva, quindi a una causa antropica più che a un crollo naturale; il punto di rottura sono le caviglie, come nelle statue di Hirschlanden e del Glauberg.[71] D'Ercole collega l'evento alla fine dell'ordinamento monarchico e alla nascita delle toutai italiche, ipotizzando una damnatio memoriae verso il regime precedente; sono in corso analisi sulle tracce di abrasione del nome nell'iscrizione.[72] Dopo la caduta la statua rimase esposta supina per un certo periodo, come mostra la migliore conservazione del colore sul retro.[37]

La Dama di Capestrano

Il torso femminile rinvenuto insieme al Guerriero, alto 26 cm e conservato dalle spalle alla vita, è l'unica raffigurazione in pietra di un personaggio femminile nota per l'area medio-adriatica.[73] Le indagini multispettrali vi hanno riconosciuto una tricromia di bianco, giallo e rosso per vesti e ornamenti, e una fascia bianca con incisioni a zigzag sotto il seno.[74]

Note

Note esplicative

  1. ↑ La localizzazione è indicata in modo non uniforme dalle fonti: la scheda di catalogo riportata da Belfiore, Masci 2020, p. 17 indica la località Cinericcio, fra il Lago, le sorgenti di Presciano e quelle del Tirino a Capo d'Acqua, mentre Cella 2012, p. 60 colloca il nucleo indagato nell'area di Rasiacucce-Fossascapana.
  2. ↑ Parte della letteratura recente indica invece i 209 cm come altezza complessiva comprensiva di una base di circa 35 cm: cfr. D'Ercole, Cella 2007, p. 36 e Scarsella 2024, p. 280.
  3. ↑ La voce dell'Enciclopedia dell'Arte Antica del 1959 descriveva ancora il testo come diviso da punti interpuntivi.
  4. ↑ Riva impiega il termine «piceno» in senso ampio, includendovi anche l'area vestina: è l'uso terminologico criticato da La Regina.

Note bibliografiche

  1. ↑ Colonna 1999, pp. 104-108.
  2. ↑ Cella 2012, pp. 57-58.
  3. ↑ La Regina 2010, pp. 239-245.
  4. ↑ Moretti 1936, p. 5.
  5. 1 2 Belfiore, Masci 2020, p. 18.
  6. ↑ Moretti 1936, p. 8.
  7. ↑ Cella 2012, pp. 63-64.
  8. ↑ D'Ercole 2020, p. 23.
  9. ↑ D'Ercole 2020, p. 24.
  10. ↑ Cella 2012, pp. 57-59.
  11. ↑ Cella 2012, pp. 79-81.
  12. ↑ Agostini 2020, pp. 31-33.
  13. ↑ Belfiore, Masci 2020, p. 19.
  14. ↑ Agostini 2020, pp. 31-32.
  15. ↑ Agostini 2020, p. 32.
  16. ↑ Moretti 1936, p. 6.
  17. ↑ Angelini et alii 2006, pp. 644-645.
  18. ↑ La posizione di Luisa Franchi dell'Orto è riferita da Belfiore, Masci 2020, p. 20.
  19. ↑ Adinolfi et alii 2020, p. 13.
  20. 1 2 D'Ercole 2020, p. 25.
  21. ↑ Moretti 1936, pp. 6-7.
  22. ↑ Colonna 1999, p. 106.
  23. ↑ Ferri 1949, pp. 2-3.
  24. ↑ Cressedi 1959.
  25. 1 2 3 Cianfarani 1973.
  26. 1 2 Colonna 2017, p. 59.
  27. ↑ Colonna 2017, pp. 59-60.
  28. ↑ Colonna 2017, pp. 60-69.
  29. ↑ Cherici 2003, pp. 526-527.
  30. ↑ D'Ercole, Cella 2007, pp. 36-37.
  31. 1 2 D'Ercole, Cella 2007, p. 37.
  32. ↑ Cherici 2003, p. 526.
  33. ↑ Moretti 1936, p. 11.
  34. ↑ Cherici 2003, pp. 521-522.
  35. 1 2 3 Colonna 1999, p. 107.
  36. 1 2 D'Ercole, Cella 2007, p. 38.
  37. 1 2 Adinolfi et alii 2020, p. 14.
  38. ↑ Moretti 1936, pp. 12-13.
  39. ↑ Adinolfi et alii 2020, p. 16; D'Ercole 2020, p. 25.
  40. ↑ Negroni Catacchio 2011, pp. 77-78.
  41. ↑ Negroni Catacchio 2011, p. 88.
  42. ↑ La Regina 2010, p. 239.
  43. ↑ Dionisio 2011, pp. 172-174.
  44. ↑ Dionisio 2011, pp. 172-175.
  45. ↑ La Regina 2010, pp. 241-245.
  46. ↑ Calderini, Neri, Ruggeri 2007, pp. 46-47.
  47. ↑ La Regina 2010, pp. 242-243.
  48. ↑ Dionisio 2011, pp. 176-177.
  49. ↑ La Regina 2010, p. 244.
  50. ↑ Moretti 1936, pp. 15-16.
  51. ↑ Basile 1993, pp. 14-15.
  52. ↑ Basile 1993, p. 15.
  53. ↑ Pallottino 1949.
  54. ↑ Armit, Grant 2008, p. 411.
  55. ↑ D'Ercole, Cella 2007, pp. 41-42.
  56. ↑ Cella 2012, p. 69.
  57. ↑ Colonna 1999, p. 105.
  58. ↑ Colonna 1999, pp. 106-107.
  59. ↑ La Regina 2010, p. 236.
  60. ↑ Colonna 1999, pp. 107-108.
  61. 1 2 Maggiani 1999, pp. 38-39.
  62. ↑ Maggiani 1999, p. 38; Moretti 1936, p. 8.
  63. ↑ Riva 2007, pp. 118-121.
  64. ↑ Riva 2007, p. 120.
  65. ↑ von Hase 2003, pp. 361-362.
  66. 1 2 von Hase 2003, p. 368.
  67. ↑ Armit, Grant 2008, pp. 415-418.
  68. ↑ Sculpting the Glauberg prince 2022.
  69. ↑ Calderini, Neri, Ruggeri 2007, p. 46.
  70. ↑ Scarsella 2024, p. 272.
  71. ↑ Agostini 2020, p. 34.
  72. ↑ D'Ercole 2020, pp. 26-27.
  73. ↑ D'Ercole, Cella 2007, p. 40.
  74. ↑ Adinolfi et alii 2020, p. 15.

Bibliografia

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Approfondimenti

  • Valerio Cianfarani, Note sul restauro del Guerriero di Capestrano, in «Rivista dell'Istituto nazionale d'archeologia e storia dell'arte», 15, 1968, pp. 5–19.
  • Luisa Franchi dell'Orto, Il Guerriero di Capestrano e la statuaria medio-adriatica, in Pinna Vestinorum e il popolo dei Vestini, I, Roma 2010, pp. 180–225.
  • Vincenzo D'Ercole, Valeria Acconcia, Deneb Cesana, La necropoli di Capestrano, BAR International Series 2895, Oxford 2018.

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